Quel liberaldemocratico di Rosselli

Da "Mondo Operaio" - Trimestrale socialista

di Andrea Millefiorini

Dopo il bel libro di Peppino Fiore (Casa Rosselli), un altro editore, Boringhieri, pubblica una monografia su una delle figure più grandi dell’antifascismo e del socialismo europeo. L’autore è Stanislao Pugliese, storico italiano che insegna negli Stati Uniti, e che ha contribuito a far conoscere – anche in quel Paese – l’importanza di Rosselli nel panorama della lotta politica in Italia e in Europa a cavallo tra le due guerre mondiali.
Il lavoro di Pugliese è di sicuro interesse, poiché traccia un quadro della vita di Rosselli nel quale sono ben contemperati sia gli aspetti legati all’azione e alla lotta politica, sia quelli relativi al suo pensiero politico.
Rosselli è stato una figura unica nel socialismo italiano ed europeo. E lo è stato in quanto non è assimilabile a nessuna delle correnti che hanno animato questo grande movimento dei secoli XIX e XX. Non è assimilabile al pur glorioso riformismo di Turati, in quanto egli ne criticò apertamente un eccessivo positivismo che troppo spesso – a suo avviso – si tramutava in attendismo e in mancanza di azione. Che era, del resto, la stessa critica rivolta alla corrente massimalista del partito, sebbene Rosselli fosse pienamente consapevole dell’enorme differenza culturale che correva tra le due anime del Psi di allora, e sentendosi ovviamente ben più vicino alla prima che alla seconda.
Ma il suo pensiero non è assimilabile neppure alla socialdemocrazia di matrice bernsteiniana, poiché per Rosselli il socialismo era “liberalismo in azione”. Ora, se c’è un punto che le grandi socialdemocrazie europee hanno probabilmente mancato di approfondire, e di riconoscere con più convinzione e risolutezza tra i grandi valori della propria cultura politica, questo è stato appunto il concetto di liberalismo, sul quale i partiti socialdemocratici hanno spesso mostrato atteggiamenti – diciamo così – controversi.
In realtà, la traiettoria politica dell’autore del Socialismo liberale potrebbe forse essere accostata, in alcuni aspetti, all’esperienza del laburismo inglese, e probabilmente quello è il movimento al quale la sua opera e il suo pensiero si sono maggiormente avvicinati. E tuttavia, resta in ogni caso un’unicità del pensiero politico rosselliano, che si è poi naturalmente riprodotta nell’unicità della sua più famosa creatura politica: il movimento di Giustizia e Libertà. La forza di GL – nelle parole di Rosselli – stava nella sua capacità di riuscire a “creare un tipo nuovo di movimento, assai aderente allo spirito italiano e alle necessità della situazione; un movimento nel quale si combinano organicamente un virile realismo rivoluzionario e la passione romantica. Senza questa passione travolgente nulla si fa di serio, di durevole, nella vita, nulla”.
Bene ha fatto, dunque, Pugliese a sottolineare ripetutamente la assoluta centralità del valore dell’azione in Rosselli. Il quale raccoglieva così, con la sua persona, il testimone di Giuseppe Mazzini e del suo pensiero e azione.
Se infatti Rosselli affermò più volte la sua fiducia nel volontarismo, ciò non significa che egli esaltasse l’azione alla cieca. “Odio – scrisse – l’azione cieca, l’azione bruta, l’azione non assistita dalla ragione e non illuminata dalla luce morale. Non vorrei davvero che per reagire al cerebralismo e all’accademicismo si cadesse nell’eccesso contrario”. Che era, poi, quanto accaduto alla società europea degli anni trenta, la sua “malattia dello spirito”. Tra tutti i nuovi leader partoriti dall’Europa di quel periodo, che contestavano con forza il modello culturale e politico sino allora affermatosi, da Sorel a Mussolini, da Pelloutier a Lenin, da Gramsci fino a Hitler, Rosselli fu certamente tra i pochi, se non l’unico, a comprendere che l’Europa avrebbe potuto superare la sua crisi morale, politica, economica e culturale né ritornando a ormai improponibili modelli pre-bellici, né tantomeno gettandosi in avventure dal sapore tardo-romantico, grettamente vitalista, come erano quelle che proponevano i vari Sorel e compagnia, avventure che portarono l’Europa alla catastrofe. Ed è per questo che Rosselli si inserisce anche nel filone che prosegue le orme dei riformatori illuminati del ‘700. In lui la ragione non si eclissò mai, come accadde invece a quei signori poco sopra citati.
Pugliese ci ricorda inoltre quale importanza ebbe, nella sensibilità politica rosselliana, il rapporto con la storia d’Italia e con il Risorgimento. Nel fondatore di GL è sempre stata più che mai viva la consapevolezza che i valori più positivi della cultura politica italiana si fondavano sull’esperienza del Risorgimento, del quale egli conosceva benissimo luci ed ombre, ma nel quale si riconosceva, poiché anch’egli, figlio della sua epoca, era e si sentiva comunque un romantico. Ma romantico non alla Sorel. Romantico alla Rosselli. Secondo lui – scrive Pugliese – “i capi del Risorgimento popolare, tra cui Mazzini, Garibaldi, ecc., avevano sempre sottolineato che il problema dell’unificazione era intimamente connesso con le questioni della libertà e della trasformazione sociale, una trasformazione che doveva essere operata dagli stessi italiani, e non limitarsi al rovesciamento di una servitù politica a favore di un’altra”. E pensare che sempre in quegli anni c’era chi, come Togliatti, sosteneva che “l’esaltazione della libertà in generale” era “impresa reazionaria” (p. 156), e che una vera rivoluzione antifascista non poteva che essere una rivoluzione “contro il Risorgimento”.
Ma cos’era il socialismo per Rosselli? Cosa vedeva l’uomo democratico in questa idea? Anche qui, per rispondere dobbiamo rifarci a quella fondamentale concezione dell’agire, dell’azione, che ha contraddistinto tutto quanto egli disse, scrisse o fece. Il socialismo fu per lui un modo di agire per realizzare la giustizia. In ciò, il suo pensiero viene giustamente accostato, da Pugliese, a quello di chi professava in quell’idea prima di tutto un ideale etico. Rosselli si scagliò sempre contro le declinazioni scientifico-positiviste del socialismo. “Il socialismo – scrisse – non è né la socializzazione né il proletariato al potere e neppure la meteriale eguaglianza. Il socialismo, colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva dell’idea di libertà e di giustizia tra gli uomini; (…) sforzo progressivo di assicurare a tutti gli uomini una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alle schiavitù del mondo materiale e dei materiali bisogni”. Per Rosselli il socialismo liberale non era che una variante dell’umanesimo. “Il socialismo liberale – scrive Pugliese – si fondava su una premessa immutabile, una premessa negata dal marxismo e dalle altre varianti del socialismo, ossia che gli esseri umani possiedono la capacità (…) dell’ ‘agire morale’ ”. Donde la critica all’economicismo di Marx. Psicologicamente parlando, “l’uomo di Marx non è che l’homo oeconomicus di Bentham”.
È dunque questo ripetuto accento posto da Rosselli sulla possibilità, presente in tutti gli uomini, di esprimere e realizzare la propria libera volontà, intesa nel senso più ampio, non solo economico, che differenzia il pensiero dell’agitatore fiorentino da quello di altri suoi contemporanei. Il fatto cioè che alla base, in partenza, qualunque approccio all’analisi sociale e politica di una collettività, e qualunque progetto di rinnovamento sociale, debbono sempre e comunque partire da quell’assunto fondamentale. Ciò può forse apparire una considerazione banale, ma, a guardar bene, si tratta di un a priori che è comunque mancato in tanti, se non nella maggior parte, dei progetti politici che hanno accompagnato il Novecento nell’Europa continentale.
Naturalmente, ed è forse questo il punto più vulnerabile del pensiero politico di Rosselli, c’è chi potrebbe obiettare che nel lessico simbolico-identitario della sua progettualità politica, espressioni come “socialismo liberale”, o la stessa “giustizia e libertà”, possono significare molto, come possono significare poco. Si tratta cioè di espressioni la cui condivisione non costa nulla, ma che vanno però riempite. E nel momento in cui le si riempie, vengono immediatamente collocate nel contesto storico di colui che effettua quel “riempimento”. Rosselli le riempì negli anni trenta e quaranta, e dunque non è detto che il senso e il significato che per lui avevano quei termini, negli anni trenta e quaranta, debba essere lo stesso che ha per noi nei primi anni del nuovo millennio.
Sforziamoci allora di ricercare quali sono i principali contenuti ancora oggi in grado di assumere una valenza positiva, capaci cioè di essere assimilati entro confini riconoscibili e collocabili nella dimensione politica e sociale dell’oggi.
Rosselli – scrive Pugliese – ebbe il merito di evidenziare, prima ancora di Croce, la non perfetta coincidenza di due termini fondamentali del lessico politico dell’Ottocento e del Novecento: liberalismo e liberismo. “Rosselli sostenne che non esisteva un nesso diretto tra le politiche economiche del liberismo e le libertà difese dal liberalismo politico”. Non necessariamente, cioè, la difesa delle libertà economiche significa automaticamente difesa delle libertà politiche. Capita anzi, e lo si può constatare benissimo anche oggi, che i pur meritevoli impulsi dei governi ad accrescere le libertà economiche si traducano, almeno in una prima fase, in un incremento delle disuguaglianze politiche e/o sociali. Il liberalismo per Rosselli era un metodo, più che un sistema. Le condizioni economiche possono infatti mutare. Periodi nei quali sono auspicabili politiche economiche di un certo tipo, possono poi dover lasciare il passo a periodi nei quali necessitano politiche economiche di altro tipo, che non vanno nella stessa direzione delle precedenti.
Ciò che invece costituisce per Rosselli la vera essenza del liberalismo è il concetto di legalità. Per lui – continua Pugliese – “il metodo andava inteso come un insieme di norme che stavano alla base della civiltà europea, e funzionavano come l’insieme delle regole del gioco che assicurava la legalità. In breve, il liberalismo come metodo era, per il capo di Giustizia e libertà, ‘il minimo comune denominatore della società civile’”.
È proprio nella concezione che Rosselli aveva del liberalismo, che possiamo poi evidenziare un secondo elemento di indubbia attualità del suo pensiero: il movimento e l’emancipazione delle masse. Egli scriveva che “un liberalismo che non si innesti su un moto concreto di masse, che non informi gradualmente del suo spirito le folle, che non cerchi di conquistare le forze che esprimono e compiono di fatto – magari inconsapevolmente – una funzione liberale nella società, è una pura astrazione”. Questa fu la grande intuizione di Rosselli, ancora oggi tutta da conquistare. Per lui, il socialismo liberale o era agito dalle masse e per le masse, o non era nulla. Ma le masse, in sé, non sono nulla. La massa deve emanciparsi e divenire un insieme di individui, e ciò può farlo solo se è in grado di assimilare davvero una cultura politica liberale e democratica. Qui sta la grandezza di Rosselli. L’aver cioè proposto, come obiettivo politico fondamentale, l’emancipazione e la liberazione delle masse attraverso il metodo e l’etica liberaldemocratica.
Rosselli può dunque essere definito come uno dei più acuti e originali pensatori politici della liberaldemocrazia.


Stanislao G. Pugliese, Carlo Rosselli. Socialista eretico ed esule antifascista, Boringhieri, Torino 2001