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  1. #1
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    Talking Bush isolato. Mosca e Baghdad, accordo economico da 60 miliardi di dollari

    di red.

    Bush sempre più solo. Oltre alle proteste per lo spettro della guerra in Iraq, arrivate da molti alleati Usa, ora c'è la notizia che Mosca e Baghdad firmeranno presto un accordo economico del valore di 60 miliardi di dollari e della durata di dieci anni. Lo hanno rivelato oggi esponenti iracheni e russi. La notizia magari non è rilevantissima dal punto di vista economico ma il segnale che manda è inequivocabile: i legami tra i due paesi si stanno rafforzando proprio mentre gli Stati Uniti si stanno preparando ad attaccare Baghdad. La decisione di questo nuovo accordo economico con l'Iraq dimostra che Mosca ha deciso di non abbandonare il suo vecchio alleato, nonostante gli Usa stiano cercando di isolare il paese arabo.

    L'accordo economico prevede la cooperazione nel commercio del petrolio, dell'energia elettrica, nella chimica, nella costruzione delle strade e nell'irrigazione. Già durante l'epoca sovietica Mosca ha aiutato Baghdad a dotarsi delle infrastrutture per un'economia moderna.

    Difficile dunque che Bush convinca l’amministrazione russa a intraprendere una guerra a loro fianco. Del resto la Russia negli ultimi tempi ha continuato a stringere rapporti con i paesi appartenenti a quello che l’America chiama “Asse del male”, vale a dire Iran, Iraq e Corea del Nord. Nonostante l'amicizia che lega il leader russo Vladimir Putin al presidente Usa George Bush e il sostegno di Mosca alla guerra contro il terrorismo, la Russia nell'ultimo mese ha lavorato per incrementare la collaborazione con l'Iran in campo nucleare. Questa settimana il leader nord-coreano Kim Jong è stato invitato in Russia. In questo momento ben pochi paesi possono vantare maggiori interessi della Russia in Iraq. «La Russia è stata, è, e sarà il nostro partner principale - ha dichiarato Abbas Khalaf, ambasciatore iracheno a Mosca - e ciò di cui abbiamo bisogno da Mosca è un sostegno morale, politico e diplomatico». Di fatto le dichiarazioni americane contro Baghdad hanno provocato reazioni negative in Russia, il che lascia presagire che Mosca farà di tutto per fermare la guerra.

    Non si prospetta dunque un futuro roseo per i piani dell’amministrazione Bush, che spera forse in una guerra in Iraq per risollevare le sorti dell’economia Usa. Ma ad opporsi ora c’è anche la Germania. È diventato un caso diplomatico il no di Gerhard Schroeder all'ipotesi di un attacco all'Iraq, definita dal cancelliere tedesco come «un’avventura». Il New York Times ha rivelato che l'ambasciatore americano a Berlino, Daniel Coats, ha portato un messaggio firmato da Bush e diretto al premier tedesco. Il contenuto è facile immaginarlo: parla di quello che gli stati maggiori americani definiscono il “voltafaccia” della Germania. Schroreder non è stato infatti tenero con gli americani, lamentando come questi non «abbiamo consultato gli alleati» su una possibile guerra e definendo Bush un «texano dal grilletto facile». Qui il nodo della questione che ha fatto risentire gli americani, che però ben sanno e temono che le parole di Schroeder riflettono più in generale i dubbi e le perplessità degli europei sull'urgenza e anche la necessità di una guerra contro l'Iraq.

    Dubbi che addirittura sembrano ora affiorare anche nelle file dei leader politici repubblicani statunitensi, come ad esempio Brent Scowcroft, segretario di stato di Bush senior, artefice della grande coalizione che sostenne gli Stati Uniti al tempo della guerra del Golfo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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  2. #2
    Nebbia
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    Sono 11 mesi che Bush vorrebbe tirare il roccolo e affondare Baghdad ma non ha ancora avuto il coraggio di fare "la cazzata".
    In altri tempi esattamente come quando il paparino ha colpito l'Iraq la prima volta, o quando ad esempio si è ingoiato Panama.. ecco che l'America non avrebbe esitato un minuto di più.
    Peccato che ormai il giochino delle alleanze è saltato in parte e l'Europa Unita che va a dx ha posto le basi per una nuova visone bipolare della geopolitica!
    In altre parole amici: l'America è fottuta!


  3. #3
    Totila
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    Guarda che Sharon vuole la guerra contro l'Iraq. Mentre i riflettori sarebbero puntati sul Golfo, risolverebbe "il problema palestinese"...E poi Giorgino sono mesi che ha annunciato la guerra: se non la fa, rimedia una figuraccia.
    Certo che ora è più difficile. Come alleato sicuro, oltre a Sharon gli è rimasto solo Cannonball.

  4. #4
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    Schröder e Putin non vogliono la guerra all'Irak. Bush resta da solo
    di Bruno Marolo

    Washington E’ sorto un nuovo ostacolo sul percorso di guerra di George Bush. Russia e Irak hanno annunciato un accordo di cooperazione economica per i prossimi cinque anni. La corrente del governo americano decisa a rovesciare il regime irakeno si trova ora in rotta di collisione con una potenza nucleare che ha il diritto di veto nel consiglio di sicurezza dell’Onu. Perfino George Bush padre, il presidente che per primo mandò le truppe in Irak, ha invitato il figlio alla prudenza. La Casa Bianca non rinuncia ai suoi piani ma per il momento non sembra in grado di metterli in atto.
    L’ACCORDO L’ambasciatore irakeno a Mosca, Abbas Khalaf, ha dato la notizia. Russia e Irak firmeranno a fine agosto, probabilmente a Baghdad, un patto economico da 40 miliardi di dollari. Tecnici russi costruiranno in Irak strade, ferrovie, dighe, centrali elettriche e impianti petroliferi. Il sottosegretario russo Oleg Buklemeshev ha confermato che l’accordo sarà operativo “molto presto”.
    Gli americani sono stati colti di sorpresa. “Non siamo al corrente di alcun accordo particolare”, ha ammesso un portavoce del dipartimento di stato. Come un maestro di scacchi, il presidente russo Vladimir Putin si è assicurato il vantaggio dell’iniziativa, frastornando l’avversario con una successione di mosse. Ha preso sotto la sua ala protettrice i tre paesi che George Bush ha chiamato “asse del male”. Il mese scorso ha firmato con l’Iran un accordo decennale di cooperazione nucleare. Questa settimana ha invitato il presidente della Corea del Nord, Kim Jong Il, a visitare la Russia a fine agosto. Giovedì ha chiesto la convocazione del consiglio di sicurezza dell’Onu per riaprire il dibattito sulle sanzioni contro l’Irak. Mentre Bush si abbandona a una retorica altisonante ma povera di contenuti, Putin crea fatti compiuti. Precede le truppe americane in Irak con un esercito di ingegneri e tecnici. Gli Stati Uniti non potrebbero passare all’offensiva senza mettere in pericolo le vite degli specialisti russi, ed esporsi alle conseguenze sul piano del diritto internazionale. Inoltre, svanisce la speranza di ottenere dal consiglio di sicurezza una copertura, per quanto vaga, per un nuovo intervento militare. “La cosa più importante per noi – ha sottolineato l’ambasciatore irakeno a Mosca – è che l’aggressione americana non passi per il consiglio di sicurezza e gli Stati Uniti non ricevano un mandato dell’Onu. Dalla Russia ci aspettiamo un appoggio morale, politico e diplomatico. Lasciamo che l’America ci aggredisca da sola: sarà condannata da ogni parte”.
    CONSIGLIO PATERNO George Bush padre non si limita più ai consigli privati per tenere il figlio lontano dai guai. Ha preso una posizione pubblica, indiretta ma chiara. Ha autorizzato il suo ex consigliere per la sicurezza nazionale, Brent Scowcroft, a lanciare una campagna contro l’uso della forza in Irak. In una serie di interviste in crescendo, Scowcroft ha avvertito che la caduta di Saddam Hussein sarebbe il principio dell’apocalisse in medio oriente. Altri pezzi da novanta del partito repubblicano, da Henry Kissinger al capogruppo della camera Dick Armey, dicono da tempo la stessa cosa. Ma Brent Scowcroft ha ben altro peso, perché tutti sanno che è l’uomo di fiducia di papà Bush. “Questo è un segnale preciso”, ha spiegato al Washington Post un dirigente repubblicano descritto come “molto vicino alla famiglia Bush”. Brent Scowcroft non sarebbe mai uscito allo scoperto senza autorizzazione. Un alto funzionario governativo, che ha servito il padre prima del figlio, conferma: “Chiaramente Scowcroft rappresenta l’opinione dell’ex presidente, che ha fatto dire pubblicamente al figlio: ‘Sii prudente, George’. E noi saremo prudenti”.
    UN FIGLIO RISPETTOSO La prima reazione in seno al governo è stata una telefonata di ringraziamento a Scowcroft del segretario di stato Colin Powell. La corrente che si oppone alla guerra ha ricevuto un aiuto poderoso. Il presidente Bush non poteva fare a meno di rispondere. “Ascolto con molta attenzione – ha dichiarato – quello che alcune persone molto intelligenti hanno da dire sull’Irak. Continuerò a consultarle. E’ un dibattito salutare. Ma l’America deve sapere che deciderò sulla base delle ultime informazioni dei servizi segreti sul modo migliore di proteggere il nostro paese e i nostri alleati”. Con gli alleati, il presidente americano è irritato. Ha incaricato l’ambasciatore in Germania Daniel Coats di protestare per le critiche del cancelliere Gerhard Schroeder, che ha denunciato con veemenza i preparativi per “una avventura in Irak”. Dai servizi segreti, aspetta due informazioni. Primo: è possibile provare che l’Irak possiede armi chimiche e batteriologiche, e tenta di produrre armi nucleari? Le prove fornirebbero una giustificazione per l’attacco. Secondo e più importante: è possibile rovesciare Saddam Hussein senza l’aiuto dei suoi vicini, con un attacco americano che dovrebbe innescare la rivolta delle forze armate irakene? La consigliera per la sicurezza nazionale Condi Rice, favorevole alla guerra, ha raggiunto (sabato) il presidente Bush nel suo ranch nel Texas, per valutare con lui le risposte da cui dipende la scelta, se non tra guerra e pace, almeno tra guerra e attesa
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Henry Kissinger e Brent Scowcroft, storici segretari di Stato della destra Usa, contro l'ipotesi di guerra contro Baghdad: «Porterebbe al disastro col mondo arabo»
    I guru repubblicani contro Bush:
    «Follia attaccare l'Iraq»

    I. B.

    Attaccare l'Iraq subito, anzi no, non attaccarlo per niente. L'ipotesi di un'azione armata contro il regime di Saddam Hussein continua a dividere non solo le diverse cancellerie dell'Occidente, ma anche l'interno dell'Amministrazione Usa, dove non passa giorno senza una nuova presa di posizione al riguardo di qualche guru delle strategie internazionali. Se la compattezza dello staff presidenziale riguardo l'attacco è già incrinata dall'influente opposizione del segretario di Stato Colin Powell, i siluri all'atteggiamento internazionale della presidenza Bush si levano sempre più spesso anche all'interno degli ambienti repubblicani, come dimostrano le dure critiche al presidente espresse ieri da due figure storiche della politica estera Usa, Henry Kissinger e Brent Scowcroft.

    Il coro dei dubbiosi e degli scettici contro il progetto di scatenare una nuova guerra contro Baghdad al Congresso ha addirittura una sorta di portavoce ufficiale, che non è un democratico ma il leader della maggioranza alla Camera, il texano Dick Armey. Le critiche si dividono ovviamente tra quelle sollevate dai pacifisti e quelle degli isolazionisti, ma in sostanza mettono sotto accusa soprattutto le scelte della Casa Bianca nel teatro mediorientale e la politica filo-israeliana di Bush, che rischia di fomentare sempre di più il risentimento anti-Usa dei paesi arabi. Dopo che nell'aprile scorso un altro storico stratega della destra Usa, l'consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter Zbigniew Brezinski, aveva accusato Bush di «andare avanti senza un progetto preciso, senza una visione a lungo termine, con un atteggiamento che sembra pensato solo per sicurezza nazionale di Israele», ieri ci si è messo addirittutra il segretario di Stato che aiutò Bush padre a costruire la grande coalizione che sostenne gli Stati Uniti nella Guerra del Golfo a creare disagi alla Casa Bianca. In un articolo sul Wall Street Journal, Scowcroft, che è stato sempre molto vicino alla famiglia Bush, ha messo in guardia l'amministrazione da «un attacco contro l'Iraq che in questo momento potrebbe mettere a serio rischio, se non distruggere, la campagna globale contro il terrorismo che abbiamo intrapreso». Un attacco, è l'opinione di Scowcroft, potrebbe portare Baghdad a rispondere usando armi batteriologiche o chimiche in modo da scatenare una guerra fra il mondo arabo ed Israele. Senza contare che se «sembrerà che gli Stati Uniti voltino le spalle al conflitto israelo-palestinese per andare in Iraq, ci sarà un'esplosione di risentimento contro di noi». Ed infine Scowcroft indica come pericolosa e onerosa la scelta unilateralista, da più parti accreditata negli ambienti conservatori americana: «nel mondo c'è un virtuale consenso contro l'idea di attaccare, in questo momento, l'Iraq. Fino a quando questo sentimento persiste, gli Stati Uniti dovranno perseguire una strategia unilateralista contro l'Iraq, rendendo qualsiasi operazione militare più difficile ed onerosa».

    Kissinger ha invece affidato, nei giorni scorsi, alle pagine del Washington Post i suoi timori riguardo ad un intervento militare prematuro, in assenza di una linea politica precisa sul dopo. La strategia dell'amministrazione americana, ha scritto Kissinger, segretario di Stato fra il 1973 ed il 1977, prima al fianco di Richard Nixon e poi di Gerald Ford, sarà buona solo se «all'intervento militare seguirà una corretta gestione del dopo-Saddam», e all'oggi «non abbiamo un piano preciso per il dopo».

    Nella roccaforte delle colombe dell'Amministrazione Bush, sicuramente queste parole hanno trovato terreno fertile. «Per chi non considera l'invasione come un puro atto di fede ma solo un'opzione strategica, c'è la sensazione che bisogna tenere in grande considerazione quello che verrà dopo - ha dichiarato al New York Times un funzionario del dipartimento - a meno che non siamo preparati ad andare in fondo, non dobbiamo iniziare». In un recente incontro Powell ed il suo vice Richard Armitage hanno espresso al presidente Bush le preoccupazioni sui i rischi e le difficoltà di una nuova guerra in Iraq. La posizione di Powell è nota: l'America è in guerra con il terrorismo e in forte difficoltà di relazioni col mondo arabo, e dal momento che la Cia fatica a trovare relazioni tra gli attentatori di New York e Baghdad, aprire un altro fronte in un momento del genere potrebbe risultare drammatico.

    Liberazione 17 agosto 2002
    http://www.liberazione.it
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    Der Wehrwolf

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    Iraq, vip repubblicani contro Bush
    Kissinger, Scowcroft, Eagleburger: un disastro intervenire ora. Powell intanto cerca consensi all'estero
    FRANCO PANTARELLI
    NEW YORK
    Tanti sembrano essere i «traditori» di George Bush nella sua campagna irachena. A parte Condoleezza Rice, il consigliere per la sicurezza nazionale che proprio l'altro ieri è fatta intervistare dalla Bbc per ribadire il «caso morale» di Bush contro «quell'uomo cattivo che lasciato a se stesso costituisce un incubo per la sua popolazione, per i suoi vicini e, se sviluppa le armi di distruzione di massa e i mezzi per lanciarle, per tutti noi», è diventato arduo trovare nella Washington politica qualcuno che si dichiari d'accordo sull'attacco a Baghdad. A Washington, comunque, la cosa che colpisce è che i «no» più decisi a Bush, negli ultimi giorni, sono venuti proprio dai repubblicani, cioè gli uomini del suo partito, e in particolare da quelli considerati fra i più «prominenti». Uno è Henry Kissinger, secondo il quale se prima non si gettano le basi per il governo democratico che dovrebbe succedere alla caduta di Saddam Hussein si rischia perfino di peggiorare la situazione. «Gli Stati Uniti - ha scritto in un articolo pubblicato dal «Washington Post» - saranno ricordati non per l'operazione militare ma per il modo in cui ne gestiranno il seguito politicamente». Kissinger, a quanto pare, ha stabilito una sorta di «asse» con il segretario di Stato Colin Powell. Martedì scorso, si è saputo, si è recato in quello che una volta era il suo ufficio di segretario di Stato per incontrare per l'appunto Powell. Non si sa chi di loro abbia chiesto quell'incontro ma si sa che il colloquio è durato a lungo e che alla fine Powell ha dato istruzioni ai suoi collaboratori più stretti di intraprendere una vasta operazione internazionale per cercare consensi fra gli «amici» dell'America, spiegando per benino tutte le fasi dell'operazione Iraq, in modo da assicurare che lo sbocco di ciò che si intende fare sarà «davvero» una situazione migliore.

    Ma il «tradimento» che certamente ha più rattristato il povero Bush è quello di Brent Scowcroft, che fu consigliere per la sicurezza nazionale del suo papà, che ebbe un ruolo essenziale nel costruire la «grande coalizione» nella Guerra del Golfo di dieci anni fa, che con il Bush di allora mise a punto l'idea del «nuovo ordine internazionale» (la loro famosa, solitaria escursione in mare sul «Fidelity», il motoscafo di Bush, da cui tornarono con l'annuncio che la nuova linea era nata) e che ha sempre avuto con la famiglia Bush rapporti talmente stretti da essere considerato un membro acquisito.

    In un articolo ospitato dal «Wall Street Journal», Scowcroft scrive che «un attacco all'Iraq in questo momento netterebbe seriamente a rischio, e forse distruggerebbe, la campagna globale contro il terorismo che abbiamo intrapreso». E poi, «se gli Stati Uniti verranno visti come la grande potenza che si disinteressa del conflitto israelo-palestinese per dedicarsi all'Iraq, ci sarà un'esplosione di indignazione contro di noi». Un altro dei «prominenti» repubblicani è Lawrence Eagleburger, anche lui segretario di Stato al tempo di Bush padre. «A meno che Saddam Hussein non venga inequivocabilmente colto dai nostri servizi segreti col dito sul grilletto - ha detto in un'intervista televisiva - non si capisce perché dovremmo attaccarlo adesso».

    Tutto odora parecchio di sforzo «coordinato». Ma come farà Bush a tirarsi indietro? «Lasciare in pace Saddam dopo tutto ciò che il presidente ha detto pubblicamente - osserva Richard Perle, ex consigliere di Reagan e sostenitore dell'atacco - produrrebbe una tale crisi di fiducia nel presidente che anche la guerra al terrorismo subirebbe un rinculo».

    http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...002/art56.html
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