Gli assassini sono tanto di moda
1 settembre 2002
di Barbara Spinelli
In un articolo pubblicato sul sito Internet di Comunautilus, in Francia, Paolo Persichetti si indigna per come sono andate le cose dopo gli anni di piombo: la vita politica dominata dal paradigma penale, la storia italiana trasformata in romanzo poliziesco, la protesta sociale travolta da una battaglia contro Berlusconi erroneamente incentrata su giustizia e stato di diritto, i movimenti no-global che «confondono la non-violenza con il rispetto pedissequo del codice penale».
Ancor oggi Persichetti non giudica illegale la propria estradizione e il proprio arresto, avvenuto sabato 24 agosto a Parigi, ma ritiene del tutto assurda la strategia delle autorità italiane: lui non ha nulla a che fare con il nuovo terrorismo e con l’uccisione di Biagi - assicura - e dunque la sua cattura è non solo politica ma completamente insensata. Lui fa parte di un mondo finito, chiuso, che non ha incidenza alcuna sul tempo presente: gli anni italiani del terrorismo brigatista appartengono a una storia di cui non esistono più responsabili e di cui lui, comunque, non si sente oggi colpevole, se mai si è sentito colpevole.
Non è il primo a ragionare in questa maniera, in Italia: anche gli eredi di Salò, trasfigurati dall’aureola di vinti della storia, si adoperano perché il giudizio su di loro si basi sul mutamento dei rapporti di forza anziché su un’analisi di quel che è giusto o ingiusto. Forse per questo non sono vissute come storie personali, quelle dei condannati per terrorismo che hanno trovato accoglienza nella Francia di Mitterrand. Sono storie di un’epoca, un clima. Interrogata da «Repubblica», una fuggitiva che presenta se stessa come esule si rammarica che l’Italia non abbia «mai voluto voltare questa pagina della sua storia», e dichiara che la sua è «una storia collettiva, finita vent’anni fa».
Non così per chi da quella storia collettiva è stato colpito a morte o che ne riporta ferite indelebili: per la vittima, il responsabile non è un collettivo, non è una «pagina della storia», non è un’astrazione. L’essere umano che è stato ucciso è una persona in carne ed ossa, e persone in carne ed ossa sono anche coloro che hanno sparato. È quanto ricorda un attore non marginale della vicenda: la vedova del generale Licio Giorgieri, assassinato con cinque colpi di pistola il 20 marzo 1987 da un commando di Unità comuniste combattenti, commando di cui Persichetti è stato giudicato parte integrante.
Nello stato di diritto questo è il ragionamento che conta: imputabile è la persona, e solo quest’ultima può essere trascinata in tribunale e condannata se le prove sono contro di lei. Non sono processabili né le idee, né le nazioni o la storia in quanto tali. Non è processabile neppure il senso di colpa dell’imputato, perché se il procedimento penale volesse fondarsi su di esso si condannerebbero innocenti di fatto o si assolverebbero colpevoli amorali. Quel che conta, per la giustizia, non è il sentimento ma è l’attribuzione della colpa: concetto fondamentale, quest’ultimo, della civiltà giuridica e assai diverso dal sentimento.
Gli ex terroristi sembrano giudicare il proprio operato basandosi sul senso di colpa - un senso che non provano più - ma la legge è fatta per non esser soppiantata dagli stati d’animo. Chi ha senso di colpa cerca di liberarsene, elabora una sorta di lutto, e alla fine del percorso sopprime l’essenziale: il fatto avvenuto nel concreto, il lutto effettivo inferto alla famiglia dell’ucciso. Questo manca negli ex terroristi e in chi non condanna esplicitamente la violenza politica. Manca la consapevolezza che il loro non è il destino di un banco di aringhe, ma di singole persone dotate di una coscienza, di un passato che non si può cambiare come fosse una vecchia maglietta, per il semplice fatto che l’esistenza passata è fatta di uomini e azioni, non solo di idee e movimenti fugaci.
Dicono i compagni italo-francesi di Persichetti che l’ex rivoluzionario si era ormai perfettamente inserito nella società francese, che pagava le tasse come tutti noi. Ma questo anche un assassino comune lo può. Dicono i colleghi universitari in Francia che era un ottimo professore, stimato da insegnanti e studenti. Era un cittadino modello, come molti fuggitivi che non esitano a definirsi esuli, quasi fossero scampati a un regime totalitario. E certamente è lodevole il loro cambiamento esistenziale, il loro reintegrarsi in una società - la società borghese - che tanto avevano esecrato e che spesso esecrano ancora, ma senza più ricorrere alla violenza.
Pagare le tasse o le multe tuttavia non cancella la colpa per l’atto commesso, né la condanna emessa da tribunali. Si può ricorrere all’appello o sperare in un’amnistia, un indulto. Ma il fatto di sangue resta incontrovertibile, e di questo ciascuno dei condannati è pur sempre chiamato a rispondere non in quanto collettivo, ma personalmente. Dice ancora la fuggitiva interrogata da «Repubblica» che «voler mescolare i fuorusciti agli ultimi attentati in Italia è una cosa disgustosa.
Quando siamo invece l’esempio del reinserimento sociale, abbiamo un permesso di soggiorno e non abbiamo mai preso neppure una multa». Questo era stato il criterio di François Mitterrand, quando nell’aprile 1985 enunciò la sua dottrina sulla non estradizione dei condannati italiani che avessero mostrato di voler cambiare vita: nessuno sarebbe mai stato consegnato alle autorità italiane, «qualunque fosse stata la decisione dei tribunali francesi», dal momento che i fuorusciti avevano «rotto con la macchina infernale in cui erano caduti e affrontavano una seconda fase della loro vita inserendosi nella società francese, sposandosi, fondando famiglie, trovando un mestiere».
Quel che stupisce, qui, non è l’intesa fra due governi europei di centro-destra attorno alla questione del terrorismo: intesa non inopportuna, all’indomani dell’11 settembre. Stupisce la lunga devozione francese a un principio difficilmente difendibile sul piano legale, etico-politico, e della solidarietà giuridica europea. L’Italia conta molti morti e feriti, per mano terrorista. Conta anche molti sopravvissuti, parenti di chi è stato ucciso dalle Brigate rosse. Per costoro è finita in sangue, la storia del terrorismo.
Il cupio dissolvi descritto dall’ex brigatista Enrico Fenzi - l’improvvisa scoperta che l’esperienza delle Brigate rosse «non fu un inizio rivoluzionario ma un tracollo», che la loro sconfitta coincise con il crepuscolo mondiale del comunismo - è qualcosa che lascia indifferenti vittime e parenti delle vittime (cfr. Enrico Fenzi, «Armi e Bagagli», Milano 1998, p. 216 ss). Poco importa, dal loro punto di vista, che il comunismo fosse vivo o esaurito: la sola cosa che rammentano è la morte violenta, che persone senz’armi hanno dovuto subire ad opera di questo comunismo in via di estinzione. La sola cosa di cui si lamentano è che la giustizia tardi tanto, a essere fatta.
E che il cosiddetto dibattito politico sommerga quelli che restano nudi fatti di orrore omicida. La giustizia tarda a venire per molti, e questo voltar pagina non è proprio soltanto di chi fu terrorista o di chi mostrò indulgenza verso il terrorismo. È proprio delle élite politiche, di quelle culturali, di quelle giornalistiche, che circondano tanti fatti del nostro passato e tante distorsioni presenti con una cintura fatta di neutralità, di indifferenza compiacente, di svilimento di ciò che costituisce reato. L’Italia è un paese che tende a non fare i conti con la propria storia e che neppure sa chiuderla con i necessari riti di passaggio: disinvoltamente, usa lasciarli in sospeso.
Gli ex terroristi lo sanno, e ne profittano. Vorrebbero apparire diversi, ma non sono che il sintomo di una malattia nazionale. Hanno imparato dagli epigoni di Salò, dai complici di innumerevoli crimini di mafia, da chiunque ha mostrato disprezzo per i limiti della legge, per il modus iuris, e non ha mai pagato per questo disprezzo. Sono figli non di un paradigma penale ma di un paradigma dell’impunità, e per questo la vedova Giorgieri appare così abissalmente sola, anche quando le televisioni corrono, per l’occasione, a interrogarla.




Rispondi Citando