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  1. #51
    Quin igitur expergiscimini?
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    Predefinito Un po' per celia, un po' per non morir...

    Originally posted by gdr
    Allora è solo per epater les bourgeois che scrivi? come mai parli sempre in terza persona?
    Ohibò signora mia, si fa un po' per celia, un po' per non morir...

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  2. #52
    Ospite

    Predefinito Re: Un po' per celia, un po' per non morir...

    Originally posted by Catilina


    Ohibò signora mia , si fa un po' per celia, un po' per non morir...
    Stai citando Alberto Arbasino oppure il cantautore pop Sandro Giacobbe? E, se è il secondo caso, devo considerarla una avance?



    Signora mia
    mi scusi se ho suonato
    ma non so sche cosa sia
    la voglia di parlarle
    che mi ha preso
    è stato come un fuoco che si è acceso

    Signora mia
    non riuscirei a dormire
    se lei mi mandasse via
    lo so che non è l'ora
    ma io devo dirle che

    Negli occhi miei sapesse quante volte si è fermata
    e nei miei sogni la vedevo addormentata
    di notte io guardavo nella sua finestra chiusa
    immaginavo tutto ma non mi chieda cosa
    Perchè arrossisce
    in fondo son venuto
    per scambiare due parole
    se è troppo
    non mi dia più confidenza
    però mi dia almeno una speranza.

    Signora mia
    io abito di fronte
    nella stessa casa sua
    adesso me ne vado
    ma io devo dirle che

    Signora mia, sapessi quante volte ti ho sognata
    e nei miei sogni ti vedevo addormentata
    di notte io guardavo nella tua finestra chiusa
    immaginavo tutto, non domandarmi cosa

    Signora mia, sapessi quante volte ti ho sognata
    e nei miei sogni ti vedevo addormentata.


  3. #53
    Quin igitur expergiscimini?
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    Predefinito

    Ah, civettona telematica d' una gdr! Ne sai una più del diavolo!

  4. #54
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    Predefinito

    IL CASO DI GRAZIELLA FANTI TRUCIDATA DAI TEDESCHI SULLA LINEA GOTICA E DIMENTICATA DA TUTTI


    Resistenza, la memoria ingiusta


    L´ALTRO motivo per cui tutti in paese la prendevano in giro era che cantava sempre. Le piaceva cantare perché era un modo di segnalare la sua presenza a un piccolo mondo che ne avrebbe fatto a meno volentieri. E poi aveva una bella voce. Cantava anche il mattino del 17 settembre del 1944. Giorni terribili, sulle sue colline. Qui passava la linea gotica, qui i nazisti fronteggiavano l'avanzata degli Alleati e reprimevano con una barbarie ai limiti del sadismo la resistenza o anche solo l'ostilità dei contadini dell'Appennino: 4400 uccisi in tre mesi. Lei non aveva paura di segnalare la sua presenza anche perché alla paura era avvezza. La vita non le era leggera neppure prima che alle Piastre, uno dei primi villaggi lungo la strada che da Pistoia sale all'Abetone, arrivassero le SS. Fu il canto a perderla. Non si sentiva altro suono in paese: gli altri stavano tutti ben zitti. Nel settembre del '44 Graziella Fanti aveva 17 anni ed era bellissima. Di una bellezza, raccontano i vecchi delle Piastre, che nessuna fotografia, nessun ritratto, nessuna descrizione potrà mai rendere. Di fotografie ne è rimasta soltanto una, quasi senza più colore. Più che vederli si intuiscono i capelli biondi, gli occhi chiari, un sorriso breve. I coetanei, gli stessi che la prendevano in giro, la desideravano. Ci doveva essere un legame tra le due cose. I nazisti fecero tutto molto più in fretta. Le strapparono i panni che stava lavando, le strapparono quelli che aveva addosso. L'avevano fatto con altre ragazze, nei paesi vicini. Graziella si oppose con più forza delle altre. Loro ridevano, lei si dibatteva. Una mancanza di rispetto. Le scaricarono le pistolmaschine nella testa. Se ne andarono imitando il suo canto: si interruppero per fare con la bocca: pum-pum!; poi scoppiarono a ridere. Graziella Fanti è morta davvero quel giorno. La sua storia poteva essere conosciuta, raccontata, celebrata da molti punti di vista. La bellezza, la morale, la politica. C'era spazio per la retorica, la celebrazione, il ricordo. Gli italiani resistettero anche così. Ma una storia anche bella, anche edificante, anche terribile aveva un anello debole. Il primo motivo per cui tutti la prendevano in giro era che Graziella era la bastarda del paese. Si diceva così, allora. Figlia della colpa, dicevano. Frutto del peccato, queste cose qui. Sua mamma, Bruna, era una ragazza madre, come si direbbe adesso. Una donna ai margini della comunità, andata a servizio in una delle case dei nobili che salivano alle Piastre in villeggiatura. Naturalmente si raccontò che il padre di Graziella fosse il padrone. I suoi vecchi compagni di scuola ne sono convinti ancora adesso: quella ragazza, raccontano, aveva una finezza, un tratto, una delicatezza ignota alle famiglie contadine. Anche per questo la desideravano e la prendevano in giro. Viene in mente, sull'onda emotiva del film di Mullan, la vicenda delle ragazze delle case Madgalene, delle Maddalene irlandesi. Ma il precedente a disposizione della memoria italiana è quello di Maria Goretti, eretta a simbolo di virtù dalla Chiesa e anche dal partito comunista, che condividevano la stessa morale sessuale. Ma la Chiesa non poteva celebrare la figlia di una ragazza madre. Nè potevano farlo i comunisti, che ne avrebbero avuto anche qualche ragione politica: Graziella era stata educata nell'avversione al fascismo; nessuno l'aveva mai vista nella divisa da giovane italiana; comunista la madre, comunista lo zio che le faceva da patrigno. Ma il partito comunista non poteva essere meno sensibile dei cattolici alle regole, preoccupato com'era di mostrarsi in sintonia con il comune sentire del tempo e di coltivare la prospettiva prima togliattiana e poi berlingueriana dell'alleanza con i cattolici.

    La revisione della storia del Novecento italiano pone tra gli altri il problema della selezione della memoria storica. Quali sono i criteri di scelta degli eroi? In base a quali leggi non scritte alcune delle tante storie di morte sofferenza eroismo sono state salvate e altre sommerse? Quali sono le storie che non dovevano essere scritte? E perché le memorie negate dalla politica, dalla pubblicistica, dall'accademia sopravvivono nei racconti dei vecchi di paese, sino a diventare quasi un rimorso collettivo? Del criterio con cui i comunisti nel dopoguerra identificarono i modelli femminili si occupano due saggi dedicati al rapporto tra la politica e la morale sessuale, «Il letto e il potere» di Filippo Ceccarelli e «I comunisti e l'amore» di Daniela Pasti. Vi si trova citato un passo del giovane capo dell'FGCI, Enrico Berlinguer, che ai giovani compagni addita la «moralità e lo spirito di sacrificio di cui sono così ricche le tradizioni italiane, le tradizioni di Maria Goretti e di Irma Bandiera». L'eroina cattolica beatificata nel 1947 per aver preferito la morte allo stupro è accostata significativamente all'eroina partigiana. Irma Bandiera era una staffetta dei Gap di Bologna. I fascisti la seviziarono per sei giorni. Il settimo giorno la portarono sotto casa e le dissero: «Qui ci sono i tuoi familiari; se non ci dici tutti i nomi che sai non li rivedrai più». Irma rifiutò. I «ragazzi di Salò», come usa definirli, furono di parola: le cavarono gli occhi. Neppure allora lei parlò. La fucilarono. Era il 14 agosto del '44: cominciava l'ultimo mese di vita di Graziella. Il sito Internet dell'ANPI, che rievoca la fine di Irma Bandiera, medaglia d'oro al valor militare, precisa che era «di famiglia benestante, moglie e madre affettuosa». Il nome di Graziella Fanti su Internet non c'è. La dannazione della memoria cominciò subito. Il povero corpo di Irma restò esposto per un giorno, come monito. Poi fu composto. Il corpo di Graziella invece rimase insepolto sino alla fine di settembre, quando i nazisti si ritirarono dalle Piastre. Non si trovò una bara per lei. Fu sepolta avvolta in un sacco. Non ci fu orazione funebre. «Graziella l'abbiamo perduta davvero per sempre» commentò il grande vecchio del paese, il latinista Alfredo Bartoli, maestro di Zeffirelli e Bolognini. Fu così. I sacerdoti non la ricordarono nelle loro preghiere. I segretari locali del PCI, compreso il più irregolare, Pietro Pisaneschi, sospettato di simpatie anarchiche, la rimossero dai riti laici. Uno di loro, Primo Begliomini, le ha dedicato una poesia: non è mai stata pubblicata. Qualcuno in paese ha pensato di parlarne a Ciampi, ora che è venuto a Pistoia: le autorità locali avevano già vergato i loro discorsi. Sulla tomba di Graziella hanno messo una targhetta d'ottone con l'indicazione: sepoltura permanente. Fiori bianchi di plastica. Un'iscrizione con un errore di ortografia: «Vittima della barbaria». Uno dei vecchi compagni di scuola ha eretto una croce, due sbarre di ferro, sul luogo in cui fu uccisa, ma non ne è molto soddisfatto: è più facile, dice, trovare un fungo che la croce di Graziella. Dice di lei con le parole di un poeta di queste parti: «E forse io solo so ancora che visse».

    Aldo Cazzullo


    Dalla [i]Stampa del 18 settembre

 

 
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