Francesco di Marino è nato a La Spezia. Milanese d’adozione è stato per anni avvocato d’impresa, amministratore e sindaco di società. Attualmente insegna diritto civile e commerciale presso la European Business School di Milano ed opera presso due società di consulenza aziendale. Per la casa editrice ASEFI TERZIARIA ha pubblicato il saggio Riflessioni sui percorsi della conoscenza.
Si può contattare l’editore presso [email protected] o consultare il sito www.asefi.it

Redazione: Di Marino, cosa significa per Lei presentare il suo libro in questa sede?

Di Marino: Sono veramente onorato di avere l’opportunità di presentare il mio libro presso una sede di Terra Insubre che rappresenta una comunità vivente, il Popolo d’Insubria, stanziato in queste zone più di 2600 anni fa. Una comunità che non ha accettato la sottomissione all’Impero Romano passivamente, ma ha stabilito il “foedus” con esso. Questa forma istituzionale, il foedus, è molto importante perché potrebbe proporsi come alternativa alle forme istituzionali oggi in crisi. Lo Stato nazionale oggi è in declino, ed infatti è incapace di affrontare problemi come l’omologazione economica e culturale, l’ecologia, l’immigrazione, l’energia da gestire.

Redazione: secondo Lei a cosa è legata la crisi europea e dello Stato nazionale?

Di Marino: Vede, il problema è che lo Stato nazionale è sfumato in un ectoplasma che senza resistenza è dominato da tecnocrati padroni del nostro destino. Questi tecnocrati sono specialisti, tecnici freddi, non eletti dal popolo e ne consegue che questa Europa ce la ritroviamo fatta così (a pezzi) da burocrati estranei.

Redazione: Di fronte a questa situazione, asettica ed espropriante, Lei nel suo libro propone il calore dell’appartenenza che deriva invece dal richiamo al sacro, ai miti, ai simboli, che fondano la vita delle comunità e dei popoli…

Di Marino: E’ proprio così. Il cuore dei popoli richiede la sacralità di un vincolo: questo era il foedus. Esso era stipulabile solo se i popoli erano d’accordo, non poteva essere un’imposizione dall’alto. Infatti l’imperatore non ha mai governato. Egli semmai era il garante della pace e dell’armonia, era l’axis mundi tra le comunità. La mia proposta di pensare all’Impero equivale alla volontà di far vivere i miti e i simboli delle culture. Le culture locali sono culture se hanno un mito ed un simbolo. Il mito ed il simbolo sono la forza della cultura locale. Il simbolo è ciò che lega ed unisce gli elementi di una cultura viva.

Redazione: Nel suo libro l’elemento dominante, il seme che Lei lancia soprattutto ai giovani, è l’idea di Utopia…

Di Marino: Ciò di cui abbiamo appena parlato, il mito ed il simbolo, sono proiettati e proiettanti nel futuro: sono l’Utopia. Per me l’Utopia non è solo il “luogo che non esiste”. Essa è anche Eu-topos: il luogo di ogni bene, il luogo di cui si può pensare il possibile, il potenziale, per uscire dall’inerzia. L’Utopia è una forma di speranza, è movimento. E’ necessario che tutti i popoli, che esprimono la ricchezza dell’Europa, spingano lo sguardo verso questo luogo.

Redazione: Professor Bonvecchio, Lei ha recentemente sottolineato la necessità per il pensiero occidentale di “osare, confrontarsi e rivendicare – con intelligenza e coraggio – la straordinaria vitalità della storia e della Tradizione Occidentale ed Europea. Storia e Tradizione che possono essere una solida base per un futuro tutto da costruire…” (nel libro Il pensiero forte. La sfida simbolica alla modernità, Settimo Sigillo, Roma, 2000, anch’esso recensito nel nostro sito). Come vede in questa prospettiva la proposta di Francesco di Marino?

Bonvecchio: Vede, l’Europa, se non è imperiale non può essere. L’Impero non è una favola, non è una forma di governo, neppure un ricordo nostalgico. L’Impero è “un’idea”. E sulle idee si costruisce l’aggregazione umana e politica. L’Impero regna ma non governa. Il regno infatti appartiene alla spirito non al governo. Regno vuol dire chiarezza delle idee allorché si debbano prendere decisioni rapide e vitali, avere un’immagine dell’uomo che non è un numero, né un essere da strumentalizzare. L’Impero considera l’uomo per quello che è e lo guida. La politica infatti può essere solo pedagogia, deve guidare l’uomo ad una meta: essere se stesso; deve guidare l’uomo nella difficile via dell’esistenza e guidare anche la comunità ad essere se stessa. Solo l’Imperatore (che può anche essere ideale o un consiglio o un gruppo preposto) può fare questo. Può farlo perché l’Imperatore, il cui ideogramma unisce cielo e Terra, è ciò che rende l’uomo materia e spirito, unità.


Redazione: Bonvecchio, a suo avviso quale è il problema fondamentale dell’Europa, oggi?

Bonvecchio: Io credo il globalismo. L’Europa è plagiata dal globalismo, descrivibile, in una metafora da Guerre stellari, l’Impero del Male. Esso è generato da un’oligarchia bancaria che domina tutto con il denaro. Il problema è che oggi l’Europa è una figura amletica: non sa cosa dire, non sa cosa fare.

Redazione: Abbiamo chiesto a Francesco di Marino quale è la sua proposta per uscire dalla crisi, ora vorremmo sentire la sua opinione a riguardo: come si esce dal dramma europeo e, del resto, dal dramma dell’uomo di oggi?

Cammeo d'età augustea in onice rappresentante l'aquila con i simboli della Vittoria ( Vienna, Kunsthistorisches Museum)



Bonvecchio: Con una scelta radicale. Bisogna decidere se stare dalla parte dei Mercanti o dalla parte degli Eroi. Io scelgo volentieri gli Eroi. L’Eroe crede nel possibile ritorno di un’idea. L’Utopia è nel suo cuore. Ecco perchè l’Utopia, è Ou-topos: il luogo che non c’è. Non c’è perché è dentro l’uomo, è nel cuore. Nel cuore dorme lo spirito dell’uomo ed è lì che vive l’Imperatore che ogni uomo è. Così come nella comunità vi è un cuore che va trovato. Lì è il senso della vita, dell’uomo, dell’appartenenza. E’ il luogo al quale si può giungere solo scegliendo, appunto, tra essere mercanti ed essere uomini. L’Imperatore è il centro del mondo, colui che fa girare la ruota. Ma al centro c’è anche l’uomo in carne ed ossa che deve diventare ciò che è, volgere la sua ruota. L’Uomo è l’imperatore di se stesso, l’uomo deve diventarlo, la comunità deve diventarlo.

Redazione: Una domanda sia a di Marino che a Bonvecchio. La nostra democrazia è veramente rappresentativa? Di Marino propone, nel suo libro la rinascita della rappresentatività ma in Europa questo è possibile? E come? Le comunità locali oggi possono trovare una loro rappresentanza?

Di Marino: A mio avviso la riscossa, il movimento verso l’utopia, può partire solo dalle comunità. Negli anni ‘50 le piccole comunità erano caratterizzate da profonda solidarietà, coralità, che faceva di ogni uomo una parte di qualcosa di più ampio. La rappresentatività può esistere solo nelle piccole comunità. A livello più ampio è possibile solo nello scambio di poteri orizzontale (come l’Impero) e non nelle strutture impositive o piramidali. Tutte le rivoluzioni partono dall’uomo, dal suo coraggio. Spesso ci vengono presentati scenari apocalittici: radiazioni, mucca pazza, buco nell’ozono... Bisogna stare attenti: questo serve solo a paralizzare e ad aumentare la paura, se non a distogliere da problemi di ben altra portata. Bisogna corazzarsi contro queste menzogne per conservare il proprio giudizio, il legame con gli altri, la coralità. E qui essere pronti a riconoscere l’uomo caratterizzato da ingenuità, l’uomo nuovo da cui nasce il nuovo ordine. Oggi non si capisce chi comanda veramente. Tu devi pensare in modo uniforme altrimenti non ci sei, non esisti. Bisogna rifondare un uomo padrone del suo destino, ma soprattutto del suo giudizio. Solo quest’uomo nel momento in cui le istituzioni saranno in crisi potrà svelare la via.

Bonvecchio: Gli stati nazionali sono morti, inutile illudersi. Ora il mondo ha due possibilità: avviarsi verso un’epoca di conflitti e di guerre (ma l’umanità è sopravvissuta più volte a questo), oppure andare verso la direzione dell’Impero. Per arrivarvi però bisognerebbe togliere di mezzo prima le forme di governo attuali. Ma come? Così: potenziare in ogni modo le autonomie, ribattendo parola per parola, legge su legge, ordine su ordine, gli ordini caotici ed incoerenti imposti alle comunità dai vari centralismi statuali. E’ nelle autonomie locali che si radica l’humus, lo spirito dell’uomo.

Redazione: Di Marino, nel suo libro viene apparentemente demonizzata la Tecnologia. Molti scienziati sociali e politici, Claudio Risé per esempio, osservano però che ad esempio lo sviluppo di Internet e delle reti di comunicazione ha giocato invece a favore della rinascita delle consapevolezze. Uno importante è il caso delle identità etniche. Cosa ne pensa?

Di Marino: E’ vero. Lei immagini la tecnologia come un treno in corsa. Il fatto che il treno vada fuori strada o verso casa dipende da molti fattori ma soprattutto da…chi lo guida.