Vi propongo questo eccezionale articolo di Alberto Mingardi tratto da Libero del 26 luglio 2002. Buona lettura.

"Reazionario" : sta tutto qui, in questa parolina che è un grido di battaglia, Giovannino Guareschi. Best-seller perpetuo nelle librerie italiane, di Giovannino s’è scritto tanto e s’è detto di più, sappiamo del suo guzzino e delle sue traversie giudiziarie, ci siamo innamorati del suo parlar chiaro e della sua passione limpida per le cose semplici. Mancava, però, una tessera del puzzle. Una tessera sapientemente nascosta, neanche occultata: lasciata lì, in disparte, come fosse di importanza scarsa o nulla. A rispolverarla, ci pensa un foglio clandestino o quasi, "Sodalitium", rivistina sincera dell’omonimo Centro Librario. Realtà cattolicissima, eppure (loro direbbero: proprio per questo) critica, ipercritica nei confronti della Chiesa post-conciliare.

Ad ogni modo, è sull’ultimo numero di tale pubblicazione, ortodossa e arrabiata assieme, che don Ugolino Giugni ripesca certe lettere a don Camillo (firmate dal suo estroso autore) e i ritrattini della famiglia Bianchi, originariamente apparsi sul "Borghese" negli anni Sessanta. L’obiettivo polemico di Guareschi, stavolta, non sono i sindacati o i rossi trinariuciti, niente bottiglie travestite da corazzieri, nessuna sciabolata alla scuola pubblica o a certi referendum dall’esito programmato.

Nel mirino, invece, la Chiesa – la sua Chiesa, diremmo, amata d’amore intenisissimo. Ma un sentimento sofferto, nel momento in cui si consuma la grande svolta, si abbandona la funzione in latino, cominciano "le messe yé-yé", l’altare si riduce a "una proletaria tavola" e il Papa celebra accanto a un Cristo "tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni". Papa Giovanni volle che la "sposa di Cristo potesse mostrare il suo volto senza macchia né ruga": eppure, così faccendo, spiazzò forse proprio quegli uomini dalla fede semplice e robusta, sicuri che "il dolce, eternamente giovane volto della Sposa di Cristo potesse mai mostrare macchie o rughe".

Non sta a chi scrivere, cattolico così così, pronunciarsi su chi ha ragione e chi ha torto, azzardare un casché nel tango furioso del modernismo e della tradizione. Però Guareschi. Però Guareschi tocca e commuove, riuscendo a essere reazionario nella fede come nella politica, e come tutti i reazionari lo si scopre di una contemporaneità straziante. "Vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino!": e ai lettori di oggi sembrerà classismo, conservatorismo un tanto al chilo, la difesa strampalata di una Chiesa "chiusa", incapace perfino di farsi capire dal mondo. Forse. Ma poi leggi Guareschi, e capisci che le sue parole sono assieme quelle dei colti che sanno scrutare negli anfratti profondi della dottrina e quelle delle beghine, dalla fede grezza epperò pura, purissima. C’è più di un pizzico di verità nelle parole di Gypo Bianchi che teme di ritrovarsi "sul pulpito, un funzionario della Federazione socialista". Come quel don Giacomo, che abita non solo le pagine di Guareschi ma chissà quante parrocchie, pronto a spiegare che "soltanto il povero conosce cos’è il bene ed il male perché è vittima dell’ingiustizia ed è assetato di giustizia". "Gesù capiva il popolo perché era figlio di un povero operaio".

E poco importa che studiosi ferrati ci abbiano spiegato (come ricorda Vittorio Messori, nel suo "Confessione") che Giuseppe era tékton, cioè più che operaio imprenditore. Poco importa che non serva essere esegeti dei Vangeli per convenire che "Gesù è qualcosa più d’un povero operaio", se no sarebbe Cipputi. Poco importa perché certi pregiudizi sono ancora tra noi, e diciamo la verità, quando uno intravede in televisione il volto di Don Vitaliano, il dubbio gli viene che le ragioni della Messa in italiano si riducano al fatto che "oltre al resto, i preti nuovi che devono studiare Carlo Marx, Lenin e Stalin eccetera, non hanno tempo da perdere per imparare il latino".

Come reazione innanzi ai preti che predicano l’esproprio proletario e marciano fianco a fianco coi teorici (e i pratici) dell’amore libero. Come reazione ai sacerdoti no-global e quelli che in pellegrinaggio vanno al Leoncavallo. Come sfottò ai Vitaliano, ai Gallo, a chi al tabarro ha sostituito la kefiah e al breviario il "Capitale", come si fa a non fare il tifo, assieme a Guareschi, per i pasdaran della tradizione della scuola di "Sodalitium", insomma per quanti si fanno "portare fuori strada da quell’altro tizio che s’è fatto inchiodare sulla croce (i soliti estremismi)". "Noi vecchi preti", sospira quello che per i più è ormai l’alter ego letterario di Fernandel, "abbiamo ancora la fissa dei comandamenti". Cercasi Don Camillo disperatamente.