.....….i fatti di mercoledì 31 luglio.
Non si mettano in testa di rovesciare le urne facendole prendere a calci da qualche toga amica. Non pensino che se il governo dovesse cadere, questo Paese possa essere ingannato con qualche governicchio di riserva. Non si illudano i cosiddetti centristi di trovare spazio in mezzo alla logica bipolare voluta e votata dal popolo. Nessuno creda di intimidire la Repubblica. Nessuno pensi di mettere paura al Parlamento, nessuno osi tentare di intimidire la seconda carica dello Stato che non è un capo politico (come il Presidente della Camera) ma una figura istituzionale per la quale la mediazione è un dovere, ma soltanto a patto ce non si alterino il ruolo di chi ha vinto le elezioni e governa, e di chi le ha perse e si oppone, ma non governa e non ha alcun titolo “democratico” per impedire di governare.
Mai avevamo visto il Presidente Marcello Pera, sudato e calmissimo, duro e gentilissimo, pronunciare un discorso di tale secchezza. Sembrava uno dei costituenti americani, se solo avesse avuto parrucca e spadino.
Scrivo queste note in mezzo alla bagarre del Senato della Repubblica, in mezzo agli insulti dell’opposizione, mentre fuori una torma di seimila “squadristi” girotondini assedia e insulta gli eletti del popolo, di cui hanno un profondo schifo. Nemmeno nel 1922 avevano osato circondare il Parlamento e che questo accada 80 anni più tardi serve soltanto a rendere più grottesca anziché tragica la situazione. La situazione è grottesca anziché tragica perché la loro partita è persa. Non hanno alcun scampo, politicamente parlando. Ma stanno cercando di terrorizzare il Paese, di turbare le coscienze degli italiani con false, deliberatamente false informazioni e manipolazioni.
Ma il fatto del giorno è che il Presidente Pera abbia (e spero che mi perdonerà la rudezza dell’espressione) tirato fuori le palle smettendo di essere quel raffinato professore di logica ed epistemologia che è, quell’erede dell’empirismo anglosassone e della rivoluzione di Popper. Pera ieri rappresentava lo stato, e anche lo Stato che lo ha abbandonato, solo, nelle mani di un’accozzaglia di tricoteuses e di giacobini che non esita a calpestare la Costituzione, calpestare la Repubblica, sputare fiele sulla democrazia. Pera ieri con ferma cortesia, con feroce cortesia, ha respinto da solo l’assalto e lo ha fatto in una sala del suo appartamento a Palazzo Giustiniani durante la cerimonia annuale del ventaglio, che per decenni è stata una delle più noiose incombenze dei presidenti, quando ricevono la stampa parlamentare che offre il vecchio rimedio contro la calura.
Che cos’abbia detto Pera è presto detto: siamo di fronte, la democrazia è di fronte a una manovra perfettamente articolata, pensata e scatenata, per rovesciare le scelte degli italiani, le scelte che escono come unico atto valido dell’espressione della volontà popolare. Pera ha nominato il popolo e la Patria, ma lo ha fatto con affettuosa misura. Ha parlato anche dell’Europa, di cui è inutile spandere un nebbioso profumo senza contenuto, e che va riformata così come va riformata l’Italia.
E’ stato pacato e implacabile. Pacato e implacabile. Mai prima di lui un presidente del Senato della Repubblica era stato aggredito in modo tanto proditorio, tanto codardo, com’è avvenuto in questi giorni e in queste ore.
La ragione è chiara. Il fronte delle sinistre, sconfitte dal Paese, rifiutato dal popolo come un prodotto tossico dopo tanti anni di governo (spesso abusivo), spera di far fuori il presidente del Consiglio eletto dagli italiani (e Pera ha ricordato che sulle schede della Casa delle Libertà c’era scritto Berlusconi Presidente, così come su quelle dell’opposizione c’era il nome di Rutelli) attraverso una sentenza di primo grado, emessa da un gruppetto di funzionari dello stato che fanno apertamente politica e che lasciano perfettamente intendere quale sarà il loro verdetto.
Il loro piano è questo: ottenuta da questo circolo di impiegati la condanna di chi è stato eletto dalla maggioranza degli italiani, i reazionari (chiamiamoli con il loro nome: reagiscono alla democrazia con la violenza, dunque sono reazionari) pensano di andare a suonare le casseruole sotto il Quirinale per intimidire Ciampi e ottenere da lui le dimissioni del governo. Poi sperano che si ripeta l’operazione Dini, cambiate le circostanze, e che si formi un governo di salute pubblica (ovvero d’emergenza, di unità nazionale, chiamatelo voi come vi pare) egemonizzato dalle sinistre che cercano anche di far leva su qualche malumore vetero-democristiano per creare un partito di fronda. Una tale operazione, nella mente dei complottatori, si basa anche sulla partecipazione, almeno passiva, degli ex democristiani. Ed è per questo motivo che il capogruppo D’Onofrio ha pronunciato uno dei suoi più bei discorsi al Senato, per mostrare nel modo più limpido e chiaro la assoluta fedeltà del partito cattolico alla coalizione di governo.
Ma Pera, ancor prima che D’Onofrio parlasse in aula, aveva avvertito che l’operazione Dini-bis non ha alcun spazio né speranza. L’unico risultato di un eventuale e sciagurato rovesciamento del governo legittimo perché legittimamente eletto (è la prima volta nella storia della Repubblica) sarebbero le elezioni generali anticipate che le sinistre, frantumate e prive di leadership, in crollo verticale nel Paese, perderebbero ancor più miseramente di quanto avvenne il 13 maggio. Se è questo che vogliono, ha fatto intendere Pera, che si accomodino: si riconsegna al sovrano elettore la sua delega e se ne chiede la riconferma. Ed è questo che fa andare in bestia le opposizioni il cui comportamento in aula ha varcato ogni limite di decoro, con un uso e abuso continuo di tutto il più banale e trito repertorio di insulti.
Ma pensavano, forse, di aver messo nel frattempo nel sacco il presidente del Senato, pensavano di averlo forse se non spaventato almeno reso prudente. E sono stati serviti da un Pera che sembrava Winston Churchill; fedele alle sue idee e allo Stato, incurante delle manovre di partito ma perfettamente consapevole dei diritti della maggioranza (ripeto, diritti della maggioranza, ndr), chiamata a governare quale che sia l’opinione dell’opposizione che siede all’opposizione proprio e soltanto perché ha perso la partita con gli elettori ed è stata sollevata dall’incarico per mancanza di fiducia.
L’importanza politica, istituzionale e anche storica di un tale discorso non è sfuggita a nessuno e si è riflessa sul comportamento dell’opposizione di sinistra che è apparsa ancor più sinistra, incarognita, violenta e disperata perché prigioniera ormai delle forze infernali che ha evocato: la piazza che minaccia il Parlamento, la “cagoule” rossa che intimidisce i rappresentanti del popolo.
La Repubblica per fortuna non è in pericolo. Ma se lo fosse, sappiamo chi dovremmo additare sia all’opinione pubblica che alla Storia.
Alla Storia vera, non quella che questi qua si sono abituati a scriversi da soli e a farsi riversare in televisione e sui libri di testo.
Il suono delle parole di Pera era: la festa è finita.
Paolo Guzzanti
saluti




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