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    Predefinito Etno-nazionalismo e Lega Nord

    Colonne portanti dell'Etnonazionalismo sono l'Identità etnica e la Tradizione. Oggi parlare di identità significa per lo più riferirsi ad ambiti individuali (personalità soggettiva) o socioeconomici (identità di classe, professionale, culturale), quasi mai di tipo etnico; ne risulta che essa, l'identità, sia tutto sommato un qualcosa di non definitivo, legata al censo di nascita, alle capacità personali, agli eventi della buona sorte o peggio ancora alla più completa casualità. La stessa Identità dei Popoli Alpino-Padani ed Europei, quando viene impostata unicamente su posizioni economicistiche, rientra a pieno titolo nella casistica precedente: essere Alpino-Padani ad esempio solo perché in Italia si pagano troppe tasse vuol dire quasi certamente essere pronti a tornare Italiani se solo ce ne fosse la convenienza, e comunque fa sì che la nostra padanità sia legata a fattori instabili e opportunistici. L'Identità etnica, al contrario, nasce sugli inscindibili legami del sangue e del suolo, che possono essere rifiutati a livello individuale, ma che implacabilmente sono destinati a riemergere nel corso della vita di ognuno di noi. Ad ogni etnia si associa infatti una particolare visione del mondo, che il territorio e le vicende storiche hanno contribuito a formare nel corso dei millenni; da ciò è comprensibile come più un popolo è antico e radicato su una determinata area geografica, più le sue caratteristiche etniche saranno peculiari e insopprimibili. L'autocoscienza di ciò è il primo passo verso la costruzione di una Nazione etnica i cui confini saranno determinati dall'ampiezza del popolo che la costruisce. Tutto il contrario quindi degli artificiosi Stati-nazione che pretendono di accorpare tra loro etnie differenti, tendendole insieme col solo legame ideologico, diretto discendente di quello giacobino di due secoli fa e dei quali l'Italia fa parte a pieno titolo. Elementi costituenti di ogni popolo, secondo l'evoluzione naturale delle società organiche tradizionali, sono la famiglia e la comunità territoriale, altrimenti detta omogenea: nella seconda noi troviamo l'allargamento e lo sviluppo dei vincoli della prima, che basandosi sulla consanguineità e sulla divisione di un suolo comune, indicano dove materialmente sta l'origine di ogni nazione. Quando questi legami apparentemente, con l'aumentare delle distanze fisiche, si indeboliscono, ecco che il fatto di parlare una lingua comprensibile, pur con lievi differenziazioni locali tra le varie comunità, permette di definire nella maniera più esplicita un'etnia. In effetti è una visione parziale, che trova però un preciso riscontro nelle vicende storiche di un determinato popolo: valga a titolo d'esempio il fatto che 1500 anni sono sufficienti perché due rami di un unico gruppo, parlante in origine la medesima lingua, non si comprendano più se separati da motivi geografici o politici. È in buona parte il caso dei Popoli Padani, che appaiono linguisticamente più divisi di quanto in realtà il sangue e la condivisione di un comune territorio stiano a dimostrare. Il concetto di popolo quindi va strettamente associato a quello di etnia, senza escludere però la possibilità di forme aggregative per chi ha comuni origini. Risulta quindi chiaro come l'identità etnica sia il legame più forte tra gli uomini e l'unico in grado di far nascere un vero sentimento di fratellanza, al di fuori della sfera religiosa. Tutti i tentativi di creare, in alternativa, artificiosi e interessati vincoli ideologici tra le persone sono miseramente falliti e continueranno a farlo in futuro.
    L'identità etnica non potrebbe esistere senza l'azione vivificante della Tradizione, che sola ne dimostra la continuità nel corso dei secoli e dei millenni, legando tra loro operativamente e spiritualmente, pur nel suo continuo evolversi, generazioni molto distanti nel tempo. Le comunità omogenee infatti adeguano i loro usi e costumi, in base alle condizioni ambientali in cui si trovano a operare e agli interscambi commerciali e culturali che intrattengono. Questo ha permesso nel passato di selezionare e mantenere solo ciò che portava reali vantaggi, eliminando altresì tutto il superfluo e il dannoso. È evidente che da ciò hanno soprattutto tratto beneficio i popoli autoctoni, da sempre insediati su un determinato territorio, proporzionalmente però al grado di libertà che hanno saputo conquistarsi e alla sua durata. In ambito padano lo stanno a dimostrare le vicende delle Serenissime Repubbliche di Venezia e Genova, entrambe indipendenti dall'Alto Medioevo sino all'occupazione napoleonica del 1797, già con alle spalle però un'autocoscienza etnica risalente al periodo preromano dei Veneti e dei Liguri, con una presenza umana accertata sul territorio per questi ultimi, addirittura collegabile all'uomo di Cro-Magnon, vale a dire a oltre 20mila anni fa. La Tradizione è quindi quanto di meglio un popolo possa fare per la sua salvaguardia sociale, economica e spirituale e in essa trova inoltre la perfetta integrazione nell'ambiente che lo ospita, preservando altresì tutto questi benefici alle generazioni future. Un punto importante da sottolineare è che non vi è contrasto tra Tradizione e progresso tecnologico, sempre che esso sia utilizzato nel bene comune e non, come purtroppo accade oggi, nell'interesse di una cerchia ristretta, magari a scapito di altri, del territorio e del domani di intere comunità, se non del Popolo tutto. Tutto ciò che è quindi in palese contrasto con la Tradizione, se attuato porterà prima o poi a gravi danni, con pesanti ripercussioni economiche, che potranno giungere sino all'eliminazione, in ampi strati della popolazione, dell'autocoscienza etnica, vale a dire la via più breve per la perdita o la possibilità di riconquista, della propria libertà. In questo modo, a partire soprattutto dal periodo giacobino, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, i Popoli Padani hanno iniziato quel percorso disgregante che li ha portati dritti dritti sotto il massonico tricolore e le cui conseguenze, simili a un'epidemia devastante, paghiamo oggi più che mai sulla nostra pelle.Dalla Tradizione deriva inoltre il vero concetto di Patria, che il capo vandeano Charette, in lotta mortale contro i rivoluzionari giacobini, seppe esprimere compiutamente: «La Patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri Padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra Fede, la nostra terra, il nostro re. Ma la loro patria che cos'è per loro? Voi lo capite? Loro l'hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i nostri piedi». Con queste parole andrebbero bollati tutti i patetici appelli di Scalfaro e dei suoi accoliti, a una patria figlia dell'ideologia e di ogni tipo di mercimonio. Quanto finora detto ci porta poi alla logica conclusione che, al contrario dell'attuale visione mondialista dominante, è l'economia che deve essere messa al servizio delle comunità e dei popoli e non viceversa, e ciò è possibile solo nel pieno recupero e utilizzo della Tradizione. Innegabili sono quindi i vantaggi materiali e morali, che si accompagnano ad una visione del mondo in senso tradizionale, in mortale contrasto però con ogni forma di Mondialismo economicistico, che tenta in tutti i modi di minarne alla radice i valori portanti.Di essi purtroppo ben poco, se non nulla, è rimasto nell'attuale società, soprattutto nelle realtà più urbanizzate: il legame con la terra e i suoi cicli naturali ha da sempre permesso infatti un più forte radicamento identitario per via di quei legami di sangue e suolo già accennati la scorsa volta; nelle città invece, l'aspetto economico è divenuto sempre più importante fino ad essere la principale motivazione della loro stessa esistenza. Ciò ha comportato sin dai tempi antichi, il parassitismo dei grossi borghi sulle campagne e la nascita di una nuova morale, in contrasto con quella tradizionale.Gli Etnonazionalisti, ben consci di tutto questo, nel tentativo di riannodare i fili di una Tradizione interrotta o nel migliore dei casi fortemente mutilata, si sono visti costretti a recuperarla e a codificarla in senso ideologico, pur sapendo i rischi insiti in una tale operazione; al Mondialismo, summa di tutto il pensiero rivoluzionario, si contrappone oggi un Etnonazionalismo che lotta contro ogni forma di ideologia, avendo come strumento principale una Tradizione ideologizzata, al fine di ritorcere contro il nemico le sue stesse armi.Termina qui il mio viaggio nelle tematiche etnonazionaliste, il cui sviluppo si associa pari pari a quello della Lega Nord sin dalla sua nascita e che sicuramente sempre più costituiranno un punto di riferimento e d'arrivo nel suo futuro
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    7. L'etnofederalismo come mezzo di pressione per ottenere l’autonomia indice

    Fu una scelta difficile soprattutto perché implicava la rinuncia a credere che l'etnonazionalismo lombardo bastasse da solo a raggiungere un risultato concreto nella direzione della meta autonomista. Di più. Se la via non era quella dell'etnonazionalismo difensivo, cambiava anche il traguardo finale della nostra lotta politica che non poteva più coincidere con la richiesta dei riconoscimento della Lombardia quale regione a statuto speciale. La nostra via all'autonomia non poteva evidentemente essere la stessa che un tempo avevano percorso la Vallèe ed il Sud Tirolo: la nostra via all’autonomia, al contrario, non poteva essere che quella dell'etnofederalismo, cioè dell'unione di più movimenti etnonazionalisti in un unico strumento politico capace di vincere.



    8. La lotta contro il centralismo di Stato indice

    Non l'isolamento, ma la lotta contro il centralismo dello Stato! La Lega Lombarda, che nel frattempo era nata coi nome di Lega Autonomista Lombarda, doveva quindi crescere curando le alleanze con gli altri movimenti autonomisti delle regioni a statuto ordinario contigue alla Lombardia.

    Le alleanze erano evidentemente di importanza strategica. Certamente l’etnofederalismo che volevamo noi concepiva l'unione dei popoli italiani non come un federalismo qualsiasi, ma come federalismo integrale, che è una dottrina federalista con un'ideologia completa, che non riguarda solo la forma dello Stato e delle sue istituzioni, ma che comprende anche il sociale e lo sviluppo economico.



    9. Il federalismo integrale indice

    Il federalismo integrale esprimeva quello che sentivamo dentro di noi essere l'unico progetto che valesse la pena di realizzare. In particolare il federalismo integrale lo pensammo come etnofederalismo il che implicava, non soltanto l'unione di più movimenti etnonazionalisti in uno strumento politico unitario, ma anche che i movimenti costituenti fossero rappresentativi di popoli interni ad aree geografiche omogenee dal punto di vista dei bisogni economici e delle affinità sociali ed etniche.
    Era evidente che ad un certo momento dei processo autonomista la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Movimento Autonomista Piemontese che allora si chiamava "Arnassita Piemontese" avrebbe dovuto fondersi federalisticamente in un unico movimento.

    Il progetto doveva passare evidentemente attraverso una prima fase in cui avvenisse una crescita separata dei movimenti autonomisti padano alpini. Una seconda fase in cui si costituisse e consolidasse la loro alleanza e, da ultimo, una fase in cui si concretizzasse la loro integrazione in un unico movimento politico capace di affrontare vittoriosamente la fase cruciale dei processo.
    Avremmo dovuto, in altre parole, dare vita ad un movimento federalisticamente unitario. Una "Lega delle Leghe" che oggi sappiamo essere la Lega Nord.

    Non è stato facile però arrivare alla Lega Nord. Per anni abbiamo avuto il problema di volare basso, cioè di non dichiarare esplicitamente il nostro progetto per sfuggire, all'intercettazione e alla comprensione dei sistema politico romano. A questo necessario mimetismo si era adeguata anche la strategia di crescita dei Movimento. La Lega Lombarda, pensata a Milano tra l'81 e l'82, aveva scelto di svilupparsi dapprima in provincia per dare nell'occhio il meno possibile e garantirsi un tempo adeguato per assestarsi su un ampio territorio prima di ritornare a Milano.



    10. La confusione con lista civica indice

    Va inoltre detto che ai tempi in cui nasceva la Lega Lombarda proliferavano le liste civiche e che tale proliferazione costituì un elemento che contribuì a confondere non poco il sistema politico. Questi non riuscì, almeno all'inizio, a mettere a fuoco la differenza tra liste civiche e movimenti autonomisti. Un'idea, quest'ultima dell'autonomia, che probabilmente il sistema scartava a priori non riuscendo ad immaginare come potesse radicarsi nella regione più industrializzata dei Paese un movimento autonomista, considerato tradizionalmente come espressione di una minoranza linguistica.
    In Lombardia, dove il modello di sviluppo aveva operato spaventose immigrazioni di massa, non era evidentemente pensabile che una richiesta di riconoscimento della condizione di minoranza linguistica trovasse un consistente consenso popolare. La gente aveva difficoltà a sentire la propria identità etnica distrutta dal modello di sviluppo basato sull'immigrazione su cui era avvenuto il boom economico.
    In realtà la differenza tra movimento autonomista e lista civica c'era ed era molto grande. Le liste civiche non sono che una forma ideologicamente destabilizzata della classica lista partitica, rispetto alla quale possono avere il vantaggio di agire senza condizionamenti centrali. Ma questo è un vantaggio che in un modello istituzionalmente centralista si traduce automaticamente nello svantaggio e nell'impossibilità di far valere le proprie ragioni nei gangli regionali e statali delle istituzioni in materie importanti come, ad esempio, il ricupero dei finanziamenti e dei trasferimenti necessari alla vita dei comune. Se anche i programmi possono precedere gli schieramenti, i contenuti, le formule; la lista civica non ha poi la possibilità di realizzare da sola quanto si propone e fatalmente finisce per dipendere dai partiti di governo tradizionali.
    Pur soddisfacendo anche una precisa esigenza autonomistica, il decentramento dei potere decisionale ha ed aveva per noi un valore diverso che per una lista civica, la quale, come abbiamo visto, è apartitica solo formalmente e il cui fine è la gestione empirica della cosa pubblica.

    Per un movimento autonomista il decentramento è invece il modo di interpretare un disegno politico a più ampio respiro, che riguarda, tanto per cominciare, non la storia di un campanile, ma quella di un'intera comunità: per l'etnonazionalismo di una nazione, cioè di una comunità di stessa koinè linguistica, come la Lombardia per l’etnofederalismo addirittura di una comunità multiregionale di stessa cultura, intendendo in questo caso cultura come concetto scientifico, cioè come civiltà. Inoltre nè l'etnonazionalismo né tanto meno l’etnofederalismo cadono nel rischio di analisi troppo frammentarie o di interventi più paralizzanti che risolutori perché isolati dal contesto socio-economico circostante.

    I partiti e le loro organizzazioni collaterali non capirono che l'autonomia professa il primato dell'etica sulla politica. Crede cioè in una moralità che impedisca che la gestione politica scada in semplice gestione empirica senza giustificazioni ideali.

    Noi crediamo che la libertà sia un valore fondamentale e che la giustizia sociale realizzabile in una società sia indissolubilmente legata e limitata dal livello di libertà della società stessa e, in particolare, dalla possibilità di realizzare il legame affettivo dall'identità etnica.



    11. Il superamento del determinismo marxista e del pragmatismo capitalista indice

    Pur non essendo così ingenui da credere che la libertà per realizzare la giustizia non debba far ricorso che a se stessa non potevamo e non possiamo neppure credere che la libertà derivi esclusivamente dalla giustizia come professato dall'ideologia e dalla prassi marxista.
    Il liberismo economico lasciato a se stesso può arrivare a sottovalutare, non soltanto la giustizia ma anche la libertà dell'uomo, esattamente come il marxismo. Non potevamo quindi ritenere risolutivo il semplice superamento della dicotomia tra marxismo e liberismo, perché queste due filosofie non sono evidentemente la tesi e l'antitesi, il bene ed il male, dei processo storico ma costituiscono soltanto due aspetti diversi di un'unica tesi che aveva invaso e paralizzato il processo storico. Si trattava quindi di andare oltre il determinismo marxista e oltre il pragmatismo capitalista affinché l'uomo e la realizzazione dei valori umani tornassero al centro del sociale. Capimmo allora che per uscire dalla crisi che coinvolgeva profondamente la società di 10 anni fa dovevamo lanciare una nuova filosofia che interpretasse la lotta autonomista come il ritorno dell'antitesi della storia. Lotta autonomista che mirasse al superamento dei centralismo dello Stato. Lotta quindi di principi generali che non poteva coincidere con quella dell'etnonazionalismo classico o dell'egoismo impossibile finalizzato a cintare il proprio orticello. Sentivamo che l'antitesi autonomista avrebbe spinto il processo storico ad unificare la dicotomia marxista liberista, aprendo la strada alla sintesi dei federalismo.

    L'etnonazionalismo che proponiamo noi non era e non voleva essere una filosofia difensiva, ma uno strumento di attacco al centralismo dello Stato. La crisi che coinvolgeva profondamente la società non affondava le radici soltanto nella crisi economica, né era la crisi di un modo di far opposizione politica a generare e ad alimentare il nichilismo che sembrava, e sembra tuttora, volerci spingere verso l'auto distruzione. "Ma così come il suicida che in realtà non vuoi morire anche questo nichilismo deve essere inteso come un disperato appello affinché venga una nuova filosofia a ridare significato all'operare umanon" scrivevamo nel febbraio dei 1982. Capivamo e sostenevamo cose che oggi sembrano perfino ovvie ma che io erano molto meno 8 o 9 anni fa quando denunciammo che lo Stato centralista era uno' strumento di egemonia sia nel marxismo sia nel liberismo economico e che lo Stato nazionale determinava un doppio tipo di egemonia: quello della maggioranza etnica e quello dei grossi interessi economici.



    12. L'alternanza di giustizia e libertà indice

    Allora la Giasnost e la Perestrojka di Gorbaciov erano ancora lontane e le spinte etniche per la stampa di regime erano solo opera di teppisti razzisti. Ma noi sentivamo che la forza che agiva nell'impero russo e quella autonomista e federalista si andava addensando nel mondo occidentale, stava portando al superamento delle contraddizioni tra marxismo e liberismo economico e che questo fatto avrebbe semplificato e riaperto il processo storico che è dato dall'alternanza di giustizia e libertà.
    Ciò si sarebbe sicuramente riverberato, per quanto riguarda la politica interna degli Stati occidentali ed in particolare di quella italiana, dapprima nella crisi dei partiti più legati alle ideologie rivoluzionarie di classe (come il Partito Comunista Italiano); e, in un secondo tempo, si sarebbe estesa all'area di influenza della Democrazia Cristiana, il partito che ha costruito le sue fortune sulla contrapposizione al Partito Comunista Italiano. Era evidente che nel castello politico fatto di carte contrapposte, nel momento in cui cade una carta cadono anche quelle in sua contrapposizione provocando radicali cambiamenti nell'assetto politico generale.

    Noi avevamo allora postulato che la storia viene tracciata da un alternarsi di periodi storici di libertà e di giustizia che non coincidono mai tra di loro. Ci sono quindi periodi in cui è preminente l'evoluzione della libertà politica, e di conseguenza gli strumenti dei processo storico sono i movimenti autonomisti, cioè i popoli in prima persona, alternati ad altri periodi storici in cui la società è tesa ad una migliore redistribuzione dell'economia tra i suoi componenti, e gli strumenti dei processo storico sono i partiti, che come indica il loro nome rappresentano e lottano per gli interessi di una classe o comunque di una parte della società.



    13. La crisi dei partiti indice

    La crisi generale dei partiti non doveva quindi essere considerata un segnpje di qualunquismo. Né essa era transitoria ed irreversibile, perché era dipendente dall'inversione delle polarità storiche di giustizia e libertà. Finiva un trend epocale in cui la lotta di classe era stata il motore della storia e stava iniziando un nuovo periodo in cui la molla propulsiva dei processo storico diventava la libertà. Marxismo e liberismo non erano quindi in alternativa tra di loro, ma erano solo due varianti di un'identica filosofia che rifiuta l'uomo nella sua interezza di unità pensante, operante e contemporaneamente di persona capace e bisognosa di esprimere sentimenti.

    Una visione storica la nostra da cui derivava anche la nostra collocazione rispetto allo schieramento classista, peraltro oggi in avanzata dissoluzione, rispetto al quale noi abbiamo subito scelto di collocarci al centro e sopra. Al centro perché l'autonomia è sintesi di giustizia che nasce dal confronto delle parti sociali.
    Sopra, perché l'autonomia dei grandi popoli porta oltre il sistema centralista, verso il modello del federalismo integrale che è un sistema superiore a quello centralista.

    La concezione filosofica dell’autonomia per la Lega Lombarda è quindi sempre stata considerata come risultato di una sintesi di giustizia e libertà che avrebbe acquistato pieno vigore progressivamente al chiudersi della dicotomia marxista liberista. La sintesi dei processo storico è evidentemente il federalismo integrate, che è dottrina economica, dottrina politica, dottrina sociale per cui si propone come dottrina globale.



    14. Il federalismo integrale come dottrina economica, politica e sociale indice

    Il federalismo integrale, in quanto dottrina economica, propugna un modello di sviluppo non più basato sull'incorporazione dei mercati attraverso l'immigrazione e quindi sugli squilibri regionali dello sviluppo; bensì basato sulla distribuzione della macchina produttiva e dei lavoro.
    In quanto dottrina politica il federalismo integrate propugna il superamento dello Stato centralista, di cui sottolinea e condanna la logica accentratrice giacobina, condanna il suo essere strumento dei grandi interessi economici e il suo causare l'egemonia delle maggioranze. il suo essere quindi espressione di prevaricazione etnica. In quanto dottrina sociale il federalismo integrale consente la società dell'uomo che è quella dell'integrazione e dell'amore.

    Il sociale nel sistema politico centralista affonda le radici in una logica economicista che è tesa a perseguire la disgregazione della società, a soffocare l'istinto di sopravvivenza dei popoli, a spezzare traumaticamente il legame affettivo che l'uomo ha con la propria terra per permettere la realizzazione di un modello di sviluppo basato sull'immigrazione.
    Il legame etnico è quindi un legame cardinale per la vita sociale perché è attraverso l'identità etnica che il sociale non degrada solo a spazio di interessi, ma resta anche spazio degli affetti. Realizzare l'identità etnica che è alla base dell'affettività stessa dell'uomo significa quindi sentire intensamente la necessità di società.
    A chi sostiene che quello dell'identità etnica sia un falso problema perché un tempo non c'era, contrapponiamo che non si avverte l'importanza dell'identità etnica fin tanto che essa c'è. E' solo quando viene aggredita e rischia di scomparire che si sente la sua mancanza. Una situazione simile a quella di altre cose fondamentali dell'uomo, come la salute fisica, come un organo che finché è sano non lo si avverte ed è solo quando si ammala che si fa sentire.
    Se l'uomo non può realizzare il suo legame etnico si chiude verso la società, non si realizza più come individuo sociale, ma persegue unicamente il progetto dei proprio interesse personale. Se è vero che la morale non può imporci di dimenticarci di noi e che quindi non esiste morale se non operano assieme l'altruismo e la ragione, dobbiamo allora riconoscere anche che è nella nazione, cioè all'interno di un popolo etnicamente omogeneo, che si può operare il bene con maggior slancio affettivo. E' tra simili che il "chiunque può diventare più facilmente prossimo" per usare un concetto di Alberoni sulla morale.

    La dottrina sociale dei federalismo integrale nega e condanna un modello di sviluppo in cui l'assenza di identità etnica sia considerata come un imperativo funzionale che crei le condizioni per fratture profonde nella rete dei rapporti sociali.



    15. Il federalismo integrale come mezzo per realizzare la morale sociale indice

    Il federalismo integrale è quindi lo strumento adatto anche per realizzare la morale sociale che ci impone di perseguire i nostri fini tenendo conto di quelli degli altri. Ci impone, ad esempio, di ascoltare le necessità dei negro, dei giallo, dell'indios senza però annullarsi nei gorghi invisibili dei "Melting Pot".



    16. I fenomeni di disgregazione sociale prodotti dallasocietà multirazziale indice

    La società multietnica e multirazziale è quindi una società che, per sua natura, è contro l'uomo perché mortifica in esso ogni intento di generosità sociale. Distruggendo il processo di identità etnica, la società multirazziale provoca il declino della morale e quindi della solidarietà. Essa è solo una scelta nel segno della continuità di un modello di sviluppo che rifiuta la collaborazione tra i popoli, cioè la distribuzione di lavoro e di risorse tra il Nord e il Sud dei mondo.

    Dopo che decidemmo di abbracciare la soluzione dei federalismo integrale e fummo arrivati alle conclusioni che ho cercato di riassumere dovevamo ancora decidere in merito al tipo di posizione da assumere nei confronti dell'immigrazione, responsabile di interrompere il legame etnico.

    Fu gioco forza sviscerare il problema dell'identità collettiva della nostra società per valutare quale pericolo per l'integrità della volontà sociale lombarda rappresentassero le immigrazioni dei passato quelle più recenti dal Terzo mondo. Poiché la società non è la somma di singole individualità il problema era quello di capire fino a che punto fosse stata danneggiata la comunanza di cultura e di sentimenti necessari a cementare la volontà dei cittadini attorno ad un progetto e ad un traguardo comune. Accanto ad un legame etnico che, essendo legame di sangue, è il principale legame di somiglianza, cioè di identità, fu facile evidenziare altri legami che entrano a costituire la comunanza di sentimenti che sta alla base della società in Lombardia.

    Ciò significa che l'identità di un popolo non 'è definita totalmente da caratteri originari immodificabili, non è iscritta solo nel suo patrimonio genetico, ma è anche il risultato di vicende storiche e di esperienze culturali molteplici, per cui tale identità subisce una elaborazione continua e si trasforma nel tempo. Un fatto questo che indica come esista una tolleranza della società ad incorporare in sé popolazioni culturalmente ed etnicamente differenti, ma che indica anche che tale tolleranza non è infinita e che oltre un certo livello la società non riesce più a tollerare la perdita di identità, si avvita su se stessa, sviluppando quella patologia sociale che è la disgregazione sociale.



    17. La velocità delle integrazioni sociali indice

    Se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c'è una componente di continuità nella società che con voglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale.

    In quest'ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell'omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la "Società deviata", asociale, egoista in cui accanto alle cose che muoiono si generano reazioni di salvezza, come i movimenti etnonazionalisti che proprio in un simile contesto riconoscono il "Timing", il primo impulso alla loro nascita.

    Poiché l'identità è un fattore dinamico che cammina con le vicende storiche dichiarammo di non essere certamente favorevoli a scelte economiche e politiche che facilitino ulteriori flussi migratori verso la Lombardia, ma anche che bisognava favorire l'integrazione delle immigrazioni già avvenute e già assimilate alla nostra civiltà.



    18. L'impossibilità di integrare gli immigrati di colore indice

    Ciò non può valere per l'immigrazione di colore di cui non è prevedibile l'integrazione forse neppure a distanza di secoli. Con essa non funzionano i classici meccanismi di integrazione sociale che sono il matrimonio e i figli in comune e per cui si determinerebbe l'impossibilità di realizzare il legame etnico senza generare gravi tensioni razziali in seno alla società.

    Poiché è impossibile il processo di integrazione, l'immigrazione dal Terzo mondo impedisce di ricostituire la rete dei rapporti sociali interrotta e di riformare la nazione. Ciò comporta la paralisi dei processo storico, cioè l'alternanza di giustizia e libertà per la quale è necessaria la lotta autonomista

    http://www.leganord.org/a_2_discorsi_08_09_10_89.htm
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    DISCORSO FINALE DEL SEGRETARIO FEDERALE
    On. Umberto Bossi- 22 Novembre 1989



    Innanzitutto devo ringraziare il Congresso di avermi voluto confermare la fiducia. Come potete immaginare la carica di Segretario Nazionale della Lega Lombarda non e una carica particolarmente ambita, ma al contrario è un grosso peso da portare, tanto grande che se ci fosse stato un solo uomo che si fosse fatto avanti non avrebbe avuto difficoltà ad ottenere il mio personale appoggio.

    Mi dispiace ma come padre - padrone io valgo poco; spero di valere un po' di più per l'impegno, e per la serietà magari per l'affettività che metto nelle cose che faccio. Magari per l'onestà. E' inoltre mi dispiace di deludere la stampa di regime che sperava di trovare una Lega Lombarda meno grintosa, meno decisa a portare avanti la lotta autonomista. Meno decisa a portare avanti un progetto che è l'unico progetto possibile per far crescere il nostro movimento.

    La Lega Lombarda ha un grande progetto e non ci rinuncia. A questo congresso sono intervenuti i rappresentanti della Corsica, della Valencia, dell'Union Valdotaine, il Presidente dell'Arc-en-ciel, del Parlamento Europeo, e il Presidente del Trentino Sud-Tirol. Sono arrivati messaggi da tutta Europa e non solo dall'Ovest, ci sono vicini la lovenia, la Croazia, i popoli baltici, l'Ucraina. E' il mondo che si muove. Il mondo bello e generoso dei popoli.

    Dove non c'è uomo a cui non venga riconosciuta la dignità e l’affetto che si sente per un fratello. Qui ho sentito linguaggi diversi dal nostro, eppure quelle lingue non ci erano straniere perché parlavano del più grande bisogno dell'uomo, quello della libertà, quello del diritto a potersi riconoscere nella propria gente, quello del dovere di partecipare alla storia degli altri popoli, non come distruzione, non come sopraffazione, ma, come collaborazione e solidarietà. E' il progetto che noi abbiamo definito come egemonico e che dovrà portare la Lega Lombarda a diventare il partito di maggioranza relativa in Lombardia.

    Ma per ottenere un tale risultato occorreva innanzitutto che questo congresso decidesse per uno statuto che mantenesse la protezione del doppio tesseramento ed inoltre che prevedesse il modo per aprire dalla periferia il nostro movimento alle masse di militanti che devono essere dentro il movimento a partire dalle sezioni comunali e non dall'alto come, era avvenuto fin qui.
    Dovevo prevedere un sistema di tesseramento che permettesse di aprire la Lega Lombarda con la più grande rapidità a decine di migliaia di militanti che come noi vogliono l'autonomia della Lombardia, senza però correre il rischio di destabilizzare l'organizzazione che siamo riusciti a mettere in piedi in tanti anni di lavoro, con tanti sacrifici.


    Avevo premesso che solo con uno statuto come quello che è stato approvato io mi sarei sentito motivato a continuare la lotta autonomista nella funzione di Segretario Nazionale.
    Bossi non è un coperchio che va bene su tutte le pentole. Per tanti anni abbiamo vissuto letteralmente al limite della rotture fisica, nella speranza che un giorno il nostro impegno sarebbe servito a cambiare le cose in meglio. Se qui non fosse emersa questa volontà, la determinazione di portare avanti una politica di cambiamento, io vi avrei ringraziato ma non avrei accettato la carica di Segretario. Sarei rimasto nella posizione che il nuovo Segretario mi avrebbe assegnato, ma non sarei stato nuovamente il Segretario della Lega Lombarda.


    Tenete presente che i Segretari sono persone come le altre.
    Penso ai miei figli che non mi vedono mai anche se ci vogliamo bene. Dobbiamo spettare che venga Natale e venga l'estate per andare a Livigno e giocare assieme, e dormire assieme, non sarei stato l'uomo giusto a portare avanti un progetto di piccole riforme che rischiano di non cambiare niente. Non sarei stato l'uomo giusto per andare ad elemosinare dai partiti una briciola di decentramento, un insegnante lombardo in più nelle nostre scuole, per i nostri figli.


    Ma quello che ho visto qui, quello che ho sentito qui, ha cancellato ogni dubbio in me, ha allontanato ogni incertezza. Il popolo Lombardo è stato ben rappresentato in questo congresso. _Da voi esce compatta la determinazione ad andare avanti verso il grande cambiamento istituzionale che deve venire e che deve trasformare lo Stato italiano in uno Stato federale. Bossi ci sta. Da domani comincia l'apertura delle sezioni comunali in tutta la Lombardia. Entro l'anno la Lega Lombarda sarà rappresentata in tutti i Comuni della Lombardia.


    Il nostro impegno di tutti noi, sarà eminentemente in funzione dell'organizzazione del movimento e non eminentemente all'interno del palazzo. Là saremo, ma saremo opposizione, una opposizione che non significherà congelamento dei voti: i voti della Lega Lombarda serviranno a condizionare le giunte, addirittura a permettere la costituzione della giunte, di un tipo d i giunta piuttosto che un tipo diverso, cioè gli accordi con i partiti avverranno sulla base dei programmi anziché su quella delle poltrone. In linea di massima non accetteremo di entrare nelle giunte comunali perché ciò ci imporrebbe poi di andare in regione a difendere non la Lombardia, ma i problemi, i finanziamenti, le richieste dei Comuni in cui fossimo nelle giunte. Vogliamo le mani libere per crescere ancora.


    Ma ho sentito da voi che la Lega Lombarda significa anche volontà inesauribile di collaborazione con i popoli dell'Est, dell'Ovest, del Nord, del Sud. Sì del Sud.
    Un Congresso il cui successo è andato oltre quanto avessimo previsto noi stessi. Ho visto passare, ho sentito chiamare quell'Europa dei popoli in cui noi crediamo. Abbiamo sentito vicino a noi tanta gente che ci cercava da ogni parte d'Europa: da Livigno come da Strasburgo, da Aosta come da Barcellona, da Milan come da Napoli. Noi qui attaccavamo il sistema centralista con i picconi dell'idea del federalismo integrale: un muro che per l'uomo è più soffocante e più imprigionante di quello di Berlino.
    Parlo dell’ideologia centralista e del conseguente centralismo di Stato, parlo di un modello di sviluppo che è rimasto sostanzialmente quello coloniale di sempre, che alle colonie nel Terzo Mondo ha sostituito l'incorporazione dei mercati attraverso le immigrazioni.

    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    La nostra proposta politica indicava nell'internazionalismo autonomista la via attraverso la quale la lotta autonomista diventa l'antitesi che rientra nella storia e che da una parte spinge ad unificarsi la dicotomia liberista marxista e dall'altra ne propone il superamento con la sintesi del federalismo integrale.


    Ebbene non erano trascorse che poco più di 24 ore che l'Europa dei Popoli decideva che nel prossimo mese di marzo l'Internazionalismo autonomista si costituirà in organizzazione internazionale durante un Congresso che si terrà a Bruxelles con l'adesione già, pervenuta di 23 movimenti autonomisti europei: verranno dall'Ovest e dall'Est, dal Nord e dal Sud.
    Contro il conservatorismo vetero-centralista soffia il vento delle Libertà dei Popoli.


    Da questo Congresso è partito quindi un segnale che sta attraversando l'Europa: Lombardia significa Libertà e forza per conquistarla, significa lotta al fascismo mimetizzato nel centralismo degli Stati Nazionali.
    In questi giorni abbiamo sentito che le nostre parole non cadevano nel vuoto.


    Da qualche parte, di qua e di là dai muri, c'erano uomini fiduciosi e in attesa che Milan, che il popolo lombardo, un popolo gigantesco e buono, un popolo che in ogni momento della sua. storia ha saturo conquistare la libertà, un popolo conosciuto e amato come il nostro dichiarasse che la libertà, l'autonomia, il federalismo, la distribuzione della macchina produttiva, la solidarietà tra popoli sono il cemento su cui verrà costruita la nuova Europa. Non quindi l'Europa dei finanzieri ma anche l'Europa della piccola e media industria e dell'artigianato, convinti come siamo che la vita la devono fare gli uomini; non soli i banchieri, anche i banchieri. Noi non abbiamo paura di dire quello che pensiamo, perché noi siamo forti della forza dell'onestà, dell'obiettività, della fratellanza.


    Nè temiamo ali strali e ali ostracismi di quella parte della Chiesa che ha abbandonato il solco storico del federalismo, il solco dei Rosmini per asservirsi alle suddite del "lassair faire" libertà. Ma quella è solo una parte della Chiesa, la parte che conta meno con la gente, con i fedeli, anche se ha i titoli più altisonanti.


    Sento poi riferire dalla stampa i soliti refrain dell'antimeridionalismo della Lega Lombarda, come se noi fossimo nati contro il meridione, contro i meridionali. Come se noi non sapessimo che l'area meridionale, a causa del centralismo dello Stato, è inserita in un sistema economico nel quale le direttive fondamentali si sono ispirate per lungo tempo alle esigenze di interessi economici insediati al Nord e che per il loro sviluppo necessitavano di una diversa politica economica.


    L'Italia è stata liberista quando l'industria del Sud abbisognava di protezionismo, protezionista quando l'agricoltura del Sud abbisognava di nuovi sbocchi sui mercati esteri. Si è avuto consumismo quando il Sud abbisognava di austerità e investimenti. Così la politica meridionalistica è stata spesso soltanto un tentativo di limitate gli effetti negativi impliciti nelle scelte per lo sviluppo del Nord.

    Bene è evidente che ciò che non andava era la forma del contenitore istituzionale, che asservava l'economia del Sud e quella del Nord; occorreva più autonomia per il sud e per il nord, occorreva in buona sintesi uno Stato diverso. Diteci come può venire adesso la stampa ancora a parlare di antimeridionalismo della Lega Lombarda che sostiene la collaborazione e la trasformazione federale dello Stato, perchè o non era vero quello che si è sempre sostenuto a proposito delle cause dell'arretratezza del Sud, oppure c'è qualcuno che bara, ci sono dei partiti che barano.

    Qualcuno che si è adeguato assai bene alla situazione di arretratezza, che si sta dentro bene, molto bene, che vuole la continuazione della logica delle sovvenzioni senza controlli, logica per cui ci sono Regioni come la Calabria e la Campania che non presentano più il loro bilancio consuntivo alla Corte Costituzionale dal 1976 e dal 1982. Non è ben certo dove finiscono i finanzíamenti dello Stato 'e a chi finiscono questi finanziamenti che vengono. poi dalla ta.sse che- la mano pubblica rastrella dalle tasche dei cittadini.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Altro che razzismo. Razzismo alla rovescia. Razzismo dei Razzisti che gridano al Razzismo. Noi non vi temiamo.
    Questa sera il Congresso chiude e la stampa delle veline da domani ricomincerà a sparare a zero su di noi. La Lega Lombarda non la fermerete perché noi siamo un grande fiume che corre verso la foce del Federalismo
    I programmi che abbiamo approvato sono il punto da cui partirà il lavoro della Segreteria e sul quale dovrà ritornare a soffermarsi l'Assemblea Nazionale. Ciò che viene approvato dal Congresso non è sufficientemente articolato, soprattutto se si tratta del 1° Congresso del movimento.
    In linea di massima numerose mi sembrano le tesi buone, da cui sarà possibile estrarre un programma concreto per delineare la Lombardia che un giorno vicino, sarà la nostra Lombardia.


    Non ho alcuna intenzione di parlare di tutte le tesi che faranno da sostegno al programma della Lega Lombarda, le avete ascoltate, però io sento di non approvare del tutto l'idea di uno sbarramento elettorale che potrebbe favorire l’immutabilità del quadro politico e dell'indirizzo politico che noi combattiamo.
    Le elezioni che si susseguono, anche le ultime elezioni europee hanno messo in luce che è già in atto una semplificazione degli schieramenti, irreversibile perché nata non dalle decisioni dei partiti, bensì dalle scelte dell'elettorato. Una semplificazione che si manifesta attraverso il superamento delle forze politiche che non hanno più niente da dire, estranee ormai rispetto alla logica del processo storico.


    Mentre devo invece sottolineare che concordo pienamente con la relazione dell'On. Speroni, che afferma che lo. Stato in quanto unione di Regioni, deve derivare da esse: i propri poteri. Va’ affermato quindi che la sovranità regionale è di pari dignità rispetto a quella statale, secondo il principio che le regioni sono sovrane fin dove la sovranità non sia limitata dalla Costituzione: una nuova costituzione quindi che deve prevedere le attribuzioni di competenza sia dell'autorità federale che di quella regionale; venga cioè stabilito nel contratto per il quale esiste lo Stato, cioè nella Costituzione la ripartizione delle competenze legislative che ora il centralismo concentra nei suoi ministeri.

    A ciò, come sottolineato nella relazione, dovrà far riscontro anche una profonda modificazione del sistema delle entrate fiscali dello Stato superando l'attuale dipendenza discrezionale da parte dello Stato nei confronti degli enti ora subordinati.
    Andiamo quindi in chiusura del Congresso e mi preme ricordare quello che è avvenuto ieri quando ke voce delicata e forte di una cantante sconosciuta finora, Lella Tagliabue, ha' intonato un inno della Lombardia che ha travolto il Congresso con una ondata di profonda commozione. Ho visto piangere centinaia di persone, ho visto commuoversi gli ospiti stranieri. L'esperanto della verità e dell'affetto accomunava il Congresso al fiammingo al catalano. La libertà della Lombardia, così come la libertà di ogni altro popolo è impegno morale di tutti gli uomini.


    E' aprendo le braccia all'Europa che noi ci congediamo, che ci salutiamo, che ci abbracciamo. Dentro di noi la ferma determinazione a trascinare avanti il progetto del Federalismo Integrale, la ferma determinazione ad organizzare la Lega Nord e a contribuire ad avviare un processo federalista anche nel mezzogiorno. La più totale volontà di lottare finché il popolo lombardo sarà libero. Sarà libero con quello veneto, con quello piemontese, ligure, emiliano - romagnolo, toscano. Nel prossimo Congresso faremo la giornata dei figli e verremo con i nostri figli.
    Ci lasciamo ma con un impegno a partecipare alla festa di Pontida della prima settimana di Aprile.
    Là continueremo la festa della Libertà Lombarda.
    http://www.leganord.org/a_2_discorsi_22_11_89_terza.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Pubblichiamo qui di seguito la dichiarazione di voto finale dell'on. Alessandro Cè, capogruppo della Lega Nord, sulla legge Bossi-Fini relativa all'immigrazione.

    Signor Presidente, gli aspetti salienti del dibattito parlamentare sull'immigrazione sono stati caratterizzati dalla rabbia, dalla violenza verbale e dalla disperazione dell'onorevole Turco e dell'onorevole Soda. Non si è trattato di episodi estemporanei dettati da intemperanza caratteriale, ma della reazione razionalmente aggressiva di fronte ad una legge che segna la sconfitta della strategia globalizzatrice della sinistra. L'ideologia della società multirazziale che ci è stata falsamente presentata come ineludibile portato della storia ha rappresentato, per la sinistra e per l'Ulivo, ben assecondato dall'utopismo pauperista di rifondazione comunista, lo strumento per scardinare la democrazia in Europa. La democrazia si basa, infatti, sul rapporto stretto fra cittadini e istituzioni, fra territori e popoli, fra persone in azione e non può prescindere da precisi diritti e doveri strettamente correlati fra loro di cui è titolare ogni membro della comunità. Tutto questo per la sinistra non conta; l'importante è massificare il mondo rendendo tutte le persone uguali nel modo di pensare, di agire, di vestire; l'importante è cancellare le diversità, le identità dei popoli, le loro tradizioni, la loro storia i loro costumi per cementare il tutto nella formula della società multirazziale, del melting pot. La sinistra e i cattocomunisti inseguono la nemesi del comunismo, sconfitto e condannato dalla storia, che risorge in una formula nuova dove l'utopia non consiste più nell'uguaglianza giuridico-formale davanti alla legge, né nell'uguaglianza economica, rivelatasi fallimentare, bensì nell'uguaglianza dell'anonimia, dell'impotenza, della cancellazione dell'identità. Una società siffatta, in realtà, lungi dall'essere integrata, è caratterizzata da grande conflittualità sociale, da scontro tra culture e civiltà e, pertanto, non può che rimandare, petulante, a poteri sempre più lontani ed autoritari. Se a questo quadro aggiungiamo l'attacco frontale portato negli ultimi anni dalla sinistra alla famiglia naturale ed alle formazioni comunitarie intermedie, viste come ostacoli al proprio progetto strategico, risulta evidente la disumanità dell'ideologia della società multirazziale. La sinistra italiana, partecipe del progetto, rivelatosi fallimentare, dell'Ulivo mondiale, ha svenduto la dignità e l'identità delle persone, delle comunità e dei popoli all'utopia antidemocratica del Governo mondiale, alleandosi, a tal fine, con la grande finanza italiana ed internazionale: un patto diabolico che avrebbe dovuto assegnare agli illuminati dell'Ulivo, cioè ad una stretta cerchia di tecno-burocrati, la pianificazione legislativa svincolata da reali poteri di controllo democratico da parte dei singoli popoli, e, alla grande finanza, un tornaconto in termini di nuovo sottoproletariato extracomunitario funzionale a tenere bassi i salari anche per i lavoratori autoctoni. In questi giorni ne abbiamo avuto la riprova attraverso i ripetuti interventi, in particolare quelli svolti dall'onorevole Violante, a sostegno degli interessi della grande industria. È vero, in Italia esiste un alto costo del lavoro - noi lo sosteniamo da sempre - le cui responsabilità ricadano in buona parte sui governi dell'Ulivo. Su questo tema, e sulla riduzione degli oneri per le piccole e medie imprese, bisognava intervenire, ed il nostro Governo ha già approvato alla Camera provvedimenti che vanno in questa direzione. L'onorevole Violante si dimentica però, o vuole dimenticarsi, che esiste una disoccupazione altissima nel Mezzogiorno, che esistono lunghe liste di disoccupazione comprendenti decine di migliaia di extracomunitari, che i salari sono spesso al limite della sopravvivenza. Questo spiega, in parte, anche perché gli italiani rifiutano lavori molto pesanti e sottopagati. Non sarebbe miglior causa, onorevole Violante, lavorare insieme per aumentare il salario netto ai lavoratori italiani, piuttosto che introdurre fattori ulteriormente calmieratori dei salari stessi con l'invasione extracomunitaria? Vede, onorevole Violante, dai suoi accorati interventi è evidente che ormai la sinistra si preoccupa molto di più degli industriali che non dei lavoratori, e ciò conferma che il patto con la grande finanza e la grande industria sono essenziali al progetto egemonico, di gramsciana memoria, che volevate realizzare. In sostanza, onorevole Violante, vi siete venduti l'anima! La grande finanza, a sua volta, ha appoggiato il vostro progetto di potere. Per realizzarlo vi serviva una massa di diseredati che venissero a scardinare la legalità nel nostro paese, che mettessero in discussione i principi ed i valori di riferimento della nostra comunità, un nuovo sottoproletariato e dei nuovi disperati da contrapporre ai colpevoli lavoratori italiani e per alimentare, come vostro solito, i complessi di colpa della vecchia Europa nei confronti del terzo mondo. Per realizzare il vostro progetto di potere dovevate sostituire l'emorragia di consensi da parte dei lavoratori e dei piccoli imprenditori italiani con il voto degli immigrati, secondo la vecchia logica del connubio assistenzialismo - voto di scambio. La vostra non è mai stata solidarietà disinteressata, bensì solidarietà «pelosa». Inoltre, per quanto riguarda la concretezza della vostra solidarietà, come spiegate il fatto che negli anni di Governo dell'Ulivo la cooperazione con i paesi terzi, che è la vera strada maestra da percorrere per risolvere i problemi della povertà dove essa è presente, ha raggiunto i minimi storici? Si è investito infatti solo lo 0,14 per cento del PIL, che rappresenta il più basso livello tra i paesi del mondo occidentale. Per raggiungere il vostro scopo avete adottato la politica del buonismo irresponsabile, avete abdicato al ruolo di garanti della legalità, di difesa e di inviolabilità dei confini, esponendo il paese e la collettività all'insicurezza, all'illegalità diffusa, al dilagare della piccola e grande criminalità, all'aumento dello spaccio di droga, alla vergogna della prostituzione ovunque ed in qualsiasi ora del giorno e della notte, alla devastazione di interi quartieri, all'inciviltà ed al degrado delle nostre città, al commercio abusivo tollerato come fonte di reddito per irregolari e clandestini in spregio ai cittadini onesti Avete fatto ricadere tutto questo, anche in termini di costi economici, sulla collettività, nonostante autorevoli istituti statistico-economici avessero quantificato da tempo l'ammontare di queste risorse drenate dalle tasche inconsapevoli dei cittadini: circa 8 mila miliardi annui per assistenza sociale, sanità, case, sicurezza e carceri. Avete continuato a mistificare la realtà, sostenendo che gli extracomunitari avrebbero pagato le nostre pensioni future, nascondendo che solo un quarto degli extracomunitari regolari presenti nel nostro paese sono iscritti all'INPS e che oltre un milione di irregolari e clandestini, logicamente non pagando nulla, usufruiscono dei servizi di assistenza previsti nel nostro paese. Sarebbe questa, secondo voi, la ricchezza portata dall'immigrazione extracomunitaria? Almeno due milioni e mezzo di persone presenti, di cui solo 400 mila versano contributi all'INPS? Avete perpetrato nei confronti dei cittadini italiani e padani le vessazioni più discriminatorie consentendo, ad esempio, agli extracomunitari di ritirare i contributi versati con il 5 per cento di interesse dopo solo cinque anni di lavoro, mentre le nostre donne - lo ripeto: le nostre donne - le cosiddette donne silenti non hanno lo stesso diritto, pur avendo versato contributi per 13-14 anni per la sola colpa di aver lasciato il lavoro per accudire i figli. Ma si sa: voi odiate la famiglia! Avete offeso e umiliato i nostri vecchi in condizioni di povertà, togliendo loro il diritto alla casa e attribuendo punteggi di favore, specie nelle amministrazioni governate dall'Ulivo, agli extracomunitari. È questo il vostro senso della giustizia sociale? Avete approvato norme come alcuni articoli della legge Turco-Napolitano e la vergognosa legge Mancino che, con lo strumentale pretesto di lottare contro la xenofobia, hanno introdotto l'ignominia dell'inversione dell'onere della prova nei procedimenti di accusa per atti di presunta discriminazione razziale, una specie di condanna anticipata dell'accusato che inficia nel profondo l'idea stessa dello Stato di diritto nel quale chi accusa è tenuto a fornire le prove e le testimonianze contro l'imputato. Da tutto ciò si evince un odio profondo nei confronti dei cittadini italiani, della nostra cultura e della nostra civiltà; un odio nei confronti della civiltà europea, dei suoi valori e della sua matrice cristiana. Onorevole Turco, piuttosto che accusarci di razzismo e di gridarci «vergogna», perché non prova ad uscire da questa aula ed a confrontarsi con la gente comune e non con le platee addomesticate e ideologicamente affini predisposte dalle vostre associazioni militanti, spiegando il motivo per cui avete compiuto queste discriminazioni nei confronti dei cittadini italiani? Sono sicuro che la stragrande maggioranza dei cittadini la prenderebbe, metaforicamente, a calci. La Lega nord Padania - e concludo, signor Presidente - ritiene l'approvazione della legge Bossi-Fini un grande risultato politico, oltre che una grande vittoria del nostro movimento, che premia l'enorme impegno profuso dai nostri militanti sul territorio per evitare che il diabolico disegno dell'Ulivo potesse diventare una triste realtà.

    Lega Nord
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    Predefinito Libri per un corretto approccio al pensiero etno-nazionalista

    Autori Vari, Risguardo IV. Rassegna periodica di cultura. Numero speciale per il 20° anno -1984- delle Edizioni di Ar. Euro 20,70.
    L’intenzione e il senso della cultura integrale, attraverso gli scritti di questa rassegna, raccolti nelle sezioni: "il sentimento del mondo", "l’immagine del mondo", "l’idea del mondo".
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    Autori Vari, Totalità sociale e comunità organica. Euro 4,15.
    Le categorie del sociale e del politico secondo gli orientamenti della cultura integrale.
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    Predefinito Il"Manifesto" dell'etno-nazionalismo

    G. Damiano, Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione.
    Collezione "gli Inattuali". Euro 15,50
    In particolare, questo testo si sofferma criticamente sulla società globale o multirazziale
    di cui rintraccia i presupposti giuridico-ideologici, per poi delineare,
    in una prospettiva radicalmente estranea alla globalizzazione, i caratteri dell’universo delle differenze.
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    Der Wehrwolf

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    «Non importa, continuiamo!»: sono le parole di Max Weber che Giovanni Damiano - insegnante di filosofia ed autore del libro Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione (Edizioni di Ar, www.libreriaar.it) - rammenta come esortazione ad affrontare i tabù della nostra epoca, anche al prezzo di esporsi agli strumentali fraintendimenti o alle facili, quanto superficiali, accuse degli intellettuali illuminati sempre pronti a magnificare orgogliosamente lo «spirito del tempo». Uno spirito che descrive la globalizzazione come un processo vantaggioso, un progresso dell’umanità e comunque come un fenomeno ineluttabile, un destino cui non sarebbe possibile sottrarsi in alcun modo. Non è dello stesso avviso Damiano che, in questo testo, ha innanzitutto il merito di elaborare una diagnosi profonda e dettagliata del fenomeno, di cui troppo spesso si colgono solo gli aspetti meramente economici. Qui la globalizzazione viene pensata invece come un «unico “movimento” che si sviluppa su più dimensioni». Oltre al globalismo economico l’autore prende in considerazione ed approfondisce anche gli aspetti politici, culturali, ideologici e soprattutto giuridici della mondializzazione che nega ogni termine, confine, identità, Forma, per la costruzione di una società planetaria di uomini sradicati, di “cittadini del mondo”, vale a dire di consumatori globali.
    Dopo aver individuato i protagonisti della globalizzazione nelle organizzazioni internazionali politiche (ONU, Unione Europea, Nato, etc.) ed economiche (ad esempio: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale), nonché nelle multinazionali che sottraggono risorse e potere ai governi degli Stati, Damiano sottolinea anche il ruolo svolto dalle Organizzazioni Non Governative (ONG) che, pur impegnandosi spesso in lodevoli attività di aiuto e sostegno ai Paesi poveri, esprimono delle logiche di «internazionalismo umanitario» per nulla alternative bensì funzionali alla «deculturazione» (Latouche). Non a caso le ONG si fanno sovente promotrici dei cosiddetti «diritti universali». Ciò è particolarmente significativo in quanto il globalismo giuridico, anche se procede più lentamente rispetto alla dimensione tecnico-economica dell’omogeneizzazione planetaria, è un aspetto centrale dell’ideologia mondialista, giacché lo svuotamento delle appartenenze identitarie, secondo l’utopia giuridica imperante, dovrebbe essere compensato da un diritto cosmopolitico capace di garantire la pace nella nascente società globale (o multirazziale). L’autore dell’Elogio delle differenze smaschera efficacemente il carattere illusorio di una prospettiva di questo tipo: la pretesa di fondare un ordine politico mondiale sui diritti umani universali ed individuali rappresenta in sé un’istanza violenta e bellicosa. Prima di tutto perché gli astratti e presunti «diritti universali» sono in realtà una determinazione storica dell’Occidente moderno, perciò affermarli su scala mondiale significa occidentalizzare il mondo e, dunque, violentare culture e tradizioni diverse dalla nostra. Inoltre centrare tutto il fenomeno giuridico sul singolo individuo, prescindendo dai vincoli storici e comunitari che legano gli uomini, nonché dalla sovranità degli Stati (il concetto di cittadinanza dilatato su scala mondiale), contribuisce ad inflazionare l’interventismo militare attraverso le cosiddette «operazioni di polizia internazionale», come si è visto negli anni più recenti. Tutto ciò con un uso arbitrario del diritto internazionale per cui si sceglie di intervenire in uno scenario piuttosto che in un altro sulla base di considerazioni che nulla hanno a che fare con il più elementare sentimento di giustizia.
    Damiano, dunque, con grande ricchezza di argomenti, osa criticare quella società multirazziale (la società globale si pretende, per l’appunto, multirazziale) che si va fabbricando attraverso un movimento livellatore ed egualitarista imperniato su un diritto astratto. Ricordando, tra l’altro, come nella storia dell’umanità la costruzione di una società multirazziale sia sempre avvenuta mediante processi violenti. Se la globalizzazione produce una «crisi indifferenziatrice», l’unica alternativa plausibile non può che essere un modello che si fondi sulla salvaguardia delle differenze (identitarie, etniche, culturali, religiose, tradizionali, etc.), come elementi di arricchimento per l’intera umanità. Così l’autore si rifà a quella concezione metapolitica che potremmo definire con de Benoist «differenzialismo», o «contestualismo». Si tratta di una prospettiva che non va pensata in mera contrapposizione alla globalizzazione: il pensiero delle differenze non rappresenta una reazione al modello della società globale, bensì, appunto, un’alternativa praticabile. Esso si fonda sul riconoscimento relazionale delle differenti identità che non vanno affermate in modo assoluto (ciò rappresenterebbe una negazione del differenzialismo stesso), ma definite in rapporto con l’Altro da sé. In pratica Damiano propone una riorganizzazione dell’ordine mondiale basata sul «federalismo etnico» che, senza pretendere di far corrispondere ad ogni etnia uno Stato, consenta ad ogni popolo di salvaguardare le sue appartenenze ed il suo destino dall’uniformazione planetaria
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