Morte al buonismo. Evviva gli analfabeti che si vogliono far rispettare.
La bambina e il vu cumprà
la Stampa, 17 agosto 2002
di Massimo Gramellini
IL UNGOMARE italiano a ferragosto. Due bambine che non avranno sei anni stanno costruendo un castello sul bagnasciuga. Passa un marocchino sepolto da una vetrina semovente di vestiti.
Neanche si fermerebbe, sono le bimbe con mala grazia a chiamarlo: «Ehi tu, vieni qua. Fa’ un po’ vedere!». Gettano sulla mercanzia degli sguardi smagati da negoziatrici di suk. La più piccola tasta un braccialetto e fa una smorfia: «Quanto viene? Due euro... ma fila via, negro, torna nella caverna, sparisci! Due euro... quattromila lire, sciò sciò», e accompagna le parole con un movimento a scatti delle mani.
L’amichetta la imita, ridendo: «Sciò negro sciò». Le madri, sprofondate nelle sdraio, invece di sgridarle sorridono compiaciute: la prole promette bene. Il marocchino scuote la testa, poi la nasconde dietro il sipario delle stoffe e riprende la marcia sotto il sole. Uno assiste a certi spettacoli e pensa: Erode in fondo era un eroe. Ma pensa male, perché i due piccoli mostri hanno soltanto replicato una scena vista recitare per strada chissà quante volte dai genitori.
Se i valori sono le lettere di cui si compongono le parole della vita, noi vediamo ogni giorno all’opera torme di analfabeti esistenziali che ignorano le basi della convivenza umana, considerandole una forma di debolezza. Pensano che farsi rispettare sia più importante che rispettare: se stessi, gli altri. E lo insegnano ai figli, che così non rispetteranno neppure loro.




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