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  1. #1
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    Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni circostanza, ma mai in ogni circostanza e in ogni epoca si potrà avere la libertà senza la lotta!
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    Predefinito In ricordo del nostro Professore

    il 10 Agosto di un anno fa ci lasciava Gianfranco Miglio...nel vecchio forum Padania Indipendente mi adoeprai di modo che ilf roum stesso divenisse al tempo stesso un omaggio e un ringraziamento all'uomo e al politologo Miglio. A un anno di distanza non posso che esprimere il mio commosso ricordo e affidare ancora una volta al cyberspazio il mio ringraziamento al Professore.

    Poi per chi volesse leggere posto qui sotto in ordine casuale un po' di materiale ritrovato su internet. Ogni eventuale contributo è ovviamente ben accetto.



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  2. #2
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    Giangranco Miglio
    Il professore rimasto
    fuori dal coro
    Leonardo Facco*

    Il coccodrillo, che per i non addetti ai lavori è un articolo "piagnisteo" pronto a commemorare il morto autorevole di turno, non lo si nega a nessuno. Per Indro Montanelli, infatti, i direttori dei giornali di tutta Italia ne avevano i cassetti delle scrivanie pieni. Già pronti all'uso. Tanti. Da poter riempire da due a quattro, e più, pagine dei giornali.
    Per il professor Gianfranco Miglio, invece, solo qualche nota d'agenzia (magari evitando di citare la sua morte in prima pagina) o qualche pezzullo insignificante scritto da un cronista di seconda o terza fila.
    Tutto secondo copione. Mi sarei meravigliato del contrario. In fondo, Indro Montanelli, rappresentava la "stecca nel coro", ovvero l'italiano per antonomasia. Quello che nel coro, appunto, ci stava volentieri (da fascista, da democristiano, da antiberlusconiano, ecc. ecc.) pur sbagliando qualche nota della partitura. Quello che faceva lo storico (con una sfilza di premi per contorno), scrivendo i libri "a quattro mani" con i Cervi o con i Gervaso.
    Il professor Miglio no. Era di un'altra pasta, era "scandaloso", era realista. Era così fuori dal sistema da essere uno contro il sistema. Miglio amava ricordare che il Bel Paese non era di suo gradimento. Figuratevi, con Maurizio Costanzo, al telefono, s'è "permesso" di affermare che è cresciuto con sua nonna che parlava in tedesco alle galline. E, soprattutto, ha avuto l'ardire di dare il suo assenso, nonché l'appoggio ideologico, alla più rivoluzionaria idea politica di questi ultimi centoquarant'anni: la secessione.
    Mentre Montanelli le lauree se le prendeva ad honorem, in un paese in cui la laurea è già di per sé un insulto, Miglio faceva il rettore del dipartimento di Scienze Politiche all'Università Cattolica di Milano e faceva crescere fior fiore di giovani studiosi imbevendoli di idee coerentemente liberali. Se Montanelli paludava il suo sapere e le sue rampogne nel Risorgimento savoiardo, Miglio, da vero scienziato della politica, approfondiva i concetti del federalismo, dell'indipendentismo, delle libertà individuali. Proprio così. Montanelli citava Garibaldi? E Miglio ci faceva conoscere Carlo Cattaneo. Montanelli riesumava Giolitti? E Miglio rimpiangeva l'abdicazione delle idee liberali e proponeva di rileggere Carl Shmitt. Montanelli piagnucolava per il fatto che lo Stato abdicasse alle sue prerogative? E Miglio lo Stato lo metteva completamente in discussione, preferendogli le istituzioni policentriche, la libertà di mercato, la concorrenza tout court.
    Ha scritto Carlo Lottieri, sulla rivista Élite, a proposito del professore comasco: "Pensare al politologo lombardo vuol dire riferirsi a uno studioso che durante la seconda metà del Novecento ha avuto pochi rivali, in Italia e fuori, nel suo tentativo di scandagliare con rigore scientifico la realtà del potere: evitando qualsiasi retorica e sforzandosi di osservare la politica quale essa è. Nel corso di questa ricerca, allora, non stupisce che egli abbia finito per elaborare un pensiero non privo di assonanze con quella linea di pensiero che - da Étienne de la Boétie fino a Murray N. Rothbard, passando per i libertari americani del XIX secolo - si è sforzata di sottrarre ogni maschera all'autorità politica". E se non è antisistema, ergo fastidioso, uno così, ditemi voi!
    Montanelli col potere ci sguazzava. Miglio al potere si opponeva. Se per Montanelli il "lutto giornalistico" è durato una settimana, per Miglio nemmeno un giorno. Tutto bene madama la marchesa.
    Se non fosse stato così non saremmo qui a scrivere queste quattro righe zeppe di rabbia. Complimenti professore. Quelli come il sottoscritto, nel frattempo, continueranno a studiare sui suoi libri. Non su quelli del "grande vecchio".

    *Questo articolo è stato scritto il giorno dopo la morte del professore ed è stato inviato, sotto forma di lettera, al quotidiano "Libero". Non è mai stato pubblicato, eppure "qualcuno" l'ha preso come spunto per scriverci un suo pezzo.

  3. #3
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    Indagine su Gianfranco Miglio
    di Carlo Lottieri
    Il passaggio dal decisionismo alla Schmitt al federalismo libertario: così il pensiero di Miglio ha incontrato la modernità

    Qualcuno certo sarà rimasto sorpreso, nel corso degli anni Novanta, di fronte a talune prese di posizione del professor Gianfranco Miglio. Dopo aver «importato» a Sud delle Alpi il realismo decisionista di Carl Schmitt e dopo essersi speso a lungo nel tentativo di persuadere la classe politica italiana della necessità di adottare un modello politico presidenziale (non «autoritario», ma certo «autorevole» e in condizione di garantire stabilità e durata all'esecutivo), l'ultimo Miglio ha offerto infatti più di una ragione di scandalo.
    L'anziano professore dapprima si è proclamato favorevole a riforme di segno federale, quindi si è nettamente schierato a difesa del diritto di secessione, per poi infine giocare anche in prima persona un ruolo politico, ispirando la Lega Nord (di cui è stato senatore) e, dopo la rottura con quel movimento, le formazioni del centro-destra. Non solo: Miglio si è anche contraddistinto per iniziative culturali non facilmente riconducibili all'immagine stereotipata che di lui si erano fatti quanti lo avevano identificato con quel progetto di Seconda Repubblica che aveva elaborato alla testa del «gruppo di Milano». Ha riproposto il testo classico di Henry David Thoreau sulla disobbedienza civile e ha favorito la traduzione dell'opera principale di Daniel J. Elazar (massimo esponente del neo-federalismo) e del volume di Allen Buchanan sul diritto di secessione.
    In questa pur evidente discontinuità vi sono, e vanno evidenziati, elementi di stretta connessione tra il decisionismo originario e l'esito federalista (venato di intonazioni libertarie) dell'ultimo e più maturo Miglio.
    Pensare al politologo lombardo vuol dire riferirsi a uno studioso che durante la seconda metà del Novecento ha avuto pochi rivali, in Italia e fuori, nel suo tentativo di scandagliare con rigore scientifico la realtà del potere: evitando qualsiasi retorica e sforzandosi di osservare la politica quale essa è. Nel corso di questa ricerca, allora, non stupisce che egli abbia finito per elaborare un pensiero non privo di assonanze con quella linea di pensiero che - da Étienne de la Boétie fino a Murray N. Rothbard, passando per i libertari americani del XIX secolo - si è sforzata di sottrarre ogni maschera all'autorità politica.
    Dietro alla virata degli anni Novanta, d'altra parte, non c'è solo la manifestazione di una consolidata attitudine «realista». Come egli medesimo ha più volte sottolineato anche in mirabili interventi parlamentari, il rigetto delle tesi decisioniste è nato in lui dalla stessa crescente consapevolezza che lo Stato moderno rappresenti, in quanto tale, un ferro vecchio: un arnese da gettare o, se si preferisce, un'istituzione da ripensare in modo radicale e che non può reggere, nella forma attuale, alle sfide dell'epoca contemporanea.
    Per ritrovare le radici di tale evoluzione del pensiero migliano può essere utile richiamare taluni elementi della riflessione che egli svolse a metà degli anni Settanta, in un'Italia caratterizzata dall'avanzata crescita elettorale di un partito comunista che però - al contempo - stavano avviando un processo di avvicinamento a logiche welfariste e socialdemocratiche. Proprio entro tale contesto storico, ormai tanto remoto, Miglio sviluppa una riflessione generale che muove dalla constatazione dell'esistenza di due distinti poli della vita pubblica: quello dello Stato e quello del mercato.
    Miglio evidenzia come questi due ambiti, in quanto elaborazioni umane, mostrino comunque taluni tratti comuni. La sua confidenza con la lezione elitista lo spinge in particolare a evidenziare come «in entrambi valgano da sempre, effettualmente, la regola ferrea della cooptazione, e il meccanismo delle consorterie». La pretesa weberiana di uno Stato impersonalmente neutrale gli appare insomma quanto mai ingenua e infondata, né egli pare gradire la tesi - allora tanto in voga - di quanti pretendevano di legittimare l'ordine capitalistico sulla base di argomenti «meritocratici» o ipotizzando uguali punti di partenza.
    Al di là di ciò, a ogni modo, è pur certamente vero che la contrapposizione Stato e mercato rinvia a un «dualismo irriducibile», in virtù del quale l'apparato politico e il ceto imprenditoriale riescono a disporre di ingenti risorse finanziarie grazie a «due diverse convenzioni: rispettivamente il 'diritto pubblico' (Costituzione) e il 'diritto privato' (codici)». Se l'ordine statuale deriva dal comando gerarchico e dalla volontà costruttiva del ceto politico egemone, nel carattere naturalmente liberale delle relazioni mercantili Miglio riconosce anche l'espressione di un antico dinamismo imprenditoriale, che già nell'età medievale della lex mercatoria sul piano giuridico aveva saputo esprimere - come aveva evidenziato Levin Goldschmidt -«la pronta formazione internazionalmente uniforme del diritto commerciale e una conseguente continuità sorprendente dello sviluppo storico». Alla rigida determinazione degli obblighi imposti dal potere si contrappone quindi la spontanea elaborazione di un diritto che ignora i confini degli Stati nazionali e si distende liberamente nel tempo.
    Dietro all'eterna e alterna oscillazione storica tra Stato e mercato Miglio rinviene allora due distinti obblighi. Nel mercato, in effetti, prevale l'obbligo-contratto quale frutto di un diritto che emerge dalla volontà degli attori, mentre all'interno delle relazioni statuali la scena è dominata dall'obbligo politico, il quale esiste in virtù di una pretesa unilaterale all'obbedienza:
    «fra gli uomini sono possibili due tipi diversi, contemporanei ma irriducibili, di rapporto: l'obbligazione-contratto interindividuale (in cui si cerca la soddisfazione di singoli, attuali e determinati bisogni, e da cui nasce quindi il 'mercato'), e il patto di fedeltà politico (in cui si cerca una garanzia globale per tutti i futuri, non ancora specificati bisogni esistenziali, e da cui nascono quindi appunto le 'rendite politiche')».
    È sulla base di tali analisi che egli giunge a elaborare un'interpretazione quanto mai originale di quella dissoluzione sindacalistica della sovranità statuale che era sotto gli occhi di tutti nell'Italia degli anni Settanta. Quello che Miglio vede emergere è un assetto che definisce federativo-corporativo, nel quale «la sanzione per i patti violati, e la discriminazione fra interessi illeciti ('parassitari') e interessi legittimi (sacrosanti), non spettano più - almeno per un certo tempo - a un solo e convenzionale potere decisivo (sovrano), ma dipendono dall'equilibrio generale delle obbligazioni assunte dai gruppi corporati in campo, e quindi dalla materiale forza contrattuale di ciascuno di essi».
    Fin dagli anni Settanta, allora, era possibile trovare in Miglio una serie di straordinarie intuizioni sul rapporto tra i due modelli fondamentali di relazione sociale e la lotta per le risorse. Le successive riflessioni migliane sulla natura del parassitismo statale e sul ruolo che la spartizione del «bottino» all'interno dei sistemi politici muovono da qui, così come la sottolineatura della centralità del contratto: da intendersi sia nell'accezione classicamente privatistica che in quella, non meno rilevante, che vede all'opera gruppi (professionali o territoriali che siano).
    È attraverso queste analisi che riemerge in Miglio sia l'interesse al federalismo (un suo tema, in verità, fin dagli anni della Resistenza e de Il Cisalpino) che l'attenzione al mercato, inteso non solo quale sistema economico ma anche come premessa di ordini giuridici concorrenziali. Da qui proviene anche la riattualizzazione di tante ricerche del passato su istituzioni moderne in qualche modo eccentriche, non riconducibili al modello vincente statuale: centralizzato, nazionale, giacobino e impersonale. Dalla natia Como, d'altro canto, Miglio ha sempre avuto per la federazione svizzera quell'attenzione che - si può presumere - Johannes Althusius avrà riservato all'originale esperimento olandese delle libere Province Unite, tanto vicine alla sua piccola Emden.
    Una delle riflessioni che hanno condotto Miglio ad allontanarsi dalle proprie posizioni originarie è stata la considerazione che l'invenzione dell'atomica e la conseguente fine della guerra globale (uno scontro giocato senza freni e in prima persona dalle grandi potenze implicherebbe la scomparsa dei contendenti) «l'avvento di un sistema contrattuale sia a questo punto una necessità storica».
    Ormai inadeguato ad assolvere il proprio compito primario (la guerra, appunto), lo Stato moderno secondo Miglio appare però ancor più fuori gioco di fronte alle esigenze della produzione e del benessere. È soprattutto a partire da tale analisi, ancor prima che dalle precedenti considerazioni sul declino della dimensione conflittuale, che Miglio fa discendere la sua analisi sull'imperiosa riemersione del mercato e delle sue logiche: «per capire il cambiamento di fine secolo, dunque, è necessario comprendere la vocazione al contratto, al pluralismo e al federalismo che nasce dall'impossibilità di gestire altrimenti i bisogni dei governati. Questi infatti sono talmente vari che possono essere soddisfatti solo nel libero mercato». Miglio inizia così a collegare sempre più strettamente l'analisi spietatamente realistica dei sistemi statuali di dominio, la valorizzazione dell'efficacia e della civiltà degli ordini istituzionali policentrici (federali) e il dinamismo delle economie orientate al mercato, alla concorrenza, all'innovazione. Se anni fa qualcuno poté forse stupirsi di fronte alla decisione di inserire nella prestigiosa collana «Arcana Imperii»(lungamente diretta da Miglio stesso per le edizioni Giuffrè) un'antologia di scritti di Mises e Hayek a cura di Guido Vestuti, oggi è più facile capire le ragioni di quel volume, significativamente intitolato Il realismo politico di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. La successiva evoluzione di quel pensiero permette adesso di cogliere meglio l'unità di un progetto di cui molti ancora faticano a comprendere l'intima coerenza.
    Anche quando tratteggia i non certo gloriosi destini futuri dell'ordine statuale ed esalta le logiche pattizie del federalismo e del mercato, egli rivendica costantemente il proprio sobrio spirito demistificatore: «Non sto disegnando un'utopia, o auspicando una trasformazione in meglio (chi potrebbe dimostrarlo?) dei sistemi politici ed economici del tardo secolo XX: ma cerco solo freddamente di descrivere il tipo di assetto istituzionale che si sta già faticosamente affermando. Io sto ai fatti, e soltanto ai fatti». E questi fatti gli sembrano suggerire l'attualità del «grande modello di federalismo universale ('a scatole cinesi') elaborato dai valenti giuristi calvinisti, come Giovanni Althusio, sull'esperienza delle città e degli Stati mercantili nord-germanici fra Cinquecento e Seicento: in un'età e in una civiltà squisitamente 'europee', che (non solo nell'Hansa) sperimentarono il massimo di espansione possibile del 'contratto' e del privato sul politico, alla vigilia dell'opposto trionfo 'statalista' delle monarchie assolute. Ciò che accomuna il nostro tempo a quel secolo è proprio la riscossa del privato e dell'individuale».
    È grazie a questa consapevolezza che, dinanzi a un universo sovietico che s'inabissava dopo decenni di miserie quotidiane e brutali violenze poliziesche, egli saprà tirare ogni conseguenza da quel crollo rovinoso. E così, quando nel 1997 Marcello Veneziani si appellerà al Miglio del «Gruppo di Milano» per contestare le sue ultime prese di posizione, l'anziano senatore risponderà: «dall'83 a oggi è cambiato il mondo, a rendere superato quel tipo di proposta è stata la dissoluzione del sistema comunista: il collasso e poi lo schianto avvenuti a partire dal 1989, a mio parere, hanno posto in termini nuovi il problema dello Stato moderno». E sempre in quel dialogo trarrà ogni conseguenza da tale analisi, arrivando a sostenere che «l'età degli 'Stati' eterni e immutabili è per sempre finita». Se il federalismo è la grande e rinascente ossessione dello studioso lombardo, è ugualmente vero che esso viene letto e riproposto in costante connessione con un rinnovato interesse per il mercato, lo scambio, la libertà contrattuale. Ed è proprio nella libertà di stipulare accordi che può essere rinvenuto il vero punto di contatto tra la logica federale e l'economia liberale:
    «Nello scorcio del XX secolo in cui stiamo vivendo, è arrivata a conclusione un'intera fase della storia dello Stato moderno, è in crisi l'idea che i cittadini debbano essere inquadrati una volta per tutte. Questa crisi si lega al declino del concetto di legge e al graduale emergere del primato del contratto, al quale deve far riscontro un sistema istituzionale nel quale prevalgano i patti liberamente negoziati, anzi: nel quale la legge nasca dal contratto».
    Per tale ragione, quando Marcello Staglieno chiese a Miglio come egli pensasse di conciliare «questa vistosa concessione a prospettive non solo federaliste, ma addirittura 'libertarie', con la sua dottrina 'decisionista'», la risposta fu molto netta: «Io non sono mai stato un 'decisionista integrale': voglio dire che mi sono sempre guardato bene dall'attribuire alla 'decisione' la portata trascendente, in chiave autoritaria, che sembrano attribuirgli Carl Schmitt o Hermann Heller». Per Miglio, insomma, evidenziare - contro Hans Kelsen - l'irriducibilità della dimensione politica non implica affatto una glorificazione dello Stato, della coercizione, della violenza 'organizzata'. L'autore de Le regolarità della politica, d'altra parte, non crede affatto che «un sistema istituzionale, nel quale prevalgano i 'contratti' liberamente negoziati - anzi: nel quale la legge nasca dal contratto, e non da presunti valori mistici, ormai indifendibili - sia un sistema disordinato e altamente imprevedibile». Sono d'altra parte ormai numerosi gli studiosi, anche italiani (si pensi alle ricerche di Enrico di Robilant), che hanno evidenziato la superiore razionalità degli ordini dinamici, instabili, a potere diffuso, contro la rigida staticità degli apparati incapaci di correggersi ed evolvere. E queste indagini sono da tempo ben presenti a Miglio.
    Oltre a ciò, egli comprende come il crollo degli idola che hanno segnato la modernità (nazione, razza, classe, democrazia, tecnica, ecc.) apra la strada a un'epoca nuova. La fortuna attuale della teoria federale è quindi strettamente legata al declino dell'obbligo politico e al fatto che l'età presente sta mostrando il progressivo secolarizzarsi di ogni vecchia teologia istituzionale, «mentre cadono a uno a uno tutti i miti, tutte le finzioni politiche e non politiche, e il gusto aspro della critica realistica raggiunge finalmente anche le moltitudini». Nella società che pare profilarsi all'orizzonte «tutto si baserà - soltanto e laicamente - sulla inviolabilità (materiale) della regola pacta sunt servanda: una decisione interpersonale la fonderà, e altre decisioni saranno il suo prodotto. Il sistema complessivo sarà molto più coordinato, automatico e prevedibile di quello offerto dal vecchio Stato sovrano ormai in disarmo».
    È stata proprio questa centralità della decisione interpersonale a indurre Miglio a evidenziare ripetutamente il forte nesso che collega mercato e federalismo, superando anche quella dicotomia tra diritto pubblico e diritto privato che già Bruno Leoni aveva contestato con coraggio e originalità. Se negli anni Settanta il politologo lombardo aveva visto nell'opposizione Stato-mercato una controversia che sembrava «destinata a durare fino alla fine dei tempi», il ben più radicale Miglio degli ultimi anni prefigura un universo entro il quale le artificiose barriere poste tra un universo e l'altro si dissolvano. La stessa analisi sociologica del potere e del suo radicarsi in relazioni originariamente non giuridiche (non istituzionalizzate, non iterate) contribuisce a far luce sulla realtà.
    Pur così diverse nelle loro premesse teoriche, le tradizioni del realismo europeo continentale, del federalismo autentico e del libertarismo americano finiscono quindi per incontrarsi, inverandosi reciprocamente. L'analisi disincatata dei meccanismi della decisione e lo sguardo lucido dello scienziato di fronte alla «finzione» statuale (che non ha un'esistenza propria, ma vive solo in virtù di coloro che da esso traggono benefici) aprono la strada all'immaginazione di inedite forme di diritto, socialità, economia e politica. La consapevolezza del carattere storico ed eminentemente moderno delle istituzioni statali, successive alla crisi dell'ordine medievale, rafforza un'ipotesi teorica come quella migliana, tesa a scrutare l'universo di possibilità che potrà aprirsi di fronte agli uomini nel momento in cui il potere statale finirà per dissolversi: così come a fine anni Ottanta sono crollati, a seguito di un'imprevista implosione, i sistemi socialisti (le istituzioni più statuali che la modernità abbia saputo produrre).
    Come pochi altri studiosi, Miglio ha compreso l'importanza di saper prestare attenzione - anche in una logica comparativa - a quelle esperienze culturali e istituzionali orientate al pluralismo che la storia moderna ha espresso, ma non ha saputo salvaguardare. Oltre che alle città anseatiche, egli non è parco di indicazioni sulla vicenda dell'Olanda, all'interno della quale «esisteva una pluralità di competenti che variava continuamente». Miglio comprende insomma che civiltà perdute e sconfitte (quella olandese fu spazzata via dall'esercito napoleonico) hanno ancora lezioni da trasmetterci e che soprattutto vi è qualcosa di assolutamente contingente - come ha evidenziato pure Hendrik Spruyt- nel successo del modello statuale «sovrano» che ha dominato gli ultimi secoli.
    Il politologo sottolinea come la storia non sia soltanto in condizione di mostrarci il carattere effimero di apparati pubblici che rivendicano per sé l'eternità e che invece, come è ovvio, hanno avuto un inizio e conosceranno una fine: essa ci permette pure di comprendere che la dispersione concorrenziale del potere propria dei sistemi autenticamente federali rappresenta un forte ostacolo alla crescita indiscriminata dell'arbitrio statale, della tassazione e della regolamentazione. Le società politiche non centralizzate - dai liberi Comuni medievali alle Province Unite, dalle città anseatiche alla confederazione svizzera - erano indotte a privilegiare il mercato, la concorrenza, la competizione. Libertarismo e teoria neofederale, insomma, tendono sempre più a convergere.
    Nella riflessione di Gianfranco Miglio, d'altra parte, il federalismo non è considerato uno strumento pensato per unire, ma una strategia volta a «tutelare e gestire le diversità». Esso cerca di favorire «il passaggio dall'unità alla pluralità: ex uno plures»; al punto che si può legittimamente sostenere che «sono federali quelle relazioni che dissolvono la concezione piramidale e gerarchica del potere, sostituendola con una dinamica delle relazioni di potere articolata in sfere concorrenti o esclusive dei poteri esercitabili». Questo spiega bene perché per Miglio il diritto di secessione sia «il diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole» e perché tale diritto sia «simile a quello di resistenza, proprio perché naturale, inalienabile e indisponibile da parte del potere politico».
    La cultura neofederalista punta così a realizzare «un 'foedus' condizionato, temporalmente limitato» ed è per questo motivo che agli occhi di Miglio il diritto di secessione «è un diritto prepolitico, che esiste, al pari del diritto di resistenza, come un prius rispetto a ogni comunità politica organizzata».
    Come si è già rilevato, sullo sfondo di tali analisi migliane su un federalismo da contrattare e rinegoziare in continuazione c'è la teoria della doppia obbligazione (obbligo politico e obbligo-contratto): una concezione che, sebbene abbia un'origine del tutto autonoma, può offrire un solido contributo alla stessa dottrina libertaria. Tanto più che quella neofederalista è una concezione sostanzialmente pattizia delle relazioni politiche, che lascia spazio anche a federazioni a termine: rinnovabili solo se gli Stati federati trovano giusto e conveniente farlo. La politica perde insomma quei suoi tratti ossessivamente ancorati al concetto moderno della «sovranità», al punto che ogni finzione istituzionale si dissolve per svelare tutta la propria fragilità. La politica torna così a essere un fatto di uomini, più o meno disposti a collaborare pacificamente, a combattersi, a stipulare accordi e trattati.
    Il tema del carattere necessariamente precario delle istituzioni umane spinge quindi l'anziano professore al recupero di una vecchia concezione jeffersoniana: quell'idea in virtù della quale ogni generazione deve avere la libertà di darsi una propria costituzione la cui durata sia ben definita. Qualche anno fa egli espresse con queste parole la ferma convinzione che «le comunità federali dell'ormai imminente ventunesimo secolo saranno tutte 'temporalmente limitate': cioè soggette a essere 'revisionate' ogni trenta-cinquant'anni. Il dogma teologico dell'immutabilità dello Stato, e della sacralità dei confini, poteva essere accettato in tempi in cui i fattori economico-sociali cambiavano molto lentamente, non certo ai giorni nostri. E la sfida di fronte al quale si troverà presto il diritto pubblico europeo sarà proprio quella di disegnare istituzioni flessibili dal punta di vista del fattore tempo».
    Di fronte a un tale radicalismo anti-statalista non è certo casuale che negli ultimi anni siano stati proprio alcuni tra i più giovani allievi del professor Miglio ad attirare l'attenzione, all'interno della nostra vita culturale, su quelle ricerche che prefigurano un processo di superamento dello Stato moderno e si sforzano di valorizzare quanto vi è di autenticamente federale in talune tradizioni politico-istituzionali. Ci si riferisce, evidentemente, agli studi condotti da Martin Diamond e soprattutto da Daniel J. Elazar, il quale ha individuato nella teoria federale la possibilità di rigettare le concezioni tradizionali dello Stato: tanto quella gerarchica come quella organicistica.
    In questa linea di pensiero neo-federalista all'interno della quale lo stesso Miglio ha voluto collocarsi, la federazione è quindi intesa quale accordo volontariamente pattuito: una relazione tra comunità che liberamente contrattano e in tal modo danno vita a un'istituzione perennemente bisognosa di definirsi e legittimarsi. In virtù del patto federale i rapporti tra i partecipanti della vita pubblica si istituzionalizzano, ma senza che venga meno la costante esigenza di ottenere conferma e consenso da parte dei soggetti contraenti il patto. Questa vocazione al dialogo e alla transazione segna la vita delle società federali anche al di fuori dell'ambito politico: «il federalismo implica un atteggiamento e un modo di comportarsi nelle relazioni sociali, oltre che politiche, che porta a interazioni umane fondate sulla cooperazione negoziata, sulla condivisione fra le parti e sul coordinamento, piuttosto che sulla relazione gerarchica tra superiore e subordinato». La parità tra gli attori istituzionali che caratterizza i modelli a matrice (senza gerarchia) è allora essenziale perché ci si trovi di fronte a un ordine veramente federale e, quindi, rispettoso dei diritti delle comunità.
    Per il federalismo libertario dell'ultimo Miglio, ogni potere legittimo è sempre e solo un potere delegato. Entrando in società, gli uomini non cedono la propria libertà, non si assoggettano a un tiranno né si riducono volontariamente in condizione di schiavitù, ma semplicemente attribuiscono a un'istituzione nuova una parte dei loro poteri e accettano una serie di regole.
    Ma essi restano sempre pronti a discutere tali norme, a contestarle, a fondarne di nuove. Gli uomini elaborano regole per difendere i loro diritti e, per questa ragione, continuano a essere gli ultimi e più importanti tutori di tali fondamentali prerogative, essenzialmente «pre-politiche».

    Carlo Lottieri

  4. #4
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    I personaggi del Corriere
    Gianfranco Miglio
    Intervista di Giorgio Bardaglio uscita sul Corriere di Como
    del 12 aprile 1998





    Un'ora e mezza. Senza parlar di D'Alema, Fini, Berlusconi. Senza neppur nominare un Bossi. Con Gianfranco Miglio non accade di frequente. Non esiste televisione, giornale o bollettino che, una settimana sì e l'altra pure, non gli chieda un'opinione in tema di riforme, partiti, parlamento e compagnia briscola. Lui non disprezza. Questo grande vecchio, sembra l'Ernesto Calindri della politica. Recita a soggetto. Quando ci accoglie, basta un saluto per farlo partire. «L'Italia...». «Il federalismo...». «Le istituzioni...». Interpreta la sua parte senza finti entusiasmi, ma con convinzione, secondo un copione collaudato. La materia gli compete. Farlo parlar di politica è come chiedere ad un pesce di nuotare. Peccato ci interessi a malapena stare a galla. Dello studioso, del ricercatore, del senatore conosciamo a sufficienza. Assai meno sappiamo del marito, del padre, dell'uomo che, piaccia oppure no, è probabilmente il cittadino di Como più conosciuto in Italia. «Ma io non sono comasco - si affretta a precisare il professore - pur essendo qui nato e vissuto. Io sono del lago e con la città c'è sempre stato una sorta di dualismo. La mia famiglia era già numerosa a Domaso nel 1200. Per questo non mi sono mai sentito interamente comasco. Io sono un "làghee"». Gianfranco Miglio è sposato. Sua moglie si chiama Miryam e gli è seduta accanto, intenta con aghi e lana. Ogni tanto scruta di sottecchi. Dapprima il suo silenzio è scrupoloso. Più tardi comincia ad annuire o a scuotere il capo in segno di dissenso. Infine dice la sua, incurante delle reazioni del marito. «Sapete cosa dicono dei làghee? - rivela sorridente la signora - "Ghe scià un làghee, tri pass ìndree". Sono tremendi. A differenza dei comaschi, che dicono quello che fa comodo, quelli del lago ti spiattellano ciò che pensano». «Sovente - precisa il senatore - vedo i difetti dei miei attuali concittadini e dico: "Sono proprio comaschi, io non sono così". I "làghee" sono molto più indipendenti. Il comasco, invece, non osa mettersi contro chi è al potere. Il comasco è più romano. E i valtellinesi pure. Me ne sono reso conto quando mi hanno spiegato che la città più popolosa della Valtellina è Roma. La regina Josè aveva per loro una speciale predilezione e voleva che chiedessero l'autonomia come la Val d'Aosta. Niente da fare. I valtellinesi preferiscono ricevere gli aiuti dalla mano capitolina». Altro che Padania. Altro che macroregioni. A sentirlo elencare le virtù dell'alto lago e i vizi altrui, si direbbe che la sua nazione ideale cominci a Menaggio e non superi Morbegno. «La gente del lago ha inventato molte più cose di quante si creda. Le filande, ad esempio. I termometri, a Cremia e Pianello e le industrie della lana. Il comasco è assai più passivo. I "làghee" hanno un maggiore spirito di iniziativa». Che l'intraprendenza anche in lui non faccia difetto è un dato di fatto. Sul terreno della casa in cui è nato, ci informa, ha costruito tre condomini. E a Domaso, comunica, dalla vecchia dimora dei suoi avi ha ricavato ben diciotto appartamenti. Attualmente vive in una splendida villa che domina Como. «Con l'architetto Cappelletti - dice orgoglioso - l'abbiamo progettata io, mia moglie e mio figlio». Suo figlio si chiama Leo, è sposato con Elisabetta, ha due figli di nome Lucia e Giacomo ed è docente di fisica dello stato solido al Politecnico di Milano. «La sua è una carriera brillante - sentenzia il padre - è molto bravo. Ed ha migliorato la produzione del Domasino». Il Domasino è il vino di famiglia. «I miei vecchi non avevano fiducia nel nostro vino. Io ho creato una cantina pregiata, perfezionando il bianco, cominciando a diraspare il rosso. La maggior parte della gente nel mondo leghista non mi conosce per gli studi sulla costituzione, bensì per il mio vino. "Lù, l’è quel dal vìn", mi dicono». La moglie si mostra perplessa. «Non credete a tutto - ci suggerisce con ironia donna Mimì - quando se ne occupava lui "sa beveva àsee", si beveva aceto. Mio figlio è il vero esperto. Ama curare la vigna, potare i tralci, pigiare l'uva». Suo marito è più un teorico, azzardiamo noi. «A Gianfranco il vino buono piace berlo - replica la consorte - se questa voi la chiamate teoria...». E torna a ridere. Il senatore incassa e non fa una piega. A questi toni domestici deve esserci abituato. Ha abbastanza buon senso per capire che questo spirito critico, questa vivacità mentale è una compagnia vitale e insostituibile. Un'energia che lo ha aiutato a reagire alle disavventure capitategli negli ultimi mesi. Prima la rottura del femore, poi una grave emorragia gastrica. «Sono arrivato alle porte dell'inferno» ammette. Il fisico è acciaccato, ma la mente di Miglio è lucidissima. Su questo neppure la moglie può dissentire. «Sto scrivendo un libro sull'unità d'Italia. Spiegherò come nulla potrà mai cambiare. Le riforme nel nostro paese sono impossibili». A proposito di riforme. Recentemente uno dei candidati a sindaco della città ha sostenuto che Como è un po' calvinista. Una definizione che ha fatto scalpore più per il refuso di qualche cronista - che ha trascritto casinista invece di calvinista - che per le implicazioni che se ne possono trarre. Cosa ne pensa? «I Giovio, soprattutto Benedetto, pare avessero una "penchant", un'inclinazione per la Riforma. Io stesso, pur cattolico, ho sempre avuto una certa simpatia per i calvinisti, per la loro concezioni. Però i comaschi non hanno alcuna passione per i problemi religiosi. Il loro carattere pragmatico non glielo permette. Della Riforma possono al più condividere le conseguenze, non le motivazioni che l'hanno originata». Prima di congedarci, Miglio insiste per mostrarci la biblioteca, una serie di locali scuri e affascinanti, che collegano l'abitazione del professore con quella del figlio. Al centro dello studiolo del senatore ci incuriosisce un oggetto insolito. «È un pulpito bergamasco, che mia moglie ha scovato e che io ho trasformato in scrivania». Sopra, sotto, da parte, tutt'intorno ci sono libri. Oltre trentamila volumi. Disposti sulle sedie, sugli scaffali, sui bordi, accatastati per terra, accumulati negli angoli. «Ecco - conclude la moglie - questo sì che dovrebbe essere uno studio calvinista. Invece è solo casinista».

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    Il fantasma scomodo di Miglio
    Alberto Mingardi


    In un Paese come il nostro, dove solitamente basta morire per guadagnarsi una beatificazione posticcia e frettolosa, di che pasta fosse Gianfranco Miglio s’è visto anche nel momento della sua scomparsa. Se n’è andato in punta di piedi, nel dolore di tutti quelli che lo stimavano, lo conoscevano, lo amavano. Un dolore silenzioso. I grandi media hanno snobbato la notizia, riducendola tutt’al più a un canovaccio politico, a un frullato di dichiarazioni.
    Per Indro Montanelli si sono versati fiumi d’inchiostro, si sono scritte pagine e pagine e pagine, ne verrebbe fuori un libro quasi (un bel catalogo di giravolte e ipocrisie). Non oso immaginare cosa succederà quando a lasciarci sarà Norberto Bobbio, uno che hanno trasformato in statua equestre già da vivo. Persino Maria Grazia Cutuli, bravissima cronista e martire dell’informazione, da Carneade di lusso è diventata la nostra Madre Teresa.
    Scusate se possono sembrare parole dure, siamo tutti addolorati quando qualcuno muore, ma questo allungare le mani sui cadaveri, questo arruolarli quando non possono più disertare, questo intitolargli piazze, vie, ponti per il solo titolo di essersi tolti di torno, è un malcostume tutto italiano.
    Ecco, dice qualcosa il fatto che per Gianfranco Miglio non sia accaduto nulla di tutto ciò. Solo due quotidiani nazionali ne hanno pubblicato un ricordo articolato, il giorno dopo la sua scomparsa: “Repubblica” e il foglio che avete in mano. Gli altri si sono limitati a qualche rigo, shakerando le ciacole dei politici.
    Per l’intellighenzia italiana, la scomparsa di Miglio è stata una liberazione. L’occasione buona non solo per dimenticarlo, ma per rimuoverlo chirurgicamente dal nostro passato.
    La produzione di Miglio degli anni Novanta, pubblicata per Mondadori, oggi non è più reperibile: ed è semplicemente uno scandalo che il più grande editore italiano non ristampi il più grande scienziato della politica che il nostro Paese abbia mai conosciuto.
    Le grandi riviste, quelle che affastellano interventi pensosi, che vivono di convegni importanti, che vantano il bollino blu della scientificità accademica, si sono chiuse in un silenzio ermetico. E’ toccato a tre iniziative corsare tenere alto il nome del maestro. Mi riferisco a Enclave, il magazine libertario edito da Leonardo Facco, a Elites, il supplemento di “Fondazione Liberal” diretto da Mauro Maldonato, e a un corposo volume dei Quaderni Padani, la rivista di Gilberto Oneto che ha dato vita alla prima vera occasione di dibattito su Miglio. Il fascicolo, curato da Carlo Stagnaro, contiene testimonianze prestigiose, e qualche nome meno conosciuto, ma sono questi i più vicini a Miglio, i suoi allievi accademici e no, quelli che ci regalano la speranza che non si perda la sua lezione, la certezza che c’è chi la coltiva ancora con passione.
    Oggi “Libero” pubblica dei passaggi di un documento che, da solo, varrebbe l’acquisto dei “Quaderni”. E’ la trascrizione, ancora inedita, del discorso tenuto da Gianfranco Miglio al congresso di Bologna della Lega Nord, siamo nel 1994, è stato (scriverà poi in “Io, Bossi e la Lega”) “un discorso d’addio”. Il divorzio dalla Lega è questione di settimane, ma in realtà il sogno si è spezzato quando Bossi, sul Sole 24 Ore, in un articolo (scritto per lui da Luigi Rossi, il suo ventriloquo di quei tempi) disse che il decalogo federalista presentato a Assago era stato soltanto “una provocazione”.
    Fu una pugnalata, la prima di una lunga serie. Miglio ne soffrì. Un po’ perché, come mi disse in un’intervista, “quel documento venne buttato giù di corsa per consentire a Bossi di schivare le conseguenze dell’elargizione da parte della Montedison, che aveva dato 200 milioni alla Lega”. Come dire io ti salvo e tu mi tradisci. Un po’ perché, in quello schema c’erano anni di studio, c’è l’essenza del federalismo.
    Citerei solo l’articolo otto: “Il sistema fiscale finanzia con tributi municipali le spese dei Municipi medesimi. Il gettito degli altri tributi viene ripartito fra le Repubbliche Federali in funzione del luogo dove la ricchezza è stata prodotta o scambiata”. O qualche battuta del nono: “Nei bilanci annuali e pluriennali dell’Unione delle Repubbliche Federali deve essere stabilito il limite massimo raggiungibile dalla pressione tributaria e dal ricorso al credito sotto qualsiasi forma. Le spese dell’Unione, delle Repubbliche Federali, delle Regioni e degli Enti territoriali minori e di altri soggetti pubblici, non possono in alcun momento eccedere il 50% del prodotto interno lordo annuale dell’Unione”.
    Eccolo qui il famoso federalismo fiscale, quello che Umberto Bossi, papale papale, ha dichiarato “non ce lo danno quindi non lo chiediamo”. E sì che i partiti oggi al governo dovrebbero avere se non familiarità consuetudine con il pensiero di Miglio, almeno per le sue orazioni al senato, che erano ogni volta un compendio di teoria politica. Invece, in questi giorni, abbiamo assistito a scene indecorose, ministri gelosi del proprio potere che se lo tengono ben stretto, presidenti regionali costretti a fare a pugni col proprio partito per costringerlo a mantenere una promessa, sono le doglie di una “devolution” già abortita.
    Nessuna sorpresa, allora, se il ricordo di Gianfranco Miglio viene lasciato a dei samizdat, bellissimi e coraggiosi, ma sempre al limite della clandestinità. Questo è il prezzo della libertà.

  6. #6
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    Disobbedire ai tiranni è obbedienza a Dio.

    Il diritto di resistenza in Gianfranco Miglio

    Carlo Stagnaro

    Introduzione

    Se la vita, le opere e il pensiero di un uomo hanno un senso, questo va ricercato nell’eredità che gli altri hanno raccolto, o nel bene e nel male che quell’uomo ha commesso o aiutato a commettere. In una nota battuta, Milton Friedman affermò che il Mein Kampf di Adolf Hitler aveva ucciso più uomini e donne di tutto il fumo del mondo: con ciò intendendo che tale banale constatazione non sarebbe stata comunque sufficiente a giustificare una legge che rendesse obbligatoria la dizione “Nuoce gravemente alla salute” sulla copertina del libello nazista. Pur essendo scherzose, le parole dell’economista americano aiutano a costruire un criterio, che tenga conto tanto dell’aspetto morale quanto dell’efficacia e dell’effetto pratico, per valutare in qualche maniera l’eredità di una persona.

    I libri di Gianfranco Miglio non hanno mai ucciso nessuno, né hanno spinto altri a uccidere o richiesto a qualcuno di morire. Già questo sarebbe sufficiente a porre il suo nome una spanna sopra a quelli dei tanti autori che, nel corso dell’ultimo secolo, hanno intinto nell’altrui sangue la propria penna. Miglio, piuttosto, ha invitato propri concittadini ad affrontare con un approccio realistico il mondo che li circondava.

    Al suo attivo, egli ha anche una encomiabile opera di divulgazione: Miglio è stato capace di scendere dalla torre d’avorio dell’accademia e parlare alla gente, con la gente, come la gente. Lo studioso lombardo non ha avuto paura, quando lo ha ritenuto necessario, di ammettere i propri errori, né ha esitato a rivendicare i propri giusti meriti. E’ stato, in altre parole, uno di quegli “uomini eccezionali” che, secondo Thomas Jefferson, sanno muovere le grandi ruote della storia grazie alla potente leva delle idee.

    Tra le tante opere del professore, una riveste una particolare importanza, sia per il proprio valore intrinseco che per l’ampia diffusione che ha potuto sperimentare. Si tratta del pamphlet sulla Disobbedienza civile[i], in cui l’omonimo saggio di Henry David Thoreau viene affiancato a un brillante scritto di Miglio.

    Un primo ed evidente merito del libro è l’aver saputo presentare a un pubblico amplissimo (la collana in cui venne pubblicato - e disgraziatamente mai ristampato - è Oscar Mondadori) il pensiero del polemista americano, che fino ad allora era pressoché sconosciuto a sud delle Alpi. La sua circolazione, infatti, era limitata ad alcuni circoli intellettuali che, peraltro, non di rado ne fraintendevano le parole, accostate con eccessiva disinvoltura a quelle di Bakunin, Kropotkin e altri anarchici europei. Non a caso, il testo è stato ripreso (non senza taluni rilievi critici verso Miglio) e pubblicato con Vita senza principi (dello stesso autore) in un libro a cura di Luca Michelini[ii], che ha potuto approfittare dell’uscita dal catalogo della grande casa editrice milanese.

    In realtà, qualcuno aveva già potuto leggere Thoreau grazie al meritorio lavoro di Rudolf Rocker, sebbene questi ne presentasse l’opera piuttosto che antologizzarla, e comunque non la fornisse in versione integrale. Tuttavia, la portata rivoluzionaria delle sue parole aveva sempre tenuto il saggista americano ben lontano dal grande pubblico. Rocker stesso aveva capito perfettamente la situazione, allorché scriveva che Disobbedienza civile “è il credo di un uomo veramente libero, per il quale la tradizione non può oscurare il senso vivo della realtà. Come Garrison, Thoreau riconosce l’effetto controproducente di una tradizione ormai morta allorquando, trasformatasi in un dogma fissato, non è più in grado di fornire nuovi stimoli per ulteriori sforzi creativi. Sottile pensatore, egli era profondamente conscio che il maggior pericolo di ogni epoca non risiedeva nell’aspirazione al potere da parte degli uomini vivi, ma nei dogmi e nelle istituzioni ereditate dalle passate generazioni che l’atteggiamento riverente non osa rimuovere”[iii].

    Pure Miglio aveva ben chiaro questo aspetto, e certo non ne aveva sottovalutato la potenziale carica rivoluzionaria. L’Italia, infatti, si regge proprio sulla venerazione nei confronti degli sforzi di uomini passati per unirla; il principale argomento retorico a difesa dell’Unità dello Stato era ed è “il sangue versato” nella sua edificazione. Tale dogma, consolidato anche attraverso menzogne o letture parziali della storia grazie all’opera livellante della scuola pubblica, costituisce l’autentico presupposto della tirannia dei morti sui vivi, appena mascherata dalla democrazia formale e dallo scontro elettorale.

    L’idea di proporre Thoreau a un pubblico vasto, dunque, era già - in sé e per sé - lodevole e coraggiosa. Miglio fece di più: comprese che Thoreau sarebbe stato il classico “uomo giusto al momento giusto” e seppe sfruttare appieno questa consapevolezza. Il libro uscì nel 1993, proprio quando il ciclone di Tangentopoli aveva violentemente investito la classe politica e aveva determinato la “caduta degli dei”. I cittadini avevano perso ogni fiducia nella politica e nello Stato e avevano bisogno di comprendere il significato profondo del proprio disgusto verso tradizioni divenute dogmi.

    Il professore fornì loro quello che mancava, spiegando che non solo il ceto politico rappresenta “il male”, ma che “il bene” è addirittura incompatibile con l’apparato burocratico che pretendeva di agire nel loro stesso interesse. L’Italia non andava riformata, ma distrutta e rifondata: con o senza l’assenso dei politici e senza il timore di infrangere il mito dell’Unità. Non bisogna aver paura di disobbedire a leggi ingiuste - insisteva Miglio -, perché, come scrive Thoreau, “sotto un governo che imprigiona chiunque ingiustamente, il vero posto per un uomo giusto è la prigione”[iv]. (La presa di posizione di Miglio a favore della disobbedienza civile e della resistenza fiscale gli guadagnò una denuncia penale da parte dell’allora Ministro della giustizia Claudio Martelli).

    A questi tre indubbi meriti (l’aver presentato Thoreau a un pubblico ampio, l’aver importato e sostenuto idee nuove ed eretiche, e l’averlo fatto nel momento giusto) va aggiunta una constatazione. Con Disobbedienza civile Miglio segna decisamente la propria adesione alle correnti più rivoluzionarie del pensiero libertario. Le sue parole, infatti, non sono in alcun modo riconducibili alla difesa della statualità: “qui i temi dell’analisi libertaria contemporanea - osserva Giuseppe Motta - sono affrontati con una lucidità e una chiarezza ineguagliabili. Dal rifiuto della logica predatoria dell’imposizione fiscale, alla denuncia dell’inamovibilità e irresponsabilità della classe politica, alla dittatura delle maggioranze, al fallimento del costituzionalismo liberale, alla farsa del controllo dei governanti, alla realtà dello Stato moderno”[v].

    E’ ovvio, d’altra parte, che il libro del 1993 non segna un cambiamento brusco nel pensiero del politologo lombardo: che, come è naturale, ha conosciuto una propria crescita ed evoluzione. Il suo sentiero culturale, infatti, lo ha condotto - a partire dal realismo politico schmittiano - fino al libertarismo rothbardiano. Sebbene dunque non si possa parlare di “svolta”, è pur possibile identificare il momento in cui quell’invisibile linea che separa i libertari dai non-libertari è stata, al di là di ogni ragionevole dubbio, valicata. Certamente vi è un ampio territorio in cui ci si trova in bilico tra le due posizioni. Con Disobbedienza civile Miglio - per parafrasare uno slogan politico fortunato quanto recente - fa “una scelta di campo”.

    Da quel momento in poi, egli riconosce nelle soluzioni offerte dal libertarismo una possibile via per salvare la civile convivenza degli uomini. Affinché questa strada possa essere percorsa, però, è necessario abbandonare le vecchie strutture politico-burocratiche, ovvero la pesante eredità di un’epoca - quella della statualità - che, secondo il politologo lombardo, sta volgendo al termine. E’ però interessante notare come Miglio sia giunto a questo genere di considerazioni evitando accuratamente ogni scelta valoriale, ma solo per ragioni scientifiche: “senza esprimere un giudizio di valore”, come amava precisare, perché “tutti i sistemi politici si autogiustificano”.

    Intervistato su questo tema, lo studioso lombardo affermò che lo Stato moderno non è solo inefficiente e immorale, ma anche superato: “Lo Stato moderno è in pieno declino. Il nostro compito è saper riprendere la tradizione autentica dell'Europa delle città, dell'Europa del periodo anseatico... si trattava di città indipendenti che facevano capo al Sacro Romano Impero soltanto per dirimere conflitti tra di loro. L'Europa dell'avvenire non è l'Europa dello Stato moderno, che ha prodotto le guerre spaventose del nostro secolo. Tutto questo è da dimenticare”[vi]. In altri termini, si può affermare che con Disobbedienza civile Miglio abbia accettato, sulla base di attente valutazioni teoriche ed empiriche, le istituzioni suggerite dai pensatori libertari come efficace alternativa allo Stato nazionale moderno.

    In questo scritto verrà analizzato il significato e il ruolo del libro del 1993, mettendolo in relazione con le riflessioni successive. In primo luogo si mostrerà come Miglio abbia teorizzato la disobbedienza civile come un diritto individuale. Solo in seguito esso diviene collettivo, per ragioni di efficacia e per la libera e volontaria adesione dei cittadini. Nell’ottica del diritto di resistenza, è possibile capire anche la natura e rintracciare l’origine del diritto di secessione.

    Il diritto di resistere

    Secondo l’intera dottrina politica occidentale, il diritto di resistenza sorge quando un governo assume atteggiamenti tirannici verso i propri cittadini. Esso può addirittura divenire diritto alla resistenza armata - all’insurrezione - se non vi è altra via per eliminare l’oppressione cui il popolo è sottoposto. “In tutti gli ordinamenti “liberi” - scrive Miglio - viene generalmente riconosciuto il diritto dei cittadini a “resistere” a una costrizione illegittima. Ma questo “diritto di resistenza” - che si trasforma presto in “diritto di insorgere” - è giustificato soltanto nei confronti di una autorità tirannica, verso detentori del potere che non riconoscano ai cittadini (trasformati in sudditi) le garanzie e le prerogative rispettate invece negli altri paesi civili: e che tale comportamento iniquo assumano originariamente oppure violando i patti conclusi e sospendendo l’ordinamento vigente”[vii].

    E’ del tutto evidente, da tali premesse, che Miglio non si riferisce alla semplice violazione, occasionale e isolata, di alcuni diritti dei cittadini da parte del governo. Per questo, non di rado le Costituzioni sono riuscite a escogitare strumenti di auto-difesa dell’individuo che ha la possibilità di far valere le proprie ragioni senza doversi trovare ipso facto al di fuori o al di là della legge.

    Piuttosto, le domande che bisogna porsi sono più stringenti e più profonde: “Quando i cittadini sono moralmente giustificati a violare o a resistere - così formula il problema Jeff Snyder -, con tutti e ciascuno i mezzi necessari, alle leggi del proprio paese? Quando l’intero governo - e non semplicemente questa o quella legge in particolare - diviene tirannico e illegittimo?”[viii]. E’ lo stesso Miglio, indirettamente, a fornire una risposta, quando scrive che l’uso della violenza da parte dei cittadini è senz’altro legittimo allorché esso avviene contro “una esplicita e dichiarata, oppure mascherata, sospensione dell’ordine costituzionale, o di una parte di esso”[ix].

    Quello che va sottolineato è il carattere individuale del diritto di resistenza. Miglio, infatti, parla della “sospensione dell’ordine costituzionale”. Ovviamente questo non è un crimine in sé: la sospensione dell’ordine costituzionale sovietico o di quello nazista, ad esempio, avrebbe (e ha) portato a un regime più libero. Tale azione diviene criminale quando ha l’effetto di infrangere il contratto che lega i cittadini alle istituzioni - ovvero slega la tassazione dalla rappresentanza, per riprendere la terminologia della Glorious Revolution. Il fatto è che vi sono alcune “prerogative elementari e indisponibili che ogni individuo - quando accetta di convivere con altri e quindi di sottostare alla convenzione e alle conseguenze della “maggioranza” - non “conferisce” e non assoggetta tuttavia alla logia di tale rapporto… Ma è anche vero che, dovunque esistono uomini liberi, questi non accettano facilmente di essere privati dei diritti naturali (e dunque indisponibili) mai alienati volontariamente a nessuna autorità”[x].

    In una recente intervista, Gianfranco Miglio ha ben espresso il senso di tali affermazioni: “In quel libro [Disobbedienza civile] io difesi il principio della libertà individuale. Si tratta di un pamphlet in chiave ribelle, perché ho voluto chiarire che in nessuna Costituzione, in nessun ordinamento si può stabilire un vincolo permanente che sia “per sempre”. I principi di una determinata Costituzione federale vengono fissati, ma possono essere modificati. Difendendo la libertà di decisione dei singoli (e il diritto di ribellarsi a un ordine iniquo forzosamente imposto dallo Stato), volevo sottolineare come i cittadini si vincolano liberamente, costituendo liberamente strutture federali solide quanto si vuole ma naturalmente suscettibili di modificazione. Senza, peraltro, che questa variabilità ne intacchi la stabilità”[xi]. E’ del tutto evidente, insomma, come al centro del pensiero migliano siano l’individuo e la sua libertà: e che la preferenza per i sistemi federali sia dovuta anche alla loro caratteristica intrinseca di rispecchiare maggiormente i desideri e le aspirazioni delle piccole comunità, entro le quali l’individuo, appunto, ha una maggiore possibilità di influire sulle scelte del governo.

    Alla luce di queste precisazioni, l’esplicito riferimento di Miglio a John Locke assume un aspetto nuovo e forte. Al filosofo inglese, infatti, non si deve solo la bella definizione del diritto di resistenza come “appello al Cielo”, ma anche una ampia e dettagliata teorizzazione dello stesso, delle ragioni che ne determinano l’insorgere e delle modalità in cui esso può essere esercitato.

    Quanto gli abusi del governo “hanno colpito la maggioranza del popolo - egli afferma -, o il danno e l’oppressione hanno toccato solo alcuni, ma in cose tali che precedenti e conseguenze sembrano minacciare tutti; e se si è persuasi in coscienza che le proprie leggi e con esse i propri beni, la propria libertà e vita sono in pericolo, e così pure forse la propria religione, io non saprei dire come si possa impedire al popolo di resistere alla forza illegale che viene usata contro di esso”[xii]. Locke non manca di rilevare che, ad ogni buon conto, gli uomini devono evitare di farsi travolgere dal panico e rovesciare, senza valide ragioni, istituzioni da lungo tempo insediate.

    “Grandi errori da parte dei governanti - prosegue infatti l’autore dei Due trattati sul governo -, molte leggi sbagliate e inopportune e tutti i cedimenti dovuti a debolezza umana saranno sopportati dal popolo senza sedizioni o lagnanze. Ma se una lunga serie di abusi, prevaricazioni ed espedienti, tutti tendenti al medesimo fine, rendono manifesta al popolo una trama; ed esso non può non avvertire ciò che su di esso incombe, e non vedere da quale parte sta andando; non stupisce allora che esso si scuota e tenti di portare il potere in mani capaci di garantire i fini in vista dei quali il governo fu originariamente istituito, e senza di cui nomi antichi e istituzioni formali sono così lontani dall’essere migliori dello stato di natura o della pura anarchia, che sono addirittura peggiori, dal momento che gli inconvenienti sono tutti altrettanto gravi e incombenti, ma il rimedio più remoto e difficile”[xiii].

    Le argomentazioni di Locke vengono pienamente accolte dai Padri Fondatori americani - interpreti, guarda caso, di una Rivoluzione nata come contestazione fiscale e conclusasi con una secessione. La Dichiarazione di indipendenza inizia precisando che “tutti gli uomini sono creati eguali” e che “da questa creazione su basi di eguaglianza derivano dei diritti inalienabili, fra i quali la vita, la libertà e la ricerca di felicità”. Solo in seconda battuta, e come conseguenza, giunge la necessità di avere dei governi, “i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. Tuttavia, “ogni qual volta una qualsiasi forma di governo tende a negare tali fini, è diritto del popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che si fondi su quei principi e che abbia i propri poteri ordinati in guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della propria sicurezza e felicità”.

    Prima di rovesciare un governo, però, è necessario che il popolo oppresso tenti ogni possibile mezzo per riformarlo: “La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause transeunti e di poco conto governi da lungo tempo stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi stessi abolendo quelle forme di governo cui sono avvezzi. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura”[xiv].

    Osserva ancora Snyder che “Noi [Americani] non abbiamo dichiarato guerra all’Inghilterra; abbiamo dichiarato che coi suoi stessi atti il governo inglese sulle nostre terre si era reso illegittimo, e che noi, di conseguenza, ci ritenevamo liberi da ogni obbedienza nei suoi confronti. Noi non abbiamo posto in atto alcuna forma di ripicca o vendetta violenta per riparare i misfatti che erano stati compiuti; abbiamo semplicemente dichiarato che da quel momento ci saremmo governati da soli”[xv]. In altre parole, la secessione è giunta non in base a una rivendicazione priva di ragioni, ma in seguito alla decisione razionale dei coloni americani di prendere su di sé il fardello di governarsi.

    “Da quando sappiamo - scrive Miglio - per quali ragioni nella teologia dell’assolutismo barocco si è radicato il principio (infondato) in virtù del quale essere “identici” è meglio di gran lunga che essere “diversi”, e in virtù di quali meccanismi logico-politici questo meccanismo è diventato un dogma dello jus publicum europaeum, una naturale reazione ha spinto la cultura occidentale a riconoscere, per la prima volta, fra i grandi diritti naturali indisponibili quello dello “stare con chi si vuole”, vale a dire dell’autodeterminazione e auto-organizzazione di tutte le convivenze e i gruppi comunque pervenuti all’autocoscienza dei rispettivi componenti”[xvi]. In effetti, se si dovesse condensare l’insegnamento del professore in un solo slogan, questo sarebbe perfetto: “il diritto di stare con chi si vuole e con chi ci vuole”.

    Tra tutti i rivoluzionari americani, quello che probabilmente ha in misura maggiore influenzato Miglio è Thomas Jefferson. Non solo la radicalità del Presidente americano (che fu anche l’autore della Dichiarazione di indipendenza) ben si accosta a quella di Miglio; egli fu anche l’iniziatore e il padre della tradizione autenticamente federalista che, passando per John Calhoun, arriva intatta fino a Daniel Elazar e allo stesso Miglio. “Ritengo che un po’ di ribellione - scriveva Jefferson - ogni tanto sia una cosa buona, e che sia necessaria al mondo politico quanto le tempeste lo sono a quello fisico. Le ribellioni fallite in genere individuano le usurpazioni dei diritti del popolo, che le hanno cagionate. Osservare questa verità dovrebbe rendere gli onesti governatori repubblicani tanto miti nella punizione delle ribellioni da non scoraggiarle troppo. Esse sono una medicina necessaria per la salute del governo”[xvii]. Sarebbe davvero arduo sostenere l’assenza di un legame stretto tra il pensatore che più di tutti contribuì a fondare la nazione americana e quello a cui si deve buona parte del dibattito sul federalismo in Italia.

    La situazione italiana

    Tanto Locke quanto i Padri Fondatori americani, come visto, suggeriscono che, prima di passare alle “vie di fatto”, i cittadini oppressi tentino ogni possibile mezzo pacifico per ristabilire la giustizia. Inoltre, la situazione italiana non è strettamente assimilabile alle feroci dittature a cui la mente vola spontaneamente allorché si parla di “diritto di insorgere”. Vi sono insomma seri dubbi sulla legittimità di una rivolta armata e, al di là di tutto, è fuori discussione che essa sia inopportuna.

    Quella che si osserva nella penisola, infatti, non è tanto una patente rottura del “contratto sociale” da parte dei governanti: piuttosto, “si tratta di stabilire - spiega Miglio - quale atteggiamento assumere dinnanzi a un comportamento non formalmente ma sostanzialmente illegittimo. E’ escluso, prima di tutto, che un uomo libero debba rassegnarsi a sopportarlo: sarebbe sacrificare la propria dignità a un presunto dovere di sopportazione delle angherie altrui per tutelare l’“ordine sociale” o il “bene supremo della pace”, è una scelta insensata perché foriera di altre e sempre più gravi ingiustizie”[xviii].

    Bisogna allora fare un passo indietro, e capire come mai, secondo lo studioso lombardo, all’Italia debba essere attribuito un comportamento “non formalmente ma sostanzialmente illegittimo”. I problemi di un ordinamento democratico in generale, sostiene il professore, “nascono dalla tendenza di chi detiene il potere a usare le istituzioni in modo da farle funzionare soltanto apparentemente: sembra che le regole stabilite vengano rispettate e osservate, ma in realtà la loro efficacia è puramente nominale, e i risultati corrispondono abitualmente all’interesse di chi comanda, e non a quello degli oppositori”[xix]. Inoltre, i detentori del potere tendono ad agire in maniera tale da non perdere il comando: andando anche al di là delle divisioni politiche e partitiche, superandole e annullandole nel nome del supremo scopo di restare alle redini dello Stato.

    In questo senso, come nota Herschel I. Grossman, “bisogna distinguere la deposizione della classe dominante dai più comuni cambiamenti politici in cui il ceto al potere si limita a mutare leadership, attraverso un’elezione o un coup d’etat”[xx]. In altre parole, non bisogna stupirsi se, di tanto in tanto, cambia il partito titolare del potere o un presidente del consiglio sostituisce quello che lo ha preceduto. Quello che conta, e che va messo sotto accusa, è la persistenza al governo di una unica classe politica.

    Le ragioni di tale “incrostamento al potere” affondano le proprie radici nella nascita della Repubblica: “Anche in Italia - è nuovamente Miglio a parlare - c’erano i due schieramenti; ma una delle parti (quella social-comunista) non faceva mistero della sua intenzione, una volta raggiunto il potere, di non abbandonarlo più, cambiando le regole del gioco, cioè instaurando una irreversibile Costituzione di tipo sovietico (come avevano fatto i comunisti in tutti i paesi dell’Est). Questa situazione rese “zoppa” la nostra democrazia parlamentare fin dal momento in cui nacque: cioè costrinse i moderati - appoggiati dal consenso dell’opinione pubblica - a cercare in ogni modo di conservare sempre la maggioranza… L’impossibilità di un vero ricambio privò il nostro sistema politico dei due fondamentali vantaggi offerti dalla democrazia parlamentare: in primo luogo la mobilità dei detentori del potere,… e in secondo luogo il fatto che l’alternanza mette a carico della finanza pubblica soltanto metà della classe politica e delle sue clientele… La convinzione di essere insostituibili ed intramontabili spinse i detentori del potere moderati… a considerarsi sempre meno vincolati alle regole dello Stato di diritto… L’opposizione social-comunista, man mano che si accresceva l’improbabilità di un cambio vero di maggioranza, si sentiva spinta ed autorizzata a cercare di essere partecipe dei vantaggi del governo. Specialmente perché essa, in alcune regioni, era già in posizione di totale controllo, e poi perché la dimensione della sua rappresentanza parlamentare le consentiva di contrastare e condizionare quotidianamente l’azione dell’esecutivo… Questa formula inedita - per la quale tutti salgono sulla barca del potere -… compattava quasi tutta la classe politica in campo (l’“arco costituzionale”) ammettendola ai vantaggi del potere, e allontanando all’infinito l’eventualità di ricambi alternativi e di connessi rendiconti. Tutti diventavano interessati al mantenimento del sistema, perché tutti ne godevano i benefici”[xxi].

    Inoltre, “tra la fine del secolo scorso e il periodo della dittatura del Novecento - prosegue lo studioso lombardo - è però avvenuta una trasformazione essenziale: le classi dirigenti delle regioni d’Italia meno privilegiate, anziché sviluppare le iniziative economico-produttive, si sono dedicate a coltivare il pubblico impiego, occupando tutti i posti rilevanti del sistema politico-amministrativo”[xxii]. Alla colonizzazione per via burocratica del paese da parte delle popolazioni che avevano dovuto subire la conquista sabauda, insomma, si è sovrapposta la metastasi di una classe politica apparentemente inamovibile, creando così una miscela esplosiva.

    Il risultato fu che “gran parte dei risparmi [dei cittadini italiani] sono stati bruciati per mantenere alte le paghe del Sud: è un fatto che il debito pubblico è cresciuto per mantenere efficiente il serbatoio dei consensi elettorali al Sud”[xxiii]. In altri termini, il mantenimento dell’intero apparato burocratico-clientelare italiano si regge sulle spalle dei cittadini padani che, con le proprie tasse, sono costretti a mantenerlo e finanziarlo. Ecco dove e perché emerge il diritto di resistere.

    Miglio non si ferma neppure di fronte alle facili accuse di “razzismo fiscale” o “egoismo” antimeridionale trovando, in questo, una sponda apparentemente inaspettata nello stesso Thoreau. Questi, citando Confucio, afferma che “Se uno Stato è governato secondo i principi della ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato secondo i principi della ragione, ricchezze e onori sono oggetto di vergogna”[xxiv]. Tale sembra essere proprio la situazione dell’Italia, un paese in cui la più comune critica nei confronti di quanti rivendicano il proprio diritto a essere “padroni a casa propria” è la “tremenda accusa” di voler negare aiuto ai bisognosi.

    Eppure, l’intera tradizione politica occidentale - soprattutto, va da sé, nelle sue direttrici liberali - ha riconosciuto agli individui l’incomprimibile diritto a disporre dei propri beni per la realizzazione della propria stessa felicità, e tutto questo con o senza l’approvazione delle maggioranze. “Nessuna autorità su questa terra è illimitata - spiegava Benjamin Constant - né quella del popolo né quella degli uomini che si dicono suoi rappresentanti, né quella dei re (a qualunque titolo essi regnino), né quella della legge, la quale, non essendo altro che l’espressione della volontà del popolo o del principe a seconda della forma di governo, deve essere circoscritta entro gli stessi limiti posti all’autorità di cui essa è emanazione. Tali limiti sono tracciati dalla giustizia e dai diritti individuali. La volontà di tutto un popolo non può rendere giusto ciò che è ingiusto. I rappresentanti di una nazione non hanno il diritto di fare ciò che la nazione stessa non ha il diritto di fare… Se Dio interviene nelle questioni umane, non lo fa che per sanzionare la giustizia; il diritto di conquista non è altro che la forza, la quale non è un diritto, dal momento che si trasferisce a chi l’afferra; l’assenso del popolo non potrebbe mai legittimare ciò che è illegittimo, poiché il popolo non può delegare a nessuno un’autorità di cui non dispone”[xxv].

    Traducendo in termini attuali le parole del pensatore francese, si potrebbe affermare che non esiste alcun diritto di rapina, né tanto meno esiste un dovere alla solidarietà. In altre parole ancora, l’obbligo della parte ricca del paese a provvedere ai bisogni, veri o presunti, di quella più arretrata è legittimato solo dalla maggioranza di cui quest’ultima in qualche maniera dispone, ovvero, in ultima analisi, dalla forza. Il processo elettorale, insomma, non è altro che una sublimazione della guerra, in cui i più numerosi (ovvero i più forti) impongono ai meno numerosi di lavorare per loro. Tuttavia, non esiste alcun dovere di aiutare chi ha bisogno - o dice di averlo.

    E’ questa consapevolezza che spinge Miglio a scrivere che “soltanto la progressiva trasformazione in senso assolutistico della sovranità (e la crescente arroganza di chi la detiene) hanno condotto a pensare invece l’autorità politica come depositaria della sapienza economica, e arbitra esclusiva della fortuna dei cittadini, ridotti, con le loro risorse e i loro beni, alla totale mercé di chi quell’autorità impersona. Le maggioranze parlamentari di oggi hanno raggiunto, in tema di asservimento fiscale dei cittadini, risultati che i principi assoluti di un tempo non si erano mai sognati. Chi non appartiene alle categorie dei privilegiati e dei protetti, è ormai un suddito taillable et corvéable à merci”[xxvi]. In Italia, insomma, è andato completamente perso il nesso che lega la tassazione alla rappresentanza, ed è in frantumi il “contratto sociale” che vincola quest’ultima a non eccedere i limiti della delega ricevuta.

    In realtà, tutte queste manifestazioni patologiche altro non sono che l’esplicarsi di un problema fisiologico. L’incapacità dell’Italia di realizzare un regime liberale è dovuta, come già detto, a una Costituzione ambigua. Ma questo, a sua volta, può essere compreso solo con un occhio alla storia: la quale potrà spiegare e smentire la “teologia della Liberazione” (dal fascismo) che si è diffusa grazie soprattutto al ruolo della scuola pubblica. Tra il 1946 e il ’48, infatti, non si è assistito ad alcun cambiamento epocale, né è avvenuta alcuna rivoluzione, anzi, si può affermare senza tema di smentita che, come ha affermato Miglio, “il fascismo populista è il vero anticipatore del populismo antifascista”.

    Il professore, intervistato da Marcello Staglieno, sostiene questa tesi osservando che “Basta fare un’analisi comparata degli individui tipici che compongono rispettivamente la classe politica fascista e quella antifascista. Se questa comparazione la facciamo sulla base dell’appartenenza sociale, e prendiamo un fascista del periodo populista e un antifascista del secondo dopoguerra, scopriamo che è identica la loro estrazione, che hanno fatto (se le hanno fatte) le stesse esperienze culturali, con lo stesso livello di educazione, lo stesso modo di reagire, di comportarsi. Quest’analisi rivela insomma che tra fascisti e antifascisti c’è una differenza di bandiera, non di sostanza. C’è una medesima matrice”[xxvii]. Lo stesso concetto era stato espresso, in termini più giocosi, da Ennio Flaiano, allorché questi aveva affermato che “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”.

    Il male italiano, insomma, è un male antico: che dalla Repubblica risale al fascismo, e da questo all’incapacità di costruire un paese federale e disunito laddove si era preteso di unificare forzosamente le vecchie realtà politiche pre-esistenti. Questa tesi è sostenuta, in termini peraltro estremamente chiari e convincenti, nell’ultimo libro dello studioso lombardo, L’asino di Buridano.

    In verità, le regioni padane - di questo il professore non ha mai fatto mistero - sono oggi vittima di un meccanismo che le tiene prigioniere e concede loro solo una parvenza di libertà (“una macchina che consuma sangue e serve solo a macinare aria”, così Giovanni Guareschi definì lo Stato nazionale).

    Disobbedienza civile

    E’ del tutto evidente, insomma, che l’Italia presenta una situazione particolare. Da un lato, non vi è, perlomeno in un senso stretto, una dittatura - se non quella, dal sapore molto orwelliano, del sistema, della burocrazia, delle procedure. D’altra parte, è pur vero che i cittadini sono sottoposti a un regime politico e fiscale insostenibile, soprattutto in quelle regioni che sono “esportatrici nette” di tasse. Lo scontro in atto nel paese, insomma, è quello tra tax payers e tax consumers. Le due “fazioni”, però, sono piuttosto ben delineate anche da un punto di vista geografico, ed entrambe subiscono con insofferenza l’immane mole di leggi e regolamenti che quotidianamente il Parlamento e i ministeri (e tutti gli altri centri di potere) emanano.

    Infine, la rivalità è esasperata dal tentativo ormai secolare di imporre un’uniformità nazionale alla miriade di popoli compressi entro i confini dello Stato italiano. Secondo aspetto del medesimo equivoco è che l’erezione di frontiere artificiose ha trasformato città anticamente votate al commercio (come Oneglia/Porto Maurizio, oggi Imperia), o addirittura vere e proprie capitali (si pensi a Trieste) in luoghi dimenticati da Dio, relegati agli estremi margini del regno (oggi repubblica). Tutti quei territori che dovevano la propria ricchezza alla policentricità della vecchia Europa, insomma, sono stati annientati dalla centralizzazione della nuova Italia.

    Come già detto, d’altronde, appare irrealistico e inopportuno il ricorso alla resistenza armata e, quindi, al lockeano “appello al Cielo”. Ecco allora sorgere la possibilità della “disobbedienza civile”. Qualcuno potrà obiettare che, se c’è qualcosa di sbagliato nel nostro sistema istituzionale, esso può e deve essere corretto attraverso il meccanismo democratico. Tuttavia - argomenta Thoreau - “ogni votazione è una specie di gioco d’azzardo, come la dama o il tric-trac, con una lieve sfumatura morale, come giocare con il giusto e l’ingiusto, con le questioni morali; e naturalmente il gioco è accompagnato da scommesse. Il buon nome dei votanti non è in discussione. Può darsi che dia il mio voto in base a ciò che ritengo giusto, ma non è per me di interesse vitale che il giusto prevalga. Sono pronto a lasciarlo alla maggioranza. L’impegno del voto, dunque, non va mai oltre quello della convenienza. Perfino votare per il giusto non è fare niente per esso”[xxviii]. Le schede elettorali, insomma, non garantiscono che il giusto trionferà: e riporre in esse cieca fede equivale a riporre cieca fede nel caso, ovvero ritenere che il giusto e l’ingiusto in qualche modo si equivalgono.

    Con questo, Thoreau non intende chiamare i propri (e i nostri) contemporanei a una crociata morale contro gli istituti democratici, né auspica una guerra civile con risvolti catartici. In altre parole, “non è che l’uomo abbia il dovere di dedicarsi all’estirpazione del male, anche del più smisurato; giustamente, può avere altre faccende di cui occuparsi; ma è suo dovere, perlomeno, tenersene fuori, e, se il suo pensiero ne è lontano, non deve aiutare il male di fatto. Se mi dedico ad altri scopi o progetti, per prima cosa devo almeno verificare che non li sto perseguendo standomene seduto sulle spalle di un altro uomo”[xxix].

    Per quanto questi “precetti morali” possano apparire condivisi e diffusi, sono poche le persone che li mettono in atto. L’anarchico americano è molto chiaro a questo proposito: talvolta pagare una tassa, o non protestare contro un comportamento ingiusto del governo se non votando contro la maggioranza che lo ha approvato, significa essere corresponsabili del male. Il giudizio è netto e tranchant: chi non si oppone al male, lo aiuta, non importa se attivamente o semplicemente non ostacolandolo.

    “Se l’ingiustizia fa parte del necessario attrito della macchina del governo - scrive ancora Thoreau - lasciamo correre, lasciamo correre: forse esso si attenuerà - di sicuro la macchina si logorerà. Se l’ingiustizia ha una molla, una puleggia, una corda, o una manovella esclusivamente per sé, allora si può forse considerare se il rimedio non sia peggiore del male. Ma se è di natura tale da imporvi di essere agente di ingiustizia nei confronti di un altro, allora, perbacco, si infranga la legge. Che la vostra vita faccia da controattrito per fermare la macchina… Quanto all’adottare i sistemi che lo Stato ha predisposto per porre rimedio al male, io di tali sistemi non ne conosco… Un uomo non deve fare tutto, ma qualcosa; e poiché non è in grado di fare tutto, non per questo è necessario che debba fare qualcosa di sbagliato”[xxx]. L’assunto implicito in queste affermazioni è che al di là e al di sopra della legge degli uomini, vi è una Legge più alta, la quale non può essere infranta se non al prezzo di calpestare le prerogative incomprimibili dei propri simili. In altre parole, lo scrittore americano postula e difende l’esistenza di quelli che la moderna società chiama “diritti naturali” e che invece i Founding Fathers amavano indicare col termine “God given rights”.

    Non per nulla, “l’autorità del governo… è ancora impura - conclude Thoreau -: per essere pienamente giusta, deve avere l’approvazione e il consenso dei governati. Non può avere diritti sulla mia persona o proprietà, al di fuori di quelli che io le concedo”[xxxi]. Questa affermazione, più di altre, esprime con estrema chiarezza il fondamento della riflessione del pensatore americano. Il governo non può agire al di fuori dei limiti della delega ricevuta dai cittadini, e in ogni caso non può servirsi di tale delega per commettere ingiustizia: compromettendo per ciò stesso la clausola del consenso e perdendo, quanto meno, quello delle vittime delle sue azioni. E’ così che emerge il diritto alla disobbedienza civile - e, come visto, tale è la condizione odierna dell’Italia.

    Resta allora da chiarire cosa sia e come possa esplicarsi la disobbedienza civile: che, pur derivando da un precetto universale, non può non essere concepita secondo ragioni e fattori particolari. E’ su questo punto che la riflessione migliana torna a essere centrale. In primo luogo, il professore si sofferma a commentare il termine.

    La parola disobbedienza indica un comportamento volto a disattendere un obbligo che invece si sarebbe tenuti a rispettare. “Questo comportamento - scrive lo studioso lombardo - non contesta la procedura con cui l’obbligo è stato stabilito, ma rifiuta il contenuto dell’obbligo stesso, e vuole mostrare a chi comanda la concreta possibilità di perdere il potere: vuole far capire che l’obbedienza passiva non è virtù di uomini liberi”. Disobbedire a un ordine ingiusto, anzi, non è soltanto un atto legittimo, ma addirittura un dovere morale.

    D’altra parte, la disobbedienza implica una condotta pacifica e non violenta: rappresenta una sfida e una rivendicazione, dunque, piuttosto che una dichiarazione di guerra. Tale aspetto è ribadito e rafforzato dall’aggettivo “civile”: il quale “colloca il comportamento nella sfera delle prerogative del cittadino”. In altre parole, “si vuole chiarire che qui la disobbedienza è soltanto espressione del diritto, posseduto da ogni individuo, di partecipare alla statuizione degli obblighi giuridici che lo riguardano”[xxxii].

    Ora, è chiaro (ed è stato esplicitamente sottolineato altrove) che, da un lato, il diritto di resistenza è un diritto individuale e, dall’altro, esso è proprio di chi non accetta che qualcuno - sia esso il re, il governo o la maggioranza - lo privi dei propri diritti naturali. E’ altrettanto evidente che le maggioranze, prendendo corpo e consolidandosi, tendono a porre in essere politiche volte a garantirsi certi privilegi alle spalle delle minoranze. Queste ultime, d’altronde, esistono, e spesso possono godere di un certo potere: è pur vero che le maggioranze sono, almeno in termini figurati, “più forti”, ma è altrettanto corretto che spesso le minoranze sono più determinate, anche perché sono confortate dalla consapevolezza di essere dalla parte del giusto, laddove i loro avversari hanno assunto atteggiamenti aggressivi.

    Secondo Miglio, d’altronde, non è essenziale dare vita a partiti o organizzazioni volte a occuparsi unicamente della gestione della protesta; in ogni caso, “penso - egli scrive - che questo salutare strumento di lotta politica, per essere efficace (al limite: irresistibile) debba radicarsi nelle convinzioni di uno strato abbastanza diffuso della società. In un determinato momento storico, la ribellione pacifica dei cittadini può cambiare il destino di un paese soltanto se essa diventa la bandiera di un gruppo che, oltre ad avere dimensioni estese, possegga al suo interno un minimo di organizzazione e quindi esplichi capacità operativa. Il carattere collettivo di una protesta aggiunge a quest’ultima un “plusvalore” indispensabile”[xxxiii].

    In passato, questo dilemma tra la forza e la volontà della maggioranza, da un lato, e i diritti delle minoranze, dall’altro, è generalmente stato risolto a favore dei più numerosi: anche attraverso la deificazione dello Stato e la creazione di idoli quali l’unità nazionale, l’eternità del “contratto sociale” e la volontà generale. A questa rappresentazione “teologica” Miglio contrappone un’idea nuova: quella che “ormai ogni coesistenza politica non possa basarsi più su patti di fedeltà - giurati per la vita e per la morte, e quindi “eterni” - ma laicamente su “contratti” a tempo determinato, “condizionati” e dunque destinati, ad un certo momento, a essere rinegoziati, oppure a sciogliersi e lasciar libere le parti”[xxxiv]. Egli afferma dunque il primato dell’individuo sullo Stato, e su quelle entità ballerine e sempre tese verso la tirannide che sono le maggioranze. (Allo scopo di spiegarne il comportamento, Frédéric Bastiat[xxxv] affermò efficacemente che “lo Stato è quella grande finzione attraverso cui tutti cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri”).

    Lo studioso lombardo, d’altra parte, mette anche in evidenza che una simile tensione si presenta con maggiore facilità e frequenza entro quei sistemi istituzionali che non prevedono la possibilità di un riaggiustamento dei rapporti attraverso una soluzione federale. E’ lì che i cittadini, trovandosi non di rado a far parte di una minoranza più o meno organizzata, sono in grado di far valere il proprio diritto alla disobbedienza civile con qualche speranza di successo - eventualità che è ben più remota nel caso di un “individuo contro lo Stato”, per parafrasare il titolo della nota opera di Herbert Spencer.

    Come è possibile, però, esercitare concretamente questo diritto? La risposta di Miglio è semplice e letale: “rifiutandosi di rispettare innanzi tutto quelle regole che, nel campo dei diritti civici e nella pubblica amministrazione, umiliano proprio la loro [delle minoranze] “diversità”. Arrivando poi naturalmente fino a mettere in causa il rispetto dei carichi fiscali, come segno di obbedienza verso un potere non sentito più come legittimo”[xxxvi]. La durezza e la chiarezza di queste parole valse al professore l’ostracismo dei media e l’aperta condanna dell’intero mondo politico, compreso il biasimo di alcuni tra i più pavidi di quelli che allora erano i suoi “compagni di strada”. Tuttavia, tale atteggiamento negativo dell’intellighenzia non produsse un rigetto popolare delle tesi migliane, anzi. I cittadini impararono proprio in quei difficili giorni del 1993 ad amare e rispettare il professore: con ciò fornendo ulteriore dimostrazione che il potere dello Stato veniva davvero messo in serio dubbio.

    Lo sciopero fiscale

    La forma migliore in cui la disobbedienza civile può manifestarsi ai giorni nostri, secondo Miglio, è quella dello “sciopero fiscale”: i cittadini si rifiutano di finanziare, attraverso le proprie tasse, uno Stato non avvertito più come legittimo, anche ammesso che tale condizione si sia mai verificata. Questa pratica gode infatti di tutti i requisiti sopra esposti (in particolare quello della non-violenza) e ha il pregio non solo di puntare l’indice contro un comportamento illecito del governo, ma anche di mettere in discussione i mezzi con cui quest’ultimo persegue i propri scopi. Infine, lo sciopero fiscale può essere uno strumento davvero efficace, in quanto - se riceve ampia adesione - può perfino privare lo Stato della forza economica necessaria a porre in atto qualche forma di repressione.

    Inoltre, esso si riallaccia da un lato alla gloriosa tradizione inaugurata dai Padri Fondatori americani, dall’altro a un ricco filone di pensiero, che dal liberalismo classico conduce al libertarismo, riflettendo anche in questo l’evoluzione migliana. Non è esagerato presentare lo sciopero fiscale come uno strumento della vera lotta di classe che, da sempre, agita le acque della storia umana: “I principi del liberalismo classico e la dottrina dei diritti naturali - spiega a tal proposito Guglielmo Piombini - avevano fornito ai ceti produttivi una forte difesa morale di fronte alle sempre più ingiustificabili pretese espropriative delle categorie parassitarie”[xxxvii]. E’ chiaro, dunque, che Miglio riprende l’antico interrogativo della filosofia politica (che cosa distingue l’agire di una banda di criminali da quello del governo?) e lo risolve a sfavore degli apparati pubblici.

    Come già aveva fatto Lysander Spooner[xxxviii], lo studioso lombardo riconosce nelle pretese di un governo non legittimato dal consenso le stesse caratteristiche che ci fanno considerare illegittimo il comportamento di un brigante di strada. Il nuovo “contratto sociale” che egli tenta di instaurare (“o la borsa o la vita”) può e deve essere rigettato, proprio rifiutandosi di consegnare il portafoglio (fuori di metafora: di pagare le tasse).

    “L’appartenenza consapevole a una qualsiasi convivenza civile e politica - argomenta Miglio - genera abitualmente l’impegno a una contribuzione finanziaria (o a prestazioni in natura) finalizzati a remunerare i servizi offerti dalla convivenza medesima ai suoi membri… E’ quasi inutile rammentare che, sulla base di questa primordiale obbligazione - con la crescita della cosiddetta “civiltà materiale”, e quindi con la moltiplicazione dei “bisogni” - si è stratificata una mole imponente di spese… E l’investitura politica, con il passare del tempo, è diventata soprattutto, e primariamente, mandato a tassare”[xxxix]. Quando però questo “mandato a tassare” eccede i propri già ampiamente oltrepassati limiti, allora il cittadino ha diritto a rifiutare obbedienza, e a opporsi all’applicazione di tributi ingiusti. (Tra i quali eccelle per ingiustizia, così afferma il professore in Disobbedienza civile, quello sulla casa di proprietà).

    In altre parole, ognuno dovrebbe essere vincolato a pagare unicamente in funzione di quanto effettivamente fruisce dei beni forniti dallo Stato; e non dovrebbe parimenti essere contemplata la possibilità di sottoporre a balzelli altro che questo. Anzi, nel momento in cui il fisco mette gli occhi sul bene per eccellenza visibile e non occultabile, la voce di Miglio si alza forte e chiara: “affermo che su tali beni il fisco non deve pretendere nulla: perché essi costituiscono, per così dire, una estensione fisica e un complemento necessario della persona che li possiede e li usa. In caso contrario, tanto varrebbe sottoporre a imposta la salute o la bellezza di un cittadino”[xl].

    Queste e simili affermazioni gli attirarono immediatamente gli strali dei difensori del vecchio sistema: che culminarono nella già citata denuncia di Martelli. Anche in momenti successivi, però, le proposte di sciopero fiscale trovarono una certa eco da parte dei movimenti più determinati (si pensi alla “fase eroica” della Lega Nord e alla marcia contro il fisco del novembre 1997 - una sorta di riedizione della “marcia dei quarantamila” di Torino[xli] -, o ai tentativi, più o meno riusciti, di organizzazioni come la LIFE).

    Specularmente, le reazioni alle reiterate minacce di boicottare l’erario furono dure e non di rado incapaci di comprendere la reale natura dei sommovimenti che stavano agitando le regioni padane. Proprio a questo proposito, Carlo Lottieri scrive che troppo spesso emerge, tra gli intellettuali e gli opinion maker, una sorta di “fedeltà religiosa” che li ancora “alla mitologia statale e ai suoi catechismi. Emerge insomma un’ortodossia statalista che spiega meglio e più di tante altre considerazioni le difficoltà di buona parte del mondo della cultura a dialogare veramente con gli eretici e i miscredenti dell’area pedemontana”[xlii].

    Non bisogna, d’altra parte, trascurare la dimensione politica dello sciopero fiscale, né fingere che gli appelli più realistici non abbiano coinciso col momento di massima espansione della Lega (1993) o con la sua aperta presa di posizione a favore della secessione (1996-97). In entrambe le occasioni, Miglio era vicino ai padanisti: nel 1993 come senatore eletto sotto il loro stendardo, nel biennio ’96-97 come loro punto di riferimento e “vecchio saggio”. D’altra parte, le menti più aperte si erano ben rese conto del potenziale esplosivo del fenomeno leghista, al punto che un liberale di vecchia data come Antonio Martino aveva definito quella espressa dalle leghe “una rivolta fiscale in senso lato”[xliii].

    E’ ancora Lottieri a chiarire il senso di tutto: “Vi è nell’indipendentismo padano - egli ha scritto - una rivendicazione giuridico-economica che non può essere ignorata né sottovalutata. Risulta evidente che le masse elettorali prevalentemente operaie e piccolo-borghesi che si orientano verso la Lega e che hanno premiato la sua accelerazione secessionista… [sono interessate] all’ipotesi di porre fine al trasferimento delle risorse dal Nord al Sud e alla prospettiva di riservare ai residenti i posti di lavoro del settore pubblico”[xliv]. Anche Miglio si era chiaramente reso conto del potenziale racchiuso dal Carroccio e, al di là dell’altalenante rapporto con Umberto Bossi, non si è mai allontanato di fatto dal “popolo leghista”.

    Lo studioso lombardo ha sempre precisato di frequentare la Lega con l’occhio dell’osservatore: che verifica sul campo la bontà dei propri studi - una sorta di applicazione del metodo scientifico alla scienza della politica. Anche all’atto di scrivere il saggio sulla Disobbedienza civile, probabilmente le cose sono andate così. Sebbene il professore non abbia, a conti fatti, saputo prevedere il futuro - in realtà la società padana, o il partito che essa aveva delegato a rappresentare il proprio malessere, non è mai riuscita a organizzare una vera protesta fiscale - i frutti della riflessione migliana devono ancora essere raccolti, e i semi sono caduti su terreni fertili quanto insospettabili.

    In un suo divertissement del 1993, il professore così descrive un’immaginaria Italia in preda alla rivolta (anche fiscale) dei suoi ceti produttivi: “Lo Stato ha la drammatica urgenza di alimentare con il prelievo fiscale le casse dell’erario, poiché deve pagare - ed è già in ritardo - gli stipendi del pubblico impiego (Carabinieri e Polizia compresi) e far fronte agli altri impegni indilazionabili di bilancio. Tuttavia, davanti al dilagare della protesta, né il potere politico né le altre forze dell’ordine paiono voler fronteggiare i rischi che la situazione impone… Nessun altro Corpo dello Stato si impegna a fermare, come noi [finanzieri] caparbiamente cerchiamo di fare, l’attività delle industrie che rifiutano di soggiacere al prelievo forzoso del 30 percento sui loro conti. Le Fiamme Gialle sono sole. Né Poliziotti né Carabinieri sono al loro fianco quando, ad esempio, devono fronteggiare imprenditori e lavoratori che, facendo fronte comune, bloccano l’ingresso nelle aziende. O bruciano registri e preziose documentazioni fiscali”[xlv]. Il tono è evidentemente scherzoso, ma l’argomento trattato è serio.

    Nonostante il carattere “apocalittico” tipico delle opere di fantapolitica, Italia 1996 non manca di evidenziare come la crisi dello Stato italiano sia dovuta in larga misura al rifiuto opposto dai cittadini al prelievo fiscale. Non è assente neppure la realistica constatazione che, in tempi di difficoltà, possa essere la Guardia di Finanza (militarizzata e dotata dagli assurdi poteri che la legge le riconosce[xlvi]) il più solido paletto dello Stato centralista. Fu lo stesso Miglio, anzi, a coniare il termine “Brigate gialle”.

    Intervistato alcuni anni dopo, Miglio definì la disobbedienza civile “la strada che imbocca un popolo civile”[xlvii]. Perché questo non sia ancora accaduto nelle nostre regioni, è argomento di un dibattito ancora aperto, e non è detto che ciò che non è successo nel passato non possa non verificarsi nel futuro.

    Resistenza e secessione

    Tutte le riflessioni finora svolte hanno un grande peso nella determinazione dei rapporti che devono intercorrere tra il cittadino e le istituzioni politiche. Affermare che quello ha dei diritti, significa anche riconoscere che queste hanno dei limiti. D’altra parte, non ha alcun senso né pare ragionevole scagliarsi contro gli antichi sovrani “per diritto divino” e poi riconoscere ai moderni parlamenti poteri ancora superiori, solo perché legittimati dal voto. Tale convinzione, infatti, non intacca minimamente la legittimità delle prerogative della corona, ma si limita a mutarne la fonte: in passato Dio, oggi quel dio volubile e capriccioso che si chiama “maggioranza”.

    Difendere il diritto del singolo a ribellarsi contro un governo tirannico, d’altra parte, conduce analogamente ad affermare il diritto delle comunità politiche a non essere oppresse da un lontano governo centrale. Nel momento in cui tale riflessione si innesta sul corpus delle teorie neofederali, si perviene a una nuova immagine del diritto di secessione: visto come estrema forma di resistenza da parte di una comunità locale contro l’invadenza dello Stato.

    In realtà, questa tesi era già stata argomentata, in maniera spesso convincente, da Allen Buchanan[xlviii]: il filosofo statunitense, però, vi giungeva muovendo non già dal riconoscimento dei diritti individuali inalienabili, ma a partire da non meglio definiti “diritti di gruppo”. D’altra parte, Daniel J. Elazar osserva che, nei sistemi politici federali, “La non centralizzazione assicura che, a prescindere dal modo in cui certi poteri possano essere condivisi dai governi generale e costitutivi, il diritto di partecipare al loro esercizio non può essere negato se non per mutuo consenso”[xlix]. Nel momento in cui il consenso svanisce, emerge il diritto di secessione. Attenzione, però: sebbene le parole dello studioso israeliano siano riferite alle organizzazioni politiche federali, abbiamo visto che il diritto a costituire una comunità politica indipendente appartiene alla sfera dei diritti incomprimibili dei cittadini e delle comunità, intese come libere associazioni di liberi individui.

    I Quaderni Padani hanno già ampiamente approfondito la questione: proprio sulla scia della riflessione migliana. “Il diritto di secedere - scriveva Alessandro Storti - si fonda quindi sul presupposto che vada tutelata la diversità, non solo fra uomo e uomo, ma anche fra diverse collettività… Il diritto di secessione, insieme al diritto di resistenza, costituisce la facoltà prepolitica essenziale su cui si fondano tutti i sistemi istituzionali. Ciò significa che tali diritti, anche se non vengono menzionati nelle Costituzioni, stanno alla base di ogni processo costituente, poiché da essi partono e ad essi ritornano tutte le aggregazioni politiche”[l]. Alessandro Vitale, antico allievo del professore, osserva di rimando: “Il diritto di “andarsene” è una forma di resistenza che deve essere adottata da una singola parte del territorio di uno Stato, quando questa parte, accortasi della tirannide dei detentori del potere politico, non trova negli altri membri dello Stato la disponibilità a prendere misure comuni”[li]. Queste parole, sia detto per inciso, vengono formulate nell’ambito di una panoramica sul pensiero di Johannes Althusius[lii]: un pensatore su cui Miglio aveva speso molte ore di studio e riflessione.

    E’ evidente, nelle parole di Storti e Vitale, il retaggio migliano. Nella prospettiva dello studioso lombardo di un federalismo “pattizio”, il diritto di secessione non può d’altra parte venire meno: né essere sottoposto a vincoli di alcun genere. Rispondendo alle critiche di quanti si fanno scudo del vecchio armamentario nazionalista per opporsi alla secessione della Padania, egli affermò che “Quello che si comincia a capire, e voglio vedere come si fa a sostenerlo, è che esiste l’idea di un diritto di tutti quelli che stanno intorno ad un territorio a trattenerlo all’interno dello Stato”[liii]. Da un lato, dunque, vi è chi difende il diritto degli individui (e delle comunità da essi formate) a decidere sul proprio futuro, dall’altro chi si oppone a questa possibilità, in nome della Patria, della chiesa, della nazione, della lingua o di un preteso diritto/dovere alla “solidarietà”.

    In termini ancora più chiari e netti, Miglio ha scritto che “Il diritto di secessione è il diritto al distacco, che viene fatto valere come suprema garanzia della propria indipendenza… Io sostengo che una Costituzione in cui il diritto di secessione sia implicitamente o esplicitamente escluso, non sarà mai una Costituzione federale, ma una Costituzione unitaria: perché la porta da cui uscire deve rimanere sempre aperta”[liv]. Il punto cruciale, allora (e qui si vede quanto Miglio fosse realmente libertario), è che la secessione - in questo andando oltre la resistenza - non necessita, per essere esercitata, di uno stato di oggettiva oppressione; è sufficiente che una comunità ritenga di essere oppressa o, più semplicemente, che desideri abbandonare le vecchie istituzioni.

    I moderni filosofi anarco-capitalisti sarebbero pronti a sottoscrivere ciascuna e tutte queste parole. Murray N. Rothbard, nell’articolo Nations by Consent, afferma che “Non tutti i confini di Stato sono giusti. Uno scopo dei libertari dovrebbe essere trasformare gli Stati nazionali esistenti in entità nazionali i cui confini potrebbero esser chiamati giusti, nello stesso senso che i confini della proprietà privata sono giusti: cioè, decomporre gli Stati nazionali coercitivi esistenti in autentiche nazioni, o nazioni per consenso”[lv]. Non diversa è l’analisi sviluppata da Hans-Hermann Hoppe: “La secessione incoraggia le diversità etniche, linguistiche, religiose e culturali, che nel corso di secoli di centralizzazione sono state soppresse”[lvi], con ciò ponendo in essere un’oppressione di dimensioni gigantesche.

    In un libro successivo, Federalismo e secessione (che contiene la trascrizione di un lungo dialogo con Augusto Barbera), Miglio sembra fare eco a queste considerazioni. “Lo Stato sociale - egli afferma - è quindi un prodotto dello Stato nazionale centralizzato di grandi dimensioni, ed è un sistema, alla lunga, fallimentare”[lvii]. Come i pensatori americani, lo studioso lombardo sembra dunque ritenere che federalismo e secessione possano in qualche maniera costituire un antidoto al dilagare di soluzioni stataliste; anche da questo deriva la sua predilezione per i sistemi decentralizzati.

    Se il federalismo appare un’ottima via di scampo per quei paesi che possono godere di una certa armonia sociale, la secessione è strumento indispensabile per le comunità che, con o senza una ragione condivisibile, anelano all’indipendenza. Sono soprattutto i gruppi umani oppressi, come è ovvio, ad avere diritto (e interesse) a rendersi indipendenti: perché alle valide motivazioni addotte dai teorici della secessione si accoda buona parte del pensiero politico liberale e occidentale.

    In ogni caso, e a prescindere da tutto, nella visione di Miglio federalismo e secessione non sono semplicemente mezzi comunque legittimi per veder tutelata la libertà individuale. Il primo è, tra tutte le forme che i rapporti politici possono assumere, quella più simile a un contratto privato. Il secondo, tra tutti gli atti che un popolo oppresso può commettere, è quello più decisivo e, per così dire, “immacolato”. In entrambi i casi, si tratta di provvedimenti non solo efficienti, ma anche buoni in sé.

    Conclusione

    Dopo essere stato sbeffeggiato in vita, Gianfranco Miglio è stato poco meno che dimenticato in morte. Rari ricordi gli sono stati dedicati dalla stampa, e tra essi, con pochissime eccezioni[lviii], la larga maggioranza ha insistito sul suo ruolo “politico” - come “ideologo” della Lega Nord, prima, e senatore del Polo, poi. Quasi nessuno, insomma, ha riconosciuto la grandezza dello studioso lombardo: né ha fatto emergere la vasta portata delle sue riflessioni, soprattutto sui temi del federalismo, della secessione e del diritto di resistenza. Non saranno molti tra i cittadini di questo paese, dunque, quelli che penseranno a lui come al vero teorico dello sciopero fiscale.

    Vi è tuttavia chi, nonostante la sua chiarezza espositiva, insiste nel negare che egli abbia mai assunto posizioni in qualche maniera anti-stataliste o favorevoli alla secessione. Se così fosse, vorrebbe dire che tutto un filone interpretativo - quello più prolifico e attivo - dell’opera del professore poggia le proprie fondamenta sulla sabbia. Cosa più importante, costoro parrebbero ignorare l’intera produzione migliana degli anni ’90. Queste parole, però, sono vere solo in un senso molto limitato: lo studioso lombardo, infatti, ha sempre affermato di preferire una federazione a uno Stato unitario. Tuttavia, con ciò egli non voleva né sminuire né negare il diritto di secessione delle comunità politiche volontarie.

    Sollecitato da Alberto Mingardi, Miglio ha chiarito questo punto: “Il patto di unione che caratterizza una comunità politica è variabile nel tempo, e l’idea di secessione produce un altro Stato. Il lato negativo del principio di secessione è che la secessione conduce una comunità politica ad affermare la sua sovranità, e questo è in contrasto con il principio federale. Immaginare una formazione strutturale politica come avente il diritto di secedere è significare la nascita di nuovi Stati nazionali, cioè riproporre gli errori che hanno condotto allo Stato moderno e alla sua auto-distruzione. E’ però incontestabile che quando una comunità politica riconosce la propria identità… una scelta di fondo può essere fatta. Una comunità politica può decidere di stare per conto proprio, questo è scritto nella storia delle istituzioni politiche”[lix]. Inoltre, il diritto di secessione (come, d’altra parte, l’antistatalismo) è implicito nella dottrina giusnaturalistica, cui Miglio aveva aderito.

    In realtà, il politologo lombardo va addirittura oltre il secessionismo su base etnica o nazionalitaria. Secondo lui, è sbagliato riconoscere il diritto di secessione solo alle componenti di una federazione. Il “diritto di andarsene” appartiene a qualunque gruppo umano che desideri dotarsi di proprie istituzioni, in ossequio alla formulazione - dovuta allo stesso Miglio - del diritto a stare “con chi si vuole e con chi ci vuole”.

    Non è errato neppure vedere in talune perplessità del professore rispetto all’opportunità della secessione (egli non ebbe mai, invece, perplessità alcuna sulla legittimità del diritto a secedere) l’eco dell’antico monito di Denis De Rougemont: “L’autonomia è una nozione relativa molto precisa, quando si parla per esempio dell’autonomia di volo di un apparecchio, o dell’autonomia di decisione di un gradino amministrativo. Preferiamo, nel mondo regionale, questa libertà modesta, ma assolutamente reale, alle ubriacature dell’indipendenza assoluta, ma illusoria di cui si vantano gli Stati-nazione”[lx]. In altri termini, è sempre preferibile mantenere istituzioni federali piuttosto che crearne nuove centralizzate; ma questo è un problema di opportunità piuttosto che di legittimità o diritto. Inoltre, si tratta di una formulazione non troppo lontana da quelle - già citate - di Locke e della Dichiarazione di indipendenza americana sul diritto di resistere.

    Proprio queste osservazioni concedono l’occasione di riportare l’attenzione sul problema della resistenza. Nel momento in cui sia verificata e consolidata una situazione di oppressione, dovuta all’intero ordinamento giuridico e non a una sua legge particolare, il cittadino e, per estensione, la comunità politica cui egli appartiene ha il diritto di ribellarsi. Il modo più pacato di farlo è rivolgere petizioni e proteste all’autorità. Se questa non dà segno di voler cambiare le cose, allora il passo successivo - pienamente giustificato e legittimo in sé - è la disobbedienza civile: che, nel mondo moderno, può assumere convenientemente l’aspetto dello sciopero fiscale.

    Qualora però l’oppressione sia sistematicamente diretta a una comunità, questa dispone del diritto incomprimibile di “andarsene”, ovvero di ritirare la delega concessa - esplicitamente o implicitamente - al governo. Ogni diritto appartiene agli individui, e nessuno Stato del mondo può godere di poteri maggiori di quelli che ottiene in delega.

    Tuttavia, tale diritto può addirittura assumere l’aspetto di un dovere (morale): esso, infatti, costituisce condizione necessaria a potersi definire “uomini liberi”. E’ ancora una volta il caso di ricordare le parole della Dichiarazione di indipendenza americana: “Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura”.

    Può anche interessare il fatto che alcuni teologi o predicatori settecenteschi assimilavano al suicidio il rifiuto di opporre resistenza all’aggressione. Tale inazione era duramente condannata, in quanto avrebbe tradito il disprezzo nei confronti del supremo dono divino - la vita. Naturalmente, un ragionamento analogo può essere svolto a proposito delle comunità (volontarie), pur tenendo ben presente che nessun gruppo gode di “vita”, se non nel senso che godono di vita tutti i suoi membri. Al limite, si può affermare che una comunità è tanto più viva, quanto più sono liberi i suoi membri.

    E’ assolutamente corretto, insomma, vedere in Gianfranco Miglio l’erede e il moderno mentore dell’antico precetto cristiano secondo cui “disobbedire ai tiranni è obbedienza a Dio”. Tutto ciò rimanda a una più ampia visione dell’uomo e del mondo: in cui ogni individuo è libero, sì, di scegliere, ma è anche pienamente responsabile delle proprie scelte. L’autore di Disobbedienza civile, anzi, andava oltre: non solo, talvolta, l’uomo può compiere scientemente il male; egli può addirittura desiderarle compierlo, e provare piacere nel farlo.

    “Non posso sopportare, non posso capire - disse una volta Miglio - i cattolici “sociali”. Hanno l’aria di insegnare a Dio come avrebbe dovuto fare l’uomo. La malvagità dell’uomo non la ammettono: per loro è colpa della società. Io invece accetto l’uomo così com’è, nel suo misto di bene e di male. Ecco la grande differenza, ecco perché dicono che io sono reazionario: il mio cattolicesimo è amaro e realistico, come si respirava alla Cattolica quando ero studente. Padre Gemelli, che era medico, aveva l’abitudine di considerare il comportamento umano in modo concreto. Il cattolicesimo edulcorato è venuto dopo, col dossettismo, con Lazzati, con un’idea astratta dell’uomo. Le anime belle, l’“animabellismo” di tanti cattolici discende da lì: ce l’hanno con l’America, con il mercato, con l’intero Occidente, che pure è stato creato dal Cristianesimo”[lxi]. Lo studioso lombardo, che era un realista, non poteva certo accettare il dogma della “responsabilità sociale”, ovvero dell’irresponsabilità individuale!

    Essere schiavo non è degno di un individuo, né di un popolo, libero. La responsabilità, d’altra parte, è implicita nella libertà, e il prezzo di quest’ultima - per dirla con Jefferson - è “l’eterna vigilanza”. Solo lo schiavo che desideri essere libero può realizzare il proprio sogno.

    “I popoli liberi e meglio ordinati - scrive Miglio concludendo il proprio saggio sulla Disobbedienza civile - sono quelli che si permettono ogni tanto di ribellarsi: che non temono di impugnare le decisioni del loro governo, ma che tornano poi ogni volta a rifondare, con più solida persuasione, l’ordinamento in cui vivono”[lxii].





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    [i] Gianfranco Miglio ed Henry David Thoreau, Disobbedienza civile (Milano: Mondadori, 1993). Tutte le citazioni riferite a questo testo saranno precedute, per semplicità, dalla dizione “DC”.

    [ii] H. D. Thoreau, La disobbedienza civile e Vita senza principi (Bussolengo, VR: Acquarelli anarchici, 1995).

    [iii] Rudolf Rocker, Pionieri della libertà (Milano: Edizioni Antistato, 1982).

    [iv] DC, pag. 57.

    [v] Giuseppe Motta, “L’ultimo Miglio è libertario”, su Enclave n. 8, maggio 2000, pag. 39.

    [vi] Carlo Stagnaro, “Miglio: lo Stato moderno è superato”, su La Padania del 4 luglio 2000, pag. 10.

    [vii] DC, pag. 14.

    [viii] Jeffrey R. Snyder, Nation of Cowards. Essays on the Ethics of Gun Control (Lonedell, MO: Accurate Press, 2001), pag. 156.

    [ix] DC, pag. 14.

    [x] DC, pagg. 17-18.

    [xi] Alberto Mingardi, “Io guardo all’Olanda. Intervista a Gianfranco Miglio”, su Quaderni Padani n. 25-26 (settembre-dicembre) 1999, pagg. 10-11.

    [xii] John Locke, Il secondo trattato sul governo (Milano: Rizzoli, 1998), pag. 347.

    [xiii] Ibidem, pag. 369.

    [xiv] Dichiarazione dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, adunati in Congresso Generale, Filadelfia, 4 luglio 1776.

    [xv] J. R. Snyder, Nation…, cit., pagg. 162-163.

    [xvi] DC, pagg. 19-20.

    [xvii] Luigi Marco Bassani, Contro lo Stato nazionale. Federalismo e democrazia in Thomas Jefferson (Bologna: Edizioni Il Fenicottero, 1995), pag. 142.

    [xviii] DC, pag. 15.

    [xix] DC, pag. 13.

    [xx] Herschel I. Grossman, “Lo Stato è al servizio… di chi?”, su Kéiron n. 9, “Tecnocrazia”.

    [xxi] G. Miglio, Come cambiare. Le mie riforme (Milano: Arnoldo Mondadori Editore, 1992), pagg. 11-15.

    [xxii] G. Miglio, L’asino di Buridano. Gli italiani alle prese con l’ultima occasione di cambiare il loro destino (Vicenza: Neri Pozza Editore, 1999), pag. 69.

    [xxiii] G. Miglio, in Giorgio Ferrari, Gianfranco Miglio. Storia di un giacobino nordista (Milano: Casa Editrice Liber Internazionale, 1993), pag. 134.

    [xxiv] DC, pag. 61.

    [xxv] Benjamin Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (Macerata: Liberilibri, 2001), pag. 42.

    [xxvi] DC, pag. 27.

    [xxvii] G. Miglio, Una costituzione…, cit., pagg. 23-24.

    [xxviii] DC, pagg. 47-48.

    [xxix] DC, pag. 50.

    [xxx] DC, pagg. 53-54.

    [xxxi] DC, pag. 78.

    [xxxii] DC, pagg. 16-17.

    [xxxiii] DC, pag. 32.

    [xxxiv] DC, pag. 20.

    [xxxv] Si veda Frédéric Bastiat e Gustave De Molinari, Contro lo statalismo (Macerata: Liberilibri, 1994).

    [xxxvi] DC, pagg. 21-22.

    [xxxvii] Guglielmo Piombini, La proprietà è sacra (Bologna: Edizioni Il Fenicottero, 2001), pag. 33.

    [xxxviii] Lysander Spooner, La Costituzione senza autorità (Genova: Il Melangolo, 1997).

    [xxxix] DC, pagg. 22-23.

    [xl] DC, pag. 30.

    [xli] Si vedano “La marcia sul fisco”, “Marciando marciando” e “Dall’arte di arrangiarsi a quella di ribellarsi”, in Sergio Ricossa, Da liberale a libertario. Cronache di una conversione (Treviglio, BG: Leonardo Facco Editore, 1999), pagg. 50-55.

    [xlii] Carlo Lottieri, “Se i Veneti ignorano Stato e politica… Il Nord pedemontano e lo sguardo antropologico”, su Federalismo & Libertà, n. 3 (maggio-giugno) 1998, pagg. 221-222.

    [xliii] Antonio Martino, “Tassiamoci da soli”, su Il Sabato, 28 luglio 1990, pag. 28.

    [xliv] C. Lottieri, “Interpretazioni della Padania. Gli studi sulla Lega tra geopolitica e sociologia”, su Federalismo & Società n. 3 (autunno) 1997, pag. 66.

    [xlv] G. Miglio, Italia 1996. Così è andata a finire (Milano: Mondadori, 1993), pagg. 130-131.

    [xlvi] La legge del 7 gennaio 1929 afferma che le Fiamme Gialle hanno la facoltà di accedere “in qualsiasi ora” in “ogni azienda industriale o commerciale”, “al fine di effettuare accertamenti e verifiche”.

    [xlvii] In C. Stagnaro, “Processo all’imposizione fiscale. Tassati di tutto il mondo, unitevi!”, su Federalismo & Libertà, n. 3 (maggio-giugno) 1998, pag. 147.

    [xlviii] Allen Buchanan, Secessione. Quando e perché un paese ha diritto di dividersi (Milano: Mondadori, 1994).

    [xlix] Daniel J. Elazar, Idee e forme del federalismo (Milano: Mondadori, 1998), pag. 136.

    [l] Alessandro Storti, “La secessione come facoltà pre-politica e diritto naturale”, su Quaderni Padani n. 3 (gennaio-febbraio) 1996, pag. 7.

    [li] Alessandro Vitale, “Quando una comunità storica ha il diritto di andarsene”, su Quaderni Padani n. 4 (marzo-aprile) 1996, pag. 8.

    [lii] Si veda Johannes Althusius, Politica (Napoli: Alfredo Guida Editore, 1980).

    [liii] A. Storti, “Intervista a Gianfranco Miglio”, su Quaderni Padani n. 7 (settembre-ottobre) 1996, pag. 50.

    [liv] G. Miglio e Augusto Barbera, Federalismo e secessione. Un dialogo (Milano: Mondadori, 1997), pagg. 176-177.

    [lv] Ernest Renan e Murray Newton Rothbard, Nazione, cos’è (Treviglio, BG: Leonardo Facco Editore, 1996), pag. 48.

    [lvi] Hans-Hermann Hoppe, Abbasso la democrazia. L’etica libertaria e la crisi dello Stato (Treviglio, BG: Leonardo Facco Editore, 2000), pag. 48.

    [lvii] G. Miglio e A. Barbera, Federalismo…, cit., pag. 39.

    [lviii] Voglio citare Massimo Caccari, “Miglio, la lezione di un eretico”, su la Repubblica, 12 agosto 2001; A. Mingardi, “Il tredicenne alla corte di Merlino”, su Libero, 12 agosto 2001; Lorenzo Ornaghi, “Quelle lezioni di democrazia”, su Presenza, n. 7 (agosto-settembre) 2001, pag. 18; M. Staglieno, “E’ stato il principe dei costituzionalisti”, su il Nuovo, 11 agosto 2001; C. Stagnaro, “Gianfranco Miglio: un gigante del pensiero politico”, su Ideazione.com n. 36 (7 settembre 2001); A. Vitale, “L’attualità di un gigante, scomodo per la politica”, su élites n. 3/2001 (“Omaggio a Miglio”), pagg. 4-10.

    [lix] A. Mingardi, “Io guardo…”, cit., pag. 12.

    [lx] Citato in Francesca Pozzoli (a cura di), Federalismo e autonomia. Dal Settecento ai giorni nostri (Milano: Rusconi, 1997), pag. 271.

    [lxi] In G. Ferrari, Gianfranco Miglio…, cit., pag. 143.

    [lxii] DC, pagg. 32-33

  7. #7
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    Alessandro Campi OMAGGIO A GIANFRANCO MIGLIO Sbaglia il poeta: la palma della crudeltà spetta all’agosto, mese torrido e distratto, quindi sconsigliato alle morti eccellenti ed inadatto alle commemorazioni. La morte di Gianfranco Miglio, avvenuta lo scorso l’11 agosto, è stata accompagnata da “coccodrilli” frettolosi, che ne hanno ricordato, più che la scienza e la dottrina, diffuse a piene mani in oltre trent’anni di insegnamento presso la Cattolica di Milano e in un centinaio tra libri saggi ed articoli, certi aspetti, tardivi e secondari, della sua esistenza e del suo modo di essere: l’appassionata militanza nella Lega bossiana (durata appena quattro anni), la schiettezza del linguaggio, talune civetterie nel vestire, un certo compiacimento luciferino nel mostrarsi al pubblico ed il gusto per la provocazione politico-intellettuale. E’ rimasto in ombra, nei commenti riportati dalla stampa, l’essenziale, ciò per cui Miglio, da qui in avanti, merita di essere ricordato: l’essere stato uno dei maggiori studiosi italiani di politica del Novecento, un organizzatore culturale di prima grandezza, un bibliofilo e bibliografo di rara competenza come ben sa chi ha frequentato la sua biblioteca di Como (un monumento di architettura e di erudizione), insomma un uomo di scienza, espressione di un accademismo rigoroso ed esigente, in Italia ormai scomparso. Come ogni pensatore di rango è stato un solitario, una personalità controcorrente, difficilmente classificabile secondo i consueti confini disciplinari. Presentato abitualmente come politologo (ma egli preferiva dirsi “scienziato della politica”), durante la sua carriera universitaria si è in realtà cimentato con le discipline più varie: dalla storia delle dottrine politiche alle relazioni internazionali, dal diritto costituzionale alla storia delle istituzioni politiche, dalla dottrina dello Stato alla scienza dell’amministrazione, dalla polemologia alla storia economica. Simile, in ciò, ai grandi teorici tedeschi su cui si era formato e dei quali si considerava, per stile e gusti intellettuali, un epigono: Ferdinand Tönnies, Otto von Gierke, Lorenz von Stein, Friedrich Meinecke, Max Weber… Allievo del giurista Giorgio Balladori Pallieri e dello storico Alessandro Passarin d’Entrèves, entrambi cattolici e liberali, il suo esordio scientifico è avvenuto, a cavaliere del secondo conflitto mondiale, con alcune ricerche sulle origini e gli sviluppi della comunità internazionale, sulla formazione del diritto pubblico europeo, sulla dottrina della “guerra giusta” e sui caratteri propri delle relazioni intrastatuali. Sono seguiti, a partire dai primi anni Cinquanta, studi pionieristici ed innovativi, di taglio storico e tipologico, sulla pubblica amministrazione e sulla burocrazia, vale a dire su ciò che costituisce la reale ossatura di ogni Stato minimamente efficiente. Il 1964 è stato l’anno di una prolusione accademica rimasta celebre, nella quale Miglio diagnosticava lo scostamento della politica reale italiana dal modello di un autentico Stato di diritto rappresentativo-elettivo e teorizzava l’alternarsi ciclico tra regimi parlamentari puri e regimi autoritari a conduzione carismatica: una provocazione che segnò la sua rottura con la classe dirigente democristiana dell’epoca e l’inizio della sua fama di eccentrico e di guastafeste. Gli anni Settanta lo hanno invece visto impegnarsi in una serrata critica alle debolezze ed ai difetti dell’ordinamento costituzionale italiano: partitocrazia, parlamentarismo integrale, deficit decisionale. Il decennio successivo è stato, probabilmente, quello della sua maturità scientifica, durante il quale ha pubblicato studi come sempre originali sulle origini e sulla crisi (ai suoi occhi irreversibile) dello Stato moderno, sui rapporti tra guerra e politica, sul concetto di rappresentanza, sui diversi assetti della convivenza internazionale, sulle radici dell’obbligazione politica, sui fenomeni clientelari, sulla classe politica. Gli anni Novanta, infine, spesi all’insegna della passione, lo hanno visto protagonista del dibattito sul federalismo, tema al quale ha consacrato tutte le sue ultime energie intellettuali. Si è detto che è stato anche un grande organizzatore ed artefice culturale. Sua, nei primi anni Cinquanta, l’idea di dar vita all’Istituto per la Scienza dell’amministrazione pubblica, e, nel 1961, quella di istituire la Fondazione italiana per la storia amministrativa: entrambi fucine di studiosi di rango e di spezzoni importanti della classe dirigente nazionale. Suo nel 1968 - in collaborazione, tra gli altri, con Giovanni Sartori, Giuseppe Maranini e Beniamino Andreatta - il progetto di riforma dell’ordinamento delle Facoltà di Scienze Politiche. Sua, nei primi anni Settanta, la scelta di pubblicare una raccolta antologica, Le categorie del ‘politico’ di Carl Schmitt, che ha segnato l’inizio di una nuova stagione della cultura italiana: un’iniziativa editoriale che produsse scombussolamento soprattutto tra i marxisti e che, come egli soleva dire divertito, il suo amico Bobbio non gli ha mai perdonato. Sua, a partire dal 1983, la direzione di una collana unica quale “Arcana Imperii”, oltre trenta corposi volumi dedicati ai grandi classici del pensiero politico-giuridico soprattutto europeo. Suo il coordinamento scientifico del mitico Gruppo di Milano, dal quale, tra il 1980 ed il 1983, è scaturito il più organico e rigoroso progetto di revisione costituzionale prodotto nel nostro Paese, tanto ambizioso quanto inadatto alle lentezze barocche della politica italiana. Sua, per concludere, a metà degli anni Novanta, l’iniziativa della Fondazione per un’Italia federale, laboratorio scientifico per la definizione di un’autentica e moderna dottrina federalista. Miglio è stato, e sempre si è considerato, uno scienziato. Come studioso di politica e costituzionalista apparteneva ad una famiglia di pensiero assai particolare: quella del “realismo politico”. Egli è stato, per l’esattezza, l’ultimo grande esponente della scuola realista italiana, degno erede, nel secondo dopoguerra, di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, come questi ultimi interessato a scoprire le leggi e le “regolarità” (termine, quest’ultimo, propriamente migliano) che sorreggono l’agire politico degli uomini ed a smascherare e rendere esplicito l’intreccio di opzioni di valori e di interessi che sta al fondo di ogni ideologia o credenza politica e che costituisce la vera molla della lotta per il potere condotta dai gruppi umani organizzati. Come ogni realista che si rispetti, il potere, cioè gli uomini politici, lo ha più temuto che amato: destino comune a chi scelga di alzare il velo dell’ipocrisia, rifiuti la retorica delle belle parole e accetti di osservare la politica quale essa è, da sempre. La sua lezione più grande si riassume nel convincimento che le istituzioni politiche - comprese, ovviamente, quelle che oggi abbiamo - non sono eterne, ma sottoposte ad un ciclo storico vitale e quindi ad una perenne trasformazione. Cultore degli studi storici e profondo conoscitore degli assetti istituzionali antichi moderni e contemporanei, Miglio ha avuto lo sguardo sempre rivolto al futuro: quali saranno le forme di organizzazione della politica non tra dieci, ma tra cento o mille anni? Critico verso la storia ed il costume nazionale, non è stato tuttavia un anti-italiano: il “caso italiano” lo considerava tutto sommato marginale rispetto alla vicenda millenaria della tradizione politica occidentale. Oltre che forzatamente solitario, il suo percorso scientifico-culturale è stato discontinuo e tutt’altro che lineare. Come ogni studioso di rango, Miglio non temeva di mettersi in discussione e di rivedere le sue posizioni. Dopo essere stato un teorico del decisionismo e della sovranità, negli ultimi anni, convintosi dell’ineluttabile declino del modello politico dello Stato-nazione, aveva abbracciato posizioni al limite dell’anarchismo politico ed era divenuto un fautore ad oltranza del pluralismo politico-istituzionale. Segno ulteriore di grandezza ed onestà, rispetto ad un costume medio intellettuale che teme la revisione e l’auto-analisi. Ma nemmeno temeva le contaminazioni e la polemica, gli incontri ed i confronti, la ricerca di nuovi terreni d’indagine e di discussione: sempre curioso, e sicurissimo di sé, non ha mancato di incrociare cavallerescamente le armi con gli esponenti della sinistra post-marxista, di fustigare un certo quietismo cattolico, di cogliere in fallo i federalisti dell’ultima ora, di laureare con tesi sul terrorismo degli estremisti di sinistra, di interessarsi alle posizioni della “nuova destra”, di mettere in contraddizioni certi liberali troppo sicuri di sé, di stigmatizzare il conformismo intellettuale dei suoi colleghi. La sua fama presso il grande pubblico è derivata dal suo impegno nella politica attiva, maturato tuttavia solo dopo aver abbandonato la cattedra e l’insegnamento. Senatore per tre legislature, dall’esperienza parlamentare Miglio ha in effetti ricavato delusioni ed incomprensioni, peraltro largamente prevedibili alla luce dei suoi stessi insegnamenti. Perché dunque ha accettato di correre il rischio? Dopo anni di studi e di tentativi, andati a vuoto, di formare una classe dirigente all’altezza delle sfide della politica contemporanea - il più organico fu quello condotto a fianco di Cefis, per conto del quale diresse per alcuni anni la scuola di formazione dell’Eni -, aveva intravisto, nel quadro scaturito dalla crisi della Prima repubblica, la possibilità, l’ultima ai suoi occhi, di un reale cambiamento della struttura statuale italiana, in direzione di un avanzato ordinamento federalista basato sul patto volontario tra libere comunità territoriali: solo nell’elezione dei “governatori” regionali aveva tuttavia visto il primo segnale di una concreta trasformazione del sistema politico italiano. Deluso ma pur sempre indomabile, negli ultimissimi anni Miglio aveva cominciato a profilare, tra le rovine di uno Stato giunto ormai alla sua fase storicamente terminale, l’abbozzo di un nuovo modello politico policentrico nel segno del mercato, del privato e del libero contratto, simile a quello delle città-stato mercantili nord-germaniche del Seicento. Il suo ultimo libro, purtroppo mai scritto, avrebbe voluto intitolarlo L’Europa degli Stati contro l’Europa delle città: il sogno di un visionario o la lucida anticipazione di una fertile mente scientifica Nell’attesa che il suo pensiero divenga oggetto di studi e di approfondimenti, si può solo ricordare le parole che egli stesso scrisse in memoriam del suo amato Carl Schmitt e che bene si attagliano anche alla sua avventura intellettuale: “i traguardi scientifici da lui raggiunti, proprio perché corrispondenti a altrettanti alti problemi, costituiscono porte aperte sul futuro della conoscenza scientifica. Quasi ogni sua teoria suggerisce nuove ricerche, nuove ipotesi da verificare, nuove avventure del pensiero”. A chi, nel corso degli anni, gli è stato vicino e ne ha meditato gli insegnamenti, spetta adesso l’onere di rendere il dopo-Miglio più fecondo e vitale dell’età su cui egli ha esercitato, in maniera libera e creativa, la sua straordinaria intelligenza.

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    Gianfranco Miglio: un gigante del pensiero politico
    di Carlo Stagnaro

    E' nel silenzio di tutti che, il 10 agosto 2001, Gianfranco Miglio ci ha abbandonati. Un silenzio spietato, tagliente, interrotto quasi soltanto dagli starnazzamenti di qualche ex amico e dai primi, maldestri tentativi di appropriazione da parte di chi sta a Miglio come Hitler sta al Talmud. Tra i pochi ricordi che gli sono stati dedicati dalla stampa, solo due hanno saputo cogliere la genialità del professore: Marcello Staglieno su "il Nuovo" e Alberto Mingardi su "Libero". Due, due soltanto, in mezzo al maremoto di parole a vanvera che ogni giorno flagella le pagine dei quotidiani. Certamente, Miglio non aveva i requisiti per ottenere tonnellate di "coccodrilli", né per avere l'omaggio dai giornalisti e l'onore delle armi dai nemici politici.

    Il professore era antipatico, perché diceva ciò che pensava e faceva quel che diceva. In un certo senso, era un "talebano culturale": non accettava mezze misure, compromessi, giri di parole. Ogni volta che apriva la bocca, lo faceva per demolire i dogmi della modernità e affermare, novello Zarathustra, che sulle macerie del "secolo breve" poteva costruirsi una società più libera e migliore. E ha pagato per questo. Miglio non era uno che piacesse "alla gente che piace". I suoi giudizi netti, le sue idee rivoluzionarie, la lucidità del suo pensiero hanno sempre dato fastidio. Vale la pena dunque ricordarlo per questo, in maniera tale che la sua memoria resti sempre legato alla sua limpidezza, e la sua eredità culturale non possa essere razziata dai saccheggiatori di tombe in una delle loro scorrerie ideologiche.

    Al centro del pensiero migliano è la consapevolezza che "l'epoca della statualità" è finita. Interprete del realismo politico di Carl Schmitt e allievo di Alessandro Passerin D'Entreves, Miglio sosteneva la possibilità di assestare il colpo decisivo allo "jus publicum europaeum" attraverso la dissoluzione delle forme che avevano caratterizzato lo Stato moderno. Il superamento dei rapporti basati sull'obbligazione politica (che erano stati capaci di generare i mostri sanguinari del Ventesimo secolo) poteva avvenire solo attraverso l'accettazione di istituzioni pattizie, tali da legare le comunità secondo formule analoghe a quelle del contratto privato. Per esempio, tali vincoli non potevano essere eterni, ma dovevano rimanere legati alla generazione che li aveva stretti: da qui, la proposta di una Costituzione a termine, che durasse un trentennio.

    E' nell'ambito di questa riflessione che il neofederalismo migliano emerge con prepotenza e assume una statura tale da garantirgli visibilità e fama a livello mondiale. Di fronte al "vecchio professore", notava Giuseppe Motta su "Enclave", "su molti temi e problemi chiave della politologia moderna, non solo Giovanni Sartori e Norberto Bobbio - gli italiani più noti - ma anche scienziati della politica americani letteralmente impallidiscono". E, a ben guardare, le ragioni della sua emarginazione sono tutte lì: Miglio da un lato aveva messo in dubbio la religione laica e il suo dio (lo Stato), dall'altro minacciava di oscurarne e sconfiggerne gli apostoli e i profeti con le armi della dialettica e della ragione. Non deve allora stupire che, poco prima di abbandonarci, Miglio abbia affermato: "Giunto alla fine della mia carriera sono diventato libertario". L'adesione all'"estremismo liberale" affonda le proprie radici nel passato e nell'onestà intellettuale che ha sempre contraddistinto il professore. Se proprio bisogna trovare un "momento della svolta", però, questo va situato nel 1993: anno in cui viene dato alle stampe "Disobbedienza civile", che affianca un saggio del grande pensatore comasco all'omonimo scritto di Henry David Thoreau.

    In tale libro, Miglio critica fortemente le fondamenta stessa dello Stato moderno - il meccanismo democratico, il potere delle maggioranze, la facoltà di tassare,… - e giunge a sostenere che il regime cui i cittadini italiani sono sottoposti è talmente asfissiante da giustificare l'insorgere del "diritto a resistere". (In particolare, il professore si riferiva all'istituzione dell'ISI, ora ICI, e ne contestava la legittimità). Da lì alla difesa della secessione, il passo fu breve: anche perché il professore aveva sempre sostenuto la necessità per le regioni del Nord di aggregarsi in un'unica "macroregione" o cantone padano.

    Pur ignorato dai grandi media, Miglio ha un posto nel cuore e nel ricordo di molti, che non negano il proprio debito intellettuale, culturale e morale nei confronti della sua opera. Questa è la ragione per cui La Libera Compagnia Padana, associazione culturale di cui il professore fu membro fin dalla nascita nel 1995, gli dedicherà un numero speciale dei "Quaderni Padani": che ospiterà contributi dei più competenti studiosi del pensiero migliano, da Alessandro Vitale a Carlo Lottieri, da Rocco Ronza a Marcello Staglieno, da Antonio Cardellicchio a Gilberto Oneto, direttore della rivista. In realtà, va detto che l'iniziativa era già stata programmata da tempo, ma oggi assume un significato e un senso nuovi e diversi.

    Scopo della pubblicazione è collocare Gianfranco Miglio nella giusta ottica, e riconoscerne la grandezza. I pochi che hanno riferito della sua morte ne hanno parlato soprattutto come di un politico. Checché se ne pensi, non lo era: al contrario, è stato strenuo avversario della politica, la quale - parole sue - "è fatta completamente di cose inventate: anche il concetto di interesse è un'invenzione". Quello a cui bisogna rendere onore è il maestro, il pensatore, lo studioso appassionato. Che ci ha lasciato anche una sorta di testamento intellettuale: "Se la mia vita ha avuto uno scopo - ha affermato - non era certo di avere un posto nella storia d'Italia. Semmai nella storia del pensiero politico". E' andata proprio così, professore.

    7 settembre 2001


  9. #9
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    L'EREDITÀ DI GIANFRANCO MIGLIO
    di Alessandro Vitale
    (ricercatore presso l'Istituto di Studi Politici Internazionali, Milano)
    Cercare di delineare in poche righe l'eredità di Gianfranco Miglio, descrivere tutto quello che ha lasciato è pressoché impossibile. I campi di studio che ha esplorato, gli orizzonti che ha raggiunto, le generazioni di studenti che ha guidato nel cammino di studio e di scoperta, l'esempio luminoso (lasciato soprattutto a coloro che per tanti anni hanno lavorato al suo fianco) di estremo rigore e serietà, di dedizione alla propria professione di studioso, intesa primariamente come dovere verso gli altri, l'esempio di coerenza e di assoluta onestà, di immensa dignità di uomo libero che ha impersonato, hanno dello sconfinato. Ogni singolo periodo della sua esperienza umana, scientifica, di azione per tentare di incidere sulla scena politica e istituzionale, richiederebbe interi volumi di analisi e di approfondimento.
    È inoltre difficile inquadrare una personalità tanto poliedrica, sia nel campo della sua esistenza personale (carattere, interessi, esplorazioni, rapporti umani e professionali), che in quello scientifico: essa infatti, come è stato più volte rilevato, sfugge a tutte le più facili classificazioni. A chi lo ha conosciuto da vicino e per anni ha lavorato al suo fianco, cercando di cogliere l'unitarietà della sua figura e del suo lavoro, è accaduto spesso di vedere questi ultimi sdoppiarsi, triplicarsi, moltiplicarsi in prismi diversi e numerosi, in mille facce differenti di un unico, luminoso e prezioso cristallo, ogni faccia del quale era diversa dalle altre, una più interessante dell'altra, tanto ricca è stata la sua vita e di straordinaria vastità tutto quello che ha studiato, ha rappresentato e ha compiuto.
    Gianfranco Miglio è stato uno dei maggiori scienziati della politica e costituzionalisti che questo Paese abbia avuto. Il suo lungo percorso scientifico però rimane ancora inesplorato, una strada non ancora battuta, disseminata di ricerche, di scritti, lezioni universitarie, interventi, folgoranti messe a punto e precisazioni, scritte di suo pugno o risultanti da innumerevoli articoli e interviste che spesso sono più importanti, per la loro portata e per il rovesciamento di abitudini mentali o di interi castelli concettuali e teorici senza fondamenta ma dati per scontati, di quanto non siano alcune parti delle sue più antiche ricerche. Un prodotto, tutto questo, della sua passione per la ricerca della verità, per il dubbio metodico e per l'inquietudine intellettuale quali fonti e stimoli permanenti di continua scoperta.
    L'opera di Gianfranco Miglio è una miniera inesauribile di conoscenza sulla politica e sulle sue invarianti, sullo Stato moderno, sulla sua ideologia e sulla sua realtà; è una fonte copiosa di intuizioni illuminanti in campi molto eterogenei, spesso non sviluppate fino alle loro estreme conseguenze e lasciate in sospeso in vista di uno studio approfondito e documentato successivo, ma che aprono la vista su sterminati orizzonti ancora da raggiungere. Nonostante la relativa esiguità numerica dei volumi che portano il suo nome (poiché a Miglio, nutrito da una ferrea onestà intellettuale, non piaceva scrivere fino a che non fosse riuscito a raccogliere una quantità sterminata di dati storico-sperimentali difficilmente confutabili per supportare le sue ipotesi di ricerca), la ricchezza sterminata del suo inesausto lavoro nel campo della ricerca sulla politica e sui suoi meccanismi, affiora in tutta la sua limpidezza primariamente da una lettura fra le righe, dagli spazi bianchi, da tutte quelle cose lasciate intuire e intravedere a chi ne sviluppi le conseguenze logiche e il lavoro di conferma empirica, che immancabilmente porta anche il più scettico a dover constatare la verità e l'effettiva manifestazione nella realtà nei fatti di quanto si ritrova descritto o previsto nella sua frammentaria ma illuminante opera. Non è un caso se le sue ricerche più brevi e più concise, i suoi interventi a convegni scientifici di periodo diversi si rivelino ancora oggi i più folgoranti e innovativi, quelli che riescono a penetrare più a fondo nel nucleo di un problema scientifico. Come se lo sguardo dello studioso fosse stato dotato di una capacità quasi inspiegabile, se non con i lunghi anni di studio nei campi più disparati e diversi e un'intelligenza acutissima capace di operare difficili collegamenti e scoperte, di vedere dietro i paraventi, spesso compatti e impenetrabili, dei quali la realtà della politica si serve per dissimularsi.
    L'opera scientifica di Miglio non può comunque essere descritta con una scelta di temi perché, data la sua vastità, una selezione risulta sempre arbitraria, in quanto tralascia inevitabilmente argomenti cruciali, tutti reciprocamente interrelati. Si può però cercare di individuarne l'intima coerenza interna, esplorando alcuni filoni di ricerca da lui affrontati.
    Gianfranco Miglio è un gigante del realismo politico a livello internazionale ed è, come è stato da tempo rilevato, "l'ultimo classico" della politologia italiana ed europea. Si è già discusso di questa caratteristica, qualche volta basandosi su luoghi comuni. Tuttavia la "classicità" risiede effettivamente in molti aspetti della sua esperienza: soprattutto nel non fermarsi alla superficie dei fenomeni, andando a indagare le strutture permanenti, le "invarianti", le "regolarità", ciò che si cela dietro alle maschere con le quali si gioca la farsa (che si trasforma spesso in tragedia) della politica. La sua classicità sta inoltre nell'assenza assoluta di preclusioni per qualsiasi fonte nuova di conoscenza, purché dotata di potenziale esplicativo capace di estendere la teoria fino al massimo raggiungibile nella spiegazione. Essa sta infine nell'uso del metodo storico (esteso a tutte le epoche della storia umana) integrato con quello concettuale e tipologico, non dissimile da quello di Carl Menger e della Scuola Austriaca dell'economia nell'individuazione, come meta della ricerca, non di "tipi ideali" weberiani, ma di "tipi reali": un metodo generalmente ritenuto molto differente rispetto a quello più matematizzante e formale di conio americano (anche se la scuola politologica americana, contrariamente alle apparenze, è tutt'altro che omogenea). Una classicità comunque fatta di studio concettuale della politica (Begriffspolitik), innervato di astrazione e di metodo analitico, volti a dar vita a creazioni teoriche sistematiche. Però la sua è anche stata una "classicità", nutritasi non a caso di vastissime e illuminanti frequentazioni con il pensiero politico dell'età classica, fortemente proiettata in un ambito proprio, autonomo, originale, non comparabile.
    In Miglio inoltre sarà sempre centrale il tentativo di tenere fuori dalla porta del laboratorio del politologo i valori che inquinano (facendo apparire la politica per quello che non è nella realtà dei fatti) lo studio freddo, disincantato e oggettivo della "realtà effettuale", scandagliata dall'alto della sua sterminata conoscenza storica.
    Egli ha tentato poi, riuscendovi fruttuosamente in molti campi, di superare la barriera fra scienze storico-politico-sociali e scienze della natura, ricercando le "regolarità effettuali" più profonde del comportamento politico e studiando le potenziali applicative delle scienze naturali all'analisi del "politico", verificando l'impatto di quelle scienze sulle ideologie e sulle istituzioni.
    Le radici teorico-scientifiche della sua visione vanno da Tucidide a Machiavelli, da Hobbes a Mosca e Pareto, da Max Weber a Carl Schmitt, da Otto Hintze a Otto Brunner, da Henry Sumner Maine a Maurice Hauriou, agli studiosi germanici dell'amministrazione e del diritto internazionale (Triepel), ai migliori giuristi francesi (Duguit) e, parallelamente, ai grandi federalisti, da Althusius a Gierke, da Jefferson a Calhoun. Gli autori dai quali ha tratto linfa vitale per i suoi studi, "inglobandoli" nel suo modello di studio della politica, sono moltissimi, prevalentemente tedeschi e anglosassoni, mai seguiti però acriticamente (come a volte è stato del tutto erroneamente sostenuto), ma dei quali ha cercato, criticandoli spesso anche profondamente e duramente nelle loro inesattezze e insufficienze, di svilupparne la lezione fondamentale, portandoli alle estreme conseguenze storiche e logiche, fin dal primo momento del contatto intellettuale con il loro insegnamento.
    Gli argomenti innovativi che ha affrontato sono estremamente numerosi: dall'ideologia e il ruolo che essa gioca in politica come "bandiera" di una classe politica, alla teoria del "ciclo politico", a partire da un esame approfondito delle dottrine e istituzioni politiche del mondo classico, ai rapporti fra politica e diritto, politica ed economia, politica e psicologia, allo studio della formazione e della sopravvivenza della gestione pratica del potere (amministrazione), in un ripudio completo del formalismo giuridico e delle più correnti ideologie, iniziando da un periodo nel quale Miglio ha operato, nel quale la storicità dello Stato moderno, abbellito dal mito del "progresso" e dall'idea dello "Stato come stupenda creazione del diritto", era data per tutt'altro che scontata. Infatti la sua opera è stata distruttiva particolarmente per i paradigmi giuridico-formali ancora dominanti negli Anni Cinquanta (anche nel diritto internazionale dogmatico), caduti sotto la scure delle sue serrate demolizioni, demistificazioni, smascheramenti. Inoltre, fra i campi esplorati da Miglio vi sono i processi di formazione dell'autorità e del potere, il legame fra politica ed economia da una parte e le relazioni internazionali dall'altro (anticipando per una via del tutto autonoma tendenze di ricerca che si affermano solo oggi nel tentativo di risolvere complessi problemi), il campo vastissimo dello studio del tempo e dello spazio in politica, il ruolo dei simboli in politica, il carattere irrazionale della politica stessa e così via. Gli studi su singoli aspetti del "politico" però poggiano tutti sulla sua analisi della realtà profonda della politica, nella quale è centrale lo studio dell'"obbligazione politica" come realtà contrapposta e irriducibile all'obbligazione "contratto-scambio".
    Il cuore della sua teoria del 'politico', ruotante attorno al tentativo di mettere in luce le mille facce del "cristallo dell'obbligazione politica", implicava lo studio di fenomeni estremamente reali e correlati fra loro, quali la "rendita politica" (contrapposta a quella di mercato) nei suoi aspetti teorici e tipologici, la realtà della rappresentanza politica (al di là delle mitologie "democratico-rappresentative" dominanti nella Scienza Politica) e quella dei partiti politici (macchine per guadagnare le "rendite politiche" e per gestirle), realtà descritta compiutamente a partire dalla sue memorabili Lezioni, in un momento nel quale nella politologia più in voga si disegnavano solo modelli formali e inevitabilmente superficiali (polarismo, bipolarismo, e così via), applicati per di più, riuscendo a spiegare ben poco di rilevante, allo sgangherato caso italiano. Così, ancora, nelle sue esplorazioni va ricordato lo studio dell'amministrazione, guidata dall'abitudine a vedere l'esercizio del potere "dal basso", per svelare la vera storia dello Stato moderno e del suo futuro andando al fondo degli ordinamenti, delle istituzioni e della logica interna del loro funzionamento. Un campo che lo porterà a svelare la realtà storica dell'Italia come "miracolo tecnico" della pura ragion di Stato, al di là dell'ideologia risorgimentale diffusa nella maggior parte degli storici.
    Al nome di Miglio viene spesso affiancato quello di Carl Schmitt, scienziato del diritto e della politica di altezza siderale e fra i più fraintesi, che egli ha fatto conoscere in Italia, gettando letteralmente una bomba culturale fra i piedi dell'ortodossia accademica e culturale, all'inizio degli anni Settanta. Tuttavia il realismo di Miglio, è giunta l'ora di chiarire questo punto, ha sviluppato la lezione schmittiana spingendosi molto al di là degli orizzonti di declino dello Stato moderno e dello Jus Publicum Europaeum intravisti dallo studioso tedesco, così come della impostazione schmittiana dello studio del politico, fin quasi a ribaltarla. Questo appare già negli studi migliani sulla "politica oltre lo Stato", sulla trasformazione della guerra, sul rapporto fra dimensione "interna" e "internazionale", sul rapporto (reversibile) fra guerra esterna e guerra civile, sulla correlazione fra l'assetto interno delle aggregazioni politiche (fra sfera dell'obbligazione politica e area del contratto) e la natura dei sistemi internazionali, soggetti ad evoluzione ciclica in base al loro grado di politicizzazione e negli studi sulla relatività assoluta (e sulla convertibilità illimitata) dei concetti di "interno" ed "esterno".
    Le intuizioni di Carl Schmitt andavano per Miglio infatti fin dall'inizio sviluppate, utilizzate come "testa di ponte" per l'esplorazione di sconfinati continenti di conoscenza, ossia occorreva esplorare quell'immenso territorio che stava oltre le frontiere raggiunte dallo studioso tedesco, in contrasto con l'ortodossia accademica. Ben oltre Schmitt (e in contrapposizione profonda ad esso) però Miglio si spingerà ancor più nell'ultimo decennio della sua attività, che è anche il periodo meno conosciuto della sua vita (o volutamente ignorato) dagli studiosi, in concomitanza con il crollo del blocco politico-militare orientale e dell'Impero sovietico: collasso che anche secondo Miglio segna una data storica di importanza colossale, oltre la quale secondo lui si sono invertiti processi politici durati almeno cinque secoli. Proprio da qui egli partirà per riprendere in modo totalmente differente e radicalmente innovativo i suoi antichi studi sul Federalismo, pur non tradendo affatto, ma anzi portandola alle estreme conseguenze, la sua impostazione realista.
    Già prima della caduta del sistema bipolare in tutto il mondo il pendolo della storia aveva incominciato a muoversi, come Miglio stesso aveva previsto, verso una prevalenza della dimensione del contratto-scambio e del "privato". Il Federalismo appare a Miglio presente nelle cose come una conseguenza obbligata del declino dell' "obbligazione politica", del tramonto dello Stato Moderno, dello Jus Publicum Europaeum, con tutto il suo ormai obsoleto apparato concettuale e come conseguenza della crisi del modello parlamentare. Il problema della decisione, tema eminentemente schmittiano, connaturato alla politica, imbocca per forza di cose secondo Miglio canali differenti rispetto a quelli rigidi e stabiliti una volta per tutte dallo Stato moderno e dalla tradizione costituzionale a partire dal XVII secolo (ed esplosa nel XIX), legata ad una visione semplicistica, basata su riduzioni estremamente semplificate della politica (la sovranità, i confini, la fiscalità ecc.) e dottrinariamente coerente con quella stessa struttura, che sta uscendo dal processo storico e della quale Miglio approfondisce sempre più la vera natura e le ragioni della sua crisi. Per lo studioso, sempre bollato come "decisionista", la decisione non ha mai avuto la portata trascendente che hanno sembrato attribuirgli Carl Schmitt o Hermann Heller. Essa per Miglio svolge solo un ruolo gestionale e amministrativo. Quello decisionale infatti "È solo un momento del processo politico, necessario ma inserito nel complesso tessuto di relazioni e di esperienze, a cui serve con la sua portata meramente funzionale".
    L'irriducibilità della dimensione politica, per Miglio, come ha osservato Carlo Lottieri, non implica affatto una glorificazione dello Stato, della coercizione, della violenza monopolisticamente organizzata. Il contratto, per sua natura un rapporto volontario continuamente rinegoziato, imponendosi nelle cose diventa esso stesso "sovrano" e il rapporto federale assume una costante mutabilità, a seconda dei bisogni dei soggetti che compongono la federazione.
    Miglio inoltre, e non a caso, recupera gli antichi studi sul giusnaturalismo, nei quali era stato un'autorità indiscussa, riconosciuta anche in America, il suo antico Maestro Alessandro Passerin d'Entrèves e, oltre a sostenere di voler introdurre quello che è sempre mancato in Italia, cioè una cultura della disobbedienza civile, Miglio collega al Federalismo la legittimità del diritto di secessione come suo correlato logico irrinunciabile, posto a logica garanzia della "federalità" di un sistema. Fra realismo e logica, lo studio dell'"obbligazione politica" negli ultimi dieci anni di vita di Gianfranco Miglio prosegue con una continuità sorprendente, giungendo a esiti di una coerenza adamantina, smantellando anche sue insufficienti (a suo stesso dire) analisi precedenti ed aprendo vie che negli anni Ottanta sarebbero parse azzardate e contraddittorie.
    La visione dell'autorità e del potere, del loro manifestarsi sul piano istituzionale, nel realismo di Miglio fuoriesce invece semplicemente da quella codificata dalle categorie dello Stato moderno e recupera una dimensione pluralistica simile a quella precedente al consolidamento della sovranità assoluta, gerarchico-accentrata, di marca statuale moderna. Di qui il suo sempre più vivo interesse per il ritorno di attualità di strutture politiche flessibili, come quelle dell'Hansa tedesca, delle Province Unite, della Confederazione Elvetica prima del suo compromesso deturpante e contraddittorio con le categorie statuali moderne, delle costituzioni delle città libere contrapposte ai Principati prima e allo Stato assoluto in seguito. Tutte strutture "a basso tasso di politicità" che hanno prodotto livelli di civiltà e di crescita economica straordinari. È l'"altra metà del cielo" della storia europea, come egli la definisce, a tornare di attualità con le sue straordinarie ed esemplari strutture di marca althusiana, ricche e complesse, progenitrici del neofederalismo contemporaneo. La teoria di Miglio non vede più la garanzia della pluralità in un ambito statuale moderno, ma fuoriesce da essa, sulla falsariga di Schmitt ma spingendosi infinitamente più lontano di quanto non avesse fatto lo scienziato tedesco dalla visione e dall'armamentario dello Stato Moderno (dirà infatti e non a caso nel 1992: "Schmitt non condividerebbe quello che sostengo e cerco di dimostrare in questi anni"), intravedendo convivenze extrastatuali in fieri, ormai sempre più lontane dall'impossibile "quadratura del cerchio" (come la definiva Otto von Gierke) fra Stato e Federalismo, tentata nella sintesi incoerente dello "Stato federale", un autentico ossimoro come lo "Stato liberale". Non solo: il nuovo Federalismo (che egli studia tornando alle ragioni del Federalismo delle origini) diventa qualcosa di diverso dalle strutture basate sul patto politico. Del resto secondo Miglio è la stessa massa crescente di negoziati, confronti, pattuizioni, contrattazioni, che imperversano oggi a tutti i livelli, a superare nelle cose il vecchio modello dello Stato sovrano e del diritto come atto d'imperio, trasformando quest'ultimo in frutto di una decisione interpersonale e diffusa, generatrice di altre decisioni "a cascata". Di qui anche la critica alle illusioni di autori di scuola liberaldemocratica di restaurare, di fronte alla crisi dello Stato moderno, impianti ideologicamente fondati, quale quello dello "Stato di diritto". Lo stesso sistema istituzionale a venire gli appare sempre più, in una lucida visione a distanza di decenni, come permeato di contratti liberamente negoziati, dai quali inizia a generarsi anche la legge, non più prodotto di un atto d'imperio condotto dal sovrano. Questo complesso di istituzioni gli sembra sempre più come qualcosa che sarà tutt'altro che disordinato o altamente imprevedibile: la decisione interpersonale si muove sempre più autonomamente, basando su se stessa anche la regola pacta sunt servanda, senza più bisogno dell'autorità politica che si arroghi il monopolio della sua tutela. È la decisione interpersonale a fondare questa regola e altre decisioni diventano il prodotto di quest'ultima, dando vita ad un sistema giuridico molto più coordinato, automatico e prevedibile di quello "offerto" (imposto) malamente e con "costi collaterali" altissimi, dal vecchio Stato sovrano ormai in decadenza irreversibile.
    Non sorprende allora la sua crescente attenzione per le relazioni di mercato (catallassi), che avevano costituito un punto di riferimento costante, per contrasto, nello studio degli opposti relazioni e comportamenti attinenti al regno dell'obbligazione politica, all'interno dei quali introdurrà negli anni Sessanta nella politologia contemporanea il concetto e la tipologia delle "rendite politiche". Del resto il Federalismo per Miglio si nutre fin dalle sue gloriose origini di rapporti contrattuali analogamente a quanto avviene nel mercato e nelle associazioni. Così come non sorprende la netta distinzione (poi usata anche nella polemica politica) fra "cercatori di paghe e rendite politiche" e veri operatori economici o fra modi differenti di acquisizione della ricchezza (politici ed economici): distinzione che converge quasi completamente con la disincantata e impressionante teoria sullo Stato di Franz Oppenheimer e con le teorie libertarie di Lisander Spooner, Albert Jay Nock e John Caldwell Calhoun.
    Federalismo, declino dell'obbligazione politica e dello Stato Moderno, la più grande "finzione" mai inventata, riaffermarsi del contratto e dinamismo del mercato, genesi della legge dal contratto e non da valori mistici ormai decrepiti, sono in Miglio così strettamente collegati. Gli inconvenienti più gravi prodotti dallo Stato Moderno (l'arbitrio, la tassazione esasperata, la violenza, le dittature, il totalitarismo, gli spostamenti forzati e l'ingegneria delle popolazioni, i democidi ai danni di minoranze e di interi popoli inermi) potranno essere superati secondo Miglio da una dispersione concorrenziale del potere e da un affermarsi delle relazioni di mercato, dalla concorrenza e dalla competizione, presupposti irrinunciabili dei sistemi autenticamente federali, unici freni, al di là del fallimento lampante del Costituzionalismo moderno, della crescita indiscriminata e gerarchico-piramidale del potere, della violenza e dell'arbitrio statale e coerenti con la tutela di diritti naturali e indisponibili da parte di ogni potere politico.
    Nel suo costante realismo Miglio dissolve così anche, molto più radicalmente di quanto non avesse fatto Schmitt, la contraddizione in termini dello "Stato liberale" (altro ossimoro e paradosso irrisolto), impossibile compromesso fra principi dello Stato Moderno e garanzie dei diritti naturali, in continua deriva verso il centralismo e la concentrazione del potere, la libertà di contratto, l'intolleranza verso chi attenti alla sua unità-omogeneità interna, la politica interventista, assistenziale, protezionista, pianificatrice, la burocratizzazione, della quale annuncia il declino, pur se gli apparati pubblici metteranno in atto un'autodifesa disperata e cercheranno di rivitalizzare esangui modelli socialdemocratici. Non deve sorprendere pertanto la sua affermazione del 1992: "Io che sono sempre stato un decisionista, a 74 anni sono diventato un libertario e spingo sull'acceleratore del Federalismo. È l'unica garanzia contro l'autoritarismo, che oggi è un rischio vero, perché le vie della politica non sono infinite".
    In ogni caso, quanto Miglio abbia lasciato alla teoria del neofederalismo, quali illuminanti percorsi di studio abbia aperto non solo per questo Paese, che annega nel bruciante paradosso, ripetutamente rilevato da Miglio stesso, di "Essere "naturalmente" federale per le sue stesse caratteristiche, ma anche, al contempo, totalmente privo di cultura federale", lo si constata agevolmente se si confrontano i suoi scritti più recenti con la teoria federale più aggiornata e valida a livello mondiale. Anche e soprattutto in questo campo il suo sguardo nell'ultimo decennio si è spinto molto lontano, come già hanno incominciato a riconoscere all'estero valenti studiosi.
    Nella teoria neofederale egli prosegue con coerenza profonda la sua antica ricerca sulla doppia e contrapposta obbligazione (l'obbligazione politica e quella "contratto-scambio"), portandola alle estreme conseguenze logiche, basate sempre sul terreno storico-sperimentale.
    Che la morte di Gianfranco Miglio non abbia ancora avviato una disamina approfondita sulla sua opera, pacata e in sede accademica, non meraviglia. I grandi politologi, quelli veri, come lo stesso Miglio faceva notare spesso, sono sempre "postumi". A volte occorrono venti o trent'anni perché ci si accorga della portata della loro opera, della produttività di una loro ipotesi o della validità di una loro scoperta, che potevano inizialmente sembrare poca cosa. Inoltre Gianfranco Miglio è stato una persona scomoda proprio come lo sono tutti i veri scienziati della politica, che non si preoccupano di compiacere chi detiene il potere, né di aderire alle convinzioni più diffuse o di abbellirle con orpelli ideologici o con "omaggi labiali" ad altisonanti princìpi, per essere accettati o osannati dall'opinione pubblica o dal resto della comunità accademica ufficiale, attaccata spesso, soprattutto in un Paese come questo, privo di concorrenza intellettuale e quindi di confronto reale, alle stantie mode del momento. Come ha scritto inoltre Angelo Panebianco, parlando di Miglio nel 1988, i grandi realisti sono sempre personaggi scomodi, irritanti, perché ricordano continuamente quello che dà fastidio sentirsi dire e per questo hanno anche come destino inevitabile quello di essere circondati da un alone di diffidenza. Va poi aggiunto a questo che quasi sempre, come ha sempre detto lo stesso Miglio, si imputa loro la responsabilità dell'esistenza di meccanismi e leggi che essi hanno solo scoperto e che esistono nelle cose: per questo sono generalmente anche grandi solitari.
    Gianfranco Miglio è stato il paradigma, la quintessenza di una persona libera, al servizio di nessuno e di un'indipendenza assoluta. Circondato dall'affetto dell'amatissima famiglia, di tanta gente semplice e di qualche allievo, antico o recente, guardato sempre da lui con profondo rispetto e interesse, è stato un uomo solitario e isolato per il semplice fatto che alle altezze siderali e alle soglie del futuro, alle quali il suo pensiero continuo, ininterrotto, limpido e profondo si muoveva, nessuno era in grado di seguirlo in modo integrale, fedele e compiuto. Basterebbero a dimostrarlo le tante incomprensioni, le definizioni affrettate e superficiali anche di alcuni ex allievi. Una solitudine e un'indipendenza talmente profonde da produrre per converso anche il grave inconveniente, nonostante i tantissimi semi gettati e poi fioriti nelle discipline più diverse, di non lasciare una propria scuola strutturata, operante e visibile, nonchè discepoli in grado di proseguire compiutamente lo studio dei problemi che per lui erano i più rilevanti. Un uomo solitario in questo Paese, poi, anche perché molto più proiettato verso la cultura, i dibattiti scientifici e le scoperte del mondo germanico e anglosassone, nei quali esiste una comunità scientifica degna di questo nome, che dibatte e fa progredire la conoscenza e non la lascia avvizzire nei soliloqui di chiuse scuole corporate, nepotistiche, parassitarie, improduttive e incapaci di comunicare fra loro, o nella vacuità-irrilevanza dei temi di studio prescelti, i quali, proprio per l'assenza di confronto e concorrenza, sono i più facili ma anche i più infecondi. Un uomo solitario Miglio lo è stato ancor più nel tentativo di incidere seriamente sull'assetto politico-costituzionale (la ricerca sulle riforme istituzionali è stata solo il coronamento delle ricerche sulla crisi della democrazia rappresentativa e dello Stato) di un Paese gravemente malato, dominato dal conformismo intellettuale, dal metodico compromesso per vantaggi personali e dall'attenzione dei singoli al guicciardiniano particulare.
    E tuttavia, come ha scritto nel 1988 Nicola Matteucci, la presenza di Miglio nella cultura italiana è ben riscontrabile per vie nascoste, sotterranee, discrete. Questo vale ancor più per i suoi studi sui meccanismi delle Costituzioni, per le sue taglienti e spietate osservazioni sulla crisi dei sistemi parlamentari "integrali", per l'incidenza anche su idee diffuse, che ha avuto la sua riflessione negli ultimi dieci anni della sua vita. Di questi ultimi e del suo ininterrotto lavoro, della logica evoluzione del suo studio scientifico quasi nessuno conosce particolari precisi, tranne i pochissimi che hanno avuto la fortuna di seguirlo nei suoi studi e di esserne guidati con discrezione e affetto. Anni dei quali nessuno sa cose dettagliate, inoltre, da una parte perché, ad un livello molto basso, l'assordante quanto rozzo tamburo massmediatico ha trasformato lo studioso in una figura irreale, spesso caricaturale, paradossale e totalmente falsa. Dall'altra perchè, anche laddove si tenti un'analisi non convenzionale della sua opera, continuano ad essere operati collegamenti impropri e arbitrari, tratte conclusioni non rispondenti alla realtà, desunte da conoscenze superficiali e non aggiornate.
    Anche in ambito accademico, a causa dell'indifferenza, delle semplificazioni e dell'ostracismo che Miglio ha subìto, divenuto ormai scomodo soprattutto per la sua scelta di riportare il Federalismo, da sempre combattuto in Italia con tutti i mezzi e mai studiato nelle Accademie, al centro della riflessione sulla politica e sul declino dello Stato Moderno, nonché di una possibile azione di riforma, si è perso il senso dell'evoluzione recente del suo percorso più che decennale e di una ricerca ininterrotta e coerente. L'attenzione rivoltagli solo fino alla fine degli anni Ottanta infatti porta alla visione distorta di uno studioso "dogmatico", fermo sulle sue posizioni acquisite e sui risultati dei suoi studi o addirittura legato a convinzioni e a ricerche da lui condotte, ma ormai invecchiate. Tutte definizioni paradossali, per non dire surreali per uno scienziato che nell'ultimo decennio della sua vita e fino a ottantadue anni, ha continuato a sostenere la necessità di rivedere o addirittura di buttare a mare alcune sue ricerche fra le più famose, come quella sull'"impersonalità del comando", rivelatasi al diradarsi di molte delle nebbie ideologiche nelle quali si protegge e si spersonalizza lo Stato Moderno, pura ideologia, o di rigettare gran parte delle sue Lezioni di Politica Pura, basate su anni di corsi universitari preparati con cura e precisione impressionanti e con documentazione teorico-empirica tratta e sviluppata solo da prime edizioni e originali di lavori scientifici di tutte le epoche. Quelle Lezioni, innovate in molte parti nel corso degli anni, erano tutte volte a mettere in luce una teoria organica e articolata del 'politico' attraverso il cristallo dalle mille facce dell'obbligazione politica (teoria della classe politica, teoria e tipologia della rendita politica, teoria generale del ciclo politico, ecc.) e l'irriducibilità-inconciliabilità di quest'ultima con l'opposta (su tutti i piani) "obbligazione-contratto".
    Miglio ha sostenuto di recente però che quelle Lezioni avrebbero dovuto oggi (dopo la fine del periodo di estrema politicizzazione dello scontro internazionale bipolare) essere svolte in maniera molto diversa e con l'aggiunta di capitoli decisivi, volti allo svelamento ulteriore degli "Arcana Imperii", come ad esempio quelli formidabili e illuminanti, già nel loro primo informe abbozzo disseminato in molti interventi, sulla teoria del parassitismo politico, del declino dello Stato Moderno e della sovranità, delle contraddizioni dei regimi parlamentari, del rapporto fra democrazie e oligarchie, dell'evoluzione-declino dello Stato e del neofederalismo.
    La realtà vera è che Miglio, da autentico scienziato, non si è mai innamorato delle sue creazioni scientifiche e delle sue scoperte parziali, che ha sempre considerato solo tappe provvisorie, intermedie, di un duro lavoro di scoperta, solo gradini per raggiungere la conoscenza, che però devono essere rifatti dallo stesso costruttore quando sono riusciti male o quando il ricercatore ha impiegato incautamente un materiale troppo friabile. Egli non ha mai avuto paura di rovesciare come un guanto buona parte dell'apparato concettuale sul quale ha basato le sue teorie.
    Negli ultimi dieci anni inoltre non ha mai abbandonato lo studio e l'approfondimento, anche se il tentativo, estremamente complesso già in partenza, di incidere sul cambiamento politico-costituzionale italiano, ha bruciato molto tempo dedicabile alla ricerca. Attestano questa continuità comunque le sue continue sterminate acquisizioni di volumi, le edizioni originali della più disparata provenienza mondiale, acquistati per saziare la sua inesauribile sete di conoscenza e i vastissimi interessi d'indagine. Fino agli ultimi anni egli ha continuato a formulare ipotesi folgoranti sulla natura del neofederalismo, sulla degenerazione dei sistemi federali esistenti e sulle sue cause, sulla politica oltre lo Stato, sulla realtà del sistema elettivo-rappresentativo, sulla trasformazione della politica internazionale e sulle sue ricadute sulle dinamiche politiche in atto, sulle origini europee e althusiane del Federalismo americano, sull'influenza anche per l'Occidente delle trasformazioni internazionali intervenute nell'Europa Orientale e così via. Ipotesi di vasta portata, che sono rimaste a costellare un lavoro immenso, purtroppo in gran parte rimasto incompiuto. Nell'evoluzione teorica del pensiero di Gianfranco Miglio, nonostante le discontinuità dovute al fisiologico processo scientifico di accrescimento della conoscenza e alla correzione o all'abbandono di ipotesi rivelatesi insufficienti o sbagliate, non c'è però alcuna rottura ma solo, va ribadito con forza, coerente continuità.
    Sul piano dell'eredità che ha lasciato con la sua esperienza politica diretta, sono i fatti a parlare da soli. Il coraggio dimostrato nelle sue scomode e anticonformiste prese di posizione, la sua lotta solitaria per una radicale riforma costituzionale di un Paese degenerato in tirannide partitocratrica e in assolutismo parlamentare centralizzato, hanno lasciato l'esempio splendido di uno studioso generoso, restìo a chiudersi nella sua comoda torre d'avorio e pronto a opporsi, anche solitariamente, senza cercare vantaggi personali (è rimasta famosa la sua affermazione: "La professione dell'uomo politico è indegna di un uomo libero") e per il solo bene delle generazioni a venire, a un sistema degenerato, divenuto un peso per tutti, tranne che per classi politiche di affaristi e di fruitori di rendite politiche, estorte con la minaccia della violenza e per i loro beneficiati.
    Tutto questo permane come esempio straordinario, nonostante il sostanziale fallimento della rivoluzione alla quale ha cercato di dare un decisivo contributo e nonostante gli esigui risultati raggiunti, dovuti a molte cause. In primo luogo le ragioni degli scarsi risultati pratici raggiunti in politica vanno fatte risalire alla strutturale incompatibilità fra politica attiva e studioso della politica (da lui stesso costantemente sottolineata); poi ai continui tranelli, agli imbrogli, ai raggiri, ai tentativi di neutralizzazione ed emarginazione di uno studioso tanto scomodo; quindi alla difficoltà di muoversi su terreni scivolosi e mutevoli, creati ad hoc ed estranei all'unico suo interesse centrale, quello della riforma istituzionale e, ancora, vanno imputate alla perversa capacità di un sistema corrotto di autoproteggersi e di autoperpetuarsi anche utilizzando gli strumenti più biechi e sleali.
    Nell'ambito della sua straordinaria eredità va poi considerato l'esempio lasciato dalla sua capacità divulgativa, dalla limpida chiarezza delle sue dichiarazioni e dei suoi scritti, così privi della necessità di nascondersi dietro le parole e volti a far comprendere a tutti, anche a coloro che non hanno potuto condurre studi sofisticati, questioni molto complicate, illuminate dalla sua ricerca. Una chiarezza che ha permesso subito e non a caso, anche a coloro contro i quali puntava il suo dito accusatorio, di capire quali pericoli la sua opera, così solidamente fondata, potesse rappresentare per loro stessi e per i loro consolidati vantaggi.
    Se si deve tentare un bilancio generale provvisorio dell'intera opera di Gianfranco Miglio, si può certamente affermare che essa è stata caratterizzata da una modernità troppo accentuata per il Paese e per il tempo nel quale si è trovato a formulare le sue ipotesi e a condurre le sue ricerche e i suoi studi: un Paese che, come è accaduto molte volte, non è nemmeno stato in grado di comprendere chi abbia perduto, come dimostrano le scarne, paradossali e in qualche caso vergognose righe di scarno comunicato giornalistico, pubblicate all'indomani della sua scomparsa e che Miglio avrebbe commentato con l'ironia e l'autoironia che derivavano dal suo distacco stratosferico da tutte le meschinità della vita politica quotidiana.
    Gianfranco Miglio, sospinto dalla potenza della sua sovraccarica energia conoscitiva, volta alla continua scoperta e a suggerire continuamente nuovi percorsi lungo ignoti territori da esplorare, si è spinto troppo lontano per essere compreso, ben oltre la nostra contemporaneità, dietro la svolta del tempo. Insieme al suo maestro Alessandro Passerin d'Èntreves entrambi amavano non a caso ironicamente "rimproverarsi" di essere abituati a "pensare per millenni" (altro indizio di classicità).
    In Miglio infatti era sempre prevalente la curiosità insaziabile di sapere che cosa sarebbe accaduto fra cinquant'anni, non l'indomani. La sua estrema sensibilità per i grandi cicli storici, per intere epoche, poteva portarlo alla profonda commozione, fino alle lacrime (come mi accadde di constatare personalmente) di fronte ai grandi avvenimenti storici, alle trasformazioni che egli stesso era riuscito in gran parte a prevedere e che facevano riaffiorare fenomeni, denominazioni (di partiti, di Paesi, di città, ecc.) che sembravano sepolti dai tempi della sua infanzia: come accadde nel periodo di svolta epocale rappresentata dal collasso del sistema sovietico. Così come libri affiorati all'improvviso dalla polvere del tempo, portatori di conoscenza e di profonde intuizioni o di autentiche, dimenticate scoperte, potevano allo stesso modo intenerirlo fino alla commozione.
    Perché al di là di un'immagine pubblica di durezza e di impietosità (dovuta alla sua estrema e inflessibile coerenza, sia nell'enunciazione delle dure regole della politica da lui scoperte, che nella sua temporanea attività politica, insofferente verso tutti gli approfittatori e i conservatori dello status quo) Gianfranco Miglio era dotato di un'umanità sconfinata e di quelle semplicità e dolcezza che si trovano spesso solo a livelli molto elevati e non comuni di cultura.
    Miglio è stato un interprete fedele della bellezza della conoscenza pura che raggiunge sempre nuovi orizzonti, che non si ferma mai, che devia dalle strade battute da tutti per cercarne di nuove, per aprire vie innovative sulle pareti a strapiombo di dura roccia della scienza, con un lavoro faticoso e inesausto di esplorazione e di ricerca, indifferente alle critiche, agli isolamenti e alle ripicche che gli innovatori radicali si trovano immancabilmente a dover subire. La luce dell'intelligenza è stata la caratteristica dominante della sua vita: quella luce che risalta dalla sua limpida e chiara scrittura a penna che ci ha lasciato e che era soltanto il riverberarsi della viva luminosità che ha caratterizzato il suo pensiero, la parola, il gesto semplice e deciso. Gianfranco Miglio è stato una meteora di luce sull'oceano, ricoperto di nebbie fittissime (e per questo così difficile da studiare) della realtà della politica. Con il suo sconfinato talento creativo ed esplorativo, affinatosi dagli anni Quaranta fino alla fine del XX secolo e affacciatosi nel Terzo Millennio, esplorando senza soluzione di continuità e con grande coerenza teorica tutte le dimensioni del "politico", è riuscito ad aprire strade di studio e di ricerca che, se non domani, dopodomani verranno inevitabilmente seguite, proprio grazie a quella stessa luce che su di esse la sua sconfinata cultura e la sua limpida intelligenza hanno proiettato.

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    Oltre lo stato-nazione: l'Europa delle Regioni
    di Gianfranco Miglio









    (10 aprile 2001)
    Dalla politologia ufficiale italiana sono sempre stato considerato una figura intellettualmente eccentrica. In effetti la visione che ho sempre avuto della scienza della politica è stata scomoda e poco tradizionale, frutto di un percorso intellettuale piuttosto originale e poco consueto nel contesto culturale italiano. Con i politologi italiani ho avuto rapporti di stima personale ed accademica, ma scarsi punti di contatto scientifico. Norberto Bobbio, ad esempio, per i miei gusti inclina troppo alla filosofia. Bobbio non mi ha mai perdonato la pubblicazione delle Categorie del politico di Schmitt: "Hai destabilizzato la sinistra italiana", mi ha detto una volta. Chi conosco molto bene è Giovanni Sartori, anche lui arrivato alla scienza politica dalla filosofia, in particolare da quella crociana. Di Sartori e della sua scuola non condivido poi l'approccio comparativistico, talmente esasperato da risolversi in un formalismo. Di ogni singola proposta di cambiamento istituzionale non si può andare a cercare, tutte le volte, il corrispettivo negli altri paesi, quasi esistesse uno standard politico-istituzionale al quale tutti, più o meno, debbano attenersi. Chi - come me - pensa che, in una fase storica come l'attuale, ci si debba sforzare di inventare nuove istituzioni e nuovi modelli politici non può accettare la trappola mentale della politica comparata (...)

    Stiamo assistendo - piaccia o meno - alla fine di tutto un mondo politico, quello dello Jus Publicum Europaeum, del diritto pubblico europeo cinque-seicentesco, nato dopo la pace di Westfalia (seppur le sue premesse siano state poste prima) e che per quattro secoli ha dato un'impronta fortissima al sistema delle relazioni internazionali. Declineranno, una dopo l'altra, tutte le grandi strutture istituzionali che hanno caratterizzato, nel corso dei secoli, il nostro paesaggio politico. Ad esempio il parlamento su base nazionale, non solo strutturalmente incapace di produrre decisioni, ma ormai continuamente scavalcato, sulle questioni politicamente ed economicamente più importanti da organismi che agiscono al di fuori della struttura parlamentare. Con i parlamenti e le loro mischie interne verrà meno la classe dei parlamentari, queste figure ottocentesche, un po' noiose e arroganti, che abbiamo sempre immaginato, obbedendo a una certa oleografia, come i protagonisti assoluti e necessari di ogni politica. I grandi partiti di massa, dal canto loro, sono già un ricordo, sostituiti oramai da aggregazioni di interessi nelle quali non conta più l'ideologia, ma il carisma dei capi e l'uso scientifico della propaganda.

    Cambiando i partiti, cambia anche il meccanismo della rappresentanza. Così come è destinato a mutare il significato sin qui attribuito alla Costituzione. La politica ha oggi assunto una dimensione pienamente mondana e secolare: come può dunque concepirsi un atto politico, come appunto la Costituzione, avvolto da un'aura quasi sacrale e religiosa, giudicato intoccabile, un sistema chiuso di norme che una volta posto è destinato a vincolare la vita di tutte le generazioni a venire? In realtà, ogni generazione dovrebbe poter scrivere la propria Costituzione, fissare autonomamente le regole della convivenza politica secondo le proprie esigenze e necessità. Al posto della Costituzione - intesa come tavola di valori, come struttura organica e completa, immodificabile nei princìpi - in futuro avremo probabilmente raccolte di "leggi particolari", ognuna delle quali mirata verso problemi ed aspetti specifici della vita collettiva e finalizzata a risolvere i problemi, per definizione sempre diversi, di una comunità; non più quindi la Costituzione cui ci ha abituati il diritto pubblico europeo soprattutto ottocentesco, la Costituzione depositaria della maiestas di un intero popolo, ma uno strumento molto più flessibile e dinamico.

    Un altro concetto tipicamente legato all'esperienza dello stato nazionale è quello di "confine", anch'esso destinato, stante l'attuale evoluzione dell'economia e della tecnica, a divenire un anacronismo politico-giuridico, tutto l'opposto di quello che ci hanno insegnato i maestri di diritto pubblico. Quella di fissare confini rigidi e immutabili e di farli rispettare con la forza è una vecchia mania della politica dell'età dello stato moderno. Qualcuno pensa ancora che basti un confine per difendere le identità. Economicamente e tecnologicamente i confini già non esistono più: permangono solo come espressione simbolica - politica e militare a un tempo - di un mondo che sta per finire. Le aree di frontiera sono sempre più spazi di scambio e di cooperazione, mentre anche l'Europa comunitaria non fa che appoggiarsi sulle ossessioni statuali del confine "esterno", che continua a spaccare in due l'Europa e divenute dottrina giuridica a partire dai giuristi del diciassettesimo secolo.

    Alla base di questi cambiamenti irreversibili - per i quali forse non siamo ancora mentalmente attrezzati - c'è ovviamente un dato materiale fino a qualche anno fa imprevedibile nei suoi effetti: la rivoluzione tecnologica, peraltro continua ed incessante. Cosa determina la tecnologia per l'evoluzione dello stato? Due cambiamenti che per il fatto di intaccarne la matrice originaria finiscono anche per determinarne il deperimento e quindi la scomparsa dalla scena politica. I due cambiamenti principali sono: 1) l'impossibilità, oggi, di fare la guerra 2) la scomparsa della classe dei burocrati e dei funzionari dello stato, cioè della struttura amministrativa tradizionale. (...)
    Quanto alle pletoriche burocrazie statali, alle decine di migliaia di funzionari di ogni livello che rappresentano lo stato nel territorio, che simbolicamente ne esprimono la ramificazione e la pervasività, con la loro crescita abnorme e inarrestabile, soprattutto nei paesi ultracentralizzati come rimane l'Italia, a renderle sempre più superflue sarà il procedere incalzante dei processi di automazione, che renderà sempre più inutile ed economicamente controproducente qualsiasi mediazione tra cittadini e sfera della decisione politica. I titolari di cariche pubbliche (e di rendite politiche, non di mercato) faranno una fatica d'inferno a giustificare, a legittimare le paghe pubbliche. La macchina - che sostituisce il funzionario - renderà davvero impersonale il potere pubblico ma anche, paradossalmente, meno lontano dalla partecipazione dei cittadini. Naturalmente non bisogna nascondersi i risvolti sociali di questo processo: che fine faranno le migliaia di persone che vivono grazie ai servizi che lo stato ha ascritto al suo monopolio, oggi sempre meno giustificabile?

    Ho dedicato molta attenzione alle vicende peculiari dello stato italiano, dall'unità in avanti. Quando mi sono convinto che il nostro modello statuale, entrato della sua fase parlamentare integrale, rischiava di perdere di funzionalità e di efficienza, ho perseguito con impegno un obiettivo riformistico, come dimostra l'esperienza del Gruppo di Milano, da me diretto (1983) che prevedeva una profonda revisione del nostro assetto costituzionale in un senso che all'epoca fu definito "decisionistico". Quel progetto era ancora interno alla logica dello stato unitario ed accentratore. Con la fine del comunismo, con l'inizio a tutti gli effetti di una nuova epoca storica, mi sono reso conto dei limiti di quell'approccio riformistico. Ho così cambiato radicalmente visione, riprendendo la proposta (rifiutata dai miei collaboratori) che allora già feci in quella sede, abbandonando qualsiasi compromesso con la prospettiva fallimentare dello stato unitario e abbracciando definitivamente - non per una scelta valoriale, ci tengo a precisarlo, ma per ragioni scientifiche - la soluzione federale, alla quale ho dedicato tutte le mie energie nel corso degli ultimi dieci-quindici anni. Si è trattato di un impegno lungo, dal quale però, nonostante il tanto parlare che si è fatto in questi anni di federalismo, non è ancora scaturito un reale cambiamento. Bisogna dire però che la riforma che ha portato all'elezione diretta dei "governatori" nelle diverse regioni italiane ha una carica rivoluzionaria molto maggiore di quanto si immagini. L'ho anche detto ad Amato quando era ministro nel governo D'Alema: "Voi nemmeno vi rendete conto di cosa significhi questa innovazione". La nascita dei "governatori" ha contribuito a rianimare personalità politiche molto forti e con una forte legittimazione, destinate a contare sempre più sulla scena politica nazionale. Ma il vero punto di trasformazione sarà rappresentato dalla redazione e dalla successiva applicazione degli Statuti regionali (che non potranno essere omogenei). Prevedo contrasti crescenti con l'amministrazione centrale dello stato, naturalmente ben intenzionata a difendere i propri poteri e i propri privilegi.

    Nella nuova legislatura le Regioni saranno il vero motore del cambiamento istituzionale, tanto più che ci siamo avvicinati alla scadenza elettorale senza che si sia prodotta una seria e profonda modifica della macchina pubblica. Mi chiedo come reagirà il ceto degli alti funzionari di stato - intendo i prefetti, i questori, i direttori generali dei ministeri - a un processo che tenderà a togliere loro poteri crescenti. Dopo gli Statuti (che non dovranno somigliarsi troppo l'uno con l'altro, ma dovranno invece rispecchiare le differenze tra territori ed evitare la trappola dell'omogeneità), il passo successivo, in una logica di reale autonomia politica ed istituzionale, sarà l'accorpamento delle attuali Regioni secondo macro-aree omogenee dal punto di vista economico-territoriale. Un passaggio inevitabile, perché le attuali Regioni, artificiali e inventate a tavolino nell'Ottocento, non possono trasformare in senso federale il paese. A quel punto, con la nascita delle "macroregioni" organizzate in Cantoni, si saranno create le condizioni istituzionali per la realizzazione di una reale struttura federale, per la definizione di un assetto politico-costituzionale di tipo embrionalmente post-statuale.

 

 
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