....…in polemica con Repubblica e Pirani.
Trattandosi di persona seria le libera, che ai magistrati militanti ne ha dette quattro quando non era di moda, facendo da solista in un ambiente che cantava in coro, è giusto e utile discutere con Mario Pirani. Sabato su Repubblica ha scritto alcune cose , in polemica garbata con noi e con l’editoriale molto serio e coraggioso di Ernesto Galli, sul Corriere della Sera.
Sostanza del suo argomentare: nei paesi civili se l’eletto del popolo è nei guai con la Giustizia, l’opposizione ne approfitta e ne gode legittimamente, e fa anche parte della sua funzione di controllo impedire che l’unto della democrazia sfugga a un giudizio eguale per tutti i cittadini.
Ne è sicuro, Pirani? Noi no. E ricorriamo ai fatti per suffragare il nostri scetticismo. Pinochet fece un colpo di Stato, altro che falso in bilancio. Nessuno ha potuto condannarlo, né in Cile né fuori del Cile. La gloriosa democrazia britannica lo ha imbarcato su un aereo e lo ha rispedito a Santiago con la benedizione dei Lord d’Inghilterra, della signora Thatcher, e del ministro laburista Jack Straw (sottraendolo alle sgrinfie di un magistrato-soubrette che ama la politica e si vendica delle delusioni che gli ha dato). Nixon aveva spiato i rivali e fatto ostruzionismo alla giustizia e fu perdonato subito dopo le dimissioni, nel ’74; e non si dimise perché un magistrato-funzionario gli aveva intentato un processo, ma per una ragione politica seria ovvero perché il Congresso degli Stati Uniti stava per destituirlo con voto bipartisan. Caspar Weinberger, accusato di maneggi nel finanziamenti dei Contras nicaraguegni, fu perdonato dal presidente eletto George Bush senior, e il suo “mandante” Ronald Reagan fu pensionato con tutti gli onori dovuti a un grande della mondiale dopo la fine regolare del suo mandato. Anche l’ulivista Bill Clinton ha saputo essere maestro nell’arte del perdono presidenziale, per motivi persino meno nobili e più personali. Gli americani fanno giustizia talvolta delle malefatte dei potenti, ma è sempre una giustizia politica, giustizia sotto il controllo della politica, che dispone e manda e perdona quando vuole.
Che gli eletti debbano essere giudicati con un metro di misura politico è per gli spagnoli un’ovvietà, tanto è vero che lì vige la prassi del suplicatorio, cioè la sospensione di processi in corso a carico del capo dell’Esecutivo. Felipe Gonzales è stato allontanato dal potere per scelta degli elettori, sebbene pesasse su di lui il legittimo sospetto (altro che falso in bilancio nell’Italia degli anni ’80) di aver costruito o tollerato che si costituisse una rete illegale di contrasto al terrorismo basco, insomma terrorismo di Stato (Repubblica delle banane?).
L’altro esempio scelto da Pirani è la Francia. Cattivo esempio, caro Mario. Lì il presidente Jacques Chirac, accusato di aver costruito alla Mairie di Parigi un sistema di finanziamenti illegali del suo partito pressappoco delle dimensioni di quello emerso con Tangentopoli, e di una serie di malversazioni di grande e di piccolo taglio, come la moneta sonante con cui ha acquistato centinaia di milioni in biglietti aerei per le isole Mauritius e altri luoghi ameni, se l’è cavata con un’allocuzione televisiva di una quindicina di minuti, opponendo l’immunità ai magistrati che volevano interrogarlo. E la cassetta Méry non era una bobina manipolata o un cd rotto bensì il testamento d’accusa a futura memoria di un tizio che passava le tangenti al capo, che non batteva ciglio. Per la cronaca, Chirac è stato rieletto con l’82 per cento dei voti, anche quelli dei girotondini francesi (anche quelli della Tasca, che non voleva Berlusconi alla Fiera del Libro di Parigi, elevata a “eroina” dai girotondini italici, ndr), ed ora Supermenteur giganteggia in un panorama di rovine che ha travolto la gauche. Ma c’è di più. L’opposizione in Francia si guarda bene dal cavalcare gli scandali e dal farsi partito giustizialista, in campagna elettorale non c’è stato nessun Luttazzì e nessun Travagliò condotti da qualche Santorò. I francesi, che hanno il senso dello stato un tantino troppo sviluppato, non si muovono con la disinvoltura dei nostri moralizzatori né a destra né a sinistra. Sono persone serie. Il loro Di Pietro, Eric Halphen, non ha avuto un seggio blindato nel Mugello, dopo una esperienza di ministro. Si è rifugiato nelle liste di un piccolo partito in cerca di quorum, ed è stato rombato. Il capo dei socialisti, il Pierre Fassinò francese (o il Maxime D’Alemà), aveva respinto la sua candidatura dicendo:” Se il magistrato Halphen si candidasse, getterebbe una fosca ombra di parzialità su tutta la sua precedente attività”. E il ministro dell’Economia socialista, Dominique Strass-Kahn, ha goduto del rispetto dell’opposizione di destra, che ha silenziato il suo caso lasciandolo benevolmente al solito non lieu, non luogo a procedere, nonostante quel valente politico avesse compiuto un falso in atto pubblico, altro che “sciocchezze contabili”, per disimpegnarsi dall’accusa che lo riguardava.
Potremmo continuare, ma fermiamoci qui. Il vero problema italiano è questo: da un lato la giustizia penale, che pure ha colpito parecchi corrotti e fatto come si dice pulizia in molti ambienti, è stata trascinata dalla debolezza delle istituzioni e dall’arroganza dei magistrati militanti nell’arena politica, ha perso ogni credibilità super partes, e ora ne paga le conseguenze (trascinandosi lo scombussolato cittadino incapace di capire cosa accada, ndr); dall’altro nessuno di voi liberali conseguenti, che avete tenuto gli occhi bene aperti senza parteggiare in modo indecente per i mozzorecchi forcaioli e i loro cantori, si è mai seriamente impegnato per dirimere questo decennale conflitto tra poteri, che sta alla base della legge Cirami e di tutto il resto, e che ha trasformato le avventurose inchieste e i processoni e le elezioni e le legislature parlamentari in un teatro di guerra tra opposte fazioni: la giustizia e la politica.
Noi in realtà non siamo sfacciati come ci piace di dipingerci per strafottenza, ci limitiamo a pensare che la soluzione di questo problema non la si troverà mai nei processi, men che meno i quelli palermitani e milanesi, ma in una buona soluzione politica. E ne tiriamo le conseguenze.
Firmato……..l’elefantino
da il Foglio di lunedì 5 agosto.
saluti




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