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Discussione: La "dorsale verde"

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    Predefinito La "dorsale verde"

    INCHIESTA / Il progetto "dorsale verde": costruire la Nazione dei musulmani alle porte d'Europa
    La Mezzaluna del crimine
    L'internazionale islamica dietro i traffici che "sbarcano" in Salento

    di Mauro Bottarelli
    Venivano portate clandestinamente dall'Albania nel nord-est d'Italia con la promessa di un lavoro, e poi costrette a prostituirsi tra Jesolo e Mestre, dopo essere state private dei documenti. L'organizzazione criminale, composta in prevalenza da albanesi ed extracomunitari dei paesi dell'est europeo, è stata scoperta grazie a una operazione congiunta tra la polizia turca, la questura di Venezia e il servizio Interpol della direzione centrale della polizia criminale. L'operazione ha portato all'arresto in Turchia, presso la località di Kapikule, di Dimitru Bazavan, un rumeno di 34 anni, latitante dal febbraio del 1996. L'ennesimo episodio che vede protagonista la malavita organizzata dei Balcani, intenta a trasferire i propri "carichi" sulle coste italiane in nome del profitto criminale. Armi, droga, prostitute, clandestini: tutto è lecito per i clan balcanici, che trattano marijuana e ragazzini di 14 anni con lo stesso crudele distacco "commerciale". Ma quali ragioni favoriscono lo sviluppo della criminalità dell'area che va dalla Croazia all'Albania? Quali pressioni interne ed esterne garantiscono soldi, strutture e appoggi a questa nuova frontiera del crimine?In molti pensano che la crisi balcanica - e quindi l'emersione su scala internazionale della criminalità - sia da imputare alla progressiva disgregazione dell'entità statuale jugoslava. Tesi accettabile se utilizzata in un quadro di decodificazione del fenomeno a livello contingente e localistico, ma che difetta di principio in quanto dimentica che prima della guerra in Bosnia era attivo un forte processo di ristrutturazione delle reti mafiose islamiche nella regione. Veri e propri "network" criminali la cui finalità ultima era, ed è, il potenziamento delle radici islamiche nell'area al fine di garantirsi un avamposto alle porte dell'Europa.Le crisi che attraversano le provincie balcaniche sono quindi più sintomi che cause di destabilizzazione. Prima del conflitto in Bosnia i canali classici dei traffici illeciti, in particolar modo la droga proveniente da Urss e Turchia, erano due: quello controllato dalla mafia serba e quello gestito dai clan kosovari e albanesi. Il coinvolgimento diretto della Serbia nel conflitto ha di fatto cambiato gli equilibrio, sbilanciando l'asse a favore di un rafforzamento del Kosovo. Al tempo stesso la Macedonia, divenuta indipendente, diventa di fatto un punto nevralgico per la raffinazione di eroina e il traffico d'armi. È però la rete kosovara a gestirne il piazzamento sul "mercato" attraverso tre corridoi di sbocco ben definiti. Queste direttrici sono di fatto vere e proprie tratte "sacre", nel senso che attraversano territori strettamente controllati dai musulmani delle varie aree balcaniche.Un fenomeno decisamente importante al fine di ricondurre alla contingenza la radice del problema è il fatto che negli ultimi anni in Bosnia sono arrivate centinaia di missionari islamici e di esponenti di organizzazioni umanitarie musulmane. Utilizzando strumentalmente la solidarietà religiosa nell'area, che di fatto è stato il motore dell'intervento dei mujahidin contro serbi e croati, questi esponenti hanno garantito una proliferazione di moschee, scuole coraniche e centri sociali affidati ad insegnanti di fiducia, provenienti da istituti dell'ortodossia religiosa.Una penetrazione criminale la cui reale portata e pericolosità trova conferma nei rapporti del dipartimento di Stato americano riguardo lo sceicco terrorista Bin Laden, che confermano la presenza di gruppi organizzati suoi accoliti in Bosnia.Bin Laden è di fatto accusato di aver finanziato e armato l'esercito musulmano e molti mujahidin che combatterono in Bosnia facevano già parte della rete afghana di Bin Laden. Molti di loro, di fatto, restarono in Bosnia a conflitto finito, garantendo l'attivazione della già descritta holding musulmana. Ma lo sceicco terrorista ha da tempo allungato le sue avide braccia anche sulla periferia islamica dei Balcani, ovvero su quell'Albania naturale testa di ponte marittima verso l'Europa.Nel Paese delle Aquile, Laden controlla la potentissima Islamic Arab bank e imprese edili.Il progetto è tanto chiaro quanto inquietante: costruire, attraverso la capillare presenza sul territorio e la ramificazione dei traffici illeciti (il più forte e rapido dei collanti), una nazione islamica che unisca tutti i fratelli musulmani ex yugoslavi e albanesi etnicamente puri.Chiaramente l'esplosione criminale dell'area balcanica non è riconducibile in toto alle mire esponsionistiche islamiche, anche se queste hanno di fatto spianato la strada e stipulato accordi con la malavita autoctona, soprattutto nel sud dell'Albania, zona che il progetto musulmano di "dorsale verde" esclude perchè non etnicamente compatibile. Una delle roccaforti del crimine del Paese delle Aquile è infatti Llazarat, un villaggio sulla direttrice che dal confine con la Grecia conduce ad Argirocastro. Baskim Fino, il premier del governo di salvezza nazionale, fu di fatto accettato da Berisha soltanto per la sua forte influenza su questo "ombelico" del contrabbando. Qui la contiguità tra Stato e malavità è di fatto totale, frutto di un gioco di equilibri che nessun "tutore dell'ordine" o politico si azzarderebbe mai a mutare. E altrettanto attenzione viene preservata in Albania alla citazione del nome della famiglia Kapo. Hysni Kapo fu infatti il braccio destro del dittatore Enver Hoxha, mentre suo genere sostituì il dittatore come segretario del comitato centrale del partito comunista.I Kapo sono ovviamente ricchissimi, una ricchezza costruita sulla speculazione della miseria colletiva degli anni settanta. Questa famiglia è stata l'unica a non subire alcun persecuzione politica, nemmeno sotto Berisha. Tutti i cittadinanza statunitense, i Kapo sono proprietari della Ada Air la compagnia aerea che collega Bari a Tirana e di molte altre imprese oltre a poter vantare "in famiglia" l'ambasciatore albanese a Washington.Un tale assedio, da un lato il pericolo maggiore e maggiormente organizzato del crimine di matrice islamica e dall'altro la criminalità dell'Albania meridionale, grava di fatto sulle spalle dell'Italia. Testa di ponte naturale dei traffici balcanici sia via mare che via terra. Il Salento è chiaramente una regione troppo appetibile per la mafia di Tirana e Durazzo per non essere "colonizzata": clandestini e prostitute mobilitano infatti parecchie risorse sulla costa.Esistono infatti vere e proprie squadre di uomini, controllate dalla Sacra Corona Unita, che si occupano di fare da taxisti ai clandestini sbarcati nottetempo, garantendogli un passaggio fino alla stazione ferroviaria o comunque fuori dalla zona di controllo delle forze dell'ordine. Non è quindi da sottovalutare il ritorno in termini economici per gli affiliati della malavita locale, basti fare i calcoli dell'afflusso di "disperati" sulle coste pugliesi. Ma spesso e volentieri le organizzazioni prendono due piccioni con una fava: imbottendo gli scafi adibiti al trasporto di clandestini di marijuana, eroina e spesso armi. Nessun viaggio a vuoto, capitalizzazione massima. Per quanto riguarda la criminalità islamica, un dato solo può dare l'idea del pericolo incombente, al di là del rischio politico insito nella presenza dell'Islam alle porte dell'Occidente: la cosca della 'ndrangheta dei Libri di Reggio Calabria, attiva anche a Milano, si è accordata con un clan albanese del Kosovo per la fornitura di venti chili di eroina alla settimana. E lo stesso fa la Mafia siciliana, anche per la fornitrura di armi pesanti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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  2. #2
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    Con i profughi nasce la "dorsale verde"
    di Mauro Bottarelli

    Il progetto di "dorsale verde" è entrato nella sua fase di attuazione. Come scrivevamo la scorsa estate, quando il radicarsi delle mafie di origine albanese cominciava ad assumere dimensioni inquietanti, la provincia serba del Kosovo è al centro di una disputa che va ben oltre la contrapposizione tra Milosevic, gli albanesi e l’Occidente. Il Kosovo è, nei fatti, l’anello fondamentale per la creazione del corridoio islamico attraverso i Balcani, un corridoio che si spinge fino alle porte dell’Europa: la "dorsale verde", appunto. Ma vediamo più nello specifico questa questione che nasce geopolitica e diviene nel tempo politica e istituzionale. Il progetto di "dorsale verde" mira a costituire uno spazio geopolitico unitario per i musulmani ex jugoslavi ed albanesi: l’obiettivo è quindi quello di ricongiungere l’Albania etnica al Sangiaccato e alla Bosnia sotto controllo musulmano. Il Kosovo rappresenta di fatto la dinamo che alimenta il processo di destabilizzazione dei territori in predicato di essere annessi all’Albania etnica. La via maestra all’unificazione dei territori albanesi, quella per intenderci sposata fin dall’inizio dall’Uck e ora portata avanti dalla Nato, considera appunto la provincia serba un vero e proprio trampolino di lancio. Attraverso la liberazione manu militari dell’area, si punta ad ottenere un effetto domino che scateni processi di destabilizzazione più o meno traumatici in Serbia, Montenegro e nella stessa Albania. La tattica è chiara è diventa drammaticamente inquietante se vista con gli occhi dell’attualità bellica, in particolar modo nell’utilizzo strumentale che si fa del flusso dei profughi in fuga dalla Serbia. Uck e Stati Uniti, già all’epoca dei loro primi contatti, avevano messo in preventivo la possibilità di una soluzione militare come quella attuale e lo studio era stato pianificato nei dettagli. L’esodo di massa dei kosovari, infatti, regionalizza la crisi.Il modo in cui è stato canalizzato infatti (verso Montenegro, Macedonia, Albania e tra poco, statene certi, verso la Bosnia musulmana) indica senza timori di smentita l’intenzione di utilizzare i rifugiati per rafforzare le basi della "dorsale verde" in via di formazione. È lo stesso Uck, che formalmente invita la gente a restare in Kosovo per "difendere la patria", ha indirizzare il flusso dei rifugiati lungo le direttrici strumentali al progetto. Il comportamento americano, poi, non lascia dito a troppi voli pindarici. Gli Usa hanno bombardato il Kosovo sapendo benissimo di creare in questo modo un flusso inarrestabile ma facilmente manovrabile di profughi e hanno giocato la carta dell’emergenza umanitaria e sanitaria per aver mano libera nel gestire nei modi più utili la cosiddetta crisi. La stessa proposta paravento di un ponte umanitario per trasferire i profughi nei Paesi europei e negli Usa (irrealizzabile e in netto contrasto con le stesse intenzioni Usa di restituire la provincia ai propri abitanti) la dice lunga sulla tattica diversiva messa in piedi dal Pentagono, in combutta con l’Uck e i referenti islamici di questo. Ovvero le stesse centrali di potere integralista che garantirono armi, soldi, supporto e uomini al muhajddin che combatterono in Bosnia. Ma se per l’Occidente, cieco e servo quanto si vuole, la minaccia criminale e politica dell’avanzata dell’islam nei Balcani è chiara, per gli Usa la storia cambia non poco. Per gli americani i Balcani sono lontani e la loro instabilità può rappresentare un’opportunità per avvicinare ulteriormente la Nato alle frontiere russe (basti pensare all’interesse americano di acquisire l’ex quartier generale dell’aereonautica jugoslava a Krolovac, in Macedonia). Quanto alle mafie balcaniche e ai loro diretti contatti con le strutture del terrorismo integralista, per gli Stati Uniti il problema non è così urgente quanto ad esempio quello rappresentato dai cartelli colombiani o cinesi. L’America, semmai, teme Bin Laden e le sue attività fuori controllo. Il governo statunitense, oltretutto, è molto attento a non urtare la suscettibilità della Turchia e dei suoi alleati nel Golfo, Arabia Saudita in testa, da tempo impegnate a sostenere le comunità musulmane balcaniche. Agli occhi dell’America, inoltre, la Serbia resta l’unico potenziale riferimento di una improbabile ma possibile "rivincita" russa nell’area geopolitica dei Balcani. Il punto di equilibrio finale tra le tante correnti attive nei tracciati carsici dei Balcani potrebbe a questo punto consistere in una gestione "neo-ottomana" dei Balcani affidata al partner di sempre, ovvero la Turchia. Ankara infatti ha dimostrato di saper temperare le spinte dell’islamismo più radicale e rimane la pietra angolare della Nato nell’Europa sudorientale. Questa, in termini molto semplici e per sommi capi, la strategia che gli Usa stanno mettendo in campo nei Balcani attraverso l’aggressione militare alla Serbia. Una strategia tripla: da un lato si colpisce direttamente il nemico (gli attacchi contro Belgrado e la Serbia), dall’altro si canalizza il flusso di profughi a proprio tornaconto e infine si stabiliscono punti cardinali geopolitici fissi (Kukes, Skopje, Podgorica e l’eventuale approdo bosniaco). Questa, a conti fatti, è la sporca guerra degli Usa.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    ANTEPRIMA DAL LIBRO "LA SPORCA GUERRA DEL PETROLIERE BUSH" di Mauro Bottarelli (ed. Malatempora )

    Rivelazioni forti e durissime sulle Twin Towers, sulle vere ragioni della guerra continua e sulla militarizzazione degli USA. Il libro, di prossima uscita, e' sconvolgente anche per chi gia' qualcosa sa e non ha creduto alla retorica patriottico-militarista del petroliere Bush.



    "Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario."
    George Orwell

    PETROLIO, GASDOTTI E DOLLARI: ALTRO CHE SCONTRO DELLE CIVILTA'
    di Mauro Bottarelli



    "Al centro della partita ci sono due lunghi serpenti d’acciaio. Per adesso
    ancora solo sulla carta, ma dovrebbero tagliare in due l’Afghanistan. In
    uno, viaggeranno ogni giorno un milione di barili di greggio proveniente dai
    giacimenti dell’ex Urss, nel secondo correrà il gas che sgorga dai
    giacimenti di Dauletabad in Turkmenistan. Due arterie strategiche per
    rendere accessibile alle grandi compagnie petrolifere americane le immense
    riserve di idrocarburi dell’Asia centrale. Per dare solo un’idea della
    proporzione della posta in gioco, basta ricordare che la stima delle riserve
    del Caspio è di circa 263mila miliardi di piedi cubici di gas naturale e di
    60 miliardi di barili di petrolio, pari al 65% delle riserve mondiali. Un
    tesoro immenso che ha un solo handicap: la distanza dai mercati. La
    soluzione? Ecco cosa propone John J. Maresca, vicepresidente delle relazioni
    internazionali di Unocal Corporation, una delle principali compagnie
    mondiali nel campo delle risorse energetiche e dei progetti. La Unocal farà
    parte del consorzio Cent-Gas, fino alla fine del 1998, quando sarà
    costretta, dalle pressioni dell'opinione pubblica americana, ad uscire
    ufficialmente dalla struttura che mediava con il regime dei Talebani, salvo
    poi a mostrare un forte interesse a rientrare a pieno titolo nel progetto
    nel marzo del 2000, pochi mesi prima delle elezioni nelle quali era favorito
    il candidato repubblicano. Al progetto la Unocal aveva lavorato sin dal
    1994. Lo riferisce Ahmed Rachid, in uno studio pubblicato nel marzo scorso
    dalla Yale University. "C’erano altre compagnie in campo - scrive Rachid -
    come l'argentina Bridas. Ma Washington e Riad si sono impegnate per
    convincere tutti i diretti interessati ad escludere Bridas. All’epoca Unocal
    aveva aperto i suoi uffici di rappresentanza nelle zone controllate dai
    Talebani". John J. Maresca si presenta il12 febbraio 1998 davanti al
    sottocomitato del Congresso degli Stati Uniti pere l’Asia e il Pacifico per
    parlare proprio dei progetti della Unocal e delle altre compagnie
    petrolifere sugli idrocarburi dell’Asia centrale. Il problema come abbiamo
    detto è il trasporto. Maresca spiega nella sua audizione - che RaiNews24 è
    stata in grado di documentare - lo stato dell’arte e i progetti. Al memento
    gli unici sbocchi possibili sono il Mar Nero e il Mediterraneo, con delle
    linee di oleodotti che attraversano le ex repubbliche sovietiche e la
    Turchia. Se tutti questi progetti fossero però realizzati - spiega il
    vicepresidente della Unocal - non potrebbero garantire tutta la
    distribuzione e soprattutto puntano verso mercati che non potrebbero
    assorbire questa produzione. Sentiamolo.
    "Noi dell’Unocal - afferma Maresca - riteniamo che il fattore centrale nella
    progettazione di questi oleodotti dovrebbe essere la posizione dei futuri
    mercati energetici che verosimilmente assorbiranno questa nuova produzione.
    L’Europa occidentale, l’Europa centrale e orientale e gli stati ora
    indipendenti dell'ex Unione sovietica sono tutti mercati a crescita lenta,
    in cui la domanda crescerà solo dallo 0,5% all’1,2% all’anno nel periodo
    1995-2010. L’Asia è tutto un altro discorso - sostiene Maresca - Il suo
    bisogno di consumo energetico crescerà rapidamente. Prima della recente
    turbolenza nelle economie dell'Asia orientale, noi dell’Unocal avevamo
    previsto che la domanda di petrolio in questa regione si sarebbe quasi
    raddoppiata entro il 2010. Sebbene l’aumento a breve termine della domanda
    probabilmente non rispetterà queste previsioni, noi riteniamo valide le
    nostre stime a lungo termine. Devo osservare che è nell'interesse di tutti
    che vi siano forniture adeguate per le crescenti richieste energetiche dell’
    Asia. Se i bisogni energetici dell'Asia non saranno soddisfatti, essi
    opereranno una pressione su tutti i mercati mondiali, facendo salire i
    prezzi dappertutto. La questione chiave è dunque come le risorse energetiche
    dell'Asia centrale possano essere rese disponibili per i vicini mercati
    asiatici. Ci sono due soluzioni possibili, con parecchie varianti.
    Un'opzione è dirigersi a est attraversando la Cina, ma questo
    significherebbe costruire un oleodotto di oltre 3.000 chilometri solo per
    raggiungere la Cina centrale. Inoltre, servirebbe una bretella di 2.000
    chilometri per raggiungere i principali centri abitati lungo la costa. La
    questione dunque è quanto costerà trasportare il greggio attraverso questo
    oleodotto, e quale sarebbe il netback che andrebbe ai produttori. (...)
    La seconda opzione è costruire un oleodotto diretto a sud, che vada
    dall'Asia centrale all'Oceano Indiano. Un itinerario ovvio verso sud
    attraverserebbe l’Iran, ma questo è precluso alle compagnie americane a
    causa delle sanzioni. L’unico altro itinerario possibile è attraverso
    l'Afghanistan - dice il ancora vicepresidente di Unocal - e ha naturalmente
    anch’esso i suoi rischi. Il Paese è coinvolto in aspri scontri da quasi due
    decenni, ed è ancora diviso dalla guerra civile. Fin dall'inizio abbiamo
    messo in chiaro che la costruzione dell'oleodotto attraverso l'Afghanistan
    che abbiamo proposto non potrà cominciare finché non si sarà insediato un
    governo riconosciuto che goda della fiducia dei governi, dei finanziatori e
    della nostra compagnia.
    Abbiamo lavorato in stretta collaborazione con l'Università del Nebraska a
    Omaha allo sviluppo di un programma di formazione per l'Afghanistan che sarà
    aperto a uomini e donne, e che opererà in entrambe le parti del paese, il
    nord e il sud. La Unocal ha in mente un oleodotto che diventerebbe parte di
    un sistema regionale che raccoglierà il petrolio dagli oleodotti esistenti
    in Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan e Russia. L'oleodotto lungo 1.040
    miglia si estenderebbe a sud attraverso l'Afghanistan fino a un terminal per
    l’export che verrebbe costruito sulla costa del Pakistan. Questo oleodotto
    dal diametro di 42 pollici (poco più di un metro, ndt) avrà una capacità di
    trasporto di un milione di barili di greggio al giorno. Il costo stimato del
    progetto, che è simile per ampiezza all'oleodotto trans-Alaska, è di circa
    2,5 miliardi di dollari". Poi Maresca spiega quali sono in dettaglio i
    progetti sull’Afghanistan."Lo scorso ottobre è stato creato il Central Asia
    Gas Pipeline Consortium, chiamato CentGas, e in cui la Unocal ha una
    cointeressenza, per sviluppare un gasdotto che collegherà il grande
    giacimento di gas di Dauletabad in Turkmenistan con i mercati in Pakistan e
    forse in India. Il prospettato gasdotto lungo 790 miglia aprirà nuovi
    mercati per questo gas, viaggiando dal Turkmenistan attraverso l'Afghanistan
    fino a Multan in Pakistan. Il prolungamento proposto porterebbe il gas fino
    a New Delhi, dove si collegherebbe a un gasdotto esistente. Per quanto
    riguarda il proposto oleodotto in Asia centrale, CentGas non può cominciare
    la costruzione finché non si sarà insediato un governo afghano riconosciuto
    internazionalmente".
    E avanza le richieste delle Compagnie all’Amministrazione e al Congresso.
    "Noi chiediamo all’Amministrazione e al Congresso di sostenere con forza il
    processo di pace in Afghanistan condotto dagli Stati Uniti. Il governo Usa
    dovrebbe usare la sua influenza per contribuire a trovare delle soluzioni
    per tutti i conflitti nella regione. L’assistenza Usa nello sviluppare
    queste nuove economie sarà cruciale per il successo degli affari".
    Le parole di Maresca trovano orecchie attente nei circoli della politica
    americana e soprattutto nella nuova Amministrazione guidata da Bush, dove
    non mancano gli uomini e le donne che con il petrolio hanno una certa
    dimestichezza a cominciare proprio dal Presidente e dal vicepresidente
    Cheney, presidente e azionista quest’ultimo della Oil Supply Company. Ma non
    solo il ruolo di Consigliere per la Sicurezza nazionale è ricoperto da
    Condoleeza Rice, un’affascinante signora che prima di entrare nello staff
    presidenziale era stata dirigente della Chevron sin dal 1991. Inutile dire
    che la Chevron è una delle grandi compagnie petrolifere interessate allo
    sfruttamento dei giacimenti del Caspio. Solo per citare i soggetti di
    maggiore rilievo. "Nel 1995 - spiega lo scrittore pakistano Ahmed Rashid
    nel suo recente libro “Talebani, Islam Petrolio e il grande scontro in Asia
    centrale” - dopo che i Talebani hanno conquistato Herat e cacciato dalle
    scuole migliaia di ragazze, non c’è stata una sola parola di critica da
    parte degli Stati Uniti. In realtà gli Usa, insieme all’ISI, consideravano
    la caduta di Herat un aiuto ad Unocal e un ulteriore stretta al cappio
    intorno all’Iran".
    I dirigenti Talebani dopo la presa del potere vengono accolti con favore
    negli Usa e loro rappresentanti - racconta John Pilger - volano in Texas
    dall’allora governatore Bush, dove incontrano i dirigenti dell’Unocal che
    fanno loro un’offerta precisa riguardo all’oleodotto: una fetta dei profitti
    pari al 15%. Ma ci sono alcune condizioni da rispettare.
    Il racconto di quella mediazione lo si trova in un libro (Ben Laden, la
    vérité interdite) uscito pochi giorni fa in Francia. Gli autori sono Jean
    Charles Brisard e Guillaume Dasquieré. Brisard è l’autore, per conto del DST
    francese del dossier sulle strutture economiche di Osama bin Laden, che il
    presidente Chirac ha consegnato a Bush nella sua visita dopo gli attentati
    alle Torri. Dasquieré dirige il prestigioso bollettino Intelligence online.
    Insomma due esperti autorevoli. A reggere le fila dei contatti è Laila
    Helms, la nipote dell’ex direttore della Cia ed ex ambasciatore Usa in Iran,
    Richard Helms. Laila, è una brillante quarantenne, che da sempre ha
    mantenuto contatti privilegiati con gli Afghani. Ma soprattutto ha ottimi
    rapporti negli ambienti dei servizi segreti e del Dipartimento di Stato.
    Negli ultimi sei anni - spiegano Brisard e Dasquieré nel loro libro - si è
    dedicata alla supervisione di alcune azioni di influenza a nome dei Talebani
    soprattutto preso le Nazioni Unite: La sua azione non si attenua neppure
    dopo il 1996, quando il Mullah Omar diventa ufficialmente meno frequentabile
    agli occhi degli americani e neppure quando i capi talebani accolgono bin
    Laden che sarà poi ritenuto responsabile degli attentati contro le
    ambasciate americane. Arriva persino a realizzare un documentario sulle
    donne afghane, talmente filo talebano da esser rifiutato da tutte le reti
    televisive americane.
    Per Laila le cose si mettono bene con il ritorno dei Repubblicani al potere
    che rimette molti suoi amici funzionari nei posti chiave della Cia e del
    Dipartimento di Stato. I risultati non si fanno attendere. Tra il 18 e il 23
    marzo di quest’anno Laila organizza un viaggio negli Stati Uniti per Sayed
    Rahmatullah Hascimi. Ha solo 24 anni, ma è già l’ambasciatore itinerante dei
    Talebani e consigliere personale del Mullah Omar. Non si tratta ovviamente
    di un giro turistico o culturale. Si parla di petrolio e di oleodotti. Gli
    interlocutori sono alti funzionari della Cia e del Dipartimento di Stato.
    Laila riesce ad ottenere per il consiglire del Mullah un’intervista
    televisiva alla ABC e alla Radio pubblica. Il tutto con la benedizione dei
    circoli politici vicini all’Amministrazione, che punta ad un miglioramento
    dell’immagine dei Talebani, in relazione al negoziato per “normalizzare” l’
    Afghanistan.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    PETROLIO, GASDOTTI E DOLLARI: ALTRO CHE SCONTRO DELLE CIVILTA'
    di Mauro Bottarelli


    2a parte

    A dare nuovo impulso al negoziato è lo stesso Presidente Bush che promuove la nascita del cosiddetto gruppo dei 6+2 (i Paesi confinati con l’Afghanistan più Usa e Russia). Ma non solo. Brisard e Dasquieré raccontano che John O’Neill, il vicedirettore dell’FBI si era dimesso improvvisamente. Dietro l’abbandono di O’Neill, spiegano i due analisti francesi, c’era un duro scontro tra il Bureau e il Dipartimento di Stato. L’amministrazione avrebbe infatti stoppato le indagini, condotte proprio da O’Neill sul terrorismo fondamentalista ed in particolare sugli attentati contro le ambasciate Usa a Nairobi e Dar El Salaam e contro la nave Cole. Questo per favorire un accordo con i Talebani. Uno stop che portò - secondo il racconto fatto ai due analisti francesi che dedicano il loro libro alla sua memoria - alle dimissioni dal Bureau. O’Neill accetterà l’incarico di capo delle sicurezza del WTC e morirà insieme ad altre 5000 persone nell’attacco terroristico dell’11 settembre scorso. A coordinare il gruppo dei 6+2 è chiamato Francesc Verdell, rappresentante di Kofi Annan, che incontra a Roma anche l’ex re Zahir Sha, per verificare un suo possibile coinvolgimento in un governo di coalizione. Il “gruppo” si riunisce più volte, senza grandi risultati. La proposta che arriva ai Talebani (siamo assai prima dell’11 settembre) è la seguente: mollare bin Laden, creazione di un governo di coalizione che comprenda i Talibani (la stessa proposta avanzata in piena guerra dagli Usa) in cambio di aiuti economici e riconoscimento internazionale. Quel riconoscimento internazionale e quella stabilità chiesta da più di due anni dalle compagnie interessate alla costruzione degli oleodotti. Gli americani - raccontano Brisard e Dasquieré - non esitano ad usare anche le maniere forti. A raccontare come è l’ex ministro degli esteri del Pakistan il signor Naif Naik che, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta che nel corso della riunione del “Gruppo” a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio, l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che dopo la costituzione del "governo allargato ci saranno aiuti internazionali - poi potrebbe arrivare l’oleodotto". L’ambasciatore, racconta l’ex ministro, spiega quale potrebbe esser l’alternativa: se i Talebani non si comportano come si deve, e il Pakistan fallisse nel suo intento di farli comportare come si deve, Washington potrebbe ricorre ad un’altra opzione: quella militare. Brisard e Dasquieré riferiscono una battuta assai esplicita. "Ad un certo punto i rappresentati americani dissero ai Talebani: o accettate la nostra offerta di un tappeto d’oro, o sarete sepolti da un tappeto di bombe". L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene lo scorso 2 agosto, 39 giorni prima dell’attacco alle Torri. È Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato a incontrare a Islamabad l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. La parola, come sappiamo, passa alle armi.

    Tra la Cecenia e l’Afghanistan scorre un oceano nero. Sotterraneo. Fatto di 200 miliardi di barili di petrolio. Un fiume d'oro senza il quale non è possibile immaginare lo sviluppo mondiale nei prossimi 25 anni.

    Il braccio orientale di questo oceano può arrivare sui mercati con gasdotti che partono dall'Uzbekistan, attraversano l'Afghanistan, per sfociare a Karachi, sulla costa del Pakistan. Questo è il percorso più breve tra le steppe dell'ex Urss e l'oceano Indiano. Il Tagikistan non ha sue risorse petrolifere, ma ha specialisti usciti dalle università di Mosca che seguono da vicino quello che succede al di là del confine. "Tutti i protagonisti della crisi afghana hanno a che fare con il mondo del petrolio - spiega un alto funzionario del ministero tagiko per lo sviluppo economico, che vuole mantenere l'anonimato - Prendiamo Osama bin Laden: senza i petrodollari suo padre non sarebbe diventato miliardario e senza i petrodollari il Califfo non avrebbe potuto gettare le basi del suo regno. Per non parlare poi di George Bush, del vicepresidente Dick Cheney e di altri quattro o cinque alti esponenti dell'amministrazione americana: sono tutti oilmen che sanno perfettamente cosa c’è sotto il suolo dell’Asia centrale. E anche Vladimir Putin si muove a suo agio nel mondo del petrolio. Apparentemente il presidente russo non ha una storia personale legata al petrolio, dato che viene dai servizi segreti. Ma solo apparentemente. La riscossa russa - spiega la fonte - dopo il crack del 1998, è avvenuta proprio grazie al petrolio. La candidatura di Putin nell'autunno 1999 è stata sostenuta proprio dagli oligarchi del petrolio. Il primo dei grandi oligarchi a manifestare entusiastico appoggio a Putin fu Rem Viakhirev - prosegue il funzionario - l’ex padrone di Gazprom, il colosso mondiale del gas. E il giovane Roman Abramovich, di professione esploratore di giacimenti, ha comprato con i soldi del petrolio siberiano un paio di televisioni e le ha messe a disposizione del Cremlino". Il grande accordo russo-americano-asiatico sull’Afghanistan, secondo lui, ha come base proprio l’oro nero. "L'allargamento della Nato e la creazione di oleodotti e gasdotti per sottrarre il Caucaso e l'Asia centrale a Mosca sono progetti degli anni Novanta. Figli dell'amministrazione Clinton. Bush e Putin stanno trovando intese che rovesciano completamente l’impostazione precedente", aggiunge l'esperto. Iter e Lukoil sono due colossi russi del petrolio, Lukoil ha comprato alcuni segmenti della distribuzione di carburanti negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei. "Nei giorni scorsi, dopo gli attentati dell’11 settembre, i dirigenti di Iter e Lukoil sono andati a Tashkent dove hanno raggiunto accordi preliminari per la vendita a terzi di gas e petrolio di Uzbekistan e Turkmenistan che dovrebbe essere convogliato attraverso condotte in Afghanistan", aggiunge. Il Turkmenistan - confinante con l’Afghanistan - detiene il quarto posto mondiale nelle riserve di gas naturale con 3 miliardi di metri cubi. Il Kazakhstan è secondo, per riserve di petrolio, solo ai paesi del Golfo. Il presidente Nursultan Nazarbayev, in eccellenti rapporti con Vladimir Putin, ha dato la più ampia disponibilità di aiuto agli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    "La verità, vi giuro, su questa guerra inesistente"

    Gli uomini chiave del governo Usa e dei media hanno usato il bombardamento del World Trade Center e del Pentagono per creare uno stato internazionale di paura. Questo ha portato i più vicini alleati di Washington (in particolare Germania, Gran Bretagna e Italia) ad accordare carta bianca per quanto riguarda la loro partecipazione alle rappresaglie Usa. Ed è servito ad oscurare la domanda più importante: Washington nasconde altre intenzioni, una strategia che va oltre lo sganciare bombe? E se esiste, cos’è, e che conseguenze ha per il mondo? Ecco alcuni titoli di prima pagina a sette colonne dei principali giornali statunitensi: “Terza Guerra Mondiale” (New York Times, 13/9); “Diamo una chance alla guerra” (Philadelphia Inquirer, 13/9); “È il momento di usare l’opzione nucleare” (Washington Times, 14/9). Inizialmente, una serie di Stati è stato minacciato in quanto “sostenitori del terrorismo”, che non sono “con noi”, perciò sono “contro di noi”: Cuba, Iran, Iraq, Libia, Corea del Nord, Sudan e Siria. Pur diversi per molti aspetti, essi hanno in comune tre cose: hanno affrontato decenni di ostilità degli Stati Uniti, i loro governi sono laici e non hanno connessioni con Osama bin Laden. In “Diamo una chance alla guerra” (dal Philadelphia Inquirer), David Perlmutter ha avvertito che se questi Paesi non ubbidiranno agli ordini di Washington essi dovranno "prepararsi alla distruzione sistematica di tutte le centrali energetiche, tutte le raffinerie, tutti gli oleodotti, tutte le installazioni militari, tutti gli uffici governativi in tutta la nazione... il collasso totale della loro economia per una generazione".

    I Paesi che collaborarono alla creazione del regime talebano, addestrando e finanziando le forze di Osama bin Laden, e che non hanno mai smesso di versare fondi ai Talebani - cioé il Pakistan, i fedeli alleati degli Usa Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e gli Stati Uniti stessi - non sono stati messi nella lista dei “nemici”. Al contrario, sono tutti alleati nella Nuova Guerra Mondiale contro il terrorismo. E già il 12 settembre scorso, tanto per alzare il tiro, il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld ha detto: "Gli Stati Uniti si impegneranno in uno sforzo multilaterale per colpire le organizzazioni terroristiche nei 60 Paesi che le sostengono. Non abbiamo altra scelta".

    La minaccia di bombardare un terzo delle nazioni del mondo ha spaventato molta gente. E questa, secondo noi, ne era l’intenzione. Per due motivi. Primo, se Washington limiterà i suoi attacchi, aggredendo principalmente l'Afghanistan, il mondo tirerà un sospiro di sollievo. E Washington ha attaccato fortemente l’Afghanistan - per primo. Altre violazioni di sovranità, oltre all’uso forzato del Pakistan come base per gli attacchi, seguiranno a sostegno dell’iniziativa principale. Potrebbe svilupparsi ad esempio altro terrorismo di Stato, come un aumento dei bombardamenti non provocati sull’Iraq (come diversivo). Ma al centro dell’attenzione nell’immediato, c’è ancora solo l’Afghanistan. Secondo, questa tattica del terrore serve a distrarre dalla strategia principale di Washington, molto più pericolosa della minaccia di bombardare numerosi Paesi. Washington vuole impossessarsi dell'Afghanistan al fine di accelerare il completamento della frammentazione delle repubbliche ex sovietiche, così come ha distrutto la ex Jugoslavia.

    E questo è il più grave dei rischi che corre l’umanità. Ma cosa vuole Washington dal misero Afghanistan? Per rispondere a questa domanda bisogna prendere la carta geografica dell’Europa e dell’Asia. Considerate l’enorme estensione dell’ex Unione Sovietica, in particolare della Russia. La Russia non è solo molto estesa, possiede ricchezze incalcolabili (la maggior parte non ancora sfruttate), ma è l’unica potenza nucleare mondiale oltre agli Usa. A dispetto di ciò che crede l'opinione pubblica, la potenza militare russa non è stata distrutta del tutto; anzi, è decisamente più forte, in relazione agli Usa, che durante il primo periodo della Guerra Fredda. Se gli Stati Uniti riusciranno a frantumare la Russia e le altre repubbliche ex sovietiche in entità deboli e controllate dalla Nato, Washington avrà le mani libere per sfruttare le immense ricchezze di quelle terre dove e come vorrà, senza temere reazioni. E a dispetto delle chiacchiere che parlano di una collaborazione tra Russia e Stati Uniti, e nonostante i gravi danni provocati in Russia dal Fondo Monetario Internazionale, queste rimangono le intenzioni della politica Usa. L’Afghanistan ha una posizione strategica, non solo perché confina con Iran, India, e persino (con una piccola striscia) con la Cina, ma, molto più importante, condivide confini e religione con le repubbliche centro asiatiche dell’ex Unione Sovietica: Uzbekistan, Turkmenistan e Tajikistan. Le prime due confinano a loro volta con il Kazakhstan, che confina direttamente con la Russia. L'Asia centrale è strategica non solo per i vasti giacimenti petroliferi, ma soprattutto per la sua posizione. Se Washington dovesse arrivare a controllare queste repubbliche, a quel punto avrebbe basi militari nelle aree seguenti: il Baltico, i Balcani, la Turchia, e le repubbliche in questione. E questo sarebbe un cappio attorno al collo della Russia. Si aggiunga che Washington già controlla le repubbliche dell’Azerbaijan e della Georgia, al sud, ed è facile capire come gli Usa sarebbero nella posizione ideale per lanciare istigazioni alla “ribellione” in tutta la Russia.

    La Nato, la cui attuale dottrina permette di intervenire nei Paesi confinanti con gli stati membri, potrebbe poi iniziare “guerre a bassa intensità” che prevedano l’uso di armi nucleari tattiche (come ufficialmente dichiarato nella dottrina ufficiale), in “risposta” alle innumerevoli “violazioni dei diritti umani”. E c’è qualcosa di ironico nel fatto che Washington pretenda di ritornare in Afghanistan per combattere il terrorismo islamico, dal momento che per distruggere i sovietici gli Usa stessi crearono i quadri del terrorismo islamico negli anni Ottanta. Non si trattò, come molti credono, di una sorta di aiuto ai ribelli che contrastavano l’espansionismo sovietico. Al contrario, l’intervento sovietico in Afghanistan fu concepito come un'azione difensiva per mantenere, e non alterare, l’equilibrio globale delle forze. Accadde infatti che gli Stati Uniti misero in atto azioni segrete al fine di “incoraggiare” l’intervento dei russi, allo scopo di trasformare la società tribale rurale afghana in una forza militare che contribuisse a dissanguare l'Unione Sovietica. Tutto questo è stato ammesso dallo stesso Zbigniew Brzezinski, a capo della Sicurezza Nazionale statunitense a quel tempo.

    Prendiamo in considerazione i seguenti brani tratti da articoli giornalistici. Il primo, dal “N.Y. Times”: "La resistenza afghana fu sostenuta dai servizi di intelligence degli Stati Uniti ed Arabia Saudita attraverso la fornitura di circa 6 miliardi di dollari di armamenti. E la zona bombardata la settimana scorsa (l’articolo fu pubblicato dopo l’attacco missilistico dell’agosto 1998), un complesso di sei accampamenti attorno a Khost, dove l’esule saudita Osama Bin Laden ha finanziato una sorta di “università del terrorismo”, è ben conosciuta alla Cia (secondo le parole di un ufficiale esperto dei servizi di intelligence). ... alcuni degli stessi combattenti che lottarono contro i sovietici con l'aiuto della Cia, stanno ora combattendo sotto la bandiera di Mr. Bin Laden...". (“NY Times”, 24 agosto 1998, pagine A1 & A7 ).

    E questo articolo dal londinese “Independent”: "La guerra civile afghana è in corso, e l'America è presente fin dall'inizio - o prima dell'inizio, se dobbiamo credere alle parole di Brzezinski" (Zbigniew, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale ed ora stratega di politica internazionale). "Non abbiamo spinto i russi ad intervenire", ha affermato in una intervista del 1998, "ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilità che lo facessero. Questa operazione segreta fu un’idea eccellente. Portò i russi nella trappola afghana. Vorreste che lo negassi?" (affermò Brzezinski).

    Gli effetti a lungo termine dell’intervento americano secondo la prospettiva da guerra fredda di Brzezinski, misero, 10 anni dopo, l'Unione Sovietica in ginocchio. Ma ci furono anche altri effetti. Per sostenere la guerra, la Cia, d’accordo con l’Arabia Saudita e l’intelligence militare pakistana ISI (Direttorio Integrato d’Intelligence), versò milioni e milioni di dollari ai Mujahedeen. Fu il più sicuro dei modi di condurre una guerra: gli Usa (e l'Arabia Saudita) fornirono i fondi, e gli Stati Uniti anche un limitato addestramento. Fornirono inoltre i missili antiaerei Stinger, che in definitiva furono quelli che cambiarono il corso della guerra. "L’Isi pakistano fece dell’altro: addestramento, equipaggiamento, indottrinamento e consulenza. E fecero il loro lavoro con ostentazione: il leader militare di allora, il generale Zia ul Haq, egli stesso di tendenza fondamentalista, si gettò nell’impresa con incrollabile passione". (“The Independent”, 17 settembre 2001)

    Per arrivare a tempi a noi vicini, va notato che gli Stati Uniti hanno aiutato i Talebani anche recentemente, a dispetto delle dichiarazioni di condanna per la violazione dei diritti umani: "L’amministrazione Bush non si è lasciata intimidire. La settimana scorsa ha versato altri 43 milioni di dollari in assistenza all’Afghanistan, arrivando così ad un aiuto complessivo per quest’anno di 124 milioni [di dollari] e ponendo così gli Stati uniti come primo paese donatore umanitario". (“The Washington Post”, 25 maggio 2001). Perché gli Usa e i loro alleati hanno continuato - fino ad oggi - a finanziare i Talebani? E perché, ciò nonostante, adesso attaccano la loro mostruosa creatura? È ormai assodato che Washington ordinò all'Arabia Saudita e al Pakistan di finanziare i Talebani affinché essi facessero un lavoro: consolidare il controllo sull’Afghanistan e da qui destabilizzare le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale sui loro confini.
    Ma i talebani hanno fallito. Non hanno smembrato l'alleanza dei paesi controllati dalla Russia. Invece di sovvertire l'Asia centrale, hanno iniziato a distruggere le statue di Buddha e a terrorizzare coloro che non seguivano l’interpretazione super repressiva dell'Islam che ha il regime. Contemporaneamente, la Russia si è mossa nella direzione “sbagliata”, dal punto di vista di Washington. La pedina completamente controllabile Eltsin è stato sostituito con il presidente Putin, che in parte resiste ai voleri degli Usa, per esempio contrastando il piano della Cia per impossessarsi della Cecenia attraverso l’uso di terroristi islamici legati all’Afghanistan. E ancora, Cina e Russia hanno siglato un patto di difesa reciproca. E a dispetto delle enormi pressioni Usa/Europa, Putin ha rifiutato di isolare il presidente bielorusso Lukashenko che, come l'incarcerato ma non spezzato presidente jugoslavo Milosevic, sostiene la necessità di opporsi alla Nato.

    È questa sfavorevole sequenza di avvenimenti che ha convinto Washington ad affidarsi alla sua tattica preferita: spingersi, nell'azione politica, fin sull'orlo della guerra. Un primo segno di questa tendenza è comparso all’inizio di settembre 2001, appena prima delle elezioni presidenziali nella repubblica ex sovietica della Bielorussia. La Bielorussia è situata nella regione baltica, vicino alla Lituania ed alla Polonia. Washington e l'Unione Europea detestano Lukashenko perché ha rifiutato di sottomettere il suo piccolo paese ai voleri del Fondo Monetario Internazionale, e di smantellare tutte le garanzie sociali dell'era sovietica. Inoltre prese posizione in difesa della Jugoslavia. E desidera persino l'unione di Bielorussia, Ucraina e Russia. Questo desiderio di rimettere assieme ex repubbliche sovietiche, lo mette nel mirino della politica di Washington, che mira invece a frantumare ulteriormente questi Paesi. Per mesi, Washington e gli europei si sono occupati delle elezioni bielorusse. Washington ha ammesso di aver costituito circa 300 “Organizzazioni non governative”. Questo in un Paese che conta meno di 10 milioni di anime. Inoltre, appena prima delle elezioni, l'ambasciatore degli Stati Uniti Michael Kozak ha scritto ad un giornale britannico: "Obiettivo e metodologia degli Stati Uniti sono gli stessi in Bielorussia come in Nicaragua, dove gli Stati Uniti hanno sostenuto i Contras contro il governo di sinistra dei sandinisti in una guerra che ha provocato almeno 30.000 vittime". (“The Times”, 3 Settembre 2001.)

    Ora Washington ha cinicamente ha usato la strage del World Trade Center per dirigere le strutture della Nato, invocando l’articolo 5 del Trattato, secondo il quale tutti i membri dell'Alleanza devono rispondere ad un attacco rivolto ad uno di essi. Questo allo scopo di: a) mettere insieme una “forza per la pace” per l’Afghanistan; b) lanciare attacchi aerei e, possibilmente, terrestri; c) eliminare l’ostinata ed incompetente leadership dei Talebani; d) assumere il controllo diretto nella creazione di una occupazione militare della Nato, un vero e proprio protettorato. Alcuni sostengono che la Nato sarebbe folle se tentasse di pacificare l'Afghanistan. Sostengono che gli inglesi fallirono nell’800 ed i russi negli anni ’80. Ma Washington non ha bisogno né intende pacificare l’Afghanistan. Ha bisogno d’una presenza militare sufficiente per organizzare e dirigere le forze indigene al fine di penetrare le repubbliche dell'Asia centrale ed istigare conflitti. Piuttosto che provare a sconfiggere i talebani realmente (i raid e qualche morto tra i civili non significano vittoria né tanto meno la pantomima organizzata e concordata con Kabul della caduta di Mazar-i-Sharif), Washington gli farà un’offerta che non potranno rifiutare: lavorare per gli Stati Uniti; saranno argomenti convincenti l’abbondanza di soldi e di armi, e le mani libere per dirigere il traffico di droga, così come hanno consentito all’Uck di fare una fortuna con la droga nei Balcani. L’altolà di Colin Powell alla richiesta dell’Alleanza del Nord, utili idioti e carne da macello del Dipartimento di Stato Usa, di affondare subito il colpo contro Kabul fa capire la realtà dei fatti: ok bimbi, cercate di capire che questo è un gioco e non rompeteci le uova nel paniere. Oppure, in caso di arroccamento nell’ortodossia, potranno scegliere di opporsi agli Stati Uniti e morire davvero. (E la realtà di questi ultimi tempi ha confermato l’ortodossa stupidità dei talebani). In questo modo, Washington spera di bissare ciò che ha fatto in Kosovo, dove la Nato ha preso i gangster trafficanti di droga e i secessionisti anti-serbi, e ne ha fatto l'organizzazione terrorista “Esercito per la liberazione del Kosovo”, Uck. In questo caso invece la materia prima sono i Talebani. Riorganizzati e posti sotto stretto controllo, rinasceranno come “Combattenti della Libertà”, e saranno diretti contro le Repubbliche dell’Asia centrale.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Dragoš Kalajic
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    L'influente settimanale italiano Panorama è stato di recente onorato dalla presenza della CIA: Panorama, per primo nello spazio mediatico europeo, ha ottenuto i diritti a pubblicare e in tal modo diffondere i presunti risultati segreti di previsioni futuristiche della task force intellettuale della CIA, concernenti le imminenti, future e possibili disgregazioni di stati. Il documento in questione è una "bozza", circa 200 pagine, con numerosi allegati, grafici e diagrammi; il titolo è Rapporto sulla disintegrazione degli stati. Il settimanale italiano ha presentato una versione ridotta del Rapporto, aggiungendo che esso è il risultato di una ricerca interdisciplinare che, senza l'aiuto di analisi al computer - a causa dell'enorme massa di dati provenienti da oltre 600 campi diversi - avrebbe richiesto un lavoro di almeno dieci anni di ore/uomo.
    Gli autori del Rapporto esaminano quattro cause fondamentali della disgregazione degli stati: guerre ideologico-rivoluzionarie e civili, conflitti etnici, genocidi e "politicidi" e mutamenti traumatici delle strutture di governo. Il Rapporto include una mappa del mondo nel quale tutti gli Stati sono collocati in una di quattro categorie-base, a seconda delle loro prospettive future: rischio di disintegrazione incerto, basso, medio e alto. Gli USA, l'Unione Europea e il Giappone sono collocati fra i Paesi a basso rischio. Il colore rosso, che denota alto rischio, copre tutti i Paesi musulmani ex sovietici, India, Turchia, gran parte dei Paesi africani e quasi l'intera America Latina. In Europa, la zona ad alto rischio comprende Croazia, Federazione Musulmano-Croata [Bosnia], Repubblica Srpska [la Serbia bosniaca], Albania e Macedonia, mentre Repubblica Jugoslava, Slovenia e Romania sono situate nella zona a rischio medio.

    Gli editori della versione parziale del Rapporto hanno informato i lettori che questa visione dell'immediato futuro del mondo era destinata a restare segreta "non soltanto a causa di utilizzi indesiderati del Rapporto, ma anche delle possibili conseguenze politiche negative di un rapporto del genere". Così, gli ingenui fra noi possono concludere che l'inviato di Panorama è riuscito a penetrare negli archivi top secret della CIA e a svelare in modo irresponsabile un grande segreto, rendendo così possibile un "utilizzo indesiderato" nonché "conseguenze politiche negative", il tutto al fine di avvertire il pubblico di imminenti catastrofi. Non è necessaria molta intelligenza per concludere che la storia è un bluff, giacché chiunque sia in possesso di una minima conoscenza della rete dei mass media in Occidente sa bene che nel suo ambito - ad eccezione, per il momento, di Internet - una simile libertà non è né immaginabile né possibile, a causa della dipendenza dei principali fornitori di notizie dagli interessi del sistema plutocratico.A parte questo, la supposta segretezza del Rapporto è confutata dalla dichiarazione del direttore di ricerca della CIA, Daniel O. Esty, resa proprio al giornalista di Panorama. Nella dichiarazione, il dirigente della task force della CIA sottolinea che la task force ha scoperto "oltre ai tradizionali fattori socio-politici e geostrategici ... una serie di nuove cause che potrebbero vsvolgere un ruolo decisivo nello sviluppo di una crisi o di una disintegrazione traumatica degli stati".Consapevoli delle conseguenze di tutte le precedenti pubblicazioni di "segreti" usciti dagli antri nascosti della CIA, dobbiamo chiederci perché questo rapporto sia stato presentato al pubblico del "villaggio mondialista [globale]". L'autore di questo articolo è convinto che la CIA stia cercando di preparare psicologicamente il pubblico del "villaggio mondialista [globale]" a guerre e disintagrazioni statali che Washigton, direttamente o indirettamente, sta attualmente pianificando o incoraggiando. Quando tali predizioni si avvereranno, guerre e disintegrazioni saranno accettate come inevitabili, previste dalla suddetta tecnologia dell'informazione, che da lungo tempo, nella coscienza delle masse mondializzate, ha rimpiazzato non soltanto ogni fede nell'umano intelletto, ma persino l'antico volere di Dio, con cui i popoli del passato spiegavano tante calamità storiche.



    Lontano da Dio e vicino agli USA
    Pertanto, il citato Rapporto suggerisce indirettamente a tutti gli autentici amanti e fautori della pace di abbandonare ogni speranza ed illusione. Inoltre, questa realtà storica rigetta categoricamente tutte le teorie dei profeti, al soldo o gratuiti ("utili sciocchi", secondo il vocabolario della CIA), delle presunte virtù del modello americano di "società civile" e "multiculturale" - modello che si suppone inclini naturalmente verso la pace, a differenza di ogni sorta di nazionalismo e Stato nazionale che (sempre per supposizione) invariabilmente finisce con l'impegnarsi in guerre espansioniste. In realtà, la storia dimostra che "la democrazia dirigente" e campione di ogni progetto di "società civile" e "multiculturale", in quanto modello di stato, è di gran lunga il massimo produttore di interventi militari e guerre.
    Soltanto nel suo habitat geopolitico, l'America settentrionale, centrale e meridionale, nel corso degli ultimi cento anni gli USA si sono impegnati in quasi 90 fra interventi militari e guerre di espansione e in un enorme numero di colpi di stato; diretti o indiretti. Gli USA hanno usato la loro potenza militare contro Messico (14 volte), Cuba (13 volte), Panama (12 volte), Nicaragua (10 volte), Repubblica Dominicana (nove volte), Columbia e Honduras (9 volte ciascuna), Haiti (sei volte), Puerto Rico (tre volte) e in un'occasione contro Argentina e Brasile.

    L'interventismo militare cronico degli USA è al servizio di una corrispondente egemonia politica, militare ed economica che - mediante indebitamento imposto - distrugge ogni sistema economico e crea povertà, forzando le masse dei Paesi del Terzo Mondo americano ad emigrare negli USA. Queste sfortunate nazioni hanno coniato un proverbio che esprime in sintesi il loro destino: "Così lontano da Dio, e così vicino agli USA!". Recentemente, l'International Herald Tribune ha pubblicato un articolo di due guru del mondialismo di Washington: Jacob Heilbrun e Michael Lind hanno spiegato insieme 100 anni di interventismo militare e guerre che hanno condotto all'instaurazione del "primo impero Americano". Secondo loro, il secondo impero è stato conquistato grazie alla Seconda Guerra Mondiale e comprende l'Europa occidentale, il Giappone e alcune isole del Pacifico. Heilbrun e Lind informano il pubblico che ultimamente stiamo assistendo all'instaurazione del "terzo impero Americano" tramite "la direzione Americana del movimento delle nazioni Musulmane, dal Golfo Persico ai Balcani". Questa sequenza di eventi condurrà alla resurrezione dell'Impero Ottomano sotto tutela Americana, con la tendenza alla diffusione di questo "terzo impero Americano" in "Europa orientale (con l'aiuto della NATO) e nella Jugolavia un tempo neutrale".Il vero obiettivo delle "iniziative di pace" di Washington ha trovato conferma nelle dichiarazioni del sottosegretario al governo USA Strobe Talbott, che ha rimarcato come la NATO intende impegnarsi ad avviare operazioni all'esterno della sua originaria zona di azione, "nel Medio Oriente e altrove". Quell'altrove, alla luce della scoperta di ambizioni mondialiste, deve essere inteso come dovunque. Il commentatore di politica internazionale da Parigi di Le Monde Diplomatique, Marion Ajer, nel saggio dal titolo NATO: al servizio di quale sicurezza? offre questa risposta alla domanda: "Questo terzo dispiegamento di forze militari in Europa (dopo il 1917 e il 1944) rappresenta - una volta neutralizzata l'aspirazione dei membri dell'Unione Europea ad una forza di difesa comune - il rinovamento del tradizionale ruolo degli USA nell'Alleanza atlantica e la loro riconferma quale massima forza militare in un mondo unipolare"



    La strategia fondamentale contro la Russia
    La NATO è lo strumento "duro" fondamentale per l'instaurazione e la diffusione del "terzo impero Americano" dal Medio Oriente, dove l'egemonia e il controllo delle riserve petrolifere mondiali sono assicurati dall'asse militare Israele-Turchia (di recente ufficializzato con un accordo internazionale), attraverso l'"asse Islamico" per la penetrazione degli emigranti turchi e musulmani nell'Unione Europea, lungo tutto il confine della Russia. Il progetto di diffusione dell'influenza della NATO nella regione "post-comunista" è una minaccia alla Russia, minaccia che probabilmente si materializzerà una volta che il popolo russo si sarà liberato con il rovesciamento dei suoi attuali dirigenti russofobi, stranieri e mondialisti. Le mappe strategiche della NATO sin dal 1982 segnavano la regione del Caucaso come possibile futuro teatro bellico, il che proietta una luce diversa sulla guerra in corso in Cecenia e sugli sforzi dei suoi istigatori da Washington per diffondere quel conflitto al resto della Russia, provocandone così la distruzione.
    Si tratta dell'attuazione interventista della strategia anti-russa che si può rintracciare nella Direttiva del Consiglio di Sicurezza Nazionale n.20/1 del 18 agosto 1948:

    "Dobbiamo assicurare che persino un regime non comunista e nominalmente amico in Russia
    a) non disponga in futuro di una forza militare significativa;
    b) dipenda strettamente sul piano economico dal resto del mondo;
    c) non possa istituire nulla di simile alla 'cortina di ferro'.
    Se anche quel regime dovesse mostrare un atteggiamento sfavorevole verso i comunisti e favorevole nei confronti degli USA, dobbiamo assicurare che tali condizioni siano imposte, sia pure in maniera non offensiva o umiliante. Dobbiamo in ogni caso sottometterlo, pacificamente o con la forza, per proteggere i nostri interessi".

    Alla luce di questa strategia e della sua attuazione, possiamo concludere che l'Alleanza Atlantica e il progetto Partnership for Peace sono i mezzi per l'instaurazione e diffusione del "terzo impero Americano", come confermato da Heilbrun e Lind: "Nel futuro prevedibile, lo scopo principale dei Paesi alleati della NATO sarà quello di servire da centri di reclutamento di soldati per le guerre Americane nei Balcani, nel Mediterraneo e nel Golfo Persico. La sfida dell'instaurazione di una nuova sfera di influenza europeo-mediorientale richiederà lo sviluppo di nuove istituzioni ed alleanze simili alla NATO [Partnership for Peace, nota di D.K.] per le relazioni con i vari protettorati che gli USA si sono conquistati da 1990".

    Pertanto, tutta la propaganda sulla sedicente natura di strumenti di sicurezza e pace della NATO e di Partnership for Peace (la sala d'attesa della NATO) serve unicamente ad indottrinare masse sprovvedute e le corrispondenti pseudo-élites politiche sorte dalle rovine del sistema post-comunista. In una situazione del genere, pace e sicurezza dipendono quasi integralmente dalla buona o cattiva volontà degli strateghi del "nuovo ordine mondiale" di Washington e dai loro comandanti plutocratici di New York. Un buon esempio della totale "impotenza" della NATO nell'instaurare una pace duratura persino fra i suoi stessi membri è offerto dalle continue provocazioni militari della Turchia - dall'ormai ventennale occupazione militare della metà settentrionale di Cipro, fino ai recenti attacchi all'integrità territoriale della Grecia. E' evidente che la Turchia non sarebbe mai stata in grado di inscenare tali provocazioni senza l'incitamento o almeno il tacito consenso degli strateghi di Washington, i cui generali sono i comandanti supremi delle forze NATO. La NATO non è stata capace di controllare le ambizioni di conquista della Turchia; ha invece di recente deciso di inviare "osservatori" ai confini in pericolo della Grecia.


    Coloro che cercano Pace avranno Guerra
    Un'altra prova del vero carattere e dei veri scopi dell'Alleanza Atlantica quale strumento "morbido" per l'instaurazione e l'ampliamento del "terzo impero Americano" consiste nelle condizioni politiche ed economiche per essere accettati nell'Alleanza, condizioni che nulla hanno a che fare con fini militari e di difesa. Chiaramente, la NATO accoglierà soltanto "Paesi democratici", dunque Paesi i cui governi siano servitori affidabili degli interessi Americani.
    Altra condizione cruciale è una "economia di mercato", concretamente la totale assenza di protezione dell'economia domestica dalla pirateria finaziaria e industriale straniera. La storia ci dice che la maggior parte delle guerre, anche di quelle di maggiori dimensioni (come quelle contro il Giappone imperiale, la Russia degli zar e l'Impero Austro-Ungarico) vennero iniziate dai capitalisti dell'Occidente a causa della determinazione con cui quegli stati difendevano la loro indipendenza e ricchezza economica, i mercati e le risorse interne. Anche il citato Rapporto della CIA agita questa causa di guerra, precisando minacciosamente che gli stati a maggior rischio sono quelli con "basso livello di accessibilità al mercato".

    Un'altra importante condizione per accedere all'Alleanza Atlantica è la "capacità di sopportare tutti i costi necessari per adeguare il livello delle forze militari nazionali a quello delle forze NATO". In altre parole, la capacità di acquistare armamenti made in the USA, pagare costosi consiglieri per l'addestramento al loro uso, e pagare per il sostentamento delle forze di occupazione Americane. L'investimento necessario è così ingente per gli stati economicamente deboli e indebitati dell'Europa Orientale che persino gli ideatori di tali condizioni (o estorsioni) fiutano odore di fallimento. Dalle pagine del Washington Post, William Odom [ex direttore della National Security Agency, ndr] ammette apertamente: "Gli eserciti [dei Paesi dell'Europa Orientale] non sono sufficientemente moderni per soddisfare gli standard della NATO. Gli investimenti occorrenti per adeguarne il livello sono allo stato attuale eccessivi per le loro economie".
    Fra le condizioni per l'accoglimento nell'Alleanza Atlantica ne troviamo una che a prima vista appare innocua e ragionevole: "I membri della NATO accettano il principio della soluzione pacifica dei problemi interni e delle dispute sui confini". Purtroppo, la condizione è solo in apparenza innocua. L'esperienza recente conferma che questa condizione implica in realtà la rinuncia alla sovranità e il riconoscimento dela "comunità internazionale" (uno degli pseudonimi degli USA) quale unico arbitro delle dispute interne ed internazionali (fomentate da Washington).

    Una mente lucida e dotata di esperienza non fatica a individuare in quest'ultima condizione un altro annuncio di nuove guerre europee e fratricide, fondate sull'atica formula del cinismo politico: divide et impera. La dislocazione di queste guerre future e possibili è già stata determinata, come è confermato da numerosi studiosi di previsioni americani, dalla task force della CIA al già menzionato William Odom: "Un gran numero di ungheresi irrequieti vive nel sud della Slovacchia, nella Transilvania rumena e nella Serbia settentrionale. La Russia pretende che la Polonia conceda un corridoio in direzione dell'enclave di Kaliningrad (nella ex Prussia orientale). Esiste una minoranza polacca in Lituania, mentre Estonia e Lettonia presentano rilevanti minoranze russe. La Moldavia, un tempo parte della Romania, ha uno statuto incerto. L'allargamento della NATO può prevenire il sorgere di alcuni fra questi problemi e servire da monito a coloro che volessero sfruttare questi potenziali conflitti".

    Nel leggere questi testi, un lettore ingenuo potrebbe pensare con gratitudine che gli strateghi di Washington siano sinceramente preoccupati per la pace nell'Europa orientale e stiano cercando di proteggerla offrendo i servigi della NATO. L'esperienza della guerra e distruzione nella Bosnia-Erzegovina è sufficiente per rendersi conto, una volta per tutte, che una pace europea è indesiderabile per gli strateghi di Washington. Dapprima hanno spinto gli Ilamici bosniaci sulla via della secessione per mezzo di un referendum sull'indipendenza che, per ammissione inequivoca di Izetbegovic [attuale presidente della Bosnia, ndr], avrebbe significato una cosa sola: "dichiarazione di guerra". In seguito, hanno sabotato qualsiasi accordo di pace fra le parti belligeranti, ammonendo il leader degli Islamici [Izetbegovic] di respingere tali accordi e attendere in vista della promessa di guadagni maggiori. Solo quando hanno stimato che la pace (?) o il cessate il fuoco sarebbero stati confacenti ai loro obiettivi provvisori, gli strateghi di Washington hanno forzato gli Islamici a siglare un accordo di pace, presentando al contempo l'accordo di Dayton come il risultato della loro abilità e onnipotenza, e come prova dell'impotenza europea - altro motivo per ribadire l'egemonia Americana e la presenza di forze di occupazione NATO sotto comando Americano in Europa.



    La paura spinge verso la NATO
    Come sottolinea lucidamente Marion Ajer dalle pagine di Le Monde Diplomatique (dove, per la natura stessa della pubblicazione, è possibile ritrovare di tanto in tanto una verità o due), "affinché l'Alleanza Atlantica sopravviva, sarà necesario creare nuove guerre". Quindi, per giustificare l'esistenza dell'Alleanza agli occhi degli europei non sufficientemente compiacenti, gli strateghi di Washington dovranno creare nuove guerre in Europa per tenere occupata la NATO. Le stesse regole valgono per le nazioni est-europee, alle quali viene offerta protezione e sicurezza sotto l'ala sedicente pacifica della NATO: la loro pace e la loro sicurezza verranno coerentemente poste in pericolo per forzarle a pagare il racket dell'Alleanza Atlantica, cioè dei plutocrati di New York.
    La pace europea si è basata per molto tempo sui trattati di Versailles e Trianon, ma ora l'interventismo Americano sta distruggendo queste fondamenta. In un discorso rivolto al circolo nazionale della stampa statunitense il 31 gennaio 1996, Richard Holbrook, amministratore di guerra per conto di Washington sulle macerie della Bosnia-Erzegovina, ha annunciato che le fondamenta della pace europea sarebbero state distrutte a causa della "irrisolta eredità delle conferenze di Versailles e Trianon". Di conseguenza, tutte le frontiere interne dell'Europa Orientale e fra Germania ed Europa Orientale possono ora essere rimesse in discussione. Questo fatto, insieme con le minacce di guerra che comporta, è la ragione principale che spinge a comprare la pace pagando il "pizzo" degli estorsori di Washington.

    Il sottoscritto ha di recente chiesto all'influente studioso bulgaro di geopolitica Sergej Stanisev, dell'Istituto per la Ricerca sui Balcani e l'Europa, coma mai importanti forze politiche bulgare sostengano l'ingresso della Bulgaria nella NATO. Stanisev ha risposto:

    "Naturalmente, la vera ragione non sta in qualche paura putativa della politica espansionista della Russia, come viene di solito affermato pubblicamente. Nessuna persona seria e sensata presta attenzione ai moniti di Washington secondo cui il nuovo stato russo potrebbe in futuro dare il via alla conquista dei territori dell'ex Unione Sovietica e dell'Est Europa un tempo controllati. Anche se covasse ambizioni espansioniste, questa nuova Russia non sarebbe semplicemente capace di nulla di simile. Come si può anche solo immaginare che un esercito incapace di spezzare l'insorgenza in Cecenia possa imbarcarsi in un'impresa di conquista di tali dimensioni? La ragione fondamentale e nascosta del desiderio di unirsi all'Alleanza Atlantica è la paura della politica guerrafondaia che Washington persegue con successo. L'attuazione di questa politica nei territori della Jugoslavia ha profondamente influenzato tutte le elites est-europee. Molti credono di potersi comprare pace e benevolenza aggregandosi alla NATO e pagando un riscatto ai guerrafondai di Washington".

    Un buon esempio di questa psicosi da guerra è la gara a unirsi alla NATO in atto fra Ungheria e Romania - gara alimentata dagli emissari e i ricattatori di Washington, a cominciare da Javier Solana, segretario generale della NATO. Solana ha ultimamente visitato le capitali dei Paesi dell'Est europeo disposti a pagare il "pizzo" alla NATO, cominciando da Kiev e finendo con Sofia; a tutti ha giurato che "la corsa è aperta" e l'arbitro "imparziale". E tuttavia, nella pratica, anche se "tutti sono uguali", alcuni sono "più uguali degli altri", dato che obbediscono alle "richieste democratiche" (degli strateghi del mondialismo di Washington) con maggiore entusiasmo di altri.

    Gli interlocutori rumeni, incluso il presidente, il ministro della difesa, il ministro degli affari esteri ed entrambi i capi dei due rami del parlamento, hanno offerto a Solana numerose e umilianti garanzie della volontà della Romania di soddisfare tutte le condizioni per aderire alla NATO. Hanno persino presentato gli esiti di un sondaggio a dimostrazione che il 95% dei rumeni appoggia l'ingresso del Paese nell'Alleanza Atlantica. Ciononostante, non è stata dissipata la loro impressione che l'Ungheria verrà accolta nella NATO nel primo round, mentre la Romania dovrà aspettare fuori.


    L'illusione chiamata Occidente
    Altra impressione ricavata è che Washington favorisca deliberatamente alcuni "postulanti" a svantaggio degli altri, al fine di suscitare fra gli stati sospetto reciproco, dispute e infine conflitti. Il ministro degli affari esteri rumeno Melekasanu ha pubblicamente sottolineato che "la corsa per accedere alla NATO è un fattore di instabilità in questa parte del mondo". Secondo l'opinione di un esperto quale il ministro delle difesa rumeno Tinka, se l'Ungheria si unirà alla NATO mentre la Romania resterà esclusa, entrambi i Paesi "si impegneranno in una corsa agli armamenti". Naturalmente, questa corsa avverrà secondo gli standard della NATO, con grande soddisfazione dell'industria millitare Americana, dei suoi investitori e degli estorsori internazionali che forniranno credito ad entrambi questi stati ricattati e indebitati.
    Il ministro della difesa rumeno Tinka giustamenta valuta che una corsa agli armamenti fra Romania e Ungheria incoraggerà le tendenze separatiste in seno alla minoranza ungherese in Romania e le richieste di concessioni territoriali dell'Ungheria, in base a quanto Washington ha dichiarato a proposito dell'annullamento, di fatto, del Trattato di Trianon. Javier Solana ha fatto del suo meglio per stimolare un conflitto ungaro-rumeno per conto dei suoi padroni, i plutocrati di New York, esprimendo ai sui ospiti rumeni "profonda preoccupazione per la situazione delle minoranze nazionali, soprattutto dei diritti della minoranza ungherese in Romania".

    I rumeni, eccellenti conoscitori della storia - come è testimoniato dagli splendidi lavori di intellettuali rumeni come Mircea Eliade, Emil Cioran e Vintile Horia - sanno riconoscere le minacce velate, ma per il momento non hanno i mezzi per difendersi. Anche il columnist dell'autorevole periodico Adevarul, Dumitru Tinu, esprime questa impotenza: "La Romania è vittima di un gioco di interessi; la sua grande fiducia nell'Occidente verrà ancora una volta tradita". Bisognerebbe leggere il messaggio lanciato ai rumeni e agli altri popoli Ortodossi da Emil Cioran dal suo esilio parigino con il libro Storia e utopia, per comprendere la futilità di questa fiducia nell'Occidente.

    E diamo anche credito alla saggezza dell'attuale politica cinese, che sa vedere attraverso tutte le manipolazioni dei commesi viaggiatori della potenza occidentale. Una saggezza acquisita nel corso di sei millenni di cultura e storia. Una saggezza contro cui si è rivolto, con modi da cowboy, il segretario statunitense alla difesa, William Perry, che ha aggressivamente offerto [alla Cina] una sorta di Partnership for Peace: "Tramite contatti diretti con le forze militari cinesi possiamo contribuire ad una maggiore apertura delle isituzioni cinesi per la sicurezza nazionale e il pensiero strategico, l'ac
    quisizione di nuovi armamenti e la politica di bilancio, nonché, in generale, dello stile d'azione cinese".
    Naturalmente, la saggezza cinese ha declinato, con cortesia ma fermezza, l'offerta di Perry, dietro alla qual non è difficile vedere la menzogna. Il fallimento del tranello di Perry ha offerto a Henry Kissinger materiale da cui ricavare lezioni per il futuro: "Fino a quando la cooperazione militare è presentata come una specie di assistenza il cui obiettivo è la trasformazione delle istituzioni cinesi, una civiltà indipendente da seimila anni non può non percepire tutto ciò come un'offerta di patronaggio".
    [...] Non è necessario sottolineare che gli Europei devono lavorare con tutte le loro forze al "tramonto dell'Occidente (= USA)" e alla propria liberazione. Gli Europei possono offrire il contributo supremo a questo tramonto mediante la risoluta difesa della sovranità e indipendenza dei propri stati dall'aggressione dell'egemonia mondialista sul piano politico, economico, (sub)culturale e militare. La potenza dell'Occidente crollerà se le viene negata qualla che da secoli è la sua preda, su cui vive e prospera come un parassita. La principale condizione del movimento di difesa europeo è il riconoscimento del nemico e dei suoi obiettivi. Ne è un buon esempio l'articolo di Richard Ovinkov pubblicato dal quotidiano russo Pravda:

    "L'essenza della politica Americana e Occidentale (la cui prova generale è avvenuta sul territorio jugoslavo) è stimolare l'instabilità e i conflitti etnici interni, specialmente negli stati plurinazionali, e usare questi conflitti per i propri fini. Sembra che i fautori di questa politica vogliano usare, anche per il futuro, questo precedente jugoslavo per una felice opera di divisione dei popoli Slavi. Le possibilità di realizzazione dipenderanno dal successo che otterranno nel dividere gli Slavi e metterli gli uni contro gli altri. Ma è possibile che non abbiamo ancora imparato nulla?".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Albania. Piccole mafie crescono


    La guerra contro Milosevic ha sconvolto gli equilibri di un'intera regione. E del caos approfittano i boss. Che hanno un nuovo obiettivo: trasformare il Paese delle Aquile in un santuario per ogni tipo di traffici illeciti.


    di
    BRUNO CRIMI 29/10/1999




    (e. paoni/contrasto)
    Un'immagine del porto albanese di Valona, principale base degli scafisti che gestiscono i traffici illegali nel Mare Adriatico.

    Il Montenegro, al di là delle simpatie politiche che suscita il suo presidente, un brillante conversatore, un uomo di mondo, potrebbe essere considerato uno 'stato mafioso' secondo la classificazione che dei regimi sospetti forniscono il dipartimento di Stato americano e l'Ue.



    All'Aja, l'Europol, organismo che coordina le iniziative delle polizie dei paesi Ue nella lotta, tra l'altro, contro la criminalità organizzata e il traffico di droga, a fine settembre ha lanciato l'allarme. Confermando, in sostanza, i timori dei rapporti americano ed europeo dello scorso anno. Rispetto al '98 la situazione si è aggravata. La guerra del Kosovo ha portato alla sostanziale apertura delle frontiere in quella che viene definita come la 'dorsale verde' dei Balcani. Cioè quei paesi in cui vivono popolazioni interamente musulmane o forti minoranze di religione islamica. La dorsale, che parte dal fiume albanese Shkumbin (giusto a nord di Valona), ingloba la quasi totalità dell'Albania, il nord-ovest della Macedonia, il Kosovo, il Sangiaccato (che in parte è serbo e in parte montenegrino) e una buona porzione della Bosnia fino alle frontiere della Croazia. La dorsale verde, strada maestra della penetrazione ottomana e islamica nei Balcani, fino alla guerra del Kosovo era privata di un anello di congiunzione fondamentale, quello del Sangiaccato, in cui la popolazione è al 55 per cento musulmana, di origine turco-balcanica.



    Questa regione, che dal 1913 è divisa longitudinalmente tra Serbia e Montenegro, era particolarmente sorvegliata, fin dai tempi della Jugoslavia di Tito, dalle forze di Belgrado. Il suo irredentismo era considerato molto pericoloso dal regime. Ai tempi dell'impero ottomano, il Sangiaccato era stato un'entità statale autonoma che in qualche modo controllava i traffici nella regione. Proprio per questo motivo, a conclusione delle guerre balcaniche, i vincitori se ne erano divisi le spoglie.



    Anche nel Sangiaccato, comunque, la guerra del Kosovo ha abbattuto le frontiere: decine di migliaia di rifugiati che durante il conflitto erano fuggiti in Montenegro e in Bosnia hanno ripercorso la direttrice Novi Pazar-Pljevlja, che in passato era il croceviadi tutti i commerci e di tutti i traffici provenienti dall'Oriente turco-ottomano e diretti verso l'Europa centrale e settentrionale.



    Quando oggi si parla di 'traffici' non si pensa nè alle stoffe nè alle pietre preziose. Ma alla droga, al riciclaggio, alle organizzazioni mafiose. Ed è esattamente quello che ha fatto l'Europol evidenziando il fatto che il ripristino della dorsale verde rappresenta un serio pericolo per l'Europa occidentale, molto più aperta di quanto non fosse ai tempi dei cartelli colombiani alla penetrazione delle droghe pesanti.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Il segretario federale della Lega Nord attacca la disinformazione occidentale
    Kosovari vittime anche della Nato
    Bossi: "Gli Usa utilizzano la "dorsale islamica" anti-Europa"

    di Gianluca Savoini

    Onorevole Bossi, la guerra sta prendendo una brutta piega per la Nato?
    "Ho l’impressione che gli americani, dominatori della Nato, abbiano ottenuto una parte di ciò che prefiguravano. Hanno affermato la loro supremazia militare e messo in fila l’Europa; hanno trascinato la sinistra al disastro, una sinistra di guerra che verrà cancellata in tutta Europa alle prossime elezioni; hanno danneggiato un Paese nemico, la Serbia; e hanno messo alla prova l’impotenza della Russia".
    Gli americani stanno riuscendo anche nel tentativo di creare quella "dorsale musulmana" protesa verso l’Europa per destabilizzare il nostro continente?
    "Certo, da tempo Washington ha in mente la formazione della dorsale islamica e adesso sono vicini alla realizzazione di questo piano. Vedrete che la guerra non si ferma. Anzi, si estenderà fino al Sangiaccato, un’area della Serbia anomala e musulmana, di etnia turca, per collegarla infine con la Bosnia. Insomma collegando le "vertebre" gli americani costruiranno la "spina dorsale" musulmana che serve ad impedire la nascita dell’Europa politica".
    Perché l’Europa politica fa tanto paura a Clinton?
    "Che faccia paura alle "corporations" economiche Usa è sicuro. Queste temono che si possa realizzare un’unità europea dall’Atlantico agli Urali, come sosteneva il Papa. Ed infatti hanno incorporato nella Nato tutti i Paesi europei ad occidente della Russia per isolare Mosca. Poichè la Serbia era l’aggancio di Mosca in Occidente hanno fatto in modo che non fosse possibile alcun accordo tra Albania, Kosovo e Serbia. A Rambouillet il mediatore americano Holbrook ha impedito addirittura l’abboccamento tra le parti in causa. Per cui la Serbia, che era disposta a dare un libero Parlamento ai kosovari con magistrature diversificate etnicamente, non è riuscita neppure a discutere il suo progetto".
    Quindi gli Usa hanno voluto a tutti i costi la guerra?
    "Proprio così. Hanno perseguito scientificamente la guerra. Clinton era stato avvisato dai suoi generali che i bombardamenti avrebbero sortito come effetto la grande fuga degli albanesi dal Kosovo. Inoltre, impedendo a Milosevic di trovare una soluzione pacifica, l’avrebbero esposto alla reazione dei cittadini jugoslavi che ne avevano piene le scatole dei morti ammazzati dall’Uck. Quindi Milosevic, con il fallimento di Rambouillet, voluto dagli Usa, si trovava in grande difficoltà, anche perchè era stato eletto grazie ad un programma che prevedeva di impedire il dilagare del terrorismo degli albanesi in Kosovo".
    Allora Milosevic è caduto nella trappola tesa da Clinton?
    "Effettivamente è così. Spingendo sull’espulsione dei kosovari, Clinton ha creato le condizioni per mascherare agli occhi della gente il progetto della "dorsale islamica", ideato dalle corporazioni mondialiste. Non c’è il minimo dubbio che l’opinione pubblica occidentale è sensibile alle disgrazie di questa povera gente, ammucchiata come fossero bestie. Ma nel contempo è stata creata ad arte una confusione gigantesca, con notizie false propagandate a livello mondiale. Un’enorme opera di disinformazione che ha quindi portato alla creazione di una verità fasulla, quella della "guerra giusta", con il supporto delle immagini dei profughi che sarebbero vittime solo di Belgrado e non anche di Washington. Il settimanale britannico The Economist di questa settimana in copertina raffigura un profugo in lacrime con sopra questo titolo indicativo: "Victim of Serbia - or Nato?". La gente è contraria all’intervento militare della Nato e allora giù ancora più forte con il lavaggio del cervello!".
    Avanti con la propaganda, allora, segretario. Per nascondere le responsabilità degli Usa e dei governi di Albania, Inghilterra, Francia, Germania, Italia e tutti gli altri membri della Nato?
    "Esatto. Avete visto che è crollato anche il fronte dei pacifisti? Ci si accorge soltanto ora che questo fronte è pieno di guerrafondai? La sinistra di guerra ha sempre fatto finta, in queste cose e ciò significa la morte della sinistra europea nei prossimi anni".
    E nell’immediato?
    "Si sono poste le basi per creare a Roma un clima consociativo, il grande inciucio".
    D’Alema ha concesso alla Nato le basi militari situate in territorio italiano senza consultare il Parlamento, costruendosi però una buona visibilità a livello internazionale...
    "D’Alema in questa vicenda ha dimostrato soprattutto una cosa: di avere soltanto un peso politico. È furbo e falso come politico, questo è fuor di dubbio. Ma non ha il peso di uno statista. L’avrebbe acquistato soltanto se avesse saputo smarcarsi dal coro inginocchiato dei leccapiedi delle corporations mondialiste. Peggio per lui".
    Come giudica il fatto che gli appelli di Giovanni Paolo II siano caduti nel vuoto?
    "La voce del Papa per Clinton vale poco o nulla, in quanto il progetto delle corporations che vogliono appropriarsi dell’economia di tutti i Paesi prevede l’annientamento dei popoli e anche delle credenze religiose. Infatti continuano a bombardare fregandosene persino della voce implorante del Papa. Le corporazione vogliono far entrare in Europa la Turchia e i turcofoni, cioè 170 milioni di musulmani che annienterebbero il Cristianesimo e soprattutto il Cattolicesimo".
    La guerra sbagliata continua, quindi. Le risulta che la Nato potrebbe ripetere le scelleratezze compiute in Bosnia, a Duboj, con le bombe arricchite all’uranio debole?
    "Dicono che simili tragedie siano avvenute e quindi potrebbero accadere nuovamente. Pare anche che l’uso di quelle micidiali bombe abbia lasciato una scia gravissima, con una crescita vertiginosa di tumori nei residenti. Questi bombardamenti americani ricordano tanto la distruzione di Guernica nella Guerra di Spagna. Simili massacri avvengono quando chi li causa è abituato a vivere in una società senza valori tradizionali e dove si adora soltanto il dio Denaro. Gli effetti nefasti del primato dell’economia sulla politica ha portato a questi risultati. La dittatura mondialista del denaro cerca di distruggere ed asservire i popoli, offrendo loro religioni di plastica, nel nome del liberoscambismo".
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  9. #9
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    La nuova Russia e l'Alleanza Atlantica

    Carlo Terracciano



    «Mantenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto!»

    E questa storiella, che circolava negli ambienti diplomatici all'epoca della cosiddetta guerra fredda.

    Nonostante i profondi cambiamenti degli ultimi anni, la politica americana sembra non essere cambiata di molto, anche nella versione radical del nuovo presidente USA, cioè ... Hillary Clinton e suo marito.

    Eppure, che la politica internazionale sia radicalmente mutata lo dimostra anche il fatto che simile freddura sia raccontata da Andrei Kozyrev, ministro degli esteri della Federazione Russa, cioè l'uomo di Eltsin per le relazioni internazionali, nel contesto di un articolo ("La nuova Russia e l'Alleanza Atlantica") che apre il n° 2, febbraio 93, del bimensile "Notizie NATO"!

    Si tratta della pubblicazione plurilingue edita direttamente dall'Ufficio Informazione e Stampa della NATO, che vede, nella sua edizione italiana, i nomi di Leonetto De Leon e Ruggero Orlando, uomini ... come dire? ... di razza.

    In onore dell'inconsueto ospite, questo numero ha la copertina interamente occupata dai colori bianco-blu-rosso a bande orizzontali: la bandiera della repubblica borghese russa.

    In "La nuova Russia e l'Alleanza Atlantica" A. K. sviluppa tutti i temi cari al suo padrone del Kremlino e alle forze mondialiste che lo sostengono, nell'interesse internazionale dell'unica potenza imperialista rimasta: la talassocrazia degli Stati Uniti d'America.

    Se osserviamo la questione sotto la sua vera luce, le parole di Kozyrev assumono un valore tutto particolare e certamente non desiderato:



    «È in un certo senso significativo che ad un Ministro degli Affari esteri della Federazione Russa sia stata offerta, per la prima volta, l'occasione di scrivere in una prestigiosa pubblicazione della NATO; sotto questo aspetto i segni del cambiamento sono chiaramente percepibili».



    L'integrazione nel sistema occidentale del gruppo di Stati riconosciuti democratici con economie di mercato è l'obiettivo a medio termine più importante per l'attuale governo di Mosca, che si propone di succedere alla defunta URSS nei rapporti internazionali.



    «Il rinnovamento della Russia e la sua transizione verso la civiltà [testuale!] non è compito agevole», aggiunge Kozyrev.



    Affermazione gravissima e quanto mai significativa dello spirito che anima lo staff mondialista insediatosi a Mosca.

    La Russia dunque, secondo le parole del suo ministro degli esteri, era immersa nella barbarie, sia con lo zarismo che con il comunismo; ma ora finalmente sarebbe in marcia verso la civiltà, cioè verso l'occidente atlantista ed il suo civilissimo modello di vita neo-capitalista, ricalcato sulla american way of life.

    Se queste sono le promesse figurarsi le conclusioni che A. K. trae del tutto conseguenzialmente! Dopo aver invocato un nuovo "Piano Marshall" per la Russia, egli mette in guardia gli occidentali dal voler indebolire e spezzettare la federazione. Ma non, si badi bene, per conservare gli interessi russi nel mondo, bensì per contrastare proprio quelle forze patriottiche che accusano l'attuale gestione del potere di arrendevolezza, liquidazionismo e anche tradimento.



    «Se invece dovessimo incominciare ad essere considerati nelle capitali occidentali come qualcosa di non necessario, o di pericoloso, l'unica conseguenza sarebbe un incoraggiamento ai nostri patrioti nazionali ad intensificare i loro attacchi all'attuale politica russa e quindi, un appoggio ai loro desideri sciovinisti di confinare la Russia in un isolamento di pseudo-superpotenza. Ci riferiamo, purtroppo, ad atteggiamenti non ipotetici, ma assolutamente reali, tuttora presenti in taluni ambienti politici e sociali della società russa, tanto nell'ambito dell'apparato statale, quanto tra i deputati al Parlamento».



    Non sappiamo se A. K. si rende pienamente conto dell'enormità delle sue affermazioni: «difendere la democrazia» (salvo in realtà affossarla nei fatti) con l'appoggio degli Stati Uniti; contro la volontà del Parlamento dell'apparato statale e di una parte sempre crescente del popolo.

    Quella che fu prassi comune per i piccoli paesi sconfitti in guerra (esempio da manuale: l'Italia) dovrebbe applicarsi alla seconda potenza mondiale, che consegna così il suo destino nelle mani del nemico di ieri invocandone la buona volontà nel non distruggerla completamente.

    Proprio Kozyrev del resto era stato autore, nel dicembre '92 a Stoccolma di una personale performance che aveva gelato l'uditorio, cioè il Consiglio della CSCE. Si era alzato per contestare punto su punto le richieste occidentali, ponendo veti e ventilando minacce come nei tempi passati. Ai diplomatici allibiti ed alla stampa internazionale aveva poi spiegato di averlo fatto mostrare quale sarebbe stato l'atteggiamento di un futuro governo russo se fosse caduto Eltsin!

    Lui stesso la definisce, sulle pagine della NATO, diplomazia d'urto; uno choc per gli occidentali, che



    «si proponeva semplicemente di additare alla comunità mondiale, qualora i riformatori russi fossero sconfitti e gli esponenti della tendenza nazionalpatriottica andassero al potere, i pericoli insiti in un'attesa di sviluppi del tipo più su accennato. Non bisogna consentire che gli eventi si sviluppino in questo senso perché non corrisponderebbero di certo ai nostri interessi comuni, e la strategia della colleganza deve servire a garantirlo».



    Più chiari di così ...

    Ma K. non si accontenta. Rincara la dose di autocritica nei confronti del paese che dovrebbe rappresentare all'estero; ma anche contro la Germania oggi pur così munifica in finanziamenti alla Russia. Esaltando al contrario gli Stati Uniti.



    «Se attribuiamo agli Stati Uniti la veste di simbolo dei valori occidentali, all'URSS quella di simbolo del totalitarismo e dell'espansionismo militare e alla Germania quella di simbolo del rischio del riemergere del nazismo e dell'irredentismo, la vecchia formula NATO può essere vera sotto una nuova luce, rifratta dal prisma delle realtà europee e mondiali dei nostri giorni. Oggi il compito comune degli Stati Uniti, della Russia e della Germania, come pure di tutte le altre nazioni della NATO e della CSI, è quello di mantenere i valori democratici dentro, le minacce militari fuori e il nazionalismo aggressivo sotto controllo comune, da Vancouver a Vladivostok».



    Cioè, tradotto dal politichese del neo-adepto mondialista: assicurare agli Stati Uniti il controllo totale, militare, politico, economico-finanziario di tutto il Nord del mondo da Vancouver a Vladivostok (ovviamente passando per Mosca e non sul Pacifico del Nord!).

    E tutto questo per assicurare ad Eltsin ed alla sua banda, lui compreso, la vittoria al prossimo referendum (i brogli elettorali faranno il resto), ma anche per tenere sempre sotto tutela la Germania che, dopo la riunificazione e lo sfascio sovietico, fa sempre più paura a Mosca.

    Insomma: noi ci sottomettiamo, ma voi americani tutelate la nostra unità federale è la sottomissione della Germania (americani dentro, Germania e Russia sotto).

    È esattamente il contrario della politica estera auspicata dal Fronte di Salvezza Nazionale russo raccolto intorno alla rivista eurasiatista "Dien" ("il Giorno").

    Lungi dall'essere una forza sciovinista, nazionalista o panslavista, il FSN auspica una alleanza geopolitica delle potenze d'Eurasia, e in particolare un nuovo Asse Mosca-Berlino (quasi una riedizione, ma su ben più solide basi, del patto Molotov-Ribbentrop del '39, in funzione difensiva ed unificante); alleanza estendibile fino all'Asia estrema, a Pechino e Tokio, in funzione antimperialista: e soprattutto una stretta intesa con l'Islam rivoluzionario, con l'Iran in primis.

    Chiunque giochi in qualsiasi veste sulla contrapposizione tra la futura Russia e l'Iran, fa il gioco occulto del mondialismo e dell'imperialismo americano.

    Andrey Kozyrev invece offre agli Stati Uniti, nell'ambito del Nuovo Ordine Mondiale americanocentrico, di divenire il garante degli interessi mondialisti nell'area geostrategica dell'ex-URSS, nel Caucaso, in centro Asia, ovunque.

    Visto che la Russia, per colpa proprio dei nuovi autocrati democratici, non è più in grado di mantenere l'unità e la stabilità di quell'area, Eltsin è pronto ad agire come satrapo degli USA proprio nelle terre una volta dominate da Mosca; appoggiando i dittatorelli locali ex-marxisti contro le rivoluzioni islamiche locali.



    «È essenziale pervenire ad un grado più elevato di efficienza pratica nell'impiego della forza per eliminare i focolai d'incendio: la Russia ha intrapreso operazioni per il ristabilimento della pace in un gran numero di regioni (in Moldavia, in Georgia, nel Tagikistan), fornendo effettivi e risorse in conformità con gli accordi presi con i paesi interessati. Riconosciamo che il mantenimento della stabilità in questa parte del mondo è di nostra competenza, ma chiediamo di ripartire l'onere con i nostri soci occidentali attraverso i meccanismi della CSCE. Del resto, dei soldati russi operano nell'ex-Jugoslavia nel quadro delle forze ONU».



    Ma come agirebbero gli USA in caso di conflitto tra russi e, ad esempio, Stati baltici (si pensi al territorio di Kalinigrad, l'ex-Koenisberg della Prussia Orientale, spartita tra Polonia e URSS.

    Un territorio che, geograficamente separato dal territorio russo, fa gola sia alla Lituania che ai polacchi)? Proprio dopo l'articolo di A. K., e quasi a compensarlo, c'è quello di Audrius Butkevicius, ministro della difesa nazionale di Lituania, che tratta proprio di queste questioni.

    Certo A. K. conosce le preoccupazioni di Washington e Gerusalemme per il problema islamico nell'ex-URSS come in Medio Oriente, con la potenza dell'Iran quale perno centrale. Si arriva all'assurdo che oggi il panslavismo antislamico (ma soprattutto antiturco) è usato dai mondialisti di Mosca come arma propagandistica di mobilitazione, per favorire gli interessi americano-sionisti; mentre il Fronte di Salvezza Nazionale è l'alleato russo più sicuro dell'Islam rivoluzionario, che infatti vi è rappresentato dal Partito della Rinascita Islamica.

    Specie in Tagikistan l'intervento russo a fianco della vecchia nomenclatura di potere è stato decisivo per la momentanea ritirata delle forze patriottiche islamiche, rappresentate a Mosca nel FSN dal PRI.

    Eltsin dunque, l'anticomunista viscerale di oggi, non ha esitato ad appoggiare i vetero-marxisti locali e addirittura i criminali comuni per sconfiggere le forze islamiche e sottomettere il Tagikistan in un bagno di sangue. A maggior dimostrazione di come, al di là delle dichiarazioni di principio e delle ideologie, l'unico vero interesse in gioco sia quello dell'imperialismo americano e delle lobbies politico-finanziarie che lo determinano.

    Nello stesso numero di "Notizie NATO" viene riportata la dichiarazione del Consiglio di Cooperazione Nord-Atlantico del 18.12.92 proprio sul Tagikistan (Stato abitato da popolazioni indoeuropee, come iraniani ed afghani); ci si rallegra per il trionfo delle forze comuniste e laiche sia contro gli islamici che contro i cosiddetti filo-occidentali che a quelle si opponevano. Ironia del destino e della geopolitica.

    Se poi si considera la posizione di questo stato centroasiatico, strategicamente rilevante, si noterà come la NATO sia oramai andata ben oltre la sua istituzionale sfera d'influenza geostrategica; ed anche oltre le attuali competenze europee nei Balcani e contro il nord-Africa in piena insurrezione islamica. Una zona che, secondo noi, gli USA danno oramai per persa, in Algeria come in Egitto.

    Allora sempre più l'Alleanza Atlantica viene ad identificarsi con il braccio armato dell'interventismo americano nel mondo; eccetto ovviamente il continente americano vero e proprio, nord e sud, dove Washington agisce da solo e in prima persona (il famoso «cortile di casa»), strangolando Cuba, invadendo Panama, formando ed abbattendo governi in Sudamerica.

    È l'adattamento e l'estensione della vecchia "dottrina Monroe" dell'800: «L'America agli americani e il resto del mondo ... pure!». Per il resto del mondo ci pensano le truppe coloniali locali, sotto la supervisione USA. D'ora in poi la Russia sarà fra queste; in Asia centrale o nei Balcani.

    Il processo d'integrazione Russia-Occidente è oramai ad uno stadio molto avanzato. Recentemente le FF. AA. USA hanno partecipato a manovre militari in ... Siberia! La talassocrazia americana ha raggiunto il cuore strategico della ex-potenza terrestre sua rivale.

    E non è solo la Federazione Russa in gioco, seppur si tratti della più importante.



    «Il riavvicinamento della Russia e dei paesi membri della NATO sulla base di valori comuni rappresenta un'opportunità storica per l'Europa e per il mondo nel suo complesso, opportunità da non lasciarsi sfuggire. Questo vale anche per i nostri vicini, e cioè le Repubbliche già facenti parte dell'URSS: alla fine del 1991 i paesi della NATO hanno compiuto un passo importante per accogliere le nostre proposte, istituendo il Consiglio di Cooperazione nord-atlantica (NACC): di questa fanno parte i paesi della NATO e gli ex-membri dell'Organizzazione del Trattato di Varsavia, ivi compresi tutti i paesi della CSI».



    Il NACC è quindi un organismo, quasi sconosciuto ai più, che allarga le competenze della NATO su tutta l'area ex-sovietica, fino al suo centro più protetto e inaccessibile.

    A. K. è ben consapevole dei rapporti interconnessi strettamente tra politica estera russa e politica interna nell'attuale fase di scontro per il potere a Mosca. E non solo per quanto abbiamo già visto finora. Invocando uno spazio comune mondiale, egli afferma a chiare lettere:



    «Nello stesso tempo, siamo contrari ai raggruppamenti esclusivi e dottrine quali la

    Pax americana, la Pax germanica o la Pax eurasiatica (N.B.)».



    Se è ovvio che le sue considerazioni sulla e Pax americana lasciano il tempo che trovano a e Washington, è chiaro dove A. K. voglia andare a parare; anche se il ruolo della Germania resta comunque subordinato nella NATO alle strategie USA per l'Europa.

    E poi ci sarebbe la Pax Eurasiatica!

    Termine inconsueto ed incongruo in bocca al ministro di Eltsin, anche in relazione a quanto detto finora sul nuovo ruolo subordinato di Mosca. Ma termine che assume una ben chiara indicazione d'interesse interno solo se si consideri che proprio l'unità eurasiatica, da oceano ad oceano, è la parola d'ordine geopolitica delle forze nazionalpatriottiche antimondialiste e antisioniste del Fronte di Salvezza Nazionale; in particolare della rivista "Dien" e relativo movimento politico, guidati da Prochanov e Dughin. Queste realtà in crescita vertiginosa sono la spina dorsale e l'elemento centrale unificante del FSN.

    Kozyrev dunque parla di politica internazionale sulle pagine della rivista della NATO, ma è ai problemi interni che è rivolta tutta la sua attenzione e verso cui cerca di indirizzare quella dei suoi interlocutori occidentali, da mungere anche in termini economici.

    Non per nulla i G7 hanno procrastinato il crollo di Eltsin con una iniezione (solo promessa) di milioni di dollari, per fargli vincere il referendum. A. K. da furbo politico russo sa bene che l'attacco al mondialismo installatosi in Russia può venire soltanto dagli eurasiatisti del Fronte patriottico; specie ora dopo la firma vergognosa del SALT 2, che praticamente disarma la Russia e la mette alla mercé dell'ex-rivale, unica potenza atomica planetaria rimasta.

    Come ci spiegava a Mosca il colonnello Morozov, caposcuola della Geopolitica russa, la talassocrazia americana ha usato nei confronti dell'URSS, tipica potenza terrestre chiusa agli spazi oceanici, la cosiddetta "Politica dell'Anaconda".

    Con il loro sistema di alleanze con gli Stati della Fascia Marginale Eurasiatica (NATO, ex-CENTO, SEATO, Patto ANZUS) gli Stati Uniti hanno rinchiuso per decenni il colosso sovietico nella sua prigione continentale, tra i mari gelati del nord polare, i mari interni dell'Eurasia (Mar Nero, Mar Caspio, lo stesso Mediterraneo), le montagne e i deserti dell'Asia centrale.

    Lentamente, ma inesorabilmente, le spire del grande serpente acquatico si sono serrate sulla Russia soffocandola, stritolandola, per poi divorarla pezzo a pezzo. La tragica avventura afghana non fu che l'estremo, disperato tentativo di Mosca di spezzare le spire che l'avvinghiavano. Essa cercò un varco verso il mare aperto, l'Oceano Indiano, attraverso il Belucistan. Uno sbocco prossimo anche alle rotte petrolifere del Golfo Persico (dopo la Rivoluzione Islamica dell'Iran) con un tentativo di contro-accerchiamento planetario pluricontinentale, facendo leva sul Corno d'Africa e sull'Indocina in mano all'alleato vietnamita.

    L'esito è noto. E da lì inizia la fine dell'Impero e la sua frantumazione su linee etniche. Proprio quella prevista da Amalrik, il dissidente ebreo, nel suo libro "Sopravviverà l'Unione Sovietica fino al 1984?". Ha sbagliato solo, e di poco, sulla data!

    Ora l'Anaconda-USA può divorare la sua vittima pezzo dopo pezzo, fino a farla scomparire dalle carte geografiche, dove potremo ritrovare Mosca ridotta al Principato di Moscovia o poco più. Oppure utilizzare una Russia domata per contrastare un pericolo ben più pressante e vitale, in quanto giovane: l'Islam rivoluzionario. La politica della NATO verso la Russia è tutta qui.

    Ma tutto ciò non sarebbe stato possibile se nel contempo le forze interne del Mondialismo, penetrate in Russia con la rivoluzione bolscevica stessa e poi emarginate da Stalin, non avessero svolto il loro ruolo di disintegratori interni, annichilendo le coscienze e creando confusione. Il veleno mondialista ha paralizzato l'URSS dall'interno, almeno da Andropov in poi. Sono gli stessi che abbatterono lo Zar, fecero trionfare il bolscevismo svendendo buona parte dei territori russi. Alla fine la Russia, schiavizzata e svuotata nell'anima per decenni è stata gettata via come un guscio vuoto, uno strumento oramai inutile e superato per i piani del Mondialismo e del suo piccolo popolo guida.

    Il simbolo di Mosca e, per estensione, della Russia è quello della Tradizione: il Guerriero (S. Giorgio, per l'Ortodossia) che, su un cavallo bianco, trafigge con la lancia il drago, il grande serpente che cerca di avvilupparlo nelle sue spire.

    Le forze della Luce polare contro le tenebre.

    Spirito contro materia. Potenza solare contro tellurismo. Ma anche forza primigenia della terra eurasiatica contro il drago di fuoco che sbuca dalle tenebre inaccessibili dell'Oceano primordiale circostante, come un incubo collettivo dai reconditi recessi ancestrali della psiche collettiva dei popoli.

    Nella moderna storia della Russia come dell'Europa sono presenti tutti gli elementi simbolici dell'eterno dramma metafisico, dello scontro sempre ripetuto tra il Cielo e gli Inferi, tra la Terra di Luce e il mare oscuro, tra i popoli chiari del Nord e quelli neri del meridione; come fu diecimila anni or sono quando gli ariani si spostarono dalla sede polare per calare in Europa, in Asia, in India.

    Geografia sacra e Geopolitica convergono a velocità folle verso il punto «X» senza ritorno, la censura tra vecchio e nuovo Cielo.

    E sull'esito finale non ci sono dubbi.

    Ora la Russia è vicina a toccare il fondo, quindi è anche la più prossima di tutti alla rinascita e al riscatto, al sorgere di una Nuova Aurora che promette un Giorno radioso.

    Ed è anche il solo paese che può mettersi alla testa dei popoli dell'Eurasia e del mondo intero per combattere il Nemico dell'Uomo, mondialista.

    Purtroppo lo stato di degrado morale raggiunto e lo sfascio politico-istituzionale a cui l'ha condotta la cricca Gorbaciov-Eltsin non fa certo presagire un passaggio indolore.

    Il novello dittatore demo-atlantista è pronto a gettare tutta la Federazione in un bagno di sangue senza precedenti per salvare il suo potere di agente oramai palese del Mondialismo che l'ha appoggiato. Ma più lunga e sanguinosa sarà la nuova guerra civile russa, più forte e rapida nonché radicale sarà la riscossa contro il Nemico di ieri, di oggi, di sempre. Sulle orme di Ungem Khan.

    Si affermerà allora dal Pacifico all'Atlantico, dal Polo Nord all'Oceano Indiano quella Pax Eurasiatica che Kozyrev aborrisce come il peggiore dei mali per sé e per i suoi sponsors atlantici.

    Non sappiamo se A. K. già oggi, con i suoi scritti ed interventi sia passibile di alto tradimento per le leggi del proprio paese tradito; lo speriamo.

    Una cosa è certa: il futuro riscatto del popolo russo e dei popoli d'Eurasia passa per la sconfitta con qualsiasi mezzo di uomini come lui e di tutta la cricca mondialista del Kremlino.

    Pax Eurasiatica Imperiale dunque, contro Nuovo Ordine Mondiale imperialista. Terra e Mare preparano per il mondo lo scontro finale per il dominio planetario del Millennio a venire.

    Carlo Terracciano
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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