E' un articolo vecchio di qualche mese, ma pur sempre interessante, che credo possa farci riflettere sul nuovo corso della Russia di Putin e Medvedev, al di là degli affari - puliti o sporchi che siano - e dei compromessi.
Eurasia, Terza Roma, o Terzo Occidente? Se a Mosca torna l'«ideologia»
di Andrea Forti
domenica 25 gennaio 2009
La gravissima crisi economica internazionale, che ha toccato anche la Federazione Russa, particolarmente colpita dal crollo dei prezzi del greggio, ha fatto riscoprire presso l'establishment di Mosca il bisogno di un'«ideologia», intesa ovviamente non come apparato dogmatico, quale era l'ortodossia marxista-leninista dei tempi sovietici, ma come una visione del mondo condivisa che dia un senso alla vita nazionale, un «voler essere qualcosa» che preceda come condizione necessaria l'«essere qualcosa». In questi ultimi mesi abbondano i seminari e le attività culturali sponsorizzate dal partito Russia Unita, o da altre fondazioni vicine al governo, dedicate all'individuazione di una «ideologia nazionale» che consenta alla Russia di superare il grave momento di crisi che sta attraversando e di mantenere la propria specifica «forma» nazionale e culturale. In uno di questi ultimi incontri, organizzato il 30 dicembre dell'anno appena trascorso dal Club Statale Patriottico di Russia Unita, è emersa la consapevolezza che, per superare la crisi «il paese ha bisogno di un'ideologia di speranza e di forza spirituale, di una mobilitazione generale... e di investimenti nella cultura nazionale».
Questo ritrovato interesse per la dimensione ideale della politica coincide con un momento critico dell'economia mondiale, che rischia di mettere in forse quello che era stato il vero pilastro della politica di rinascita nazionale di Vladimir Putin: la crescita economica. Se la Russia non riuscisse a mantenere gli elevati tassi di crescita sostenuti fino al 2008, si indebolirebbe la ragione principale dell'elevata popolarità del sistema di governo di Putin-Medvedev, che si fondava appunto sulla promessa, in parte mantenuta, di sollevare la Russia dal disastro degli anni '90; per questa ragione ora più che mai il paese ha bisogno di una nuova ideologia nazionale, di un soft power che arricchisca di contenuti l'hard power della potenza militare ed energetica.
Per quanto un certo tipo di informazione ci abbia erroneamente abituati a pensare il contrario, l'«era Putin» non ha coinciso con il ritorno del nazionalismo russo, e questo non perché il potere non utilizzi una certa dose di retorica nazional-patriottica ma perché, a ben vedere, il nazionalismo russo non se ne era mai andato, neppure durante i disastrosi anni di Eltsin (si veda la prima guerra in Cecenia, l'opposizione alla guerra del '99 contro il Kosovo e la sistematica opposizione in sede Onu alle sanzioni all'allora Iraq di Saddam). Il nuovo corso di Putin - riorganizzazione economica e pugno di ferro - ha certamente aumentato nei russi l'orgoglio per il proprio paese, ma difficilmente si potrebbe dire che ha esacerbato il loro nazionalismo, anzi, tutt'altro: nella nuova Russia sicura di sé e del proprio ruolo internazionale l'appoggio elettorale a formazioni ultranazionaliste è scemato rispetto agli anni '90, quando la prima forza politica del paese erano i nazional-comunisti di Zjuganov, ora ridotti all'opposizione e alla marginalità politica.
Quello che, secondo molti intellettuali, a partire dal compianto Alexandr Solzhenitsyn, è mancato nella rinascita russa degli ultimi anni, è proprio un'idea nazionale, da non confondere con la retorica nazionalista, che fosse in grado di dare una forma a una crescita economica niente affatto scontata e che soprattutto risultasse più efficace della vaga definizione di «democrazia sovrana» data dal consigliere presidenziale Vladislav Surkov all'attuale sistema politico russo.
La nuova «ideologia nazionale» di cui si dibatte in questi ultimi anni prende necessariamente le mosse dalla natura fondamentalmente eurasiatica della Russia, dalla sua posizione cioè di paese slavo ortodosso, e quindi europeo, ma di fatto esteso fino ai confini della Cina e dell'Asia Centrale. Negli anni '90, all'indomani del crollo dell'Urss, andò per la maggiore il cosiddetto neo-eurasismo, quella visione, impersonata da intellettuali come Alexandr Dugin, che concepisce la Russia come civiltà autonoma tanto dall'Asia che dall'Europa, vista sopratutto quest'ultima come inevitabilmente e radicalmente estranea al carattere nazionale russo; secondo gli eurasisti radicali la Russia dovrebbe allontanarsi dall'Europa per stringere un'alleanza con le nuove potenze asiatiche come l'India e la Cina, spostando ulteriormente ad Oriente la prospettiva eurasiatica.
Questa visione, seppur ancora presente in determinati circoli nazional-comunisti, è in questi ultimi anni piuttosto in crisi, visto il fatto che se è vero che la Russia non è un paese interamente europeo, è altrettanto vero che l'alterità rispetto all'Asia è ancora più radicale e che la Russia deve affrontare, oltre alle pressioni statunitensi, anche quelle della Cina, che con il suo dinamismo economico e demografico rischia concretamente di conquistare, con investimenti e immigrazione, l'estremo oriente siberiano. L'opzione eurasiatica mostra tutti i suoi limiti se pensiamo che le stesse potenze asiatiche (Cina e India) non sono assolutamente disposte a rinunciare agli ottimi rapporti, economici, politici e persino militari, che intrattengono con gli Usa per costruire fumosi progetti eurasiatici, specialmente ora che la nuova amministrazione Obama sembra interessata ad approfondire la dimensione «oceanica» (del Pacifico) degli Stati Uniti intensificando i rapporti con la Cina e l'Asia in generale.
Le concezioni oggi prevalenti presso gli ideologi vicini al potere, o comunque di orientamento nazional-conservatore, rigettano tanto l'occidentalismo, associato ai fallimentari anni '90, che il neo-eurasismo, preferendo parlare della Russia come di un'autonoma civiltà basata sulla propria identità slava e cristiano-ortodossa ma non per questo aliena all'Europa. Secondo alcuni di questi ideologi, come Arkadij Maler del circolo Severnyj Katekhon (Katechon del Settentrione), la Russia non solo non deve «perdersi» nell'Asia, come vorrebbero i neo-eurasisti, ma rappresenta al contrario la «vera Europa», dopo che quella occidentale romano-germanica ha abdicato a se stessa disperdendosi nel mare della globalizzazione «anglosassone».
Secondo un altro intellettuale russo vicino al Cremlino, Vitalij Tret'javov, la Russia rappresenta addirittura il terzo polo dell'Occidente, dopo l'Europa e l'America vista come emanazione europea (Usa e Canada), ed è solo riconoscendo questo ruolo di «Terzo Occidente» alla Russia, senza isolarla o cercare di assimilarla, che l'Occidente potrà salvarsi dalla decadenza.
Segej Karaganov, accademico e presidente del Praesidium del Consiglio per la politica estera e di difesa, individua nella cooperazione, specialmente economica, con l'Asia un elemento essenziale per la politica russa, che comunque non deve perdere di vista il fatto che «non esiste... alternativa all'avvicinamento politico e sociale all'Europa, culla di quanto vi è di meglio nella civiltà russa... Senza l'Europa non saremmo russi e perderemmo la nostra identità».
Anche gli ambienti intellettuali e politici vicini al Cremlino si stanno evidentemente accorgendo che le sfide a lungo termine che deve affrontare la Russia sono le medesime dell'Europa, e cioè la necessità di arginare il declino politico, economico e persino demografico di fronte alle sfide lanciate dalla ben più dinamica Asia e dal «new deal» della nuova amministrazione americana, che prevedibilmente rafforzerà la partnership sino-americana a scapito del Vecchio Continente. Lo sciovinismo anti-euopeo (speculare alla russofobia) o le illusioni solipsistiche neo-eurasiatiche, per quanto possano affascinare, non porteranno alcun vantaggio né alla Russia né all'Europa, e di questo ne hanno preso coscienza tanto le leadership russe che governi europei come quello italiano, in prima fila da anni nel riannodare quegli antichi legami intercontinentali che neppure il totalitarismo comunista è riuscito evidentemente a obliare.
In questa particolare congiuntura assume un importante significato l'esortazione del presidente Berlusconi al neo-eletto Barack Obama di includere la Russia nel sistema di governance globale, una necessità per l'Europa, e per il suo futuro, prima ancora che per la Russia.
Ragionpolitica - Eurasia, Terza Roma, o Terzo Occidente? Se a Mosca torna l'«ideologia»




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