Ho letto diversi passaggi del dialogo tra i vescovi e il povero prof. Biagi. E' un documento che meriterebbe di essere conosciuto e discusso in molte sedi, perché tocca il cuore delle contrapposizioni italiane (e degli equivoci). Mi ha colpito in particolare una frase dei vescovi : "...il lavoro non può essere sacrificato al profitto". Credo necessario chiarire cosa si intende per profitto, poiché le due cose non mi sembrano contrapposte o contrapponibili. Il profitto è l’esigenza imprescindibile che il ricavo sia superiore ai vari costi di produzione. Lo stesso marxismo (che lo chiama plus valore) contestava la privatizzazione del profitto nelle mani del padrone, ma non certo il profitto in sé, che doveva piuttosto essere “socializzato”. Se non sbaglio il profitto è la misura del lavoro, se non esce fuori non ha senso lavorare, la stessa parola scomparirebbe (si chiamerebbe gioco, hobby...). Esempio di “lavoro” senza profitto era la commessa ungherese (mio viaggio del 1976) che all'ingresso del grande magazzino era addetta a consegnare agli avventori un cestino ciascuno. Un non-lavoro, appunto, che non a caso ha fatto crollare il sistema su se stesso.
Il lavoro è una cosa seria poiché esso è tutt’uno col mercato, ovvero col gusto e i bisogni delle persone, col fatto che se una merce non piace e non viene comprata non ha senso produrla o averla prodotta. Questa verità elementare prescinde dai sistemi politici e dai diversi regimi, attiene alla natura dell’homo faber.
Del resto può un fornaio lavorare senza profitto? Può un industriale che movimenta miliardi in stipendi e forniture lavorare senza adeguato profitto? Se facciamo un giretto in qualsiasi zona industriale vicino casa, tra quel brulichio di carciofi e capannoni, e chiediamo se si lavora per il profitto o no, quali risposte, quali sorrisi e sguardi interrogativi avremo?

Che poi il profitto venga impiegato bene o male è un altra questione, sta il fatto che in ogni caso esso è il ricavo di una attività imprenditoriale, sia che serva per reinvestire nell’impresa, per pagare le tasse o per godimento del padrone.
Forse i vescovi vogliono sottolineare il fatto che per inseguire l’indispensabile e naturale profitto si è costretti a stringere troppo dal lato dei lavoratori. E’ verissimo, poiché con la globalizzazione dei mercati la concorrenza è non solo spietata (lo è sempre stata), bensì è diventata fortemente incontrollabile, tanto che qualora una ditta (ad esempio italiana) rimane anche per poco tempo sotto livelli necessari di competività, il suo posto viene immediatamente preso da un’altra (giapponese, tedesca…). Per questo la politica di ogni nazione cerca il suo modo per coniugare le due cose -il profitto e adeguate protezioni sociali- coscienti che senza il primo per le seconde non c’è niente (i soldi non si stampano senza economia reale). E queste ultime bisogna aggiornarle e calibrarle per quel che consente l’economia mondiale, mentre parallelamente urge una revisione delle molte spese improduttive e parassitarie che il sistema nazionale conosce (un insieme di provvedimenti detto anche liberismo o neoliberismo). Naturalmente si può non essere favorevoli a questi scenari un po’ troppo dinamici e di sicuro meno tranquilli del tradizionale wellfare, però bisogna essere coscienti che rifiutandosi di adeguarsi alla competizione globale, il sistema economico nazionale uscirebbe fortemente ridimensionato. Si può anche questo, però bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente. (Oppure si ha in tasca la ricetta o la formula per salvare capra e cavoli, ovvero mantenersi competitivi e al tempo stesso rimanere di manica larga sul wellfare. Il tal caso non c’è che esprimersi compiutamente.)

Forse i vescovi volevano dire proprio questo, che è tempo di alleggerire il lavoro da ingiuste e diffuse zavorre.
Ma non si tratta di un mero equivoco sul significato assegnato alle parole, alla parola profitto; c’è ben altro, che mi fa prendere carta e penna.
Colpisce che in questo abuso (demonizzazione) della parola profitto, venga totalmente ignorata la rendita. Rendita e profitto (è sempre Marx che ce lo spiega) sono due cose ben diverse, il secondo è il risultato del lavoro, la prima è l’insieme dei privilegi di stampo feudale e “preindustriale” che merita liquidare. Rendite parassitarie e improduttive, che un tempo erano gli agrari assenteisti, i nobili imbellettati, le corti festaiole…
Ma chi sono oggi l’equivalente dei nobili percettori di rendite? Molto più dei padroni (che oggi sono a galla ma domani chissà), sono i signori delle variegatissime pubbliche amministrazioni, che godono stipendi e prebende niente male a prescindere dalle reali condizioni dell’economia nazionale. Nobiltà contemporanea che trova proprio a sinistra i campioni dello statalismo, dell’assistenzialismo, del pubblico impiego permanentemente allargato, della burocratizzazione pervasiva delle società civile, del parassitismo fattosi stato. E questo spiega perché molti operai votano ormai a destra, altro che “telecrazia plebiscitaria”, si tratta di chiara coscienza di classe (o almeno intuito). Spiega perché si demonizza il profitto e si lascia al riparo di ogni polemica la rendita.
Ecco il succo del ragionamento che mi preme: i vescovi italiani, con l’adozione di tali parole molto in voga, denunciano una sostanziale subalternità culturale all’ideologia comunista e soprattutto post-comunista, ovvero -più precisamente- (subalternità) alle più recenti evoluzioni (e mode) del lessico e del ragionare della sinistra italiana, quella che -appunto- non sa ancora decidersi se stare con la rendita (parassiti) o col profitto (lavoro).
Confondere il profitto con la rendita è un gravissimo equivoco, poiché trasferisce sul primo i risentimenti che merita la seconda e può indurre con facilità in errori capitali (vedi il G8 di un anno fa), come i molti giovani che contestando “il profitto”, contestano in verità gli interessi profondi dei propri genitori (che investono i risparmi in borsa o nelle banche assaltate dai manifestanti), del proprio popolo.
Migliorare la propria condizione, lavorare e fare profitto sono aspirazioni universali dell’uomo. Almeno quello occidentale, la cui anima profonda è intrisa di lavoro e cristianesimo. Molto bene essere capaci di ricchezza e con ciò, oltre a godersi meglio la vita, finanziare bene (senza eccessive burocrazie e furbizie varie) la solidarietà nazionale e internazionale.

Auspico che i vescovi italiani riabilitino la parola profitto, poiché sono convinto che essi di certo non intendono lavorare per l'uscita dell'Italia dal novero delle nazioni più ricche e avanzate.
Auspico nelle posizioni della chiesa il ritorno ad una autonomia culturale che manca molto, una capacità di elaborazione valida e in sintonia col mondo contemporaneo, per meglio fecondarlo anziché punzecchiarlo (sterilmente, mi sembra) nelle sue radici.

Perugia, luglio 2002
Luigi Fressoia
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