(La Stampa Del 27/12/2002 Sezione: Cultura Pag. 22)

«LIBERTÀ E GIUSTIZIA NON DEVE DIVENTARE UN PARTITO»



per qualcuno, fare politica significa «prendere parte», ossia scegliere un partito ed aderire ai suoi ideali, alle sue battaglie ed alle sue strategie, discusse all'interno dello stesso partito ma poi difese da tutti nei confronti dell'esterno. Per altri, fare politica significa battersi per ciò che si ritiene giusto e, poiché nessuno può pretendere di sapere tutto su tutto, ognuno si batterà per ciò che sa giudicare, mentre per il resto vorrà capire, informarsi e mantenere una libertà di scelta e di giudizio. I due modi di far politica sono entrambi necessari. Non sono in conflitto tra di loro, né c'è una gerarchia dell'uno sull'altro. Con il primo si deve accettare una certa disciplina di parte, sostenendo anche ciò che non si condivide o non si capisce a pieno; in compenso, si può puntare a partecipare alla gestione della cosa pubblica. Con il secondo si mantiene la propria libertà di giudizio su ogni cosa e si concorre alla formazione di una opinione pubblica, ma non si può pretendere di partecipare alla gestione del paese: questo è, a mio avviso, il modo di far politica di una associazione come Libertà e Giustizia, nata perché più persone hanno sentito il dovere, in questo momento, di esprimere con libertà il proprio parere su ciò che reputano giusto, ognuno sull'argomento che meglio conosce, senza pretendere di avere tutti le stesse idee e senza volere occupare nessun vuoto lasciato dai partiti, ma con l'intenzione di approfondire la conoscenza dei temi di dibattito. Esiste nel paese una voglia di partecipazione e di informazione. Questo è emerso chiaramente dal sondaggio che Ilvo Diamanti ha fatto in occasione della presentazione ufficiale dell'associazione, a Milano il 18 novembre scorso; e, aggiungo io, esiste una necessità di poter discutere senza necessariamente schierarsi o essere schierato d'ufficio, come purtroppo avviene in questo paese da alcuni anni. Quest'ultima è forse solo una illusione o comunque uno sforzo immane nel nostro paese, ma credo sia necessario battersi per mantenere una indipendenza di giudizio senza per questo rimanere isolato e senza dovere ricorrere alla necessità, a volte patetica, di dover sempre dare una botta a destra ed una a sinistra pur di sembrare indipendenti, così come avviene troppo spesso con commentatori che si pretendono tali, con il risultato che si finisce per servire due padroni invece di uno. Invece è necessario a volte scegliere ciò che si ritiene giusto, indipendentemente dal domandarsi «a chi giova». Personalmente non combatto battaglie contro o a favore di questo Governo di centro-destra, così come mi è capitato di criticare o di approvare scelte fatte dai Governi precedenti di centro-sinistra. Credo fortemente nella alternanza possibile tra Destra e Sinistra in un paese che deve progredire ed adattarsi alle necessità dei tempi. Non approvo la concentrazione di potere e penso che in un paese democraticamente maturo gli elettori dovrebbero essere restii ad eleggere a capo del governo una persona che abbia già un rilevante potere di influenza in virtù del suo patrimonio e di interessi diffusi (che si chiami Agnelli, Berlusconi, De Benedetti e pochi altri). Per essi basti il loro peso economico e non si aggiunga anche quello istituzionale. Con ciò non vorrei che essi non avessero la possibilità di candidarsi, ma mi piacerebbe vivere in un paese ove gli elettori preferiscono votare per chi non ha immediati e vistosi conflitti di interesse. Poiché oggi questo conflitto di interessi esiste e non è stato risolto e poiché gli elettori sembrano pericolosamente assuefarsi ad esso considerandolo inevitabile quando non opportuno, è necessario, a mio avviso, che si alzino le voci di chi ritiene che questa situazione sia intollerabile. Ciò, non già per rovesciare alcun governo democraticamente eletto, ma perché si formi una coscienza nazionale meno arrendevole su importanti questioni di principio. In queste condizioni di anormalità è necessario essere particolarmente attenti ad evitare che le situazioni di conflitto di interesse si moltiplichino e diventino prassi diffusa nel nostro paese. Per questo non condivido il pur legittimo tentativo - complice una debordante intervista sul Corriere della Sera del 14 dicembre - di presentare Carlo De Benedetti come il motore dell'associazione Libertà e Giustizia, che invece fonda nei Garanti la sua matrice d'autonomia e d'indipendenza. Così facendo si finisce per contrapporre un seppure ipotetico conflitto d'interessi con quello già in essere, rischiando di fare del nostro paese un campo di battaglia fra grandi potentati economici e mediatici. Analizzare i vari aspetti della politica, dire ciò che si ritiene errato e ciò che appare giusto nell'azione del Governo in carica, informare per consentire ad ognuno di farsi un'opinione e non per convincere: questa deve essere, a mio avviso, la vera funzione di un'associazione che non vuole essere un partito politico ma che non teme di confrontarsi con la politica.