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    Chi sponsorizza l'alluvione allogena in Europa?

    Il Senatur: "È arrivato il momento di smascherare chi sponsorizza l’immigrazione"

    di Mauro Bottarelli

    Crema (Crèma)
    Tra la gente, per la gente. Nel primo giorno di raccolta firme per il referendum abrogativo contro la sciagurata legge Turco-Napolitano, Umberto Bossi sceglie Crema per dare impulso a quello che egli stesso non tarderà a definire "un sonoro schiaffo al sistema mondialista, ai progetti degli americani". Già nel primo pomeriggio il gazebo di piazza Duomo è meta di un continuo andirivieni di gente: alcuni si dirigono spediti al banchetto che raccoglie le firme, altri invece chiedono informazioni (visto che l’informazione di regime non le dà), leggono i volantini e poi decidono di togliere dal portafogli il proprio documento per garantirsi una speranza di libertà. Alle 15.00 le firme erano già oltre 150, ma l’arrivo di Bossi faceva ben sperare sul risultato di fine giornata. Il segretario del Carroccio arriva in piazza Duomo poco dopo le 16.30 e subito la folla gli si fa attorno: strette di mano, saluti, ringraziamenti ma anche domande, dubbi. Il Senatur, come sempre, non si fa pregare e, dopo essersi seduto al banchetto incitando la gente a firmare, comincia a parlare. A braccio e con spigliatezza, guardando la gente negli occhi e rispondendo alle domande senza filtri né giri di parole. "Lo scontro in atto è ormai chiaro - esordisce Bossi. Da un lato abbiamo il capitalismo individualista americano, con tutto ciò che ad esso consegue (ovvero negazione della protezione sociale, delle pensioni e della sanità), e dall’altro il capitalismo sociale europeo. L’immigrazione clandestina è una delle armi utilizzate dal capitalismo mondialista americano per scardinare l’Europa, per indebolirla nelle fondamenta. Dal 1 gennaio 1993, ovvero dalla nascita dell’Unione Europea, l’America ha cominciato a temere di perdere il proprio primato economico nei confronti dell’Europa. Quindi ha messo in campo tutte le proprie forze e i propri alleati. La massoneria, ad esempio, e a questo riguardo intendo pubblicare tutti i nomi dei massoni che garantiscono gli interessi americani: come Prodi che fa parte dell’Aspen Institute. Ora è ovvio che tutto parte da qui, da uno scontro che gli Stati Uniti non possono perdere. In Italia gli Usa possono contare sui loro amici del Polo, sui vari Berlusconi e Fini. D’altronde nella logica dei potenti tanto cara agli Usa, un Paese dove il maggioritario consente la concentrazione del potere politico in poche mani garantite dai potentati economici, uno come Berlusconi non può che riconoscersi pienamente, lui che in fondo è un "Jr della Bassa"". La gente ascolta e Bossi continua il proprio ragionamento, spiegando quali sono i reali pericoli che stiamo correndo. "Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo: esiste una via capitalistica americana, basata sul maggioritario che trova i suoi referenti nel Polo. Una via francese, la vie en rose diciamo, che si colloca come via di mezzo tra Europa e Usa e la Mitteleuropa, ovvero il capitalismo sociale che accomuna aree come la Padania, la Baviera, l’Austria. Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione. Basti vedere la questione del Kosovo: si sbracciano contro Belgrado perchè il Kosovo è la principale "fabbrica" di eroina del mondo. Se ci sarà da schierarsi sia chiaro fin d’ora che la Padania starà con Belgrado. Ma anche la Francia sta giocando un ruolo molto importante nei progetti Usa: siccome ha garantito a Roma la sopravvivenza dell’Italia, negando alla Germania l’Europa a due velocità che avrebbe significato subito la Padania, ora presenta il conto all’Urbe. La quale lascia che gli interessi francesi si inseriscano in Italia, che si vedano garantita una posizione di monopolio, ad esempio nei trasporti. Noi non ci stiamo e attraverso la Confederazione delle Province e dei Comuni del Nord creeremo delle holding padane "verticali" per evitare che il trasporto pubblico di aree metropolitane e provinciali del Nord finiscano in mano francesi. E così anche per l’elettricità".La giornata sta per finire, ma la gente non si stanca: le firme crescono, sempre più persone si fermano al gazebo di piazza Duomo. Alle 18.00 saranno quasi 600. "La gente non è stupida, capisce l’importanza di questo referendum e viene a votare - conclude Bossi. Siamo partiti senza Milano, Como e Lecco e in una sola giornata abbiamo raccolto 100.000 firme. Se avessimo avuto queste tre province avremmo già chiuso la faccenda".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Migliaia di persone hanno sfilato pacificamente per le
    vie cittadine contro immigrazione e criminalità
    Milano, centomila volte "basta"
    Bossi: "Siamo padani ed europei, non accetteremo la società multirazziale degli Usa"

    di Mauro Bottarelli

    Milano (Milàn)
    "Sono nato padano ed europeo e morirò padano ed europeo, non certo americano". Umberto Bossi non ha dubbi sul nemico che la gente del Nord si trova a dover affrontare e lancia l’offensiva contro la globalizzazione, il liberoscambismo e la società multirazziale, altrettanti tentacoli della piovra mondialista. È un discorso complesso quello che il Segretario federale affronta dal palco di Piazza Scala al termine della manifestazione contro immigrazione e criminalità organizzata dalla Lega Nord ma la folla è pronta a seguirlo nei suoi punti fondamentali. La giornata del popolo leghista è iniziata alle 10.30 in Piazzale Dateo, luogo simbolo della Milano violenta visto che proprio qui la notte di Capodanno persero la vita tre persone. Fin dall’inizio si capisce che il numero dei partecipanti è decisamente superiore alle aspettative: un lunghissimo serpentone comincia a snodarsi per le vie di Milano in direzione Piazza della Scala. Le cifre si accavallano, ma alla fine le presenze saranno diverse decine di migliaia, anche se la Questura minimizza parlando di 15mila persone. Si sfila tra le bandiere, gli striscioni e gli slogan: ad aprire il corteo la Guardia Nazionale Padana subito dietro lo striscione-simbolo della manifestazione "Immigrazione, Droga: Dietrofront". Ci sono militanti da ogni parte della Padania, dal Friuli fino alla Toscana presente con una sua delegazione. Tutto fila liscio fino a quando il corteo viene fatto deviare all’altezza di corso Monforte per non passare di fronte alla Prefettura. Qualche attimo di tensione, alcune uova lanciate contro gli agenti schierati e due fumogeni verdi a rendere l’atmosfera più tesa di quanto non sia realmente: pochi istanti e tutto si placa. La marcia è ormai al termine: Piazza Scala aspetta il popolo leghista che, a sua volta, attende l’intervento del proprio leader. Quando il lungo "serpente" di folla è defluito a metà, la piazza è già colma, ma nessuno si perde d’animo. In attesa del segretario federale comincia la girandola di interventi degli altri esponenti leghisti, che si alternano sul palco ognuno per una decina di minuti circa. Il compito di romepere il ghiaccio e scaldare la folla, un pò intirizzita dalla giornata prettamente milanese, è affidato a Domenico Comino che sferra immediatamente un attacco ai politici romani di Ulivo e Polo, entrambi colpevoli - l’uno a livello operativo l’altro come fiancheggiatore silente - dell’invasione extracomunitaria. Ce né per tutti, dalla Jervolino a D’Alema fino ai falsi oppositori Fini e Berlusconi che, dopo aver votato la legge Simeone e garantito l’apertura indiscriminata delle frontiere, ora si ergono a difensori della cittadinanza esasperata. Via via sfila tutto lo stato maggiore leghista: Francesco Speroni, Mario Borghezio, Bobo Maroni, Giancarlo Pagliarini, il segretario organizzativo del Sin.Pa. Rosy Mauro fino al presidente della Guardia Nazionale Padana Alfredo Pollini. Gli interventi sono tutti concordi: questo governo e la falsa opposizione del Polo hanno consentito, anzi organizzato ad arte, una politica di immigrazione selvaggia e incontrollata di cui ora paghiamo i costi. Non soltanto in termini di ordine pubblico ma anche di sradicamento culturale e di tensione sociale ed economica: denaro speso per falsa accoglienza e integrazione, case popolari agli immigrati, lavoro che non c’è: tutti argomenti troppo popolari per interessare agli "statisti" romani. Ma, senza nulla togliere ai rappresentanti leghisti, particolarmente significativo è stato l’intervento del presidente dell’Unione Commercio, venuto a testimoniare il timore e l’esasperazione degli esercenti milanesi di fronte all’escalation criminale degli ultimi giorni. Presenza significativa, forse troppo, visto che tutti i principali quotidiani nazionali l’hanno volutamente omessa, sbizzarrendosi in cronache catastrofistiche degli attimi di tensione di fronte alla Prefettura quasi stessero parlando di Belfast. Dà fastidio, e lo capiamo bene, che una categoria importante come quella dei commercianti scenda in piazza insieme alla Lega Nord e non insieme al Polo che da sempre si arroga senza titolo il diritto di rappresentare esercenti e piccoli imprenditori. Alla fine, accolto da un vero e proprio tripudio, arriva il turno del Segretario federale. Bossi chiarisce subito quali sono i temi nodali dell’intera questione: esiste un disegno politico ben preciso, quello globalizzante, attraverso il quale l’America vuole colonizzare l’Europa, partner da sempre sottomesso che ora rischia di diventare un antagonista pericoloso. Il progetto della globalizzazione, oltre che attraverso l’economia mondiale racchiusa in poche mani, basa la propria forza dirompente nell’istituzione della società multirazziale, vero e proprio strumento di distruzione dei popoli e delle loro culture identitarie. In questo contesto una legge come la Turco-Jervolino appare un vero e proprio "disegno scientifico", teso a smantellare l’idea stessa di popolo e appartenenza. Un rischio, quest’ultimo, cui si può porre argine - almeno nell’immediato e contingente - attraverso il referendum abrogativo delle legge sull’immigrazione lanciato dalla Lega Nord, ma aperto a chiunque sia d’accordo con le sue linee guida. "Chiunque ci stia va bene - ha detto Bossi. Per i cittadini la criminalità e il controllo dei clandestini non sono un problema di polizia e carabinieri, la realtà è che i cittadini non vogliono una società multirazziale. Sul referendum non si potrà barare perchè o si è a favore o si è contro e bisognerà spiegarlo alla gente". Ma Bossi è deciso a fare in modo che il popolo leghista torni a casa con idee chiare e con obiettivi precisi. Il nemico d’oltreoceano ha mille armi per far cadere i popoli nella sua ragnatela ma la finalità è una sola: quella di giungere, in un futuro nemmeno troppo remoto, ad un potere unico mondiale - chiaramente in mano agli States - sempre più distante dall’uomo ridotto ad un microbo, "un globulo bianco". Un progetto, questo, che la sinistra accetta in nome della concezione marxista della rivoluzione che verrà, della presa di coscienza dell’uomo sottomesso e della sua trasformazione "da globulo bianco in globulo rosso". Pure utopie ideologiche alle quali Bossi risponde con la lotta senza quartiere ai progetti mondialisti, quelli che attraverso la pornografia tendono a minare la base naturale della società - cioè la famiglia - e quelli che intendono svuotare di significato l’idea stessa di religione per "giungere al sincretismo, ad un Dio unico, un Dio di plastica". Rispetto a questo tema Bossi ha fatto un esplicito riferimento al ruolo della Chiesa, divisa essa stessa in due componenti: quella di base che lotta contro la globalizzazione e quella che invece "favorisce il disegno massonico di globalizzazione e perdita di identità". L’immigrazione, come dicevamo, è un aspetto fondamentale di questo disegno, esplicitato dall’instaurazione della società multirazziale. Un disegno verso cui l’Europa deve opporre una resistenza decisa, prima di divenire una colonia. "Sono padano ed europeo - ha detto Bossi - e non intendo diventare americano. D’altronde da sempre la Padania è europea: quando i tedeschi proposero un’Europa a due velocità significava proprio l’ingresso della Padania". Il grande raduno è finito e le note del Và pensiero congedano le migliaia di militanti intervenuti. Qualcosa di nuovo sta per cominciare e la gente ne è cosciente: la grande rinascita dei popoli è alle porte e la Padania ne sarà protagonista senza paura né ripensamenti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
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    "Lega e Chiesa insieme per difendere i valori e le radici dei popoli"

    di Gianluca Savoini

    Onorevole Bossi, le manifestazioni anti-Wto di Seattle dimostrano che non tutto il mondo è d’accordo con la globalizzazione. La polizia americana ha dovuto usare i proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Come commenta questi avvenimenti?
    Si sta delineando la dialettica tra l’economia virtuale della grande finanza e l’economia reale dei popoli. ".Non a caso quella manifestazione era supportata dai gruppi etnonazionalisti americani
    Se anche in Europa ci fosse un vertice del Wto, a manifestare contro ci sarebbe anche la Lega, i popoli padani. Manifesteremmo contro lo strumento che l’impero usa per legalizzare la sua brama di potere totale, la sua economia unica e la sua moneta unica, utilizzate per annientare i popoli".
    Quindi la caduta del comunismo non ha dato maggiore libertà al mondo, ma ha dato il via all’imperialismo globale dell’alta finanza?
    "È così. Il comunismo è finito per assorbimento da parte del capitalismo, non per sconfitta militare. L’imperialismo occidentale che ha sempre sostenuto la guerra verso l’esterno ha assorbito l’imperialismo comunista che la guerra la faceva all’interno degli Stati, la rivoluzione insomma. Quindi siamo di fronte all’imperialismo più potente che si sia mai visto sulla terra".
    Ovviamente lei ritiene questo imperialismo più esteso di quello nazista?
    "Non c’è paragone. Quello attuale è la somma di tutti gli imperialismi, da quello degli ex Stati coloniali che l’imperialismo lo facevano in Africa e in Asia, a quello nazista che per primo cercò di applicare l’imperialismo all’interno dei Paesi europei, al comunismo che l’imperialismo lo applicava al suo interno sui diversi popoli che avevano avuto la sventura di far parte del blocco sovietico. Questo è un super-imperialismo che utilizza la finanza, le televisioni, i giornali per manipolare gli schiavi dall’interno della loro mente: vuole creare schiavi consenzienti".
    È per questo motivo che si stanno muovendo i popoli? Sanno di correre il rischio di essere espropriati e cancellati?
    "Certo. L’America non è più un Paese liberista, è un Paese imperialista. I famosi 14 punti del presidente Wilson del 1918 sono considerati obsoleti dall’imperialismo globale".
    Cosa dicevano quei 14 punti, segretario?
    "Il primo parlava di trattati aperti stipulati palesemente dalla diplomazia internazionale; il secondo prevedeva la libertà degli spazi marittimi; il terzo punto interessava il libero commercio internazionale; il quarto la riduzione degli armamenti nazionali; il quinto l’imparziale sistemazione delle rivendicazioni coloniali; il sesto l’autodeterminazione come principio per un mondo libero; e così via".
    Tutto dimenticato dai padroni della grande finanza mondialista?
    "Quel programma wilsoniano è considerato vecchio e superato dal nuovo imperialismo. Gli uomini e i popoli sono considerati alla stregua di microbi senza diritto ad una loro storia e ad una loro economia. La casta dominante dei finanzieri si è impadronita dei servizi segreti e degli armamenti degli Usa e avanza schiacciando tutto e tutti senza pietà".
    Lei però, onorevole Bossi, sosteneva che, dopo la fine della dialettica tra materialismo comunista e materialismo capitalista la storia non sarebbe finita, bensì sarebbe nata una nuova dialettica simile a quella che dominò per secoli in Europa: la dialettica tra ateismo e Cristianesimo.
    "Come ho detto prima, la manifestazione contro il "Millennium Round" è un concreto segnale della dialettica politica che ritorna nella storia. La contrapposizione è ora tra globalizzazione e valori, tra grande finanza e tradizione, tra materialismo e i popoli e la famiglia.
    Ovvero tra economia virtuale che concentra le banche e l’economia reale vicino al popolo".
    Il Millennium Round di Seattle preannuncia allora il cambiamento della natura politica anche da noi?
    "In Italia per evitare che i popoli ritornassero sulla scena della storia hanno applicato il sistema elettorale maggioritario. Per fermare la Lega. In questo modo tengono separato artificialmente ciò che è simile: la natura imperialista del comunismo che è rimasta in D’Alema e che gli impedisce di riformare lo Stato in senso federale e l’espressione del capitalismo finanziario e virtuale del Polo, il capitalismo che ha vinto. In realtà il maggioritario tiene separato ciò che è simile per ritardare il più possibile la nascita della nuova dialettica che verrebbe incarnata dalla Lega e dalla Chiesa. Sarebbe il "polo dell’amore" che difende la famiglia e i popoli e per conseguenza anche l’economia reale".
    Lei, dopo essere uscito dal governo del Polo, disse più volte che bisognava aspettare la Chiesa, che la Chiesa prima o dopo sarebbe arrivata. Nello stesso momento lei sosteneva che il post-comunismo di D’Alema non ce l’avrebbe fatta a ricollocarsi. Queste sue due convinzioni non si sono verificate. Come lo spiega?
    "Io ritenevo allora che D’Alema non avrebbe potuto traghettare da nessuna parte gli ex-comunisti. I suoi legami erano, nel maggioritario, gli ex-cattolici del Ppi e le idee federaliste della Lega. ma il comunismo era stato sia anticristiano, sia antifederalista e quindi D’Alema non ce l’avrebbe fatta. Non avevo previsto però l’ingresso in campo di Clinton, nelle cui braccia D’Alema si è gettato immediatamente, accettando di pagare il prezzo della consegna delle basi aeree per la guerra contro i serbi senza passare dal parlamento, così come prevede la legge. A mio parere D’Alema ha anche consegnato a Clinton il povero Ocalan, leader dei curdi".
    Perché a Clinton interessa D’Alema?
    "Perché l’America è l’ultimo Stato illuminista che volendo controllare il mondo deve considerare gli uomini solo come persone, cioè come uomini mascherati tutti con la stessa maschera, sia davanti alla legge, ma anche davanti alle religioni, alla storia e quindi all’economia della globalizzazione. Allo stesso modo D’Alema, in quanto ex comunista, rappresenta l’ideologia sconfitta dalla storia, ma altrettanto illuminista e giacobina di quella americana. La sinistra, che esercitava l’imperialismo all’interno degli Stati, al contempo vede il male all’interno dello Stato e il bene in tutto quello che sta fuori: quindi apre il Paese in maniera indiscriminata all’immigrazione selvaggia, distruggendo i popoli e favorendo in questo modo la globalizzazione, cioè il dominio totale e tirannico dell’alta finanza".
    Quando lei abbandonò il Polo non comprese che D’Alema si sarebbe rilegittimato passando in un battibaleno da Mosca a Washington?
    "Purtroppo non lo previdi".
    Perché nasca la nuova dialettica globale-locale la Chiesa e la Lega dovranno, secondo lei, trovare battaglie comuni?
    "Alla fine sarà così. La Chiesa ha i suoi problemi interni, per 150 anni è indietreggiata davanti alle massonerie e qualche decennio fa gli americani l’avevano già infiltrata con la P2, con i Marcinkus, al punto che molti alti prelati parlavano di "sincretismo", ossia di una super-religione unificata tra Cristianesimo, islamismo ed Ebraismo".
    Segretario, la lotta è indubbiamente difficile, ma lei sostiene che la storia sta cominciando a muoversi nel senso giusto e che a fronte dell’ateismo della società a caste dell’economia virtuale della finanza sta preparandosi il "polo dell’amore": la Chiesa che difende la famiglia e la Lega e i popoli e la loro economia reale?
    "La storia non è morta. Ritorneranno gli uomini, ma bisogna fare presto, perché il nemico distrugge a supervelocità".
    Il ministro delle Risorse Agricole Paolo De Castro dimostra che è sempre dalla sinistra svenduta agli Usa che arrivano segnali negativi per i padani.
    "In questo momento - dice De Castro - l’Italia è più vicina, in materia agricola, agli Stati Uniti che all’Europa". E sostiene che, mentre per i prodotti continentali (latte, formaggio, cereali), quindi per quelli padani, l’Italia può fare concessioni agli Usa, ma guai se si toccano i prodotti agricoli come ortaggi, olio, vino, la cosiddetta produzione mediterranea.
    "È la dimostrazione che occorre la Padania al più presto o almeno la Devolution, un parlamento del Nord che ci dia la possibilità di rivolgerci direttamente all’Europa e avere competenze specifiche. Per non morire
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Bossi: «Ora ci si affronta sulla Costituzione Ue»
    «Le due anime dietro l’euro»
    di Gianluca Savoini

    Onorevole Bossi, i nemici di questo governo ormai l’attaccano senza misure. Ora ci si mette anche Romano Prodi, le cui critiche sono state enfatizzate da quotidiani come Il Messaggero e il Corriere della sera. Prodi l’accusa di essere contro l’euro.
    «La mia colpa è in realtà inesistente, perché io non sono affatto contro l’euro. Mi attaccano cercando di nascondere che in discussione non è l’euro, ma il tipo di Europa che si può mettere dietro l’euro: un Superstato, come vogliono la sinistra e la finanza franco-tedesca, oppure un’Europa dei popoli che conserva la democrazia?».
    La democrazia, quindi lo stato-nazione?
    «Sì, la democrazia è nata con lo stato-nazione e muore se muore lo stato-nazione. Quindi l’Europa non faccia morire lo stato-nazione e il potere che arriva dal popolo per sostituirlo con il potere che arriva dall’alto, che è il modello dei tecnocrati, dei comunisti e dei finanzieri. Il destino dei popoli è sempre stato segnato dalle riforme monetarie. E anche questa volta l’euro lascerà segni indelebili nel destino dei popoli».
    Non teme che la libertà dei popoli venga compromessa dall’euro?
    «È certo che nessun popolo è libero senza una sua moneta. A mio parere bisogna trovare, nella realtà attuale, una mediazione tra democrazia, libertà dei popoli e moneta. E questa mediazione sarà al Costituzione europea».
    Non ritiene però che, oltre alla libertà dei popoli, anche la democrazia sia stata compromessa della nascita dell’euro?
    «Se intende dire che i popoli hanno subìto l’euro, è vero. Nè in Germania, nè in Spagna, nè in Italia chi governa ha sentito il bisogno di chiedere al popolo se volesse o meno la moneta unica europea. Non si è fatto nessun referendum in merito, anche perchè dove l’hanno fatto o l’euro l’ha spuntata di misura, oppure è stato bocciato, anche due volte di seguito, come in Danimarca. Purtroppo i nostri dirigenti si ritenevano depositari del bene comune e della verità assoluta troppo alta per chinarsi al livello del “popolo bue”».
    Mi scusi, segretario, se lei conferma che con l’euro non aumentano nè la democrazia, nè la libertà, allora quali sono i vantaggi della moneta unica europea?
    «L’euro è soprattutto una competizione con il dollaro “pigliatutto”, che ha fatto per tanto tempo il bello e il cattivo tempo. È una specie di sfida dei paesi europei uniti contro gli Usa, mai esplicitata chiaramente».
    Ma questa moneta ce la potrà fare contro il dollaro?
    «Sulla carta sì, potrebbe farcela. Ci sono circa 300 milioni di abitanti in Europa, con un prodotto interno lordo di poco più di sei trilioni di dollari, a fronte dei 270 milioni di abitanti negli Stati Uniti, con un pil di più di otto trilioni di dollari. Si tratta di differenze non abissali che potrebbero essere colmate con l’arrivo degli investimenti extraeuropei».
    Le Cassandre dicono però che l’euro non ce la farà...
    «Secondo me ce la può fare se riesce ad attrarre i capitali, ad esempio, dei paesi arabi. Non sarà facile, però, perché i banchieri di Wall Street non se ne staranno con le mani in mano. Una delle più famose Cassandre nei confronti dell’euro fu Margaret Thatcher che considerò la moneta unica europea un vaso di coccio. Oppure Milton Friedman, che ha previsto che si produrranno conflitti in Europa e persino tra Europa e Usa».
    In effetti minacciano di comparire all’orizzonte i fantasmi dell’inflazione, la crisi della competitività per mancanza di tecnologia.
    «Chi vivrà vedrà. Quello che adesso è fondamentale è che non si applichi lo stesso metodo antidemocratico fin qui usato per fare la Costituzione europea».
    È vero che la Lega Nord sta per iniziare un serie di convegni dallo strano nome “è pluribus pauca”? Può spiegarci che significa?
    «Significa: da tante nazioni poche competenze all’Europa. Solo quelle che possiamo fare insieme, tenendo presente che ci sono un’infinità di lingue differenti, che quindi non c’è un’opinione pubblica comune, in quanto leggiamo giornali differenti e vediamo televisioni differenti».
    Insomma, perché non c’è ancora la comunità europea. «Appunto».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Bossi: «Comunisti e grande finanza alleati contro i popoli»
    La sinistra combatte i valori dell’Occidente
    di Gianluca Savoini

    La sinistra è contro i valori dell’Occidente, di un Occidente che non è diventato comunista e che quindi va annientato. E per farlo ecco le frontiere spalancate agli immigrati extracomunitari, che hanno caratterizzato la legge sull’immigrazione targate Ulivo. Umberto Bossi è intervenuto in una lunga intervista a Radio Padania Libera, concessa lunedì pomeriggio, sulla questione dell’immigrazione, ribadendo che la nuova legge ormai sta per entrare in discussione in parlamento. Il segretario federale della Lega Nord ha anche affrontato diverse altre questioni d’attualità, rispondendo alle domande del direttore dell’emittente, Matteo Salvini.
    La Cgil cerca lo scontro con Maroni.
    Sulle trattative in corso tra governo e sindacati, Bossi ha puntato il dito soprattutto su Cofferati. «Mi pare che Maroni stia dialogando con i sindacati - ha detto -. Chi spinge per rompere è invece la Cgil, che cerca di creare lo scontro frontale governo-sindacati per ottenere l’egemonia sindacale. Si tratta di un gioco pericoloso, però. La Cgil fa tutto per motivi politici. Secondo me però il governo non ha ancora attivato gli organi informativi, altrimenti la gente saprebbe che nessuno verrà licenziato. È il caos informativo, insomma, a creare tensioni, bisogna informare bene i cittadini sulle proposte di Maroni: si tratta di trasformare i contratti a tempo determinato in contratti a tempo determinato».
    Difendere l’asse popolo-parlamento significa difendere la democrazia.
    Il ministro per le Riforme ha quindi ribadito il suo pensiero sui rischi che corre la democrazia. «L’asse popolo-parlamento è l’asse della democrazia - ha spiegato -. L’alternativa alla politica sono i poteri forti, mascherati sotto il nome di “società civile”, che io non ho mai visto camminare a testa alta. Quando si va ad attaccare la democrazia si può utilizzare, come insegnò Stalin, anche la magistratura. Basta leggere la Costituzione dell’Unione sovietica per capire che se manca la democrazia, ovvero l’asse popolo-parlamento, per mantenere in piedi uno stato si deve ricorrere a qualcosa d’altro, ad esempio la magistratura, i suoi processi e le sue sentenze. Allora Stalin fece le famigerate “purghe”, basta studiare la storia».
    Quale Europa avremo in futuro?
    «In Europa la gente ha lingue differenti, legge giornali differenti, c’è un’opinione pubblica differente, disomogenea e non si riesce a far partire un processo democratico nel parlamento europeo - ha poi sottolineato Bossi -. La democrazia è nata ben prima dell’Ue, dalle “polis” greche, dalla fase democratica della Roma classica... Il processo di una democrazia diffusa si è avuta con la nascita dello stato-nazione, un concetto moderno, basato sull’asse popolo-parlamento e omogeneo alla base. Il problema è come tenere in piedi lo stato-nazione mentre si avvia il processo europeo. Non vogliamo un Europa super-stato che creerebbe un meccanismo pericoloso, utilizzando peraltro il potere della magistratura contro la sovranità popolare».
    Il rischio di un governo mondiale.
    «Il rischio è che si creino dei meccanismi a livello mondiale che dall’alto comandino tutti - ha aggiunto il leader leghista -, controllino la storia, in modo che non sia più possibile la democrazia. Sarebbe una dittatura spaventosa, centralizzata e mondializzata. Viviamo in un momento particolarmente importante in cui un ruolo decisivo sarà svolto dall’informazione, dalla televisione in particolare, ovvero la creatrice dell’opinione pubblica».
    I nuovi vertici Rai siano nominati dai politici. Bossi ha anche replicato all’ipotesi fatta dal presidente della Camera di non far più nominare i vertici della Rai dai presidenti di Camera e Senato, ma da tecnici.
    «Non vorrei - ha spiegato Bossi - che, dopo tanti sforzi fatti per vincere le elezioni, adesso arriva Casini che vorrebbe sganciare dalla politica le nomine della Rai e affidarle ai cosiddetti tecnici, che altro non sono che democristiani e comunisti. Cosa diavolo ci interessa dei democristiani e dei comunisti? Quelli si sono politicamente salvati soltanto perché al Nord, purtroppo, c’è gente che non ha capito bene. Se soltanto la gente si rendesse conto di cosa ci aspetta nel futuro a causa delle scelte democriste del passato, che ci hanno portato via un sacco di quattrini per trenta-quarant’anni! Quei furfanti lì ci sono ancora».
    Milano centrale finanziaria del Sud Europa.
    «Se noi non riusciremo a trasformare Milano in grande centrale finanziaria del Sud Europa, il Nord che lavora passerà soltanto brutti momenti- ha precisato il segretario federale -. La natura del capitalismo, con la caduta delle barriere doganali e con l’euro, è profondamente cambiata. Ora le piccole imprese del Nord sono sottoposte a grandi rischi, mentre i democristiani sono rimasti ancora dentro le banche a trafficare e per sopravvivere si sono venduti alle banche straniere. Noi oggi paghiamo i disastri di un ladrocinio che ci ha letteralmente devastati. Dobbiamo recuperare il risparmio per sostenere le piccole e medie imprese padane, altrimenti siamo destinati a fare una brutta fine. In fondo l’Europa non l’ha fatta De Gasperi, ma i tedeschi e i francesi, Kohl e Mitterrand, per i loro affari. E noi ci entriamo solo come consumatori, non come produttori e dovremo assumere i loro prodotti. Grazie alla dabbenaggine del Nord, che non ha capito nulla di quello che stava succedendo».
    La nuova legge sull’immigrazione non si tocca.
    Parlando quindi del “flop” della manifestazione a Roma degli immigrati clandestini e dei comunisti contro la legge Bossi-Fini, il leader del Carroccio ha dichiarato che a Roma «hanno sfilato poche persone, questa è la verità. La legge ormai entra in aula e la sinistra fa ostruzionismo totale a livello di commissione (duemila emendamenti depositati dall’Ulivo in commissione al Senato, ndr) in quanto ha investito nella fine dell’Occidente: visto che non può diventare comunista, hanno pensato quelli di sinistra, allora è meglio distruggere l’Occidente, le sue radici, le sue tradizioni, le sue identità, facendolo invadere da milioni di immigrati extracomunitari e utilizzando la globalizzazione per questo scopo. Altro che “no global”! I famosi “no global” rappresentano invece i massimi esponenti della globalizzazione, vogliono l’apertura totale delle frontiere».
    Cambio in vista anche in Germania?
    «Speriamo che Stoiber, contrario all’immigrazione, vinca le elezioni tedesche di settembre - ha auspicato Bossi -. Poco alla volta, dopo il patto Bossi - Berlusconi, fatto sulla necessità di far prevalere la sovranità popolare, si sta muovendo qualcosa in tutta Europa. Fino ad un paio di anni fa sembrava che la sinistra avesse vinto in tutti i campi ovunque, vi ricordate? Adesso il vento è finalmente cambiato».
    Euro versus dollaro.
    Trattando dell’euro, Bossi è tornato indietro di sessant’anni. «Nel 1944 - ha detto - a Bretton Woods le potenze che stavano vincendo la guerra avevano proposto l’idea di una moneta mondiale, un paniere unico di riferimento per tutte le altre monete, con una banca mondiale e senza il consenso di alcun popolo. Stalin, non capendo nulla di economia occidentale, si schierò contro le idee di Keynes e così il dollaro è diventato l’unica moneta di riferimento nel mondo. Poi venne il ’68, che fece fuori in Francia De Gaulle, ovvero colui che osò chiedere agli americani di pagare in oro i loro dollari, visto che c’era la conversibilità dollaro-oro. Così arriviamo ai giorni nostri, quando l’asse franco- tedesco, cominciò a ragionare sugli effetti di una moneta unificatrice dell’Europa, in grado di contrapporsi al dollaro. Nacque l’euro, una vera dichiarazione di guerra all’America. Un po’ tutti noi comunque facciamo fatica ad accettare un certo tipo di società americana, eccessivamente aperta, troppo materialista. Quindi dietro l’euro c’è anche una certa ragione. Ma l’euro non è l’Europa, bisogna vedere cosa c’è dietro questa valuta. La partita è aperta. Quelli che hanno perso la seconda guerra mondiale vogliono fare un parlamento europeo espressione di un super-stato europeo. I comunisti e la finanza europea pensano a questa strategia. Noi invece non siamo disposti a finire in una dittatura, nell’Unione sovietica dell’Occidente, senza democrazia. Un’Europa che per mantenere il potere scatenerebbe inevitabilmente il potere giudiziario contro i cittadini».
    Il ricordo di Mani Pulite contro la Lega.
    «Avevamo già visto come il pool di Mani Pulite cercasse di fermare il cambiamento colpendo la Lega e cercando il primato giudiziario su quello politico. La Lega, già temuta e odiata dal mondo dei framassoni e dell’alta finanza, veniva colpita dalla magistratura, legata alla sinistra e alla grande finanza. Attenzione quindi al super-stato europeo, che porterebbe reazioni popolari molto dure».
    La Lega lavorerà sempre sul territorio.
    «Importante sarà lavorare sul territorio, far capire alla gente qual è la posta in palio e puntare ad avere circa 15mila abbonati al nostro quotidiano, la Padania - ha concluso Bossi -. Solo così i padani capiranno qual è la grande battaglia in corso. Leggendo altri giornali si faranno soltanto infinocchiare da chi non vuole cambiare nulla. Noi non ci piegheremo al disegno di chi vuole la dittatura europea e mondiale antidemocratica e per questo continueremo a lavorare sul territorio, tra la gente, come sempre abbiamo fatto e sempre faremo».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Bossi: «Tra spiritualità e globalizzazione occorre la politica delle identità
    INTERVISTA AL SEGRETARIO FEDERALE / Le sue considerazioni
    sull’incontro interreligioso
    Sincretismo, reazione alla paura di Lucifero
    »
    di Gianluca Savoini

    L’incontro interreligioso di Assisi fa nascere il dubbio che possa emergere il sincretismo, ossia il rischio di mescolare tutte le religioni in un pastone informe, tagliando le loro radici tradizionali. Onorevole Bossi, secondo lei esiste un simile rischio?
    «Indubbiamente tra i problemi principali del cambiamento profondo in corso in questi anni c’è il rischio del sincretismo, non solo dei valori religiosi, ma anche di quelli civili, dei valori legati alla tradizione. Siamo di fronte alla nuova forma universale del mito politico nichilista. Affermando il sincretismo, il tempo presente cancella il tempo passato e la memoria».
    Quali sono secondo lei le conseguenze del sincretismo nella nostra società?
    «Assistiamo alla frantumazione dell’individuo, che viene sradicato dalla sua famiglia, dalla sua comunità, dalla sua terra, dalla sua classe sociale. È un’evoluzione della specie che ha fatto apparire l’uomo “a taglia unica”, senza più una religione specifica, senza più una terra specifica, senza più una famiglia specifica».
    Senza più i punti di riferimento che l’hanno contraddistinto nella sua storia?
    «Proprio così. I valori tradizionali si stanno mescolando in una marmellata annientatrice: il nichilismo».
    È come se lei dicesse che l’evoluzione verso il sincretismo annulla lo spirituale.
    «È quello che io avverto. L’uomo a taglia unica non è nient’altro che l’uomo senza passato, senza una storia. Un essere fragile, inconsistente, destinato ad essere travolto».
    Se sullo spirituale incide il sincretismo, sul materiale incide la tecnica con effetti altrettanto forti?
    «Anche qui sono avvenuti cambiamenti drammatici. Mentre la vecchia ricchezza era definita “ben di Dio” (ossia ferro, petrolio, oro, frumento, prodotti della terra), la nuova ricchezza viene creata dall’uomo direttamente attraverso il software e i suoi derivati finanziari. L’artificiale prevale sul reale e sul naturale in maniera addirittura irreversibile quando prende forma transgenica. Si rinnova in altre parole il “mito di Lucifero”».
    Quindi lei vede nel mondo moderno la presenza del mito di Lucifero per quanto riguarda le trasformazioni materiali. Per quelle spirituali invece lei vede il mito politico del nichilismo, che esprime l’uomo a taglia unica. Visto che siamo in tempi di euro e di globalizzazione, quali sono le conseguenze di tale processo in materia economica, segretario?
    «La moneta unica europea ha sicuramente una funzione dissolvente per le identità economiche. Così si attua il superamento degli Stati-nazione, che sono il contenitore storico della democrazia».
    Cosa succede con la fine dello Stato-nazione?
    «Prevale la “governance” europea e mondiale, basata non più sulla sovranità popolare, cioè sulla democrazia, bensì sulla supremazia della magistratura e delle “purghe” che i nuovi padroni le commissionano inventando nuovi diritti da far rispettare che sono diritti artificiali e calati dall’alto e non già naturali e provenienti dal popolo».
    Sembra il ritorno dello stalinismo...
    «Certamente Stalin fu un precursore delle dittature e delle loro “governance”».
    Qual è il fine di tutto questo processo?
    «Una nuova struttura della ricchezza, che viene dematerializzata, finanziarizzata, globalizzata. Questa struttura corrisponde alla nuova struttura del potere. Il nuovo Re ha forma smaterializzata, apolide e irresponsabile. Il nuovo Re coincide con le èlites che creano e manipolano la nuova ricchezza. Attraverso i mass-media queste èlites fabbricano il consenso inerte delle masse».
    Alla fine questo progetto è finalizzato a concentrare un potere sempre più grande nelle mani di pochi?
    «Non c’è il minimo dubbio. La nuova e futura società cosmopolita non ha più niente della vecchia e per questo motivo può essere eterodiretta».
    Davanti al quadro da lei tratteggiato che soluzioni ci sono?
    «Occorre trovare un baricentro politico, che è a mio parere quel che resta degli stati-nazione e lavorare con una cultura che contenga con il nuovo anche il vecchio».
    Il baricentro politico è rappresentato allora da quel che resta dello stato-nazione?
    «Sì. Penso che lo strumento più adatto contro l’attuale rischio di dittatura sia la doppia devoluzione: forte verso il basso, debole verso l’alto, verso l’Europa, laddove non esiste la sovranità popolare. Inoltre occorre rilanciare la memoria della terra, della cultura, della famiglia. Solo così le negatività, la perdita di identità dell’uomo a taglia unica, la colonizzazione e la paura possono essere vinte. Il no all’immigrazione, il sì alla famiglia, il no al sincretismo sono altrettante scelte politiche che potranno impedire il dissolvimento dell’uomo e della sua storia».
    Ritornando al tema di apertura, quello dell’incontro di Assisi, come mai le chiese si riuniscono attorno al sincretismo dei valori, rischiando il nichilismo?
    «Secondo me tutto nasce dalla paura del mito di Lucifero, che viene avvertito dalle chiese come il rischio maggiore per la spiritualità. Affinchè la paura di Lucifero non conduca al nichilismo, alla frantumazione dell’individuo, occorre che tra spiritualità e globalizzazione si inserisca una politica radicata nelle comunità, nelle diversità delle identità, nella famiglia».
    Una politica rappresentata dalla Lega, onorevole Bossi?
    «Certo, la Lega è la principale forza politica schierata in battaglia a favore delle identità e delle diversità dell’essere umano».
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    L’Europa dei popoliNo ad un super stato basato sulle leggi del Mercato
    La nostra idea di Europa è fondata
    sui popoli, sulla democrazia, sul rispetto
    delle tradizioni di ogni singolo
    Paese. Non vogliamo un’entità che
    sia solo economica, né tantomeno
    un super stato che risponda alle
    logiche della grande finanza e, che
    in nome delle regole del Mercato,
    renda i popoli schiavi. Per poter raggiungere
    l’obiettivo di un’Europa dei
    popoli è quindi necessario lavorare
    per realizzare l’Europa della politica,
    dopo quella dell’euro. L’introduzione
    della nuova moneta non ha, per noi,
    significati speciali, la valutiamo per
    quella che è: una sfida al dollaro che
    potrebbe anche riuscire. Ma il punto
    principale rimane un altro: la costruzione
    dell’Europa su basi democratiche.
    Significa che ogni atto comunitario
    deve essere compiuto nel
    pieno rispetto del nostro Paese, delle
    nostre tradizioni e dei nostri popoli.
    Non accetteremo mai un’Europa che
    danneggi la comunità padana e italiana.
    Proprio in quest’ottica prende
    sempre più importanza la realizzazione
    della devolution che rafforzando
    le regioni permette loro di conservare
    intatte le proprie prerogative
    e tradizioni in ambito europeo. La
    moneta unica, naturalmente, non
    cancella le differenze di cultura tra
    le singole nazioni ma è necessario
    lavorare perché l’Europa sia un nostro
    alleato e non un nemico da cui
    difenderci. Per fare in modo che sia
    realmente così, è necessario tutelare
    i nostri interessi. E questo non è
    certo essere antieuropeisti come
    insinua la sinistra. Significa, invece,
    essere orgogliosi della propria storia
    e difenderla a tutti i costi. Certo, un
    tale compito non poteva essere portato
    avanti dal ministro Ruggiero,
    che pure è uomo di grande professionalità,
    ma che appariva, da tempo,
    obbedire maggiormente a logiche
    estranee al nostro programma al
    punto che, addirittura, Mastella lo ha
    proposto come possibile candidato
    del centrosinistra. Ruggiero si è dimesso
    senza polemiche, quelle le
    ha costruite strumentalmente la sinistra.
    A prendere in carico la Farnesina
    temporaneamente è Silvio Berlusconi.
    Una scelta che ci trova
    d’accordo perché i suoi obiettivi sull’Europa
    sono uguali ai nostri. Berlusconi,
    inoltre, renderà più affidabile
    l’azione dei dirigenti della Farnesina
    e più efficace l’azione del nostro
    Paese in Europa.
    di A.Cè
    da QUI LEGA http://www.leganord.org/qui_lega/16genpdf.pdf
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    Il piatto indigesto servito a Nizza
    di Gilberto Oneto

    Re Mida è ricordato dalla storia perché riusciva a trasformare in oro tutto quello che toccava. Il marxismo ha un potere analogo, solo che trasforma in cacca tutto quello con cui viene a contatto. E’ successo per le aspirazioni alla giustizia sociale di milioni di lavoratori ridotta a dittatura del proletariato, è successo con la voglia di giustizia diventata oppressione sovietica, si è ripetuto con le istanze ambientaliste trasformate in isteriche vessazioni per i cittadini, è sistematicamente capitato con ogni idea di libertà e di autonomia trasformata in violenza e oppressione. Invocando la libertà dei popoli ha costruito un universo di carceri e di gulag, parlando di benessere ha affamato centinaia di milioni di individui, comiziando di progresso ha condannato interi paesi al sottosviluppo culturale ed economico. Adesso ci riprova con il mondialismo. Le giuste e sacrosante opposizioni al disegno di ingrigimento globalizzante diventano in mano al marxismo violenza, brutalità, intolleranza e razzismo: si trasformano di fatto nella peggiore arma in mano al mondialismo contro l’identità dei popoli. Marxisti, comunisti e compagnia sfasciante non stanno infatti solo svaccando la resistenza antimondialista ma anche le aspirazioni all’autonomia e all’indipendenza dei popoli che sono la sola sicura garanzia proprio contro il disegno mondialista. Nelle manifestazioni di questi giorni abbiamo visto antiche bandiere autonomiste sventolare assieme a trucidi stracci rossi. Cosa c’entrano i gloriosi vessilli di Occitani, Baschi, Corsi e Sardi con la peggiore feccia marxista nella sua edizione più massimalista, statalista e spinellata? Ma, soprattutto, cosa c’entra la brodaglia poco incline al sapone dei cosiddetti centri sociali con le battaglie di liberali e di antimondialisti veri? Se c’è qualcuno che è il prodotto più coerente e avanzato della omologazione mondialista sono proprio loro, tutti uguali nei vestiti, nell’aspetto, nel comportamento, nel linguaggio e negli slogan che ripetono a memoria. Se il mondialismo è il cancro del mondo, loro ne sono le metastasi più attive e inconsapevoli. Loro che difendono l’invasione terzomondista, lo strumento più devastante della mondializzazione. Loro che sono nemici delle culture locali (li avete mai sentiti parlare dialetto?) e dei movimenti autonomisti. Loro che sono i distruttori di gazebo, quelli che picchiano la gente per bene che davvero lotta concretamente contro la tetraggine mondialista. Loro che sono i razzisti antipadani. Dicono di essere contro le mcpolpettazze (e sfasciano vetrine per tentare di dimostrarlo) ma hanno il cervello fatto di hamburger confezionati con carne di mucca pazza e internazionalista. Sono i figli del peggior mondialismo apolide, nichilista, razzista, ignorante, masochista e violento. Sia pur in versione computerizzata e internettizzata sono i comunisti di sempre, sanguinari e vigliacchi, nemici dell’umanità, del bello, del pulito e delle libertà vere, che fanno finta di fare la guerra ai loro padroni (proprio come nel ’68). Così discreditano e sporcano ogni idealità antimondialista e rendono di fatto il più bel servizio al peggiore globalismo perbenista che ha gioco facile a dimostrare (lo abbiamo visto in questi giorni) quanto sia immorale e culturalmente fragile questa opposizione. Gli antimondialisti seri vengono fatti sparire e la scena viene catturata da questi teppisti e dalla fragilità delle loro argomentazioni, con grande gioia dei mondialisti che li vezzeggiano, danno loro spazio nelle televisioni, sui giornali e nei loro locali ben riscaldati. La cacca e il cacao sono alle opposte estremità di ogni scala di valori ma sono simili per aspetto e viene facile per chi vuole gettare discredito sul cacao assimilarlo alla cacca e fare passare la cacca per cacao. Mescolandoli poi non si trasforma la cacca in cacao ma succede se mai il contrario producendo un intruglio disgustoso e vomitevole. Mettendo insieme Bové e Scalzone, le bandiere dei popoli oppressi e gli strofinacci rossi, la voglia di libertà e l’antico odio comunista per il mondo si fa solo un servizio al mondialismo, si sporcano gloriosi simboli di autonomia e di identità. Si infangano i valori delle libertà e delle autonomie: è quello che hanno sempre fatto i nemici del mondo, dai giacobini ai comunisti, fino alle loro più attuali versioni progressiste, cainiste e centrosocialiste. Chi combatte in difesa delle libertà dei popoli non si può confondere con gli eredi di Stalin e di Pol Pot; chi crede nei valori delle identità e delle autonomie locali non può essere statalista, materialista o internazionalista. Il socialismo è da sempre il principale strumento per la distruzione di ogni differenza e di ogni aspirazione all’autonomia e all’indipendenza delle comunità grandi e piccole gelose delle proprie identità. Cosa c’entrano il subcomandante Bertinotti, Dario Fo e i più trucidi guitti di un marxismo tenuto in vita artificialmente dai suoi finti avversari con le nostre lotte di popoli oppressi contro i nazionalismi giacobini, contro l’arroganza statalista, contro burocrati e banchieri apolidi e contro il mondialismo di cui sono i prodotti più coerenti e i lacchè più fedeli e ottusi? Gli autonomisti veri, quelli che non vogliono un mondo di plastica uniforme e illiberale non sono andati a Nizza perché lì si è svolta una farsesca messinscena di una finta rissa fra sodali, un triste carnevale nel quale si è permesso ai servi e ai manutengoli del mondialismo di far finta di prendersela per un giorno con i loro padroni e benefattori. Cacca e cacao sono ingredienti che non possono stare assieme. Mescolandoli in salsa comunista ne viene fuori un piatto mondialista indigesto. Se lo mangino loro.
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    In Il declino dell’uomo lo scienziato prendeva una netta posizione
    contro la tecnocrazia delle multinazionali
    Konrad Lorenz, una voce anti-mondialista
    di Giuseppe Mosca

    Konrad Lorenz conseguì il premio Nobel per la medicina e la psicologia, fu ordinario di psicologia comparata a Königsberg, fondò a Vienna l’Istituto di ricerca comparata sul comportamento, diresse in Baviera la Sezione di fisiologia del comportamento presso l’Istituto Max Planck e fu direttore del Dipartimento di sociologia animale presso l’Accademia austriaca delle Scienze. Considerato il fondatore dell’etologia (scienza che studia sia i caratteri e i costumi dei popoli sia le abitudini degli animali) Konrad Lorenz scrisse vari libri di grande interesse scientifico e di grande successo. Libri tuttora attualissimi che testimoniano la lungimiranza dello scienziato austriaco, il quale negli ultimi anni della sua lunga vita non esitò nello “scendere in campo contro la moderna tecnologia”. Nella nota opera Il declino dell’Uomo, scritta all’inizio degli anni Ottanta, Lorenz ha affrontato obiettivamente i gravi pericoli d’origine mondialistica che incombono sulle generazioni presenti e future. «Una situazione disperata» secondo la definizione dello stesso autore che vide nel “sistema tecnocratico”, ossia nel sistema voluto dal mondialismo, la minaccia di una distruttiva dittatura planetaria. «Anche se i giovani non si rendono esattamente conto di tutti i particolari dell’ordine sociale dominante - scrisse Lorenz - fra la gioventù comincia a farsi strada la convinzione che l’esplosiva crescita economica e demografica condurrà inevitabilmente ad una catastrofe e che l’esasperarsi della divisione del lavoro e di una rigida organizzazione minaccia di causare un impoverimento dell’umanità e la perdita di alcuni diritti fondamentali dell’individuo (in altri termini una misera schiavitù). Il sistema che attualmente domina la tecnica e l’economia (in altri termini il capitalismo mondialistico) ha messo in moto dei processi di sviluppo ormai irreversibili, o solo difficilmente reversibili, che minacciano di annientare la specie umana». A proposito dello strapotere economico-sociale oggigiorno esercitato dalle grandi “multinazionali”, tentacoli del mondialismo, il lungimirante Lorenz scrisse: «Le imprese industriali sono tanto più stabili quanto maggiori sono le loro dimensioni. È possibilissimo che le “multinazionali” di tutti i Paesi si uniscano e diano vita ad un unico potere mondiale: un simile processo annienterebbe definitivamente la società aperta da cui dipendono, come ha denunciato in modo convincente Karl Popper, le nostre possibilità di conservare la qualità di uomini... ». E ancora: «In Brave New World ed in Brave New World Revisited il noto scrittore inglese Aldous Huxley ha tracciato un quadro spaventoso della “civiltà del futuro”: grandi masse umane saranno costrette da una ferrea organizzazione a chinare il capo ad una divisione del lavoro coatta e rigida sin nei minimi particolari... Tali individui tuttavia saranno felici e soddisfatti perché saranno condizionati sin dalla culla da un indottrinamento coatto ben sperimentato e la contentezza sarà messa a loro disposizione dagli psicofarmaci». Konrad Lorenz concluse esprimendo un cauto ottimismo poiché fra la gioventù sono sempre più numerosi gli individui che si stanno rendendo conto della pericolosità del “sistema tecnocratico” imposto in tutti i continenti dal mondialismo: auguriamoci che l’ottimismo dello scienziato austriaco si riveli giustificato! È consigliabile l’attenta lettura di tale libro a tutti coloro i quali hanno compreso e stanno comprendendo i mortali pericoli del mondialismo ossia dello strapotere già esercitato dal capitalismo internazionale nel settore politico ed economico, finanziario e industriale, sociale e culturale. Primaria finalità del mondialismo è il trasformare l’intero pianeta in un immenso “supermarket” dove tutte le popolazioni, tutte le etnie (massificate tramite la “dottrina democratica” ed ibridate tramite la “società multirazziale”) verranno schiavisticamente sfruttate dal capitalismo internazionale: in altri termini un’immensa mandria umana che i pastori mondialistici indirizzeranno, a proprio vantaggio, imponendo in tutti i continenti unificate direttive economiche e politiche. Una tirannide che degraderebbe irreversibilmente l’intera umanità e l’intero pianeta tra catastrofi ecologiche e demografiche. A ragione il mondialismo è stato definito “il più grave pericolo che incombe sulle generazioni presenti e future”. Ma questo pericolo planetario non appare inevitabile poiché il mondialismo è vulnerabile. Molto più vulnerabile di quanto credano i presuntuosi pastori mondialistici, i corrotti politici al loro servizio, gli ottusi ottimisti tecnologici di varie provenienze, le masse degradate dal consumismo e inebetite dalla propaganda mondialistica. Le sempre più vicine catastrofi ecologiche d’origine chimica e nucleare, i crescenti dissesti originati dalla sovrappopolazione e dalla società multirazziale, la divorante distruzione delle risorse alimentari e minerarie del pianeta, la progressiva distruzione delle civiltà e culture tradizionali: ecco le cause (causate da quel materialismo consumistico ovunque imposto) dell’imminente crollo del mondialismo stesso i cui santoni, servitori e seguaci sono insensati come coloro che abbattono gli alberi per raccoglierne più comodamente i frutti... E che la recentissima rivolta antimondialistica di Seattle, esplosa nella principale roccaforte del mondialismo, sia significativo preludio di altre ribellioni: il mondo non deve essere trasformato in un mercato globale tra distruzioni di vitali equilibri naturali, le tradizioni e le caratteristiche di tutte le etnie non devono essere massificate dal consumismo e dalla società multirazziale. Contro quel mondialismo, che irreversibilmente annienterà l’intera umanità ed avvelenerà l’intero pianeta entro pochi anni o al massimo entro pochissimi decenni, dovranno schierarsi le nuove generazioni esigendo l’eliminazione dei prodotti nocivi e delle fonti d’inquinamento, l’indipendenza dalle etnie e delle culture tradizionali, la difesa ad oltranza della natura e dei veri valori umani.
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    La globalizzazione architettonica ha creato tipologie
    edilizie che non hanno nessuna relazione col paesaggio
    Un camino contro il mondialismo
    Aldo Marocco ripropone un elemento che da sempre
    ha caratterizzato le nostre terre
    di Gilberto Oneto

    Anche in architettura si assiste allo scontro fra mondialismo e rispetto per le culture locali, fra l’uniformazione di ogni espressione e la difesa orgogliosa di antichi e vitali dialetti espressivi. In architettura il mondialismo si esprime nelle nonforme di un razionalismo fallimentare, nel rigetto fobico per ogni decorazione, nella creazione di forme elementari che pretendono di andare bene in tutti i posti (e che in realtà sono ovunque fuori luogo), nella maniacale ricerca di nuove tecnologie, nel rifiuto delle culture locali e tradizionali in nome di una utopia costruttiva (nel significato letterale di “non posto”) immaginata per un (per fortuna) inesistente uomo ideale che abbia le stesse misure, le stesse esigenze e le stesse idee dal Polo (nel senso geografico, per carità…) all’Equatore.
    Così il mondialismo architettonico ha fatto case e quartieri tutti uguali (e brutti) e si è inventato delle tipologie che non hanno nessuna relazione col paesaggio in cui sorgono, e nella cultura vera e diversa degli uomini che sono costretti ad abitarci dentro. Le case sconsideratamente ridotte da Le Corbusier (il primo santone del mondialismo più delirante) a “macchine per abitare” – sono diventate delle scatole tecnologiche senza forma, senza decorazione e senza anima. Sono scomparsi tutti quegli elementi che le rendevano più belle, riconoscibili, preziose e personalizzate ma anche più vivibili. I tetti si sono appiattiti (confondendo panorami alpini con vedute mediterranee), sono spariti i colori, i materiali organici, gli affreschi, le santelle e tutte quelle decorazioni artistiche magari ingenue ma entusiasmanti che facevano più bello il mondo. Una delle vittime più illustri dell’iconoclastia modernista e globalizzante sono stati i camini (sia nel senso di focolai interni che di fumaioli esterni). Dalle coperture delle case sono spariti fastigi e comignoli che spesso avevano forme artistiche grandiose e sfolgoranti per essere sostituiti – quando va bene – da tubazzi metallici o da norchie in cemento.
    Il camino sul tetto di una casa è come la penna del cappello alpino, come un ciuffo ingessato per un guerriero celtico, un cimiero, una chioma colorata per un punk, un diadema per una dama, è il tocco finale, la ciliegina, che completa un’opera d’arte architettonica. L’attenzione per le loro forme, i loro significati e la loro forza poetica sono un atto di resistenza contro il mondialismo anestetico e inestetico che sta distruggendo tutto quello che c’è di bello attorno a noi. Anche per questo è degna di grande lode l’opera cui da tempo si dedica un artista capace, intelligente e colto come Aldo Marocco. Parte del suo lavoro è stato raccolto in due bei volumi (I camini gradesi del 1977 e Dalla realtà alla fantasia negli ultimi camini veneti del 1998) nei quali l’artista raccoglie decine di disegni e di schizzi di fumaioli della sua zona, molti dei quali sono delle autentiche e nobili sculture. Per trovare un lavoro analogo per impegno scientifico di ricerca, per abilità di rappresentazione artistica, e per affetto ed entusiasmo culturale bisogna tornare ai lavori di Luigi Angelini sull’arte minore bergamasca e a un capitolo dedicato proprio ai camini, nel quale si ritrovano la stessa abilità grafica, lo stesso amore ma anche le stesse forme famigliari dei disegni di Marocco.
    I camini, si è detto, sono segno di forte espressività identitaria e di amore ambientale: non è un caso che le terre di Padania siano sempre state molto ricche di questa forma di espressione artistica (oltre che di abilità tecnologica e funzionale). Poche altre parti di mondo possono presentare un panorama così vario e ricco, ma anche purtroppo così dimenticato e sottostimato. Anche per questo è doppiamente lodevole l’opera di studiosi e di appassionati come l’artista gradese. Marocco è molto noto per la sua grande e poliedrica produzione artistica che tocca la scultura, la grafica, il mosaico, la pittura ad affresco e la produzione di vetrate: tutte espressioni che hanno solide radici nella tradizione culturale locale della cui intelligente e vivace interpretazione è uno degli operatori più capaci. Nelle sue numerosissime mostre personali, nelle sue opere e nelle sue pubblicazioni si ritrova sempre questo grande amore per la propria terra, per la tradizione e per l’arte intesa come espressione di forte spiritualità popolare. Non è neppure un caso che Marocco abbia avuto come grande amico ed estimatore Biagio Marin che ha arricchito con belle poesie alcune delle sue pubblicazioni. L’amore e l’interesse per la cultura identitaria hanno portato Marocco ad affrontare anche tematiche che all’aspetto artistico uniscono interessi ambientali e di documentazione storiografica e scientifica: un suo bellissimo saggio sui Casoni della Laguna e sulle loro tecniche costruttive sarà ripubblicato sul prossimo numero dei Quaderni Padani.
    Sono tutti piccoli e grandi atti della guerra che la cultura identitaria sostiene contro il globalismo che mortifica e banalizza l’arte, il bello, e tutte le differenze materiali e spirituali che sono il vero sale della vita e della civiltà.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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