Seicento negli ultimi dieci giorni, il volontariato cattolico lancia l’allarme


12 agosto 2002

di Giacomo Galeazzi

ROMA. L’assedio delle carrette del mare. Oltre 600 clandestini sbarcati sulle coste italiane negli ultimi dieci giorni, un esodo di dimensioni allarmanti che trova nella Sicilia, nella Calabria e nella Puglia i porti prescelti dai “trafficanti d’uomini”. Un esercito di irregolari cui vanno aggiunti i clandestini che a centinaia riescono a raggiungere l’Italia senza essere bloccati dalle forze dell’ordine. Viaggi della speranza iniziati in Marocco, Pakistan, Iraq e numerosi altri paesi del Terzo Mondo. La mappa degli ultimi sbarchi include Lampedusa, Otranto, Crotone, Pozzallo, in provincia di Ragusa (sede di un grande centro di prima accoglienza di Pozzallo), Selinunte, frazione balneare di Castelvetrano di Trapani.

«Gli sbarchi continuano senza sosta - afferma Giannicola Sinisi della Margherita - su scala europea l’Italia è l’avversario più debole nella lotta all’immigrazione clandestina. Non resta che prendere atto dell’inefficienza dell’azione di contrasto alla clandestinità fin qui condotta».

Gli extracomunitari viaggiano a bordo di motopescherecci privi di immatricolazione e senza bandiera. Quelli approdati in Calabria finiscono in genere nel campo profughi Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto. Il copione è lo stesso ogni volta. Le imbarcazioni vengono avvistate a una ventina di miglia dalla costa, vengono raggiunte dagli agenti che trasbordano i clandestini sulle motovedette mentre un rimorchiatore aggancia il peschereccio e lo traina in porto. I componenti dell’equipaggio vengono processati per direttissima e, molte volte, ottengono la sospensione condizionale della pena e finiscono anch’essi nei centri d’accoglienza.

«Sono dei lager come quello di Lampedusa», denuncia la delegazione di Rifondazione comunista che ha compiuto un sopralluogo nell’isola delle Pelagie, dove negli ultimi mesi sono stati accolti centinaia di clandestini sbarcati dalle carrette del mare. Un’ispezione che ha rilevato condizioni di vita disumane ed è sfociata in una interpellanza urgente alla Camera dei deputati. Decine di associazioni denunciano l’assenza di interpreti, di figure di mediazione e di materiale informativo. Circostanze che, assieme all’impossibilità di comunicare con l’esterno, impediscono agli extracomunitari il tempestivo accesso alla procedura di asilo e all’effettivo esercizio del diritto di difesa.

Nel mirino, in particolare, il modello di struttura massificante nella quale in tre giorni gli operatori sono tenuti a decidere la sorte degli sventurati, senza poter fare reali distinzioni fra chi ha diritto a richiedere asilo perché fugge da sistematiche violazioni dei diritti umani e chi deve essere rimpatriato all’istante.

Una realtà da incubo, nella quale si moltiplicano gli abusi denunciati da numerose Onlus cattoliche, tanto da far discutere il mondo ecclesiale sull’opportunità o meno di mantenere una cospicua presenza di sacerdoti e religiosi in strutture «tanto lontane dalla solidarietà predicata dalla Chiesa», come testimoniato da volontari della Caritas.

Ne è un tragico esempio la «galera dei clandestini» di contrada San Benedetto, nell’agrigentino, dove, fra cemento e filo spinato, vengono isolati i disperati scaricati a terra dagli scafisti. Una struttura in tutto simile a una galera fuorché nella frequenza con cui da essa si evade. Quattro, cinque tentativi di fuga. A volte chi scavalca il muro grigio di quattro metri e il cancello metallico viene ripreso dalla polizia.

Delinquenti e persone spinte ad emigrare illegalmente dalla miseria vivono nello stesso squallore e tra loro neppure si capiscono. Parlano lingue diverse provengono da aree lontane (Nordafrica, India, Africa nera, Balcani)e bivaccano in stanzoni ricavati in ex capannoni industriali, coi letti inchiodati al pavimento e le panche in cemento per impedire che vengano usati come oggetti contundenti.