User Tag List

Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Post D'Annunzio :maledetto massone!!

    A\ G\ D\ G\ A\ D\ U\



    La Massoneria regolare in Italia

    Grande Oriente d’Italia

    Palazzo Giustiniani







    \

    Queste pagine sono dedicate alle persone che desiderano una informazione obiettiva ed in particolare agli uomini che aspirano a diventare leali e liberi muratori: tutti hanno il diritto di essere informati sulla Libera Muratorìa tradizionale.

    Per chiarezza, cominciamo a dire cosa essa non è.

    L’Ordine massonico ha, in ogni tempo, sofferto per numerose voci senza fondamento. Alcune raccolgono calunnie (dietro la Massoneria si celerebbe il "potere israelita" o dell’Intelligence Service o di sette occultiste, sataniche, ecc.), altre derivano da informazioni semplicemente inesatte. Solo queste ultime meritano attenzione.

    Prendiamo un esempio: frequentemente, a causa anche della somiglianza dei nomi e delle sigle si confonde il Grande Oriente d’Italia con altre associazioni che si definiscono massoniche. Secondo i princìpi della Massoneria, soltanto il Grande Oriente d’Italia è Massoneria regolare. Conformemente agli usi, consuetudini e tradizioni della Massoneria regolare, scrupolosamente preservate da ogni amputazione o snaturamento, esso è quindi il solo Ordine, in Italia, che può conferire la qualità di Libero Muratore a uomini aventi fede in Dio, Grande Architetto dell’Universo; di conseguenza il Grande Oriente d’Italia è riconosciuto dalle maggiori Obbedienze regolari della Massoneria universale.

    Un altro errore frequente è la convinzione che la libera Muratorìa sia una società segreta. Essa lo è tanto poco che in più di una nazione gli elenchi nominativi degli affiliati sono depositati nei Municipi. In Italia le Costituzioni del Grande Oriente d’Italia sono depositate presso il Tribunale di Roma. Gli elenchi di tutte le Logge ed i nominativi dei singoli appartenenti, nessuno escluso, sono stati consegnati ai presidenti del Senato, della Camera dei Deputati e della Commissione Antimafia. Giuridicamente il Grande Oriente d’Italia ha lo status delle associazioni di persone, al pari di una qualsiasi associazione sportiva, culturale o di volontariato, regolamentata dall’art. 36 C.C.

    Il suo indirizzo ed il suo numero di telefono sono sull’elenco annuale della Telecom.

    La Massoneria non vieta ai suoi affiliati di far conoscere la loro qualità di liberi Muratori ed essi sono onorati di possederla.

    Quale è la storia dell’Ordine? In cosa consiste la regolarità massonica? Quali sono i suoi principi e gli scopi? Come rispondere, infine, ad alcune domande che vengono poste più frequentemente?

    E’ quanto intendiamo spiegare.

    \



    La libera Muratorìa ha avuto la sua leggenda dorata (per gli antichi Massoni, la loro arte si collegava misticamente alla costruzione del tempio di Gerusalemme ed al Re Salomone, donde il termine di Arte Reale per qualificare la Massoneria) ma non è questa la sede per soffermarci su di essa. "Tralasciamo le fantasie di Menfi..." aveva già detto, nel 1784 Joseph de Maistre, illustre libero Muratore.

    Nel Medio Evo i mestieri erano riuniti in corporazioni e ciascuna di esse prevedeva la progressione da Apprendisti a Compagni d’Arte e Maestri, quale naturale evoluzione nell’arte dell’apprendimento.

    Una tra le corporazioni più prestigiose era quella dei costruttori e muratori (in francese: frères ma¸ ons) che edificavano, in particolare, le cattedrali.

    Da questa corporazione provengono i tre gradi della libera Muratorìa d’oggi; anche i simboli della Massoneria derivano dall’arte del costruire (Compasso, Squadra, Maglietto, Filo a piombo, Leva, Cazzuola, Grembiale, ecc.) e così pure l’espressione Loggia.

    Il rigore morale e gli ideali propugnati dagli antichi massoni determinarono il progressivo ingresso nella corporazione (suddivisa in Logge operative) anche di uomini che esercitavano altre professioni e di appartenenti alla borghesia ed alla nobiltà.

    Il passaggio dalla Massoneria operativa Medioevale a quella speculativa moderna avvenne grazie all’istituto detto della accettazione (praticato particolarmente nel XVI e nel XVII secolo), consistente nel conferimento del titolo onorario di massone ad estranei all’arte del costruire. Quando questi divennero maggioranza si realizzò l’evoluzione.

    Alla costruzione in pietra si sostituì l’ideale di un cantiere simbolico. Il lavoro sulla pietra informe allo scopo di renderla cubica assunse un significato spirituale e morale, scopo stesso dell’Ordine.

    Nel 1717, quando nelle logge gli autentici muratori erano oramai in proporzione irrilevante, quattro logge londinesi si raggrupparono per fondare la prima Gran Loggia, allo scopo di mettere ordine e regolamentare il rinnovamento di quella associazione che, originata dai cantieri delle cattedrali, sarebbe dilagata nei circoli culturali e nelle accademie di tutto il mondo.

    Nel 1723 il Rev. James Anderson, ministro del culto nella Chiesa Presbiteriana, membro della Loggia di Aberdeen, scrisse le prime Costituzioni, carta della Massoneria speculativa moderna, sancendo di fatto la nascita della Massoneria come oggi la conosciamo.

    Nel XVIII secolo la Massoneria si diffuse dalle isole britanniche al continente europeo, specialmente in Francia, ed in seguito, alle altre parti del globo.

    La propagazione, nel volgere di pochi anni, di un’associazione di uomini liberi e di libero pensiero allarmò i governi dell’epoca ed il papato.

    \

    Il Grande Oriente d’Italia fu fondato a Milano nel 1805, per volere di Napoleone Bonaparte.

    L’avvento della Restaurazione determinò il progressivo scioglimento delle Logge.

    Solo alla mezzanotte dell’8 ottobre del 1859, in Torino, sette Fratelli massoni si riunirono per rialzare le colonne di una Loggia alla quale venne dato l’antico nome dell’Italia: "Ausonia", primo nucleo del futuro Grande Oriente Italiano il quale, a sua volta, vide la luce con l’Assemblea Costituente Massonica, tenutasi in Torino dal 23 dicembre 1861 al 1° gennaio 1862, solo otto mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia.

    Il successivo 20 dicembre la sede dell’Ausonia venne spostata al n. 8 della via Stampatori, nell’abitazione di Felice Govean, giornalista e fondatore della Gazzetta del Popolo.

    Le sedi successive del G.O.I. furono Firenze e poi Roma, divenute, nell’ordine, capitali dello Stato Italiano.

    La sua sede, dal 1901, fu stabilita a Roma in Palazzo Giustiniani, salvo il periodo in cui le leggi fasciste impedirono l’attività massonica. Negli ultimi anni, pur mantenendo il riferimento a Palazzo Giustiniani, la sede del Grande Oriente d’Italia è stata trasferita nella prestigiosa proprietà di Villa "Il Vascello".

    Il Grande Oriente d’Italia è l’organismo unitario, indipendente, della Libera Muratorìa in Italia. E’ ed è sempre stato la sola vera e legittima fonte di autorità massonica nei limiti territoriali dello Stato Italiano e nei rapporti con le Comunioni Massoniche estere.

    \

    Il Grande Oriente d’Italia è, come già detto, l’Istituzione riconosciuta, cioè considerata autentico corpo massonico regolare, dalla quasi totalità di tutte le Grandi Logge regolari del mondo.

    La regolarità implica alcuni criteri interni nei quali essa si riconosce. Criteri che rappresentano l’essenza stessa della Libera Muratorìa.

    In un antico rituale si legge: la libera Muratorìa è un sistema particolare di morale, insegnato sotto il velo dell’allegoria per mezzo di simboli.

    Questa affermazione si scompone, analizzandola, in due proposizioni:

    Sistema particolare di morale.
    La base di questo sistema, che lo rende particolare, non è altro che una speciale glorificazione del lavoro. Esso si spiega con le origini dell’Istituzione, derivate dai costruttori di cattedrali, trasponendo simbolicamente la destinazione degli attrezzi del mestiere.

    Allegorie e simboli.
    Ogni insegnamento può essere concepito in due modi: il metodo razionale oppure il simbolo.

    Senza disconoscere, ovviamente, il valore del primo metodo, la Massoneria usa il secondo. La Libera Muratorìa è essenzialmente una ascesi, un modo di perfezionamento umano.

    E’ questo il senso della proposizione simbolica: rendere cubica la pietra informe.

    Una pietra isolata, per quanto bella sia, è tuttavia architettonicamente inutile. La sua finalità è di essere sistemata con altre pietre, allo scopo di erigere, secondo certe norme, in un certo ordine, equilibrio e bellezza, la cattedrale simbolica.

    Il perfezionamento individuale è base per il conseguimento del bene e del progresso dell’umanità.

    Bisogna tuttavia procedere oltre. L’Universo è evidentemente una costruzione e, come ogni edificio, esso rivela un Costruttore. Lo spirito concepisce così logicamente un Grande Architetto dell’Universo: Dio.

    La Massoneria, tuttavia, non è religione. Lungi dal mettersi in competizione con le religioni essa le rispetta tutte ed è compatibile con tutte. E’ incompatibile con l’ateismo. Essa non si proclama depositaria di alcuna rivelazione.

    Si impone peraltro una precisazione riguardante la concezione - che da tempo immemorabile è propria della Massoneria - del Grande Architetto dell’Universo. Egli non è un simbolo. E’ il Creatore, senza alcun equivoco né scappatoia panteista o immanentista.

    In termini chiari, la libera Muratorìa è teista.

    La libera Muratorìa è una fratellanza iniziatica che ha per fondamento tradizionale la fede in Dio, Grande Architetto dell’Universo.

    \

    Sotto il profilo organizzativo si definisce Loggia un gruppo di liberi Muratori. Ciascuna Loggia porta un nome ed un numero d’ordine; essa è presieduta da un Maestro Venerabile, assistito da due Sorveglianti e vari Ufficiali (Segretario, Tesoriere, ecc.).

    Si definisce Obbedienza una federazione di Logge con al vertice il Gran Maestro, assistito da Grandi Dignitari. Esiste una sola Obbedienza in ogni nazione: per l’Italia, l’Obbedienza regolare è il Grande Oriente d’Italia.

    \

    La libera Muratorìa si richiama agli Antichi Doveri ed ai Landmarks della Fratellanza, con particolare riguardo all’assoluto rispetto delle tradizioni specifiche dell’Ordine, essenziali per la regolarità della sua giurisdizione.

    Questi Antichi Doveri sono le Old Charges della libera Muratorìa operativa medioevale, il cui testo è richiamato in numerosi manoscritti. Tra questi doveri, quelli relativi a disposizioni corporative oggi scomparse o alla tecnica del costruire, conservano un valore di semplice ricordo, ma altri sono stati trasferiti simbolicamente nelle norme delle Officine della libera Muratorìa speculativa.

    I Landmarks definiscono i fondamenti essenziali che stabiliscono la natura stessa dell’Ordine. Essi non sono modificabili.

    La cancellazione di un Landmark equivarrebbe a privare la natura massonica medesima di una cerimonia o di un atto rituale. Citiamo come esempi l’obbligo per i massoni di riunirsi in Loggia, i segni di riconoscimento, l’esistenza del Gran Maestro, ecc...

    I Landmarks non sono dei simboli, ma regole esplicite ed imperative dalle quali non è permesso derogare.

    \

    La libera Muratorìa è un ordine al quale possono appartenere soltanto uomini liberi e rispettabili che si impegnino a mettere in pratica un ideale di pace, di amore, di fraternità.

    Per le nostre origini operative è esplicita l’esclusione delle donne: non esistevano infatti muratori-donna.

    Sarebbe peraltro il peggiore degli errori considerare questa esclusione come giudizio sfavorevole per il sesso femminile che, al contrario, l’Ordine rispetta ed onora.

    Non è tuttavia sufficiente, per far parte della libera Muratorìa, essere di sesso maschile: l’enunciato definisce l’uomo che può essere iniziato e le qualità che occorre riconoscere ed esigere da lui.

    La libera Muratorìa, attraverso il perfezionamento morale dei Fratelli, si propone di conseguire quello della intera umanità.

    L’ideale collettivo - cioè universale - procede da quello realizzato in ciascun libero Muratore.

    \

    La libera Muratorìa offre a tutti i suoi affiliati la pratica esatta e scrupolosa del rituale e l’interpretazione del simbolismo che lo sottende. Mezzi, questi, per giungere alla conoscenza attraverso le vie spirituali e iniziatiche che le sono proprie.

    Il Grande Oriente ammette una pluralità di rituali, a condizione che gli stessi siano praticati nella loro purezza ed autorizzati dal Gran Maestro.

    \

    La libera Muratorìa chiede a tutti suoi membri il rispetto delle opinioni e della fede di ognuno; proibisce nel suo seno ogni discussione politica e religiosa. La Massoneria è un centro permanente di unione fraterna ove regnano tolleranza e armonia fruttuosa tra uomini che, senza di essa, rimarrebbero estranei gli uni agli altri.

    La libera Muratorìa non vieta la diversità di pensiero tra i suoi affiliati. Essa rispetta particolarmente le loro scelte religiose. Ogni massone è libero nella sua religione.

    Gli argomenti politici non devono mai essere dibattuti in Loggia. Essi dividono infatti gli uomini e sono incompatibili con un ideale di armonia fraterna.

    \

    I Liberi Muratori prendono i loro impegni massonici sul Libro della Legge Sacra, onde dare alla promessa di fedeltà prestata su di essa carattere solenne e sacro.

    La promessa è data sul Libro della Legge Sacra che impegna la coscienza del candidato; in Europa ed in America questo Libro è, di norma, la Bibbia. Il Libro della Legge Sacra, per il Grande Oriente d’Italia, è il Nuovo Testamento.

    E’ vietato togliere al rito della promessa il carattere sacro, di laicizzarlo in una parola d’onore, in un semplice impegno nel quale Dio non avrebbe parte.

    \

    I Liberi Muratori si riuniscono, fuori dal mondo profano, in Logge ove sono sempre esposte le tre Grandi Luci dell’Ordine - il Libro della Legge Sacra, la Squadra e il Compasso - per lavorare, secondo il rito, con zelo ed assiduità in conformità alla Tradizione.

    Il compasso simboleggia la libertà di pensiero e l’apertura mentale, ragione per la quale le sue aste sono mobili.

    La squadra simboleggia la regola morale; per questo le sue braccia sono rigide.

    Compasso e squadra sono quindi complementari, ma sarebbe senza senso che essi, riuniti, poggiassero sul vuoto.

    E’ sul Libro della Legge Sacra che essi debbono essere posati. Quest’ultimo è quindi la più importante delle tre grandi Luci: contiene la Legge e volontà divina.

    \

    I liberi Muratori ammettono nelle Logge uomini maggiorenni, di perfetta reputazione, leali e discreti, degni sotto ogni aspetto di essere, tra loro, fratelli e pronti a riconoscere i limiti umani e l’infinita potenza dell’Eterno.

    Il massone vero e regolare deve camminare sempre secondo la Squadra.

    Non è tenuto a rivelare le tappe della sua ascesa né i procedimenti per mezzo dei quali la pratica massonica sostiene la sua vita interiore.

    E’ questo il senso della riservatezza massonica.

    Si legge nella Imitazione di Gesù Cristo: ciò che va oltre le pratiche comuni non deve apparire affatto esteriormente: è più sicuro adempiere in segreto le proprie pratiche particolari (1, 19).

    \

    I liberi Muratori coltivano nelle Logge l’amore per la Patria, l’obbedienza alle leggi ed il rispetto delle Autorità costituite. Essi considerano il lavoro come il primo dovere dell’essere umano e lo onorano in tutte le sue forme.

    Nei banchetti massonici, come nell’agape fraterna e frugale, che completa i lavori e nei quali lo spirito fraterno si apre alla gioia, il primo brindisi è, obbligatoriamente, dedicato al Capo dello Stato.

    \

    I liberi Muratori devono mutuamente, con onore, aiutarsi e proteggersi fraternamente. Essi praticano l’arte di conservare in ogni circostanza la calma e l’equilibrio indispensabile a una perfetta padronanza di sé stessi.

    Le parole essenziali di questo assunto, vero programma di vita sono con onore. Esse escludono le complicità inconfessabili, le solidarietà sordide, in breve la irregolarità negli atti, che non è altro che il frutto della mancanza di princìpi.







    Come si diventa libero Muratore.

    Occorre, per entrare nell’Ordine, sottoscrivere la propria candidatura ed aver raggiunto l’età di 21 anni. Segue una istruttoria e la decisione della Loggia è senza appello, definitiva. Tali sono le esigenze formali.

    Le esigenze di fondo sono: essere uomo libero ed essere di buoni costumi. La prima è, forse, divenuta arcaica rispetto al mondo moderno, ma conserva un valore simbolico. La seconda è di ordine morale.

    Nessuno è obbligato a divenire Libero Muratore. Come ascesi facoltativa, mezzo di perfezionamento spirituale conveniente a certi spiriti e non ad altri, la libera Muratorìa si rivela all’affiliato nel segreto del suo cuore.

    Cos’è l’iniziazione.

    E’ così definita la cerimonia di ricevimento. Nel linguaggio corrente, la parola iniziazione ha talvolta preso un significato diverso da quello derivante dalla sua etimologia.

    Si usa spesso il termine iniziare per indicare la presunta attività, da parte di persone appartenenti ad associazioni ritenute segrete, di svelare argomenti e pratiche misteriose ed occulte, in qualche maniera ritenute riprovevoli dagli esclusi (i non iniziati).

    Il significato reale di iniziazione discende viceversa dal latino initium (inizio), che contiene in sé il concetto di viaggio e, più esattamente, di viaggio sacro. Iniziare un uomo è suscitare in lui l’interesse iniziale, punto di partenza di un travaglio interiore, in altre parole dell’ascesi desiderata.

    La cerimonia comporta un certo numero di riti il cui significato è simbolico, anche se verbalmente spiegato. Il loro arcaismo non deve affatto far sorridere; al contrario esso sottolinea le origini antiche dell’istituzione. Modernizzare questi riti equivarrebbe a disconoscere le tradizioni e la nobiltà dell’istituzione.

    Il passaggio ad un grado superiore ha conservato la definizione operativa di aumento di salario.

    Come si interrompe l’appartenenza all’Ordine.

    Contrariamente ad una convinzione assai diffusa, è possibile ad un libero Muratore dare le dimissioni. Egli non deve neppure motivarle e può farlo in qualsiasi momento.

    Cosa é il segreto massonico.

    Il segreto massonico non riguarda né l’esistenza dell’Ordine né l’appartenenza all’Ordine stesso. Le cerimonie massoniche rimangono riservate perché questa è la condizione prima affinché si effettui, veramente, in profondità l’ascesi.

    Il candidato, prima di impegnarsi, riceve assicurazione che l’obbedienza all’Ordine non limita affatto i suoi doveri civili, né le sue convinzioni morali o religiose.

    Le Logge non sono, infatti, né centri cospiratori, né società dedite a pratiche immorali, né cenacoli ove si insegnino occulte eresie o visioni d’ordine satanico.

    Perché la libera Muratorìa è combattuta dalle dittature.

    Ogni ideologia obbligatoria, che si impone con la forza, è incompatibile con qualsiasi altra forma di pensiero, qualunque essa sia.

    "La Massoneria, per il suo programma internazionale, pacifista, umanitario, è nefasta alle idealità e alla educazione nazionale. ... Le Federazioni tengano presente che la Massoneria costituisce in Italia l’unica organizzazione concreta di quella mentalità democratica che è al nostro partito e alla nostra idea della Nazione nefasta e irriducibilmente ostile ..."

    Partito Nazionale Fascista - Direttorio Nazionale

    Circolare N° 4 - Roma, 14 aprile 1925

    Fu il trionfo della tirannide.

    Come è noto, la Massoneria fu dichiarata fuorilegge, le sue sedi devastate e incendiate, i suoi documenti in gran parte distrutti, i massoni bastonati, emarginati, confinati, arrestati, esiliati, deportati e assassinati.

    Ugualmente avvenne nella Germania di Hitler, nella Russia di Stalin, nella Spagna di Franco, nel Portogallo di Salazar ed in tutte quelle nazioni dove la libertà di pensiero era vista come una minaccia per il potere assolutista.

    Il valore della Massoneria era, tuttavia, riconosciuto dagli spiriti più aperti e liberali, tra i quali si cita, ad esempio, il massimo esponente dell’epoca del comunismo italiano.

    "... ricordo l’azione compiuta dalla Massoneria, che è stata l’unica istituzione forte creata dalla borghesia italiana. ... Si sta svolgendo in Italia una vera e propria persecuzione contro tutte le libertà ... ; ed uno degli episodi di questa persecuzione alle libertà è rappresentato dalla lotta contro la Massoneria. Il fascismo, per vendicarsi della piccola borghesia, vorrebbe distruggere tale organizzazione, la Massoneria. La legge disposta non servirà a niente, perché il fascismo combatte contro i mulini a vento. Esso crede di impedire lo sviluppo di una posizione ideale con una legge di compressione; ma avrà una disillusione completa; i vinti di oggi potranno essere i vincitori di domani."

    Antonio Gramsci

    dal giornale Il Mondo del 17 maggio 1925

    \

    Quale è la posizione della Chiesa Cattolica verso la libera Massoneria.

    E’ chiaramente espressa dalla dichiarazione del Cardinale F. ž eper, prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, del 19 luglio 1974, diretta al presidente della Conferenza Episcopale Nordamericana: Eminenza Reverendissima, molti Vescovi hanno interpellato questa Sacra Congregazione circa la portata e l’interpretazione del can. 2335 del Codice di Diritto Canonico, il quale, sotto pena di scomunica, proibisce ai cattolici di iscriversi alle associazioni massoniche o ad altre associazioni del genere.

    Nel corso di un esame abbastanza lungo di questo problema, la Santa Sede ha consultato più volte le Conferenze Episcopali particolarmente interessate a tale questione, allo scopo di meglio conoscere la natura e l’attività di siffatte associazioni nonché il parere dei vescovi.

    La grande diversità nelle risposte, che sta ad indicare la diversità di situazioni in ogni nazione, non consente alla Santa Sede di cambiare la legislazione generale finora vigente, la quale perciò rimane in vigore fin quando non verrà pubblicata la nuova legge canonica da parte della competente Pontificia Commissione per la revisione del Codice di diritto canonico.

    Nel prendere tuttavia in considerazione i casi particolari bisogna tenere presente che la legge penale va interpretata in senso restrittivo. Per tale motivo si può sicuramente insegnare ed applicare l’opinione di quegli autori i quali ritengono che il suddetto canone 2335 tocchi soltanto quei cattolici iscritti ad associazioni che veramente cospirano contro la Chiesa.

    Resta tuttavia proibito in ogni caso ai chierici, ai religiosi, ed anche ai membri di istituti secolari di iscriversi a qualsiasi tipo di associazioni massoniche.

    Alcuni anni dopo, il 26 novembre 1983, il nuovo prefetto della Congregazione per la Fede, cardinale Joseph Ratzinger, emana, tuttavia, la "Dichiarazione sulla Massoneria". E’ stato chiesto se sia mutato il giudizio della Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di diritto canonico essa non viene espressamente menzionata come nel codice anteriore. Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie. Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa comunione.

    Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981. Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’udienza concessa al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983".

    Il Cardinale Ratzinger ha recentemente scritto nel suo libro "Il sale della terra" Ed. San Paolo 1997 a pag. 162: "L’Italia non ha conosciuto una vera divisione nella Chiesa, ma esiste una divisione in Cattolici e Laici. Con questo ultimo termine si intendono i sostenitori di una concezione dello Stato e di un modello di pensiero la cui maggiore espressione storica pare essere la Rivoluzione Francese. I massoni, che nel ruolo di laici esemplari hanno avuto una parte essenziale nella fondazione dello Stato nazionale italiano, si considerano i custodi e i tutori di questa visione del mondo. La contrapposizione è tra questi due mondi, a cui dopo la seconda guerra mondiale si è aggiunta anche l’alternativa comunista. La questione è, dunque, in che modo sia possibile raggiungere un equilibrio tra queste tre forze, quali siano necessarie o possibili tra loro, quali debbano essere respinte."

    Lo stesso Card. Ratzinger, durante il congresso eucaristico del settembre 1997 a Bologna ha dichiarato ai giornalisti (v. "Corriere della Sera" del 26.9.1997, pag. 42), in risposta ad una domanda su Giordano Bruno e sugli altri eretici che la Chiesa ha mandato al rogo nei secoli dell’Inquisizione: "Penso che questa è una colpa che ci deve far pensare e ci deve guidare al pentimento. Non so se sono la persona giusta per chiedere perdono, ma sono convinto che dobbiamo essere sempre coscienti della tentazione della Chiesa, in quanto istituzione, di trasformarsi in uno Stato che perseguita i suoi nemici. La Chiesa deve essere sempre tollerante. Chiediamo al Signore perdono per questi fatti del passato e perché non ricadiamo più in questi errori. Che il Signore ci faccia comprendere che la Chiesa non deve fare martiri ma essere Chiesa di martiri".

    (Varrà la pena ricordare che l’ultima vittima dell’Inquisizione fu, nel XVIII secolo, il Massone Tommaso Crudeli).

    Non compete ai massoni, comunque, prendere posizione o dare giudizi su un argomento che costituisce dilemma interno della Chiesa Cattolica Romana. La Massoneria continuerà ad accettare cattolici praticanti, purché siano "uomini liberi e di buoni costumi" ma è opportuno che le Logge, fino a quando continua questa attitudine della Curia Romana, facciano in modo che il candidato di fede cattolica sia consigliato a consultare meditatamente la propria coscienza religiosa.

    Quale è la posizione delle altre Chiese nei confronti della libera Massoneria.

    Generalmente, le Chiese evangeliche non frappongono alcun ostacolo, molti Fratelli italiani sono di religione valdese e non sono osteggiati per la loro appartenenza alla Massoneria, con l’eccezione di alcune Chiese Calviniste e di una piccola parte della Chiesa Anglicana inglese. (L’arcivescovo di Canterbury, Fisher, era un massone attivo, come lo sono oggi molti vescovi e pastori. Il reverendo Anglicano N. Barker Cryer, è stato Maestro Venerabile della prestigiosa Loggia di ricerca inglese, Quator Coronati).

    Il culto ebraico non pone alcuna obiezione. Nei paesi ortodossamente islamici la massoneria è proibita. In paesi moderati, come il Marocco, la Giordania e il Libano, non ci sono ostacoli.

    \



    Quale è il rapporto tra cultura e massoneria.

    Scopo di questa nota è, da una parte, quello di mettere bene in chiaro come l'ambiente culturale proprio della Massoneria Universale non sia né esclusivo né costruito ad arte.

    Dall’altra, quello di portare a conoscenza del lettore, attraverso brevi riflessioni, quali filosofi, scienziati e uomini di cultura, da lui stesso ben conosciuti ed apprezzati, fossero liberi muratori.

    Essa è, infatti, parte della cultura universale; tanto da poter dire che, così come la Massoneria ha preso dalla filosofia, dalla scienza e dall'arte, allo stesso modo la cultura universale ha respirato ed è stata completata dai principi libero-muratori.

    \

    Chi non ricorda, ad esempio, il principio fondamentale della filosofia socratica, conosci te stesso?

    L’apposizione di questo principio sul frontone del tempio massonico è prevista dalla simbologia libero muratoria.

    Facendo, poi, un salto di due millenni, troviamo Immanuel Kant, filosofo tra i più conosciuti, il quale individuò nel principio Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te, uno dei passaggi fondamentali dell'imperativo categorico della morale. Ebbene, esso è anche uno dei principi primari della Massoneria, rivelato al profano durante la sua iniziazione ad apprendista libero muratore.

    E non possiamo non ricordare al lettore che la volta del tempio massonico rappresenta il cielo stellato. Cielo che, attraverso il simbolismo del tempio, entra in stretto contatto con la legge morale universale che ogni libero muratore deve portare dentro di sé.

    Questo binomio è anche parte della conclusione alla kantiana Critica della ragion pratica, dove si legge: "Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me".

    Il primo titolo de I doveri di un libero Muratore del 1723 sostiene che egli è tenuto, per la sua condizione, ad obbedire alla legge morale.

    Legge morale, universale, affermata anche dallo stesso Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi, del 1785, dove scrive: "Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare, per tua volontà, legge universale della natura... Opera in modo da trattare l'umanità, nella tua come nell'altrui persona, sempre come fine, mai come semplice mezzo".

    \

    Non dimentichiamoci, inoltre, che i tre principi che hanno costituito l'obiettivo sociale e culturale attraverso cui la Rivoluzione Francese del 1789 ha aperto la strada al mondo moderno, Libertà - Uguaglianza - Fratellanza, sono veri e propri fondamenti della libera Muratorìa, ribaditi dall'art. 5 della Costituzione Massonica.

    \

    E cosa dire del principio massonico inderogabile della tolleranza?

    Chi non ricorda l'Epistola sulla tolleranza del profano John Locke?

    In tempi più recenti, Karl Popper, in La Società Aperta e i suoi nemici, individua nel principio di verificabilità la possibilità di stare alla larga da qualsiasi dottrina assolutista (anche di tipo scientifico e non solo etico-religioso). Infatti, se non esiste un dato assoluto e innegabile ma ogni risultato della ricerca scientifica è frutto di un percorso di perfezionamento che opera per verifiche successive, allora non esiste nessun dogma che possa giustificarsi sopprimendo qualunque altra posizione contraria. Lo stesso vale per l'etica e la politica.

    E ancora, Einstein nella Teoria generale della relatività avverte il lettore della sua disponibilità a ricredersi se qualcuno avesse trovato degli argomenti contrari alla sua teoria che rivestissero almeno lo stesso grado di credibilità dei suoi.

    Quale lezione contro gli intolleranti! Non certo per i liberi muratori che pongono il principio della tolleranza come fondamento dell'essere Massone.

    \

    Un altro grande filosofo vissuto a cavallo tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800, Giovanni Amedeo Fichte, fu un convinto massone. Dalla sua opera Filosofia della massoneria, traiamo alcuni brani illuminanti sulla cultura massonica.

    "Quanto è vero che soltanto un uomo indiscutibilmente saggio e virtuoso si occupa dell'ordine dei Liberi Muratori; quanto è vero che esso non è un giuoco, tanto è certo che esso ha uno scopo serio e sublime. Quanto è certo che uomini saggi e virtuosi seriamente si occupano dell'ordine dei Liberi Muratori, tanto è certo che esso può avere un fine razionale, buono, sublime".

    \

    Non vogliamo dimenticare l'Arte e, con essa, uno tra i suoi più grandi rappresentanti: il libero muratore Wolfgang Amadeus Mozart.

    Attraverso grandi opere e, soprattutto, attraverso l'opera massonica per eccellenza, Il Flauto Magico, dotò l'umanità di uno dei patrimoni più preziosi, non solo dal punto di vista meramente musicale.

    \

    Concludendo questo breve excursus tra cultura universale e massoneria, vorremmo citare una frase di Fichte che, ci piacerebbe, fosse ricordata da chi ci legge: "Il maggior segreto dei liberi muratori è che non ne hanno nessuno", e ricordare, in un breve elenco, i più noti massoni che hanno illustrato la cultura, la storia e la scienza nel mondo:

    POETI, LETTERATI, FILOSOFI

    Francesco De Sanctis

    Heinrich Heine

    Ignaz Fessier

    John Locke

    Friedrich Von Schiller

    Johann Gottfried Herde

    Montesquieu

    Alexander Pope

    Andrea Chénier

    Johann Gottlieb Fichte

    Thomas Carlyle

    Aleksandr Puskin

    Johann Wolfgang Von Goethe

    Johann Heinrich Pestalozzi

    Stendhal

    Mark Twain

    Gotthold Lessing

    Jonathan Swift

    Richard Sheridan

    Robert Burns

    William Hogarth

    Walter Scott

    Conan Doyle

    Rudyard Kipling

    Christophe M. Wieland

    Oscar Wilde

    Voltaire

    Nicola Piccinni

    Ugo Foscolo

    Guido Gozzano

    Gabriele D’Annunzio

    Giovanni Bovio

    Arrigo Boito

    Giosuè Carducci

    Vittorio Alfieri

    Giacomo Casanova

    Edmondo De Amicis

    Carlo Goldoni

    Gaetano Filangieri

    Salvatore Quasimodo

    Vincenzo Monti

    Giovanni Pascoli

    Trilussa

    Cesare Abba

    Luigi Pietracqua

    Luigi Mercantini

    Lorenzo Stecchetti

    Corrado Ricci

    Sem Benelli

    Shelley

    Percy

    Tommaso Crudeli

    COMPOSITORI, ARTISTI

    Wolfgang Amadeus Mozart

    Franz Joseph Haydn

    Franz List

    Luigi Cherubini

    Giovanni Battista Viotti

    Muzio Clementi

    J. B. Cramer

    Cristoph W. Gluck

    Gasparo Spontini

    Giacomo Meyerbeer

    Giuseppe Verdi

    Giacomo Puccini

    Franco Alfano

    Hector Berlioz

    Jean Sibelius

    Franz Schubert

    Felix Mendelssohn

    Nicolò Paganini

    Ludwig Van Beethoven

    Albrecht D¥ rer

    Isaac Hayes

    Andrea Appiani

    Irving Berlin

    Luis Armstrong

    Clark Gable

    John Wayne

    Douglas Fairbanks

    Gino Cervi

    Principe A. De Curtis (Totò)

    Claudio Villa

    Alighiero Noschese

    Ettore Petrolini

    Oliver Hardy (Ollio)

    SCIENZIATI, CLINICI

    Lazaret Carnot

    Michel De Bakey

    Alexander Fleming

    Ashmole

    Moray

    John L. Mac Adam

    Antonio Meucci

    Hans Christian Oersted

    Cesare Frugoni

    Gaetano Pini

    Achille Ballori

    Enrico Fermi

    Gino Cremona

    Giuseppe Peano

    PATRIOTI

    Marie Joseph Lafayette

    Paul Jones

    Simon Bolivar

    Mustafa Kemal Pasha (Atat¥ rk)

    Lajos Kossuth

    Giuseppe Garibaldi

    Menotti Garibaldi

    Domenico Cirillo

    Filippo Buonarroti

    Carlo Pisacane

    Francesco Nullo

    Mauro Macchi

    Giovanni Amendola

    Nino Bixio

    Livio Zambeccari

    Lodovico Frapolli

    Francesco Caracciolo

    Timoteo Triboli

    Mario Pagano

    Pietro Maroncelli

    Silvio Pellico

    Aurelio Saffi

    Giuseppe Petroni

    Giorgio Tamajo

    Francesco De Luca

    Alessandro De Milbitz

    Emmanuele De Deo

    Giuseppe Dolfi

    Fratelli Cairoli

    Giovanni Nicotera

    Federico Confalonieri

    Alfredo Baccarini

    Guglielmo Oberdan

    Cesare Battisti

    Alessandro Fortis

    Gian Domenico Romagnosi

    Francesco Salfi

    Nazario Sauro

    Tito Zaniboni



    Esploratori, Astronauti

    Richard Byrd

    Robert F. Scott

    Charles Lindbergh

    Ernest shackleton

    Gordon Cooper

    Edwin Aldrin

    Virgil Grissom

    Edgar Mitchell

    Walter Schirra

    Thomas Stafford

    Paul Metz

    John Glenn



    MILITARI

    Horatio Kitchener

    Douglas Mac Arthur

    Mark Clark

    Gebhart Blucher

    Horatio Nelson

    Cockburn

    William Douglas Haig

    Fran† ois Kellermann

    Von Scharnhorst

    Arthur Duke Of Wellington

    Filippo Corridoni

    Francesco Baracca

    Principe Raimondo Sangro

    Di San Severo

    Gen. Antonio Gandini

    Gen. Pierre Cambronne

    Gen. Pierre Augereau

    Gen. Michel Ney

    Gen. F. J. Lefebvre

    Gen. Jean Bernadotte

    Gen. Armando Diaz

    Gen. Luigi Capello

    Gioachino Murat

    STATISTI, PERSONAGGI

    Winston Churchill

    Salvador Allende

    Cecil Rhodes

    Pierre Mendès France

    A. F. Kerenskij

    Gustav Stresemann

    Lord Ph. Chesterfield

    Francis Moira

    Giuseppe Zanardelli

    Michele Coppino

    Agostino Depretis

    Bettino Ricasoli

    Francesco Crispi

    Marco Minghetti

    Nehru (il Pandit)

    Federico II Il Grande

    Francesco Stefano Di Lorena

    Eugenio Beauharnais

    Ignazio Potocki

    Principe Poniatowski

    I RE D’INGHILTERRA

    Giorgio IV

    Guglielmo IV

    Edoardo VII

    Edoardo VIII

    Giorgio VI

    PRESIDENTI DEGLI U.S.A.

    George Washington

    William Mc Kinley

    Benjamin Franklin

    Herbert C. Hoover

    William H. Taft

    Andrew Johnson

    Theodore Roosevelt

    Franklin Delano Roosevelt

    Harry Truman

    Lyndon Johnson

    Gerald Ford

    Alexander Hamilton

    Thomas Jefferson

    POLITICI

    Antonio Labriola

    Andrea Costa

    Meuccio Ruini

    Leonida Bissolati

    Ernesto Nathan

    Bakunin e Malatesta (anarchici)

    Ettore Ferrari

    Alberto Beneduce

    INDUSTRIALI

    Gino Olivetti

    Vittorio Valletta

    Henry Ford

    VARI

    Mario Calvino (padre di Italo)

    Ludwig Zamenhof

    William Cody (Buffalo Bill)

    Aga Khan III

    David Crockett

    Elmo Lincoln

    H. Woodcook



    \

    Ci auguriamo che queste poche informazioni contribuiscano ad illuminare l’opinione del lettore ed essere di guida agli uomini di buona volontà, per il bene ed il progresso dell’Umanità.













    Estratti dalle Costituzioni del Grande Oriente d’Italia

    Art.1 - La Massoneria Universale.

    La Massoneria è un Ordine universale di carattere tradizionale e simbolico. Intende al perfezionamento e all’elevazione dell’Uomo e dell’Umana Famiglia.

    Art.2 - La Comunione Massonica del grande Oriente d’Italia.

    Il Grande Oriente d’Italia - Palazzo Giustiniani - è storicamente la prima Comunione Massonica Italiana, dotata di regolarità d’origine, essendo stata fondata nel 1805 da un corpo massonico debitamente riconosciuto; essa è indipendente e sovrana, opera nel pieno e incondizionato rispetto dei principi della Costituzione e delle leggi dello Stato italiano.

    Si raccoglie sotto il simbolo iniziatico del

    G\ A\ D\ U\

    e rappresenta la sola fonte legittima di autorità massonica nel territorio italiano e nei confronti delle Comunioni Massoniche Estere, in base ai principi formulati da Anderson nel 1723.

    E’ costituito da tutte le logge regolarmente fondate alla sua obbedienza ed è retto da una Giunta, presieduta dal Gran Maestro, con sede in Roma.

    Il G.O.I., nei rapporti con la società civile, si colloca fra le associazioni non riconosciute.

    Art.4 - Principi e finalità..

    Il G.O.I., fatti propri gli Antichi Doveri e in obbedienza ai principi dell’ordinamento costituzionale ed alle leggi dello Stato, persegue la ricerca della verità ed il perfezionamento dell’Uomo e dell’Umana Famiglia; opera per estendere a tutti gli Uomini i legami d’amore che uniscono i Fratelli; propugna la tolleranza, il rispetto di sé e degli altri, la libertà di coscienza e di pensiero.

    Art. 5 - Metodi.

    Il G.O.I.:

    lavora alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo;
    osserva gli Antichi Doveri, usi e costumi dell’Ordine;
    adotta rituali conformi alla Tradizione muratoria;
    apre il libro della Legge Sacra sull’Ara del Tempio e vi sovrappone la squadra ed il Compasso;
    segue il simbolismo nell’insegnamento e l’esoterismo nell’Arte Reale;
    applica la distinzione della Massoneria nei tre Gradi di Apprendista, Compagno d’Arte e Maestro;
    insegna la leggenda del Terzo Grado;
    non tratta questioni di politica e di religione;
    inizia solamente uomini che siano liberi e di buoni costumi, senza distinzione di razza, censo, opinioni politiche o religiose;
    si ispira al trinomio:
    LIBERTA’ - UGUAGLIANZA - FRATELLANZA



    \

    Questo opuscolo è stato realizzato dai Fratelli della Loggia Massonica Subalpina n. 861 all’Oriente di Torino, per ricordare i 30 anni dalla sua fondazione ed i 25 anni di appartenenza al Grande Oriente d’Italia - Palazzo Giustiniani.

    Torino, 19 dicembre 1998

    Subalpina 861

    c/o LOGOS

    Piazza Vittorio Veneto 19

    10124 TORINO

    Per chi volesse approfondire l’argomento, si consigliano:

    Roberto Gervaso, I Fratelli maledetti, Bompiani, Milano (1996)

    Aldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano (1992)

    Luigi Sessa, La Massoneria - L’antico mistero delle origini, Bastogi, Foggia (1997)

    Johann Gottlieb Fichte, Filosofia della Massoneria, Bastogi, Foggia (1995)


    http://www.esoteria.org/documenti/ma...lareitalia.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Massoni e Nobiltà: É dal primo settecento che le corti europee annoverano esponenti della nobiltà tra le fila della Libera Muratoria. Un fatto particolarmente riscontrabile sia alla corte d'Inghilterra, che dal 1721 vede a capo della Gran Loggia un fratello di tale estrazione, com'è oggi il caso di Edward duca di Kent, sia a quella svedese, ove ora il principe Bertil è Gran Maestro della Gran Loggia di Svezia. Tra la nobiltà degli altri stati si sono distinti Federico II di Prussia (1712-1786), iniziato nel 1738, il duca Ferdinando di Brunswick (1721-1792), iniziato nel 1740, Stanislao II re di Polonia (1732-1798), Guglielmo II re dei Paesi Bassi (1792-1849), numerosi regnanti di Danimarca e Norvegia, fino al popolare re archeologo Gustavo VI Adolfo (1882-1973), i re di Grecia Giorgio I (1845-1913), Costantino I (1868-1923) e Giorgio II (1890-1947), Leopoldo I re del Belgio (1790-1865), cinque sovrani d'Inghilterra, Giorgio IV (1762-1830), Guglielmo IV (1765-1837), Edoardo VII (1841-1910), Edoardo VIII (1894-1972) che abdicò al trono per sposare la divorziata Mrs. Simpson, e suo fratello Giorgio VI (1895-1952), l'imperatore del Brasile Pedro I (1798-1834), l'imperatore del Sacro Romano Impero Francesco I (1708-1765), il sovrano delle Hawaii Kamehamena IV (1834-1863), e molti altri ancora. Inoltre sono stati massoni vari sovrani di creazione napoleonica, come Gerolamo di Westfalia, Giuseppe di Spagna, Luigi d'Olanda e Gioacchino Murat (1787-1815), che recitò una grossa parte nella storia dell'Ordine a Napoli. In Italia pare ormai accertata l'avvenuta iniziazione del re Umberto I di Savoia (1844-1900). Significativa e recente testimonianza di zelo massonico ci viene offerta dal principe Alessandro di Jugoslavia, vivente, cugino del Duca di Kent ed erede al trono patrio prima dell'avvento di Tito. Ha ricoperto varie cariche dignitarie ai vertici della Gran Loggia Nazionale Francese, attivandosi nella ricerca massonica quale membro della Loggia di ricerca Phoenix. Circa vent'anni orsono ha scritto un saggio decisamente attuale sul tema "Che cosa può offrire la Massoneria all'inquieta gioventù moderna", sostenendo tra l'altro che "La principale richiesta della Massoneria ai suoi iniziati è quella di credere in Dio, divino Creatore. Di conseguenza, un nostro giovane iniziato si troverà circondato da uomini di provata fede, disposti a condividere con lui le proprie convinzioni, se tale sarà il suo desiderio. L'iniziazione lo colloca su un sentiero in cui, in virtù dei suoi propri sforzi, egli sarà in grado di scoprire che gli si è aperta innanzi la via dello sviluppo della fede nel Divino Creatore, nel prossimo ed in sé stesso. Lo spirito di creatività e la ragione si ridesteranno in lui, ed egli potrà finalmente lavorare alla scoperta delle verità essenziali dell'Umanità".

    Massoni e Polizia: Soprattutto nel mondo anglosassone la Massoneria annovera numerosi affiliati tra le forze di polizia, dall'inglese Scotland Yard all'americana F.B.I. alla Mounted Police canadese. La famigliarità tra Logge e corpi anticrimine data all'epoca della milizia coloniale americana del '700, manifestandosi nella drammatica fase della "frontiera" quando nel 1863, in Montana, un gruppo di pionieri e cercatori d'oro, in prevalenza Massoni, si accordò sul "Vigilante oath". Era il giuramento che sanciva la giustizia sommaria nei confronti dei responsabili di brigantaggio colti in flagranza di reato. Tra quanti hanno costruito la storia dei corpi di polizia del XX secolo spicca soprattutto la figura di John Edgar Hoover (1895-1972), per vari decenni capo del Federal Bureau of Investigations (F.B.I.).

    Massoni e Scienza: Desaguliers, uno dei codificatori della Massoneria moderna, era notoriamente un newtoniano ed uno sperimentatore nell'ambito delle scienze fisiche. Newton, a sua volta, coltivava ricerche alchemiche ed escatologiche, e qui si chiude il cerchio del rapporto fenomenologico esistente fra Massoneria e scienze fisico matematiche, nel senso che, esotericamente, tali discipline sono il trampolino di lancio per una decifrazione del reale come struttura simbolica. Aurobindo, grande filosofo indiano contemporaneo, vede in talune acquisizioni delle scienze moderne una rivalutazione della spiritualità della materia. "Quando la scienza scopre che la Materia si risolve in una forma di energia, afferra una verità universale. E quando la filosofia scopre che la Materia non esiste per la coscienza se non come apparenza sostanziale, e che la sola realtà è lo Spirito o puro Essere Cosciente, afferra una verità più grande e più completa". Nella Materia si elabora la Vita, e ciò è possibile solo perché il secondo termine evolutivo è già contenuto, velatamente, ovvero virtualmente, nel primo. Quanto accade allorché la Vita sboccia nella Materia non è vera nascita, ma è risveglio da uno stato letargico. A conferma di questa posizione, Aurobindo cita la teoria panvitalista del fisico indiano Jagadsh Chandra Bose, secondo la quale "la reazione ad un'eccitazione è segno infallibile dell'esistenza della vita, per cui questa sarebbe individuale già a livello atomico, mentre in biologia si tende tuttora a ritenere che le proprietà peculiari dei viventi non siano spiegabili, per ora, in base alle caratteristiche delle particelle elementari. É invece necessario portarsi almeno a livello molecolare, e qui individuare i costituenti più importanti". Altro aspetto massonicamente significativo delle scienze fisiche e matematiche è la loro testimonianza dell'esigenza di un ordine armonia nella congerie dei fenomeni naturali. Dove il disordine è più forte, la tensione all'ordine è più acuta. Un'osservazione fondata su una legge del mondo fisico, quella dell'equilibrio dei sistemi, per cui ogni fattore di perturbazione di tale equilibrio è compensato da un maggior lavoro di "costanza". Si può trarre un esempio da un fenomeno che si attua nell'unità anatomica veicolante la mente umana, il cervello. Esso conosce il fenomeno della "vicarianza", per cui quando una sua parte viene per qualche ragione inabilitata, un'altra lavora per assumerne le funzioni. Questo non è sempre possibile, ma resta chiaro che lo sforzo supplementare della zona vicaria rappresenta il sintomo della tendenza naturale all'armonia ed all'ordine. Passiamo ora ad elencare le varie scienze ed alcuni dei molti massoni che ne sono celebri esponenti: 1) Matematica: G. Fontana (1735-1803), pioniere della statistica, Luigi Cremona (1830-1903), caposcuola nella geometria algebrica, Cato Guldberg (1836-1902), formulatore della legge di Guldberg e Waage, base della chimica fisica, e C. Mastrocinque (1892-1969), ingegnere, astronomo e matematico. 2) Fisica: H.C. Oersted (1777-1851), scopritore dell'elettromagnetismo, N.L. Sadi Carnot (1796-1832), da cui prende il nome il secondo principio della termodinamica, Albert Michelson (1852-1931), premio Nobel 1907 per la fisica, ed Enrico Fermi (1901-1954), fisico nucleare, anch'egli premio Nobel 1923 per la fisica. 3) Chimica: F. Fontana (1730-1805), scopritore del gas d'acqua e delle proprietà assorbenti del carbone, J.J. Berzelius (1779-1848), fondatore della teoria elettrochimica, M. Morigi (1878-1951), artefice della preparazione industriale degli arseniati, A. Coppadoro (1879-1952), ideatore della produzione industriale della lecitina. 4) Astronomia: J.J. de Lalande (1732-1807), P.S. Laplace (1749-1827), ideatore dell'ipotesi della nebulosa, secondo cui il sistema solare trarrebbe origine dalla condensazione di una massa siderale rotante, J.S. Bailly (1736-1793), accademico di Francia dal 1783. 5) Geologia: I. von Born (1742-1791), scopritore della bornite, T. Dolomieu (1750-1802), identificatore della dolomite, F. Ameghino (1854-1911), famoso paleontologo e geologo argentino. ed il vivente T. Lipparini, versatile scienziato e studioso, membro della prestigiosa American Geological Society.

    Massoni e Sindacalismo: Il 28 settembre 1864 si costituì a Londra la prima "Internazionale", denominata Associazione Internazionale dei Lavoratori. La prima sua sezione italiana venne fondata in una casa massonica dal fratello Enrico Bignami (1846-1921). seguendo una consuetudine di reciproca ospitalità tra le associazioni democratiche dell'epoca. Tra gli internazionalisti massoni della prima ora vi fu anche il leggendario Amilcare Cipriani (1844-1918), che restò fedele agli ideali muratori fino alla morte, pur non avendoli mai compresi appieno. Il più significativo esempio di sindacalista massone fu senz'altro Giuseppe Giulietti (1879-1953), per lungo tempo carismatico segretario generale della Federazione Italiana Lavoratori del Mare, oppresso dal regime fascista ed incompreso nella stessa istituzione massonica che addirittura lo inquisì per attività sovversive, senza valide ragioni. In nazioni straniere si dintinsero vari massoni sindacalisti, tra i quali: E. Vandervelde (1866-1938), fondatore del partito opraio belga, W. Leuschner (1890-1944), dirigente della Federazione Tedesca del Lavoro, ucciso dai nazisti, S. Gompers (1850-1924), fondatore dell'American Federation of Labor, che poi orientò pragmaticamente, prendendo le distanze dal socialismo marxista, John L. Lewis (1880-1969), leader indiscusso della United Mine Workers, il potente sindacato dei minatori, che guidò nel grande "sciopero del carbone", grazie al quale i minatori, per primi e nel primo dopoguerra, ottennero l'orario storicamente ridotto ad otto ore giornaliere.

    Massoni e Sport: Tra le figure massoniche che si sono distinte nelle attività sportive ricordiamo: Giuseppe Evangelisti (1873-1935), pioniere del ciclismo, Alexander Joy Cartwright (1820-1892), pioniere del baseball, James Naismith (1861-1939), pioniere della pallacanestro, e tra i grandi pugili Daniel Mendoza (1764-1832), Ray "Sugar" Robinson (1920-1989), William Harrison "Jack" Dempsey (1895-1983), Jack A. Johnson (1878-1946). Infine Sir Malcom Campbell (1885-1948), che alla guida della mitica auto "Bluebird" stabilì, e mantenne a lungo, il record mondiale di velocità.

    Massoni e Teatro: Numerosissimi sono gli autori teatrali italiani iniziati alla Massoneria, tra i quali ricordiamo: Carlo Goldoni (1707-1793), Sam Benelli (1877-1949), Annibale Ninchi (1887-1967), Giovacchino Forzano (1884-1970) e Ludovico Parenti (n. 1938). Tra i grandi attori teatrali italiani sono da citare Gustavo Modena (1803-1851), Ernesto Rossi (1827-1896), Tommaso Salvini (1829-1915), Cesare Rossi (1829-1898), Ermete Novelli (1851-1919), Ruggero Ruggeri (1871-1953), Angelo Musco (1872-1947), Ettore Petrolini (1886-1936), Renzo Ricci (1899-1978), Riccardo Billi (1906-19872) e Paolo Stoppa (1906-1988).

    Massoni ed Esperanto: Uno dei campi d'azione cosmopolita nei quali l'intervento diretto di singoli massoni s'è fatto sentire è quello linguistico, particolarmente intorno al progetto esperantista, che dal 1889 catalizza le energie di numerosi "cittadini del mondo". Tra questi ricordiamo Ludovico Lazaro Zamenhof (1859-1917), oculista polacco, di origini ebree, geniale creatore dell'Esperanto, fondatore nel 1905 della Universala Framasona Ligo, mediatrice tra massonerie regolari ed irregolari, Mario Dazzini (1910-1985), attivissimo nell'ambiente esperantista mondiale, presidente della Federazione Esperantista Italiana, e Carlo Gentile (1920-1984), ricercatore esoterico, grande animatore dell'esperimento massonico esperantista italiano.

    Massoni militari: Sono molti i massoni che si sono distinti negli eserciti di tutto il mondo, fratelli che spesso hanno portato alla costituzione di vere e proprie Logge militari, talvolta operative negli stessi luoghi in cui combattevano. Tra questi ricordiamo: Horatio Nelson (1758-1805), ammiraglio inglese, il celebre vincitore sulla flotta francese a Trafalgar, dove morì, Arthur Wellesley 1° duca di Wellington (1769-1852), comandante dell'esercito vincitore a Waterloo (1815) sulle truppe di Napoleone Bonaparte, Marie-Joseph-Paul de Motier, marchese di La Fayette (1757-1834), generale e uomo politico francese, dal 1777 attivo e stretto collaboratore di Giorgio Washington (v.) durante l'intera guerra d'indipendenza americana, Paul Peigné (1844-1919), generale francese, inventore balistico, mirabile esempio di separatore della figura professionale da quella massonica, Luigi Capello (1859-1941), generale dell'esercito italiano, ingiustamente accusato quale responsabile della disfatta di Caporetto, John J. Pershing (1860-1948), capo delle forze armate statunitensi durante la prima guerra mondiale, sempre ostentatamente un massone che considerava l'Ordine come un'istituzione patriottica, Omar Bradley (1893-1981), capo delle truppe alleate sbarcate in Normandia, Mark Wayne Clark (1896-1984), capo dell'offensiva alleata sul fronte italiano, apoteosi della seconda guerra mondiale, Douglas MacArthur (1880-1964), comandante supremo delle Forze Alleate nel Pacifico meridionale (1942).

    Massoni pacifisti: In quest'ambito particolare il massone più rappresentativo è stato probabilmente Léon-Victor Bourgeois (1851-1925), presidente della Società delle Nazioni (la prima versione dell'ONU) ed assertore dell'arbitrato internazionale, premio Nobel per la Pace nel 1920, seguito da Carl von Ossietzky (1889-1938), pacifista socialista indipendente, un dinamico antidogmatico di incondizionata solidarietà con la causa proletaria, premio Nobel per la Pace nel 1935. Si sono inoltre distinti Daniel Carter Beard (1850-1941), leader dello Scoutismo internazionale, R,D. Abernathy (n. 1926), il pastore battista che guidò la "marcia dei poveri" su Washington nel 1968, ed infine Martin Luther King sr. (1900-1984), anch'egli pastore battista, carismatico attivista del movimento non violento per i diritti civili negli U.S.A.

    Massoni patrioti: Tra quanti si distinsero per la dedizione ai più elevati ideali del patriottismo, ricordiamo i massoni Benjamin Franklin (1706-1790), artefice culturale e diplomatico della nuova grande America, Gustav Stresemann (1854-1943), Cancelliere e poi Ministro degli Esteri tedesco, promotore dell'ammissione della Germania nella Società delle Nazioni che, allorché raggiunto lo scopo, lodò apertamente il Grande Architetto dell'Universo, Simon Bolivar (1783-1830), liberatore del Venezuela dalla dominazione spagnola, Francisco Antonio Gabriel de Miranda (1750-1816), generalissimo e dittatore venezuelano, promotore dell'indipendenza dell'America latina, José Napoleon Duarte (1931-1990), presidente della repubblica salvadoregna, Salvador Allende Gossens (1909-1973), presidente della repubblica cilena, spodestato ed ucciso in un golpe militare guidato da Pinochet, Bernardo O'Higgins (1776-1842), uomo politico liberale cileno, capo della rivoluzione antispagnola del 1811, Josè Martì (1853-1895), scrittore e combattente per l'indipendenza di Cuba dal giogo spagnolo, Benito Pablo Juarez (1806-1872), uomo politico messicano, capo della rivolta contro Massimiliano d'Austria (1864), presidente della repubblica del Messico dal 1867 alla morte, José Mercado Rizal (1861-1896), eroe nazionale filippino, Eleutherios Venizelos (1864-1936), capo della rivolta cretese contro i turchi, proclamatore dell'unione di Creta alla Grecia nel 1805, Mustafa Kemal Atatürk (1880-1938), generale e statista, depose il sultano Maometto V e proclamò la repubblica turca, di cui fu presidente fino alla morte, Lajos Kossuth (1802-1894), protagonista della rivolta ungherese contro la dominazione asburgica, presidente della repubblica ungherese fino all'esilio impostogli dallo zar Nicola I, Pasquale Paoli (1725-1807), capo della lotta dei corsi contro Genova che rioccupò l'isola con l'aiuto dei francesi, per cedere poi definitivamente la Corsica alla Francia nel 1769, Marthinus Wessels Pretorius (1819-1901), uomo politico boero, presidente del Transvaal (1857) e dell'Orange (1860), Giuseppe Garibaldi (1807-1882), l'eroe dei due mondi, uno degli artefici dell'Unità d'Italia, e tra i suoi mille Nino Bixio (1821-1873), storico dei Mille, difensore della repubblica romana (1849), deputato e poi senatore del Regno d'Italia, ed Aurelio Saffi (1819-1873). triunviro con Mazzini ed Armellini nel governo della Repubblica Romana, che concorse valorosamente alla difesa di Roma, e fu poi esiliato a Londra. Infine va citato Gabriele D’Annunzio, scrittore dall’inconfondibile stile poetico e narrativo, ideatore della beffa di Buccari, della campagna di Fiume (occupata l’11.9.1919) e dello sbarco a Zara (14.11.1919), che dopo la fine della prima guerra mondiale portò all’annessione dell’Istria e di buona parte della costa dalmata all’Italia.

    Mater et Magistra: Enciclica pubblicata da papa Giovanni XXIII nel 1961, nel settantesimo anniversario della Rerum Novarum (v.). Si articola in quattro parti: 1) una sintesi dell’insegnamento di Leone XIII, Pio XI e Pio XII; 2) il compito della Chiesa nei confronti dei nuovi problemi delle società moderne; 3) i problemi del sottosviluppo e dell’incremento demografico, e la necessità della collaborazione internazionale; 4) il contributo insostituibile della dottrina della Chiesa alla soluzione dei problemi sociali. Questa enciclica è rivolta verso l’azione e l’attualità (Le Rivoluzioni nell’età contemporanea, di G. De Rosa, Ediz. Minerva); è adatta all’epoca, conforme alle esigenze delle giovani generazioni che rifiutano i discorsi accademici e disprezzano le astrazioni dottrinali. L’enciclica riscosse favorevoli consensi, specie nell’opinione pubblica del terzo mondo, come in India e nei paesi sottosviluppati. L’essenza del messaggio è nel richiamo ad una politica mondiale fondata sull’effettiva interdipendenza delle comunità politiche, e nella condanna di quei piani che affrontano gli squilibri esistenti tra popolazione e mezzi di sussistenza in maniera errata, ovvero con sistemi offensivi per la dignità umana, poiché prevalentemente ispirati ad una concezione materialistica dell’uomo stesso e della sua vita.

    Mattoni: Termine massonico con il quale vengono definite le offerte in denaro versate nel Sacco dei Poveri, detto Tronco della Vedova (v.), fatto circolare dal Fratello Elemosiniere all’Oriente e tra le Colonne del Tempio prima della chiusura rituale dei Lavori di ogni Loggia.

    Mawla: Termine derivato dal plurale arabo mawali, designante un antichissimo istituto del mondo arabo, paragonabile alla clientela in senso romano, che ebbe enorme sviluppo tra il I ed il II secolo dell’egira (v.), ovvero tra il VI ed il VII secolo. Per esso l’appartenente ad una tribù aveva facoltà di mettersi sotto la protezione di un’altra diventandone appunto M. o cliente. Il rapporto poteva essere permanente, ed il M. entrava a far parte integrante, insieme ai suoi discendenti, della tribù che l’aveva accolto. Questa usanza, insieme ad altre analoghe, ebbe notevole importanza nel processo di aggregazione dei popoli arabi, avviato da Maometto (v.). Con il tempo vennero considerati M. anche i neoconvertiti all’islamismo, e tra questi e gli arabi musulmani si determinarono talvolta fenomeni di frizione e malcontento, con rilevanti conseguenze. Nel senso di "signore, padrone", il termine, con l’aggiunta del suffisso pronominale di prima persona singolare, costituisce il titolo che precede nel Marocco il nome dei sovrani delle dinastie idrisita (778-985), sadiana (1542-1658) e filali (dal 1664 ad oggi). Presso i Persiani ed i Turchi, il vocabolo semplice significa, infine, cultore di studi religiosi musulmani.

    Mawlawiyya: Confraternita musulmana fondata dal poeta Gialal dal Din Rumi (1207-1273), un mistico, autore tra l’altro di un poema spirituale definito Corano persiano. I suoi seguaci, denominati anche Dervisci che danzano in cerchio, usano suonare lunghissimi flauti e cadere in uno stato di estasi. Si distinguono perché indossano un lungo cappello rigido, senza falda, di colore chiaro ed a forma di cono tronco, denominato kulah (Dizionario Massonico, di Luigi Troisi, Ediz. Bastogi).

    Maya: Popolazione indigena dell’America Centrale, distribuita tra il Messico meridionale, il Guatemala, l’Honduras ed il Salvador. Oggi è interamente convertita al cristianesimo, ma conserva, specie tra le tribù primitive, molte tradizioni ed usanze dell’antica popolazione indo-precolombiana da cui discende. Si usa suddividere le attuali lingue maya in due diversi gruppi principali: huaxteco e maya. Gli antichi M. costituirono, intorno al III secolo, un vasto impero frazionato in numerose città-stato, mantenuto unito da vincoli linguistici e culturali. Della loro storia si sa ben poco. Solitamente si distinguono un Antico Impero (320-900, esteso nella regione del Peten, Guatemala), ed un Nuovo Impero, inaugurato dalle conquiste dei Toltechi, limitato allo Yucatan e durato dal 900 al 1697, sebbene di fatto progressivamente esauritosi a partire dal 1523, anno della conquista spagnola della regione. Evoluti nell’astronomia e nella matematica, i M. si servivano di un calendario fondato sull’anno solare di 365,2420 giorni, ed adottavano nella numerazione il sistema vigesimale, mentre per la scrittura usavano un sistema ideografico a base di geroglifici. La struttura della società era fortemente gerarchizzata, con prevalenza della classe sacerdotale (periodo classico) e guerriera (età tolteca), ed amplissimo uso della schiavitù. I M. eccelsero nella costruzione di città maestose, al contempo centri di commercio e di culto: Tikal, la più ampia ed antica, ricca di templi e piramidi; Copan; Piedras Negras; Palenque (v), con le facciate degli edifici ricche di stucchi; Chichen Itza, la città sacra, che conserva grandiose rovine di templi, come il Castillo ed il tempio dei Guerrieri, ornato di pitture murali; Labna ed Uxmal, massimo centro architettonico, con lo splendido palazzo del governatore, decorato esternamente da un mosaico in pietra ad eleganti motivi astratto-geometrici, tipici del gusto M. La religione dei M., a noi nota soltanto per il periodo del Nuovo Impero, era una forma di politeismo. Al di sopra di tutti gli dei era il dio solare Itzamna, figlio del Creatore del mondo Hunab, e sposo della dea lunare Ixchel. La creazione del mondo e degli uomini era vista, nell’ottica della mitologia M., come opera di dei, ai quali il culto umano era necessario per la loro stessa sopravvivenza. Anche la classe sacerdotale era organizzata gerarchicamente, ed i riti erano regolati dal calendario.

    Maya: Termine sanscrito ricorrente nelle più recenti Upanisad (v.), indicante un concetto comune a tutto il pensiero religioso indiano, sia indù che buddhista. La M. ha le sue radici nell’ignoranza (avidya), a causa della quale l’uomo vede il mondo fenomenico come reale, mentre in effetti è irreale, inessenziale ed illusorio. L’unica effettiva realtà è rappresentata dal Brahman (v.) per gli indù e dal Nirvana (v.) per i buddhisti. Talvolta personificata nelle sembianze di una dea, come Durgä fu dagli sivaiti identificata con la sakti, o sposa di Siva, attraverso la quale il dio manifesta il mondo. Quindi M. è la potenza magica, prerogativa degli dei allorché assumono aspetti illusori.

    Mayflower: Nome della nave con la quale i Pilgrim Fathers (Fratelli pellegrini), primi colonizzatori puritani inglesi, salpando da Southampton il 5 agosto 1620, sbarcarono nel Massachussets l’11 dicembre 1620. Il nome della nave, su cui viaggiarono 120 passeggeri, è legato al famoso M. Compact, redatto il 21 novembre 1620, una raccolta di norme legislative valida per gli abitanti della prima colonia permanente della Nuova Inghilterra, la Plymouth Rock, costituitasi in corpo civile e politico.

    Mazdakismo: Setta eretica dello Zoroastrismo (v.), sorta in Persia verso la fine del V secolo, per opera del riformatore sociale e religioso Mazdak (m. 529 d.C.) che, partito dalle impostazioni di Zoroastro, nelle sue predicazioni assunse presto orientamenti di carattere comunistico, Infatti i suoi seguaci erano convinti sostenitori della comunione dei beni ed anche delle donne. Dapprima appoggiato dal sovrano sasanide Kawadh I (489-531) ma, quando questi recuperò il trono già perduto proprio per le sue simpatie mazdakiste, venne poi perseguitato a lungo. I suoi seguaci si dispersero definitivamente allorché Mazdak, su pressione dell’erede al trono Khusraw (il futuro re Cosroe Anusharwan), venne catturato, condannato a morte ed ucciso con molti dei suoi.

    Mazdeismo: Termine derivato dal nome della divinità Ahura Mazdah. Religione nazionale iraniana derivata dallo Zoroastrismo (v.), è tuttora praticata a Bombay dalla setta dei Parsi. Il M. è monoteistico ed universalistico, e riconosce l'origine di tutte le cose materiali e spirituali nell'intervento del supremo ed unico dio Ahura Mazdah od Ormuzd. A questi si contrappone Angra-Manyu od Ahriman, principio del male, così giustificando la laboriosa evoluzione dualistica dell'universo. Mentre nelle Gatha, la parte più antica dell'Avesta, il testo sacro del M., il monoteismo appare fermo, ad Ormuzd vennero poi fatte assumere diverse forme: i sei Amesa Spenta (o Amurta Spanta), concetti etici positivi (Vohu Manah, buon pensiero, Asa, ordine universale, Armatag, devozione), e gli Ameretat immortali (Ksatra, sovranità, Haurvatat, integrità ed Ameretat, immortalità). A questi si contrappongono i Daeva (Aka Manah, cattivo pensiero, Druvant, menzogna ed Angra, malvagità), forme di Ahriman. La polarità di Ormuzd ed Ahriman è destinata a finire dopo 12.000 anni con la vittoria del bene al termine di un'ultima decisiva battaglia. L'etica del M. è basata sul lavoro e sull'esercizio della bontà verso tutte le creature. Il sacrificio (haoma) consiste nella cura del fuoco sacro. I cadaveri vengono esposti sulle dakhma, le "torri del silenzio". I sacerdoti (Magi) resero più popolare il M. con la riammissione di molte divinità venerate prima dell'avvento di Zarathustra, come Mithra ed Anahita. Nel VI secolo a.C. l'idea etico politica dell'impero universale venne adattata al M. Fu più tardi che l'influsso ellenistico ed i residui elementi paleo-ariani provocarono il fenomeno del Mitraismo. Ulteriori elementi politeistici si moltiplicarono sotto gli Arsacidi, in particolare con Shahpur II nel IV secolo d.C. Il M. divenne religione di stato e strumento di assolutismo con i Sasanidi (VII secolo), ed è a quest'epoca che risalgono le persecuzioni antimanichee ed anticristiane. Il M. sopravvive nel Parsismo, praticato da circa 100.000 parsi indiani, che occupano posizioni di rilievo nell'industria e nelle libere professioni.

    Mazzini Giuseppe: Patriota e pensatore genovese, apostolo dell’unità d’Italia (1805-1872), viene definito "Uomo Universale". Figlio di Giacomo, un medico, e di Maria Drago, che trasmise al figlio la propria intensa sensibilità religiosa, fu educato in un ambiente ricco di tradizioni democratiche e repubblicane. Laureatosi in legge nel 1827, diresse vari fogli genovesi e livornesi, in cui fece sfoggio della sua spiritualità romantica, avviando l’esposizione del suo embrionale pensiero politico decisamente, già teso verso ideali di indipendenza nazionale. Membro della carboneria fin dal 1827, venne arrestato nel 1830, e costretto ad espatriare in Francia. Nell’ambiente marsigliese degli esuli democratici, ormai insoddisfatto dell’individualismo, del gradualismo cospirativo e del cosmopolitismo settecentesco dei Carbonari, avviò l’elaborazione di una visione ideologica in cui confluivano da un lato la tradizione democratica e repubblicana, e dall’altro un concetto di attività politica come dovere religioso, fortemente spiritualizzato, ed in grado soprattutto di coinvolgere non solo ristrette cerchie di illuminati, ma tutta la realtà spirituale della nazione, ovvero l’intero popolo italiano. Lasciata la Carboneria, si dedicò con vari amici collaboratori alla creazione di un’organizzazione politica di massa, con un programma democratico repubblicano da realizzare attraverso l’insurrezione armata. Fu così che nel 1831 nacque la "Giovine Italia", che si diffuse rapidamente negli ambienti studenteschi, intellettuali e dei lavoratori, non essendo il M. indifferente al problema sociale. L’organizzazione fu decimata nelle repressioni poliziesche del 1833-34, ricevendo il colpo di grazia dal fallimento di un tentativo di insurrezione armata condotto simultaneamente a Genova ed in Savoia (febbraio 1834). Trasferitosi in Svizzera, riannodò le file organizzative del movimento dei suoi seguaci, collegandosi con i patrioti svizzeri, tedeschi e polacchi, coi quali diede vita all’effimera esperienza della "Giovine Europa". In quel periodo accentuò l’aspetto religioso del suo pensiero, affrontando con impegno il tema del compito degli intellettuali nei loro rapporti con il popolo. Stabilmente domiciliato a Londra dal 1837, superata una crisi spirituale conseguenza soprattutto dei continui arresti e processi di suoi simpatizzanti ancora cospiranti in Italia, nel 1838 ridiede vita alla Giovine Italia, appoggiandosi più esplicitamente di prima alla classe operaia, specie tra gli emigrati. In campo politico diede prova di realismo con l’accantonamento del problema istituzionale, e disapprovando vari tentativi insurrezionali compiuti in suo nome ma senza il suo appoggio diretto, come i moti di Romagna del 1843 e 1845, nonché il tentativo dei fratelli Bandiera del 1844. Scoppiata la rivoluzione del 1848, sostenne l’esigenza di mantenere unito il fronte patriottico, e fu a Milano subito dopo le 5 giornate, dove diresse il quotidiano "Italia del Popolo", attraverso le cui pagine avversò i programmi di fusione con il Piemonte. Il fallimento della guerra di Carlo Alberto diede spazio ai suoi programmi. Il 29.3.1849 fu chiamato a far parte del triunvirato della Repubblica Romana, in cui fece sfoggio di notevoli doti politiche, animandone la difesa ed ispirandone la costituzione. Dopo la caduta di Roma fu nuovamente esule in svizzera ed in Inghilterra, restando fiducioso nelle possibilità di un suo movimento democratico internazionale. Nel frattempo le polizie colpivano duramente la sua organizzazione a Roma ed a Mantova (martiri di Belfiore) Solo a Milano il moto giunse a realizzarsi (6.2.1853), ma fu un fallimento totale. Molti suoi seguaci, tra i quali Giuseppe Garibaldi, lo abbandonarono per aderire alla più realistica causa sabauda. Alla sua sinistra si andava formando un’ala socialista, ma M. si ostinò nel considerare possibile ed imminente l’insurrezione popolare. Costituì il Partito d’Azione, fomentò vari tentativi in Lunigiana, in Valtellina ed altrove, tra cui quello disgraziatissimo del Pisacane a Sapri (giugno 1857). Scoppiata la guerra del 1859, M. lanciò la parola d’ordine dell’insurrezione generale. Comprese presto l’impossibilità di ostacolare l’annessione al regno sardo del centro-nord, ma sperò in un’iniziativa autonoma ed antiannessionista al sud. Dopo la spedizione dei Mille, tra cui erano molti suoi seguaci, fu a Napoli per opporsi alla fusione col Piemonte. Costituitosi il Regno d’Italia, M., che continuò a vivere a Londra, ne criticò aspramente il moderatismo e la politica di continuità sabauda, rivendicando invano, con il suo partito, la convocazione di una Costituente. Tentò poi di organizzare unitariamente la rete delle associazioni operaie, in senso antisocialista ed in concorrenza con il movimento anarchico. Nel 1870 si recò a Palermo per un ultimo tentativo insurrezionale, ma fu arrestato e poi amnistiato. Passò gli ultimi anni della sua vita in Italia, sotto falso nome. Morì a Pisa il 10 marzo 1872. Y (Massoneria) M. non fu mai massone, ma dal ricchissimo epistolario disponibile per gli storici, emerge il suo rapporto di stretta amicizia con molti membri ai vertici della Fratellanza italiana, tra cui alcuni Gran Maestri, come il Lemmi ed il Nathan. Non avendo compreso i principi massonici, tentò ripetutamente di coinvolgere sia a livello centrale che periferico l’istituzione muratoria nei suoi disegni politici rivoluzionari, incontrando sistematicamente un’incompresa indifferenza od un’ancor più sorprendente ostilità. L’ideale di Libertà che accomunava gli ideali mazziniani a quelli massonici, accostati al rispetto dovuto dal Libero Muratore allo stato (nell’Italia preunitaria ripartita in molte piccole realtà politiche) in cui vive ed opera, stridevano con i principi esasperatamente repubblicani di M. Solo il Grande Oriente palermitano gli diede un certo credito, proponendolo addirittura alla propria Gran Maestranza. La decisa opposizione del restante mondo massonico non consentì la realizzazione di quel piano, e M. dichiarò che comunque non avrebbe accettato quell’incarico.

    Mazzuolo: v. Maglietto.
    http://www.esonet.org/dizionario/m04.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Massoneria e Taoismo: La più classica delle religioni cinesi è fondata, come il Confucianesimo, sul concetto di ordine Celeste (t’ien tao) e su una pletora di divinità minori, analogicamente legate a pratiche di tipo alchemico. Malgrado la sospensione della sua tradizione tra panteismo impersonale e politeismo spicciolo, i suoi seguaci non hanno mai incontrato problemi all’iniziazione muratoria, poiché il Taoismo ammette una realtà Suprema sovrastante l’uomo, e ne venera la via tracciata dagli antichi Libri Sacri. La disponibilità del Tao te Ching di Lao Tse in lingua italiana, resa possibile dalla traduzione del massone A. Castellani (1864-1932) di Empoli, nella sua introduzione, seppur proponente un’immagine ateizzante del Taoismo filosofico, col suo approccio comparistico ebbe il merito di sottrarre il pensiero di Lao Tse all’isolamento culturale in cui la pigrizia mentale del mondo accademico italiano, alleata alle obbiettive difficoltà linguistiche presentate dal testo (e più in generale dai canoni espressivi dell’Oriente antico), lo aveva relegato.

    Massoneria ed Induismo: Gli indù furono ammessi nella Massoneria indiana solo a partire dal 1860. Un ruolo significativo nell’avvicinamento tra Massoneria e cultura indù fu giocato dal Brahmo Samaj, il movimento di riforma religiosa fondato nel 1828 da Rammohun Roy per riscoprire e celebrare gli aspetti monoteistici ed etici della tradizione indù, e per aprire quest’ultima all’influsso cristiano. Non a caso il polo induista, simmetrico a quello zoroastriano di Bombay, si formò a Calcutta, luogo di massima diffusione della riforma indù. "Brahmo" furono il Venerabile che iniziò R. Kipling nel 1866, e lo Swami Vivekananda (1863-1902), iniziato il 9 febbraio 1884 nella Loggia Anchor and Hope N. 1 di Calcutta, che poi si dedicò alla diffusione del pensiero e dell’esperienza di Sri Ramakrishna. "Brahmo" (e precisamente segretario dell’Adi Brahmo Samaj, la branca fondata da suo padre Devendranath per rivendicare l’autosufficienza spirituale dell’induismo interpretato monoteisticamente) fu Rabrindanath Tagore (1861-1941), il grande poeta bengali fondatore dell’università Visvabharati, iniziato da giovane ed insignito nel 1924 di un’alta onorificenza massonica argentina. Il processo di reciproca apertura tra ambienti massonici ed indù ha progressivamente toccato molte altre sezioni della comunità religiosa undiana: nel 1978 il massone V. V. Chetty poteva sostenere nel volume Freemasonry and its Hidden Treasures, senza cozzo alcuno con l’ortodossia, l’esistenza di una verità indù sottilmente celata nel simbolismo massonico. Il massone Guenon, con l’Introduzione generale allo studio delle dottrine indù nonché con L’uomo ed il suo divenire secondo il Vedanta, oltre che con saggi sparsi e recensioni dedicate ai fenomeni più stimolanti del pensiero indù contemporaneo, tra i quali il caso Aurobindo, ha contribuito non poco a liberare l’immagine della tradizione in parola dalle restrizioni accademiche da una parte, e dalle fumosità occultistiche dall’altra.

    Massoneria Femminile: Già nel 1700 era stato avvertito l'anelito femminile di beneficiare di un insegnamento massonico, e di collaborare con i Massoni, in particolare nelle opere filantropiche, nel tessuto sociale; tanto che la Massoneria speculativa, appena sorta, si pose il problema di cui ci stiamo occupando. Ancora il Lennhoff riferisce che " ... le donne dell'epoca, lungi dall'essere morse dal serpente dell'esoterismo, spasimavano di conoscere i luoghi, i riti e le cerimonie che tanto tennero impegnati i primi Massoni". Proprio sotto tale motivazione nacque la cosiddetta Massoneria di Adozione, che secondo molti fu un frivolo espediente delle Corti tedesche per tenere impegnate le proprie donne in attività parallele a quella della Massoneria tradizionale, con rituali "ad hoc" di impronta festaiola, anche se con intenti filantropici. Secondo il Clavel, storico dell'Istituzione, la Massoneria femminile nacque nel 1730, e le sue forme vennero fissate nel 1760 come Massoneria d'Adozione, sia in Francia che in Prussia. Già dal 1774 le Sorelle Massone "lavoravano" in tutti i paesi d'Europa dove esistevano riunioni della Massoneria tradizionale maschile. Tra il 1779 ed il 1787, in parecchi stati della Germania si manifestò un movimento di opinione contro il proliferare della Massoneria femminile. Molti governi ordinarono delle inchieste. Eclatante fu quella disposta dal principe palatino Carlo Teodoro, sul trono di Baviera per quasi un ventennio, che portò all'inattesa scoperta di molti scritti riservati dei principali settari dell'epoca, quali il professor Weißhaupt, il barone Dittfurth ed il barone Knigge. Dal XVIII secolo in poi fiorirono inoltre numerose consorterie più o meno collegate con la Massoneria tradizionale, che praticavano Riti stravaganti ed avevano differenti finalità. Tra queste ebbero una certa fortuna l'Ordine dei Cavalieri e delle Ninfe della Rosa, la società dei compagni di Penelope, l'Ordine della Beatitudine, l'Ordine dell'Ancora, l'Ordine degli Spaccalegna, la Loggia Egiziana di Adozione, ed altre ancora. É opportuno chiarire che i riti femminili erano di tipo "androgino", cioè uomini e donne operavano insieme nei luoghi di riunione. La Massoneria femminile si divideva i due classi ben distinte: Massoneria di Adozione e Massoneria Palladica. Nella Massoneria di Adozione i Riti erano quelli in uso nelle Logge Miste, e seguivano rituali dai contenuti iniziatici molto intensi e pregnanti. La struttura gradualistica prevedeva i seguenti gradi esoterici: 1) Apprendista; 2) Compagna; 3) Maestra; 4) Maestra Perfetta (grado corrispondente al 18° dei Rosa+Croce); 5) Sublime Scozzese (grado corrispondente al 30° del R.S.A.A., Grande Eletto Cavaliere Kadosch). Nella Massoneria Palladica i Riti erano quelli praticati nei luoghi di riunione, il cui fine era quello di formare una certa categoria di dame dedite prevalentemente agli intrighi della politica. Questa specie di Sotto Massoneria si divideva a sua volta in due Ordini o Riti: 1) l'Ordine dei sette Savi, od Ordine di Minerva, nelle cui riunioni i Fratelli si occupavano della direzione e dei comportamenti sociali delle Sorelle; 2) l'Ordine del Palladio, o Sovrano Consiglio della Sapienza, nelle cui riunioni i Fratelli si mescolavano alle Sorelle che si erano distinte nelle Logge di Adozione, ed alle quali si voleva far rappresentare una parte. In pratica però i due Ordini si somigliavano. Durante il cosiddetto iter iniziatico, i Fratelli acquisivano prima il grado di "Adelfo", e successivamente quello di "Compagno di Ulisse", mentre le Sorelle acquisivano direttamente il grado di "Compagna di Penelope". Questo tipo di Massoneria femminile andò sempre più affievolendosi nel tessuto sociale europeo. Succintamente annotiamo i contenuti sostanziali di alcuni Riti praticati dalla "Massoneria Androgina" ammessa alla massoneria maschile: 1) Rito delle Scozzesi di Perfezione, strutturato in dieci gradi, di cui i primi cinque pressoché identici a quelli del rito Moderno di Adozione; 2) Rito Egiziano, o di Cagliostro, praticato nelle Logge femminili annesse ai luoghi di riunione del rito di Misraim, era composto di tre classi fondamentali: Apprendista, Compagna e Maestra Egiziana. Occorre sottolineare che un'ammissione di Maestra Egiziana fosse una vera e propria seduta di spiritismo, con esecrabili evocazioni. Ciò che caratterizzava questo grado era la parte che si faceva rappresentare ad una giovane chiamata Colomba che, chiusa in uno stanzino detto "Tabernacolo", veniva incaricata di far benedire alcuni oggetti dagli spiriti evocati con preghiere. A questo Rito aderivano con molto slancio soprattutto donne di religione ebraica. 3) Rito del Monte Thabor, di origine francese, era essenzialmente panteista, poiché praticava una dottrina secondo cui tutta la realtà si identificava con Dio. Si componeva di tre diverse classi ritualistiche. Questo Rito aristocratico guadagnò fama non solo per le agapi sontuose, ma anche per le opere di carità e di assistenza ai soldati malati e feriti nell'ospedale di St. Lazaire a Parigi; 4) Rito dei Mops, fondato sotto il patrocinio del religioso e galante principe elettore di Colonia, Clement August, divenne prima diffusissimo in Germania e poi praticato in tutta l'Europa. Frequentato da membri di ambo i sessi, esclusivamente cattolici, incontrò i favori delle alte dame di corte, appagando notevolmente la curiosità della nobiltà femminile. Il Rito, di carattere insignificante e grossolano, era privo di qualsiasi contenuto etico poiché, accostandosi alla storia della creazione, trasferiva l'attività della Massoneria mista nel giardino dell'Eden. Consisteva di un solo grado, in cui Mopsa significava sposa di un Fratello massone. Come sosteneva il rituale, una Loggia di Mops doveva insegnare ai suoi adepti "come tutti i diametri del cerchio passino per lo stesso punto centrale, così tutte le azioni di un Mops devono provenire da un'unica fonte, cioè dall'Amore". Le cerimonie, celebrate nelle Logge femminili, sfoggiavano molto lusso e grande sfarzo, e si concludevano sempre con una splendida festa da ballo. La prima Gran Maestra di questo rito fu la duchessa Bourbon. Seguirono la principessa Lamballe, la duchessa Chartres, e perfino M.me Helvetius, geniale moglie del filosofo Claude Adrien (1715-1771), membro della famosa Loggia "Le nove Sorelle" di Parigi, il cui grembiule massonico fu poi usato dal fratello Voltaire. Con la rivoluzione francese questo rito andò man mano esaurendosi, fino a scomparire del tutto; 5) Rito delle Sorelle Regolari, con le stesse tendenze volgari del Rito precedente, da cui si ispirò. Non ebbe che un moderato successo in Bretagna; 6) Rito della Felicità, comprendente quattro gradi, definiti con termini nautici. Si ritiene che le Sorelle compissero il viaggio cerimoniale dell'Isola della Felicità, sotto la vela dei Fratelli e guidate da essi; 7) Rito delle Fenditrici del Dovere, in cui le adepte non rappresentavano altro che le comparse della Massoneria cosiddetta Forestiera, cioè le Sorelle dei Carbonari, dove assumevano l'appellativo di Cugine, pur non esercitando alcuna azione politica; 8) Rito della Perseveranza, di origine polacca, rappresentò una certa parte della rivoluzione francese. Il suo motto era. "Amicizia - Virtù - Beneficenza - Lealtà - Coraggio - Prudenza"; 9) Rito dei Cavalieri e delle Ninfe della Rosa, non comportava che un solo grado, e le adunanze avvenivano nel tempio denominato dell'Amore. L'Amore ed il Mistero, così recitava il rituale, erano lo scopo principale degli adepti del Rito; 10) Rito degli Amanti del Piacere, che comprendeva un solo grado, quello dei Cavalieri e delle Dame Filocoreti, od Amanti del piacere. Le formule dell'ammissione erano, come nel Rito precedente, vere e proprie galanterie di dubbio gusto. Sul tema dell'iniziazione femminile si pronunciarono illustri studiosi di cose massoniche, in genere in termini negativi. Fra essi troviamo il Guénon, che peraltro non disconosce né il valore né la possibilità di estrinsecazione dell'iniziazione femminile. É tuttavia certo che alcune donne venissero iniziate in associazioni di soli uomini, ma furono casi rari ed eccezionali. Anche il De Ramsay, a proposito delle donne in seno alla Massoneria, così si esprimeva nel suo famoso discorso del 24 marzo 1737 all'Assemblea Generale massonica: "L'origine delle infamie verso la Massoneria speculativa scaturirono dall'ammissione di persone dell'uno e dell'altro sesso alle assemblee notturne, contro l'istituzione primitiva. É per prevenire tali abusi che le donne sono escluse dal nostro Ordine. Noi non siamo così ingiusti da considerare il sesso femminile come incapace del segreto. Ma la sua presenza potrebbe alterare sensibilmente la purezza delle nostre massime e dei nostri costumi". Una ricerca storica più accreditata ci conferma che nel 1774, a seguito della proposta di un francese, il cavaliere di Beauchénne, di fondare delle Logge speciali riservate alle donne, fu istituita la famosa "Loggia delle nove Sorelle", che accoglieva molte donne di corte, e che il Grande Oriente di Francia molto favorevolmente riconobbe come "Loggia di Adozione". Altre Logge vennero in seguito create con gli stessi presupposti filantropici e di ricerca esoterica, ma tutte finirono per affiancarsi a quelle maschili. Riferisce la Bisogni che la Loggia francese le Nove sorelle, tra i cui membri sono annoverati Voltaire, Lalade e Houdon, nel 1778 fece assistere ai propri Lavori due donne, la marchesa di Villet e M.me Denis, nipote di Voltaire. Maria Teresa di Savoia Carignano, principessa di Lamballe, nel 1786 assunse la Gran Maestranza delle Logge femminili di Rito Scozzese, succedendo alla marchesa di Borbone. Scomparsa nel corso della Rivoluzione, questa Massoneria femminile riprese vita sotto l'Impero, ma non tardò a decadere in Francia nonostante che l'Imperatrice Giuseppina, moglie di Napoleone, avesse assunto la Gran Maestranza della Gran Loggia di Santa Caterina. Nel 1907 la Loggia "La Gerusalemme Scozzese" richiedeva alla Gran Loggia di Francia l'autorizzazione a ridestare una vecchia Loggia di Adozione, tanto che nel 1925 ve ne saranno altre, tutte dipendenti dalla Gran Loggia. Al termine delle ostilità della seconda Guerra Mondiale, la Gran Loggia di Francia, per riavvicinarsi all'ortodossia, decide di sopprimere tutte le Logge di Adozione. Le Sorelle rifiutano di sottomettersi, e fondano nel 1945 un'Obbedienza speciale, in cui tutti i membri debbono essere di sesso femminile, ed i Fratelli possono essere ammessi solo come visitatori. Il Naudon, che nella sua opera sulla Massoneria tratta ampiamente della posizione della donna nei riflessi dell'Ordine, dedica un accenno particolare a Maria Deraismes (1828-1894). Questa intellettuale, accesa sostenitrice dell'emancipazione femminile, in dispregio ai regolamenti, fu iniziata nel 1883 in una Loggia dissidente di Rito Scozzese, "i Liberi Pensatori", di Le Pecq, che dal 1880 aderiva alla Gran loggia Simbolica scozzese. L'anno dopo fondò col marito Georges Martin (1844-1916) un'Obbedienza mista, il "Diritto Umano", che ammetteva uomini e donne su basi di eguaglianza e con pari diritti massonici. Quest'obbedienza, tuttora riconosciuta dal Grande Oriente di Francia, non cessò di svilupparsi a dispetto delle molteplici scomuniche lanciate dai Liberi Muratori tradizionali. La prima donna massone, per quanto ci è dato conoscere, pare sia stata la duchessa Elizabeth Aldworth, che "partecipò una volta ai lavori di loggia, e fu iniziata allo scopo di conservare il segreto". Nel 1877 la contessa Elena Hadik Barkoczy venne iniziata in una Loggia ungherese, ma la Gran Loggia d'Ungheria non convalidò la sua iniziazione. É opportuno ricordare la scrittrice russa Elena Petrovna Blavatsky (v.), fondatrice nel 1875 della famosa "Società Teosofica", che ricoprì alti gradi nel rito di Memphis e Misraim. La massoneria mista non ha certo risparmiato l'Inghilterra, patria dell'ortodossia massonica. Nel 1902 la teosofa Annie Besant, allieva della Blavatsky, farà nascere la prima Loggia mista inglese, la "Human Duty N° 6", affiliata alla Loggia "Droit Humaine".Questa nascita segnerà gli esordi della Co-Massoneria inglese, fondata da C. W. Leadbeater, amico della Blavatsky, che risulterà in seguito molto attiva oltre Manica. E sempre in Inghilterra, nel 1908, ebbe origine l'Ordine della Massoneria Femminile di tipo misto, che dopo il 1958 divenne esclusivo per donne, praticando la Ritualità Emulation. Nel 1925 sorse, ancora in Inghilterra, l'Ordine dell'Antica Libera ed Accettata Massoneria, aperta a uomini e donne, con l'adozione del Rituale Emulation. Quest'Ordine, tuttora operante, pur non essendo una Massoneria Mista di Diritto Umano, ma femminile che ammette Maestri Massoni, è completamente indipendente dall'Ordine Massonico. La Gran loggia Unita d'Inghilterra, riconoscendolo, lo considera un Corpo massonico di affiancamento nel campo sociale. Nel 1850, negli Stati Uniti, fu costituito l'Ordine delle Stelle d'Oriente, autonomo ed indipendente dall'Ordine massonico, al quale potevano aderire donne che vantavano un grado di stretta parentela con Fratelli Massoni. Si potrebbe affermare che l'Ordine nacque da un atto d'amore, dalla sintesi di due esseri, il Fratello Rob Morris e la Sorella Charlotte Mendenhall, senza peraltro sminuire l'apporto del massone di Rito Scozzese Robert Macoy. Quest'organizzazione paramassonica, tuttora decisamente in auge, venne definitivamente codificata nella forma attuale nel 1876. Essa accoglie quali membri anche Maestri massoni, come affiancamento della massoneria regolare e dalla quale è riconosciuta. L'Ordine, che accoglie oltre otto milioni di aderenti, è diffusissimo in America ed in molti paesi europei ed asiatici. In Italia è presente con una decina di Capitoli molto attivi. Finalità, ritualità, simbologia ed organizzazione sono oggetto di ampia trattazione in un dotto volume del Fratello Sebastiani, nonché in articoli della Caliterna. Esso profonde, particolarmente negli Stati Uniti, notevoli sforzi nei settori dell'assistenza e dell'educazione. In Italia, nel corso del XIX secolo, si ebbero diversi movimenti massonici femminili, che portarono alla creazione, come in Francia, di Logge di Adozione ma, con il mancato riconoscimento da parte del Grande Oriente d'Italia, dopo poco tempo scomparvero.

    Massoneria Odinica: Secondo certi studiosi, sia il compagnonaggio che la Massoneria primitiva deriverebbero in buona parte dalla tradizione normanno-vichinga. Lo spirito di fraternità regnante a bordo dei drakkar vichinghi sarebbe continuata anche a terra, dando vita alle prime logge massoniche in Normandia. Come sottolinea Maurice Guignard, sarebbe stato così lo spirito degli equipaggi dei drakkar si trasferì nelle prime logge dei costruttori di cattedrali normanne. Fu Enrico II (1165-1205), vescovo inglese di Bayeux ed antico decano di Salisbury, che avrebbe ristabilito con un editto l’antica "Confraternita dei costruttori di cattedrali". In questo modo si spiegherebbe l’origine del grembiule massonico nelle fasce di tela a forma triangolare impiegate dai marinai vichinghi. Una dozzina di vescovi-architetti hanno portato nomi massonici contenenti la radice Geirr (triangolo di tela) in norvegese antico, tra i quali Gervold (755-788), da Geirr-Valdr (Maestro del triangolo) e Sigered (1017-1022), da Sae-Geirr-Aett (Confraternita del triangolo e del mare). Queste Logge Odiniste reclutavano i loro membri unicamente tra i figli degli iniziati, la cui genealogia risalisse ai marinai dei drakkar. Gli aderenti alle Logge erano tutti architetti ed artigiani in regolare attività. Non è che a partire dal XVI secolo che tali Logge si trasformarono da operative a speculative. Le loro finalità erano: 1) Difesa dell’integrità della lingua norvegese; 2) Conservazione della teologia e della cosmogonia druidica e di Odino; 3) Preservazione dei segreti della magia odinica (v.). Secondo l’Angebert (Il Libro della Tradizione, Ediz. Mediterranee, 1980) è accertato che Logge della Massoneria di tradizione odinica siano tuttora numerose ed in regolare attività nel territorio norvegese.

    Massoneria: Detta anche Libera Muratoria o Framassoneria, è una scuola del pensiero democratico, costituita da uomini liberi, in cui si formano uomini di spiritualità superiore. Rappresenta l'ideale della comunanza umana, che va cancellando dalla società ogni privilegio ed ostilità di razza, di casta e di nazione, onde congiungerle tutte, in armonica varietà, sotto una comune legge di libertà, di giustizia e d'amore (A. Sebastiani: La Luce massonica, vol. 1°). La Gran Loggia del Grande Oriente d'Italia, tenutasi il 21 marzo 1987, ha definito l'identità dell'Istituzione muratoria nei seguenti termini: · "La M. è un ordine iniziatico, i cui membri operano per l'elevazione morale e spirituale dell'uomo e dell'umana famiglia; · La natura della M. e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in M. se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell'Essere Supremo; · La M. non è una religione, né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico e non consente ai suoi membri di discutere il Loggia in materia di religione; · La M. lavora con propri metodi mediante l'uso di rituali e di simboli, coi quali esprime ed interpreta i principi, gli ideali, le aspirazioni, le idee ed i propositi della propria essenza iniziatica; · Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l'amore per il prossimo e ricerca tutto ciò che unisce fra di loro gli uomini ed i popoli, per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale; · La M. afferma l'alto valore della singola persona umana, e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della verità. Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale; · I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta; · Il Massone è tenuto a rispettare scrupolosamente la carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita, e le leggi che ad essa si ispirano; · La M. non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare od anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l'ordine liberamente e democraticamente costituito dalla società; · La M. è apolitica. Essa impone ai suoi membri i doveri di lealtà civica, riserva loro il diritto di formarsi la propria opinione riguardo agli affari pubblici, ma né in Loggia né in qualsiasi altro momento dell'attività massonica è consentito loro di discutere in materia di politica; · I massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la M. l'erede della tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell'Ordine; · Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge, da essa ritenuta Sacra".

    Massoni cosmopoliti: Il letterato massone Christoph M. Wieland (1733-1813) sosteneva che "i cosmopoliti portano il nome di cittadini del mondo, poiché considerano tutti i popoli della terra come altrettanti rami di un'unica famiglia, e l'universo come uno stato di cui essi sono cittadini, per contribuire, sotto le leggi universali della natura, alla perfezione dell'insieme". Il filosofo massone Johann Gottlieb Fichte (1762-1814), codificatore dell'idealismo patriottico attraverso i suoi Fondamenti dell'intera dottrina della scienza (1794), affermava che "come ogni cosa terrena per il Massone significa soltanto l'eterno, e solo per quest'eterno, di cui egli riconosce in essa la spoglia mortale, ha valore ai suoi occhi, così per lui tutte le leggi e gli ordinamenti del suo Stato e tutte le circostanze del suo tempo significano solo l'intero genere umano, e solo all'intero genere umano si riferiscono. Nel suo animo amor di patria e sentimento cosmopolita sono intimamente congiunti, stanno anzi entrambi in preciso rapporto: l'amor di patria è in lui l'azione, il sentimento cosmopolita è il pensiero; il primo è il fenomeno, il secondo è lo spirito interiore del fenomeno stesso, l'invisibile nel visibile".

    Massoni e Biologia: Nello studio della natura in cui vive ed opera, il Massone ricerca gli elementi architettonici e costruttivi in essa trasfusi dal suo Creatore, l'Essere Supremo. Egli esercita tale azione di ricerca soprattutto nella sua interiorità, per riconoscere la propria identità, per poi plasmarla nel Tempio, il laboratorio alchemico ove dispone di tutti gli strumenti necessari ad adeguarla ai principi etici dell'Arte, per infine rafforzarla onde renderla capace di espandere tra la profanità la Luce di redenzione. Questa è la sola forza energetica che la Massoneria ritiene in grado di gradualmente migliorare l'intera umanità. Considerata la tipologia scientifica della biologia (v.), stupisce la concomitanza delle sue finalità con quelle della Massoneria. Infatti essa mira all'approfondimento della conoscenza degli esseri viventi, dell'uomo in particolare, per consentire una sua miglior convivenza con il resto della natura. Quanto perseguito dalla Massoneria sul piano della morale e della coscienza, rappresenta il traguardo materiale che la biologia intende conseguire a beneficio dell'uomo. Tra i tanti naturalisti massoni vale la pena di ricordare: T.S. Raffles (1781-1826), fondatore del grande parco zoologico di Londra, A. Heerman (1822-1865), uno dei capiscuola dell'ornitologia americana, A.E. Grahm (1829-1884), precursore dell'etologia contemporanea, E. Marchi (1869-1908), pioniere della moderna veterinaria e della zootecnia, C. Fuschini (1880-1957), famoso entomologo, Joseph Banks (1745-1820), creatore del colossale erbario del Museo britannico, M. Calvino (1875-1951), agronomo ed appassionato floricultore, artefice della Stazione Sperimentale di Sanremo, ed infine Luther Burbank (1849-1926), di cui ci è rimasto uno smagliante affresco nell'Autobiografia di uno Yogi, di Paramahansa Yogananda, che lo definì "un Santo fra le rose". Vale davvero la pena citarne alcuni passi: "Il segreto per una migliore coltivazione delle piante, oltre alle nozioni scientifiche, è l'amore", disse Luther Burbank mentre passeggiavamo nel suo giardino. Ci arrestammo vicino ad un'aiuola di cactus commestibili. "Spesso, mentre facevo esperimenti per creare una specie di cactus senza spine", continuò, "parlavo alle piante per creare una vibrazione d'amore. Non vi occorrono spine di difesa, perché vi difenderò io". Ed a poco a poco si trasformò in una varietà senza spine. Il grande orticoltore mi disse che il suo primo notevole successo fu la grossa patata ormai ben nota con il suo nome. Infaticabile come ogni persona di genio, continuò a donare al mondo centinaia di prodotti migliorati attraverso incroci, tutte le varietà Burbank di pomodori, zucche, ciliege, prugne, pesche, bacche, gigli e rose. Betty, la piccola figlia adottiva di Burbank, irruppe correndo nel giardino, accompagnata dal suo cane Bonita. "É la mia piantina umana", disse Luther salutandola con la mano. "io vedo ormai l'umanità come un'immensa piante bisognosa, per i suoi alti compimenti, soltanto di amore, delle naturali benedizioni della grande aria aperta, e di intelligenti selezioni ed incroci. Durante tutta la mia vita ho osservato un tale mirabile progresso nell'evoluzione delle piante, che sono sinceramente ottimista e fiducioso che il mondo potrà essere sano e felice non appena ai bimbi verranno insegnati i principi di una vita semplice e razionale. Noi dobbiamo ritornare alla Natura ed al Dio della Natura. A volte mi sento molto vicino al potere infinito", mi confidò timidamente. Il suo nobile volto si soffuse della luce dei ricordi, "Allora mi riesce di guarire delle persone ammalate, come pure molte piante sofferenti". Alla la sua morte venne sepolto sotto un cedro del Libano che anni prima egli stesso aveva piantato nel suo giardino, ma sono in molti a credere che la sua anima sia racchiusa in ogni fiore che sboccia ai margini della strada.

    Massoni e Cinema: Tra i massoni che sono stati o sono tuttora grandi registi e produttori cinematografici, ricordiamo: Jack Warner (n. 1916), William Wyler (1902-1981), Louis B. Mayer (1885-1957), Darryl Zanuch (1902-1979), Adolph Zukor (1873-1976), Cecil Blount De Mille (1881-1959), Walt Disney (1901-1966) e Guido Brignone (1887-1959). Numerosi gli attori massoni, tra cui celebri sono stati: Tom Mix (1880-1940), Douglas Fairbanks (1883-1939), Wallace Beery (1889-1949), Donald Crisp (1880-1974), Oliver Hardy (1892-1957), Clark Gable (1901-1960), John Wayne (1907-1979), Ernest Borgnine (n. 1918), ed in Italia Gino Cervi (1901-1974), Amedeo Nazzari (1907-1979) ed il grande comico Antonio de Curtis detto Totò (1898-1967).

    Massoni e Diritto: Ragguardevole il contributo dei massoni alla storia del diritto, fors'anche in virtù della massiccia presenza nei Templi di fratelli esercitanti l'attività forense. In tutte le principali sfere della giurisprudenza si trovano tra i codificatori, gli interpreti ed i didatti dei Liberi Muratori, spesso in posizioni direttive nell'Ordine. Tra questi emergono: Gaetano Filangieri (1752-1788), uno dei primi riformatori in senso illuministico del diritto in Italia, Giandomenico Romagnosi (1761-1835), insigne civilista e penalista, Luigi Zuppetta (1810-1889), estensore del codice penale della Repubblica di San Marino, Giovanni Bovio (1841-1903), titolare della cattedra di Storia del Diritto e filosofo del diritto d'orientamento positivista, presidente della costituente del Grande Oriente d'Italia nel 1887, Pier Carlo Boggio (1827-1866), giurista insigne, Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952), membro dell'Assemblea Costituente della repubblica Italiana, ed il contemporaneo Paolo Ungari (n. 1933), apprezzatissimo storico del diritto, consulente di vari governi degli ultimi tempi. Tra i giuristi massoni stranieri ricordiamo: Edmund Burke (1729-1797), noto per la sua dottrina dell'intrinseca superiorità delle leggi "sagge" al consenso popolare, Roscoe Pound (1870-1964), maestro di diritto comparato e consulente giuridico del governo di Taiwan, Ralph G. Albrecht (1896-1994), esperto di diritto internazionale e pubblico accusatore dei criminali nazisti al processo di Norimberga, Earl Warren (1891-1974), per 16 anni presidente della Corte Suprema degli U.S.A.

    Massoni e industria: Tra i massoni che si sono particolarmente distinti in campo industriale, se ne vogliono qui ricordare due soltanto. Sono personaggi titanici, che si sono imposti all'attenzione del mondo intero grazie ai grandiosi successi conseguiti. 1) Henry Ford (1863-1947), un personaggio proveniente dalla proverbiale gavetta, ha sempre deprecato la carità professionale, adoprandosi invece per costruire un'industria organizzata a servizio sociale, ovvero un sistema capace di eliminare la necessità della filantropia attraverso sistematici interventi del sistema produttivo su quello assistenziale. I suoi sforzi furono coronati dal più lusinghiero dei successi, avendo realizzato un colosso mondiale nella produzione automobilistica. Era solito ripetere che "il fondamento dell'economia è il lavoro. Il lavoro è l'elemento umano che rende utili agli uomini le stagioni fruttifere della terra. É il lavoro umano a rendere proficuo il raccolto dei campi. Questo è il fondamento economico: ciascuno di noi lavora con materiali che noi non creammo né potevamo creare, ma che ci furono offerti dalla natura, cioè da Dio. Fondamento morale è il diritto dell'uomo sulla sua attività. Esso è diversamente statuito: è chiamato talvolta diritto alla proprietà, talaltra è mascherato nel comando "tu non devi mai rubare". É il diritto di proprietà di un altro uomo che fa del furto un crimine. Quando un uomo si è guadagnato il suo pane, egli acquisisce il diritto a questo pane. Se un altro uomo glielo ruba, questi fa molto più che rubar pane: egli invade un sacrosanto diritto umano". 2) Vittorio Valletta (1883-1967) è stato per circa cinquant'anni ai vertici della massima fabbrica automobilistica italiana. Un'industria, la FIAT di Torino, che sotto la sua guida doveva trasformarsi da modesta a colosso industriale internazionale. É stato l'uomo della "Topolino", ed ancor più della "500" e della "600", ed il suo nome evoca il tempo del cosiddetto miracolo economico degli anni 50 e 60, quando l'Italia cominciava a muoversi in massa su quattro ruote, consumando in progressione geometrica. Iniziato intorno al 1920, su invito dell'affermato avvocato torinese Giuseppe Di Miceli, fu fratello di Loggia del collega commercialista Luciano Jona (liberale, poi per anni presidente dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino), e restò nella condizione di "dormiente" nel corso dell'intero periodo fascista, assumendo nei confronti del regime un aspetto camaleontico. Lo stesso atteggiamento tenne nei confronti delle più alte gerarchie della Chiesa cattolica. Forse non aveva altra scelta, intendendo egli mantenere quel potere che ormai era nelle sue mani, un potere indispensabile per conseguire gli obbiettivi che intendeva perseguire. Nel dopoguerra ristabilì i suoi contatti con il G.O.I., ma soltanto a livello di Loggia coperta, restando così relegato agli essoterici margini elitari dell'istituzione muratoria. Occorre qui porre in rilievo la certezza che, se nei vari periodi di intemperie storiche la Massoneria avesse affidato le proprie sorti a fratelli tanto potenti quanto iniziaticamente tiepidi come Valletta, l'Ordine sarebbe sicuramente estinto da molto tempo.

    Massoni e letteratura: Sia l'Arte muratoria che quella del linguaggio si reggono sull'energia della parola elaborata ed evocatrice. Fu proprio un grande letterato massone, J.W.Göethe (v, a proporre nel suo Faust la cosciente riconciliazione tra Parola (matrice delle lettere) ed Azione (ovvero lavoro), attraverso la mediazione di Pensiero ed Energia. Per queste ragioni non può certo stupire il fatto che laddove parola e lavoro assumono un corpo unico, ovvero l'arte letteraria, la presenza dei Massoni sia sempre stata e continui ad essere nutrita. Sono centinaia a rivelare un diffuso interesse degli scrittori nei confronti del fenomeno massonico. Nell'impossibilità di rievocarli tutti, è opportuno intanto escludere quegli autori dei quali è dubbia l'affiliazione muratoria, come Pascarella, Trilussa, Pirandello, Dickens, Joyce, Mann, Chesterton, Gide e Mauriac. Invece tra i letterati per i quali è provata l'avvenuta iniziazione massonica troviamo: il già citato Johann Wolfgang von Göethe (1749-1932), Friedrich Maximilian Klinger (1752-1831), Vittorio Alfieri (1749-1803), Vincenzo Monti (1754-1828), Robert Burns (1759-1796), Walter Scott (1771-1832), Francesco De Santis (1817-1883), Mark Twain (Samuel Langhorne Clemens: 1835-1910), Giosué Carducci (1836-1907), Edwin Markham (1852-1940), Giovanni Pascoli (1855-1912), Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), Gabriele D’Annunzio (1863-1838), Rudyard Kipling (1865-1936), Edgard Albert Guest (1881-1959), Salvatore Quasimodo (1901-1968) ed Hugo von Hofmannsthal (1874-1929). Anche se classificabili tra gli scrittori d'incerta appartenenza all'istituzione massonica, vanno qui citati Gerard de Nerval (1808-1855), nelle cui opere l'elemento massonico trova un risalto più che notevole, e Lev Tolstoi (1828-1910), del quale sono celeberrimi i riferimenti alla Massoneria contenuti nel dialogo in treno tra il conte Pierre Bezùchov ed il massone Osip Aleksejejevic Bazdjejev, nel secondo volume di Guerra e pace. Il conte, convinto dalle argomentazioni del compagno di viaggio, riceverà poi l'iniziazione muratoria, e con questa acquisirà la conoscenza delle "sette virtù, corrispondenti ai sette gradini del tempio di Salomone, che ogni massone deve coltivare in sé. Queste virtù erano: 1) la discrezione, cioè la conservazione del mistero dell'ordine; 2) l'obbedienza ai dignitari dell'ordine; 3) i buoni costumi; 4) l'amore per l'umanità; 5) il coraggio; 6) la generosità; 7) l'amore alla morte. ... Occorre cercare di giungere, con frequenti meditazioni sulla morte, al punto che essa appaia non più come una tremenda nemica, ma come un'amica che libera dalle miserie di questa vita l'anima che ha sofferto nei suoi sforzi virtuosi, per condurla in un luogo di ricompensa e di pace".

    Massoni e Medicina: Indubbio che il rapporto tra Massoneria e Medicina sia sempre stato e continui ad essere decisamente stretto. La medicina ha rappresentato uno degli ambiti privilegiati delle attività umanitarie della Libera Muratoria, mentre la presenza di medici nei Templi è sempre stata e continua ad essere veramente consistente e vivace. Pare proprio che il giuramento di Ippocrate richiami i migliori principi che fanno parte della tradizione muratoria. Basta pensare a Bartolomeo Ruspini (1728-1813), un dentista italiano che, approdato alla corte inglese ed alla Massoneria, divenne il padrino della prima massiccia "charity" della Gran Loggia di Londra. Opportuno inoltre ricordare: Antonio Cocchi (1698-1758), clinico toscano, membro dalla sua fondazione della prima Loggia costituita in Toscana nel 1732, che era uso prediligere prescrizioni dietetiche della scuola pitagorica, Edward Jenner (1749-1823), lo sperimentatore della vaccinazione antivaiolosa, Lyman Spalding (1775-1821), diffusore della pratica della vaccinazione preventiva, William Beaumont (1785-1853), noto fisiologo dell'apparato digerente, Crawford W. Long (1815-1878), padre della moderna anestesiologia, Alexander Fleming (1881-1955), scopritore della penicillina, Cesare Fregoni (1881-19639, ideatore dell'elettroshock, e Michael de Bakey 1908-1996), famosissimo cardiochirurgo texano. È qui opportuno ricordare la qualifica muratoria di grandi rappresentanti della medicina omeopatica, come il conte Court de Gebelin della Loggia delle Nove Sorelle di Parigi, il capo dei Filaleti Savalette de Langes (Mesmerism and Royal Arch Masonry, di B. Weisberger, 1974), Samuel F.C. Hahnemann, padre della medicina omeopatica (v. Mesmerismo), Saverio Friscia unitamente ad altri Fratelli siciliani, e lo psichiatra Paolo Roberti, autore del volume Le tecniche yoga ed il controllo del corpo.

    Massoni e musica: Sul simbolismo della musica è stato detto che "il linguaggio musicale è innanzitutto una forma di timidezza e di pudore; quanto l'uomo esitante nel dire a parole o nell'esprimere sentimenti che teme di esteriorizzare, riesce invece ad esprimere facilmente con la musica". Quindi la musica, proprio come il simbolo, ha origine laddove termina la parola parlata, così rispondendo, nell'ambito della sua particolare giurisdizione, all'esigenza primaria della via iniziatica, che è quella della trascendenza. Nella sua essenza infatti la musica non è che trascendenza espressiva. A questo proposito è evidente che sia il rito sia il suono si dissolvono nella loro esecuzione, raccogliendosi poi nel silenzio e nel segreto dove albergano fino al momento della riproposizione, subordinata alla volontà di un agente, la Loggia oppure l'Artista esecutore. Il confronto tra l'Arte Musicale e quella Reale evidenzia l'ineffabilità dei loro rispettivi oggetti e la comune funzione sublimativa rispetto alle passioni umane. La sublimazione delle passioni è una delle finalità conclamate dalla disciplina massonica, fin dai tempi dei primordiali catechismi inglesi dell'Arte. Essa viene evidenziata nelle istruzioni simboliche italiane in grado di Compagno d'Arte, quando il Maestro Venerabile dice che "la musica ha il potere di eccitare l'ardore ed il fuoco dell'entusiasmo, ma anche quello di ricondurre la calma degli spiriti". Tale concetto di funzione terapeutica svolta dalla musica non è dissimile da quello tramandatoci dai pitagorici, per i quali "Pitagora credeva fermamente che la musica contribuisse molto alla salute fisica. In primavera egli eseguiva un esercizio musicale ponendo nel mezzo un suonatore di lira, circondato da cantori; poi cantavano tutti in coro, accompagnati dal citarista. Negli altri periodi dell'anno usavano la musica come mezzo terapeutico, impiegando determinate melodie ideate per le passioni dell'animo, come per gli stati di scoramento e di depressione, melodie considerate rimedi di estrema efficacia, ed altre composizioni musicali contro gli stati d'ora e di eccitazione". Un rimedio che in tempi recenti è ritornato di grande attualità, grazie alla dedizione, allo spirito missionario di alcuni Artisti, che credono nell'efficacia della "musicoterapia", ormai considerata valida medicina alternativa disinteressatamente applicata e diffusa al solo fine di alleviare le sofferenze dell'umanità. Considerate le premesse, come nella letteratura e nelle arti figurative, è evidente che si contino a centinaia i compositori della musica definita "colta" che hanno subito il profondo influsso del loro impatto con la Massoneria. Dal settecento in poi molti grandi musicisti hanno voluto l'iniziazione alla Libera Muratoria, subendo la profondità del messaggio recepito subito trasfuso nella loro produzione, spesso veri capolavori non di rado permeati dal significato dei simboli di spiccata significanza esoterica di cui è impregnata l'istituzione. Eccessivamente complessa la citazione di tutti, per cui si ricordano qui cronologicamente soltanto i più celebri, come: Jean Philippe Rameau (1683-1764), Franz Joseph Haydn (1732-1809), Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791 v.), Johann Christian Bach, figlio di Johann Sebastian (1735-1782), Luigi Cherubini (1760-1842), Gaspare Luigi Pacifico Spontini (1774-1851), Nicolò Paganini (1782-1840), Hector Berlioz (1803-1869), Franz Liszt (1811-1886), Jean Sibelius (1865-1957), Franco Alfano (1876-1954), Charles Wakefield Cadman (1881-1946) e Willem Pijper (1894-1947). Nel campo della musica colta vanno ricordati il fratello tenore Tito Schipa (1889-1965), il fratello Maestro Concertatore e Direttore d'orchestra Peter Maag (n. 1919) ed il celebre tenore Luciano Pavarotti (n. 1935). Passando a diverso genere musicale, sono numerosi i jazzisti celebri che hanno aderito alla massoneria. Tralasciando il grande Louis Armstrong (la cui adesione non è provata se non dalla dichiarazione del Ligou nel suo Dictionnaire, per cui avrebbe frequentato la Loggia Montgomery di New York), sono stati iniziati: William C. Handy (1873-1958), William "Count" Basie (1904-1984), Edward Kennedy "Duke" Ellington (1899-1974), Lionel Hampton (n. 1913), Nathaniel "Nat King" Cole (1917-1965), ed Irving Berlin (1888- 1993). Spiccano infine tra i compositori di celebri musiche bandistiche e popolari John Plilip Sousa (1864-1932), Alessandro Vessella (1860-1929), William S. Gilbert (1836-1911), Arthur Sullivan (1842-1900), Enrico Simonetti (1924-1978) e Francesco Pisano (1922-1977. Infine sono stati massoni anche il cantante attore Al Jolson (1888-1959) ed il "folksinger" Jimmy Rodgers (1897-1933).

    Massoni e Navigazione: La Massoneria celebra nella componente noachita (v.) la valenza iniziatica della navigazione. Al riguardo occorre notare che una consuetudine dell’Antico Rito Noachita in Italia precede la celebrazione dell’annuale Festa dell’Alleanza a bordo di una nave, in ricordo della vittoria dell’Arca sul Diluvio. Particolarmente nella Massoneria britannica esiste una lunga tradizione di Naval Lodges che risale almeno al 1760, quando l’istituzione autorizzò Thomas Dunkerley (1724-1795), allora cannoniere sella "Vanguard", nave della flotta inglese, a fondarvi una Loggia. Ancora oggi è molto nota la Navy Lodge n. 2612 di Londra, una loggia di terraferma (shore lodge) di evidenti origini della marina militare, dove nel 1952 fu iniziato il principe Filippo di Edimburgo, consorte della Regina Elisabetta II. L’aneddotica marinara massonica del 700-800 è ricca di episodi che testimoniano come la solidarietà muratori abbia solcato i mari insieme con i Fratelli; in varie circostanze l’esibizione di simboli massonici risparmiò vite di equipaggi civili e militari attaccati da flotte avversarie o persino da pirati. Pick e Knight ricordano: "Nel 1795 una nave del Maine, U.S.A., fu attaccata da pirati di Tripoli, ed il capitano e l’equipaggio furono imprigionati in quel porto. Impiegato nei lavori forzati, il capitano fu riconosciuto come massone da un ufficiale arabo che era stato iniziato in Francia. Questi fece i passi necessari per assicurargli comodità e, alla fine, la libertà". Episodi significativi della presenza massonica nella marina mercantile ci vengono dall’Olanda che, grazie ad un articolo dal titolo Una Flotta massonica di E. Stolper (Rivista massonica del febbraio 1977), presenta la figura di Jan Schouten, costruttore navale ed attivo fondatore nel 1811 della Loggia La Flamboyante all’Oriente di Dordrecht. Nell’aprile del 1835 egli si vide inaspettatamente affidata da altri Fratelli armatori la costruzione della fregata mercantile Broedertrouw (Fedeltà Fraterna) quale segno di riconoscenza per quanto fatto per il bene della Massoneria in generale e della sua Loggia in particolare. La nave fu varata il 21 novembre 1836, con varie cerimonie massoniche. Per regolamento il capitano doveva essere un Massone. Nel 1839 la Loggia armatrice fece costruire una seconda nave, la Delta e, il giorno del suo varo, fu impostata la chiglia di una terza nave battezzata Osiris. Dopo la morte di Schouten e fino al 1870, le attività navali della Loggia proseguirono, e la piccola flotta massonica, arricchitasi di altri due bastimenti, il Jan Schouten ed il Grootmeester Nationaal (quest’ultimo realizzato con il contributo di tutta la Massoneria olandese) continuò a lungo a solcare i mari nel segno di Squadra e Compasso. Nel campo della Navigazione va anche citata l’aeronautica, in quanto la letteratura universale presenta innumerevoli esempi di come l’uomo abbia percepito nel volo i crismi dell’ascesi, dell’autotrascendimento e della visione suprema. In Massoneria è ancora l’Antico rito Noachita ad esplorare le virtualità iniziatiche del volo. Infatti nel Grado di Real Noachita o Massone Perfetto, l’adepto si identifica con la Colomba, e simbolicamente vola oltre l’ultimo orizzonte. Storicamente il contributo dei liberi Muratori all’aeronautica è stato notevole. Massoni furono i Fratelli J.M. e J.E. Montgolfier (1740-1810; 1745-1799) E Vincenzo Lonardi (1759-1799), pionieri del volo aerostatico. Pure massone fu Charles A. Lindbergh (1902-1974), il celebre primo trasvolatore dell’Atlantico. Sembra quasi paradossale il fatto che la Massoneria, spesso accusata di arcaicismo, sia stata presente con tanti suoi uomini nell’esplorazione dello spazio. L’albo d’oro degli astronauti Liberi Muratori include, fra gli altri, John Glenn (iniziato però subito dopo la sua impresa sulla Luna, e ritornato nel 1998 nello spazio all’età di 77 anni), Leroy Gordon Cooper, Virgil Grissom (perito tragicamente nel 1967 durante un esperimento a terra), Edwin E. Aldrin (il secondo uomo sceso sulla Luna), Edgar E. Mitchell, Walter M. Schirra, Thomas P. Stafford e Paul J. Weitz. Fu nell’estate del 1969, con lo sbarco lunare, che il nesso non casuale tra spirito massonico e spirito astronautico si evidenziò appieno, allorché il Fratello "Buzz" Aldrin ancora una volta caricò sulla capsula Apollo uno stendardo massonico e, rivolgendosi idealmente a tutta l’umanità, li invitò, di fronte alla solennità del momento, a pregare con lui Colui in cui credevano e nel modo che ritenevano più opportuno. Il protagonista dell’epoca spaziale che ha meglio delineato le relazioni intercorrenti tra Massoneria ed astronautica, è stato Kenneth S. Kleinknecht, del Comando Servizi Moduli del Programma Spaziale Apollo. Egli, scrivendo sul tema La massoneria nell’era spaziale, in un articolo pubblicato da New Age, ricordava come il programma Apollo non fosse casualmente dedicato all’antica divinità ellenica della luce e della verità, ed identificava nella diffusione universale del suo messaggio costruttivo il ruolo della Libera Muratoria nell’era spaziale. "In Dio, soltanto in Dio, l’umanità può trovare il suo credo unificatore". Un nesso, un ruolo consistente non già nella prometeica affermazione della scienza dell’uomo in antitesi alla rivelazione divina, ma piuttosto nella ricerca in Dio, nel rendere maggiormente "fratello" il cosmo, a maggior gloria del G.A.D.U.

    http://www.esonet.org/dizionario/m03.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  4. #4
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    ALLA RICERCA DEL TEMPIO PERDUTO - TEMPLARI E TEMPLARISMO

    di Aldo Alessandro Mola

    (La pubblicazione di questo trattato è stata realizzata grazie alla gentile concessione da parte dello Storico al Centro di Studi Templari)



    INDICE CAPITOLI

    I - Il Tempio abbattuto; 'vendetta' della storiografia o storicizzazione della condanna?

    II - La fondazione dell'Ordine tra Roma e Nuova Sion

    III - Un Tempio bene orientato

    IV - La Croce patente...

    V ... e l'Aquila ghibellina

    VI - Dove erigere il Tempio dopo il crollo di Outremer?

    VII - « Quando porge la man Cesare a Piero da quella stretta sangue umano stilla »

    VIII - Contemplazione dei Templari

    IX - Cronologia sommaria

    X - Grandi Maestri dell'Ordine

    I - IL TEMPIO ABBATTUTO: “ VENDETTA “ DELLA STORIOGRAFIA O STORICIZZAZIONE DELLA CONDANNA?

    La storia dei Cavalieri del Tempio - dalla loro fondazione alla abolizione - abbraccia quasi due secoli. Veduta dall'Europa occidentale, quella fu l'età dalle lotte per le investiture alla delusione della dantesca attesa di Arrigo VII, fortunato aspirante alla restauratio imperii. A un'osservazione diversa essa è però anche l'età delle crociate, cioè dell'espansione dell'Occidente nel Vicino Oriente e della sostituzione, a Costantinopoli, dell'impero bizantino con quello latino. L'Ordine ebbe parte eminente nelle vicende politico-militari di quei due secoli: promozione delle crociate (dalla seconda all'ultima), organizzazione e difesa degli Stati sorti Outremer per opera dei `franchi', da Antiochia a Gerusalemme, da Cipro a San Giovanni d'Acri. Ma la vicenda dei frati-guerrieri è altresì parte intrinseca dei complessi travagli religiosi vissuti dalla Cristianità tra Due e Trecento: da San Bernardo di Chiaravalle, che a sostegno del Tempio scrisse il De Laude novae militiae, alla proliferazione di correnti `misteriche' all'interno (o al coperto) del cristianesimo, dopo due secoli di confronto col fiorentissímo esoterismo islamico. Aggiungiamo infine che la potenza finanziaria dei Milites Christi segnò l'avvento di tecniche avanzate nel trasferimento dei mezzi di pagamento (ch'è altra cosa, s'intende, dal `capitalismo').

    Fu però soprattutto la tragica fine toccata all'Ordine a richiamare l'attenzione -sulla storia dei Templari: ora per denunziare il patto di sangue tra Papato e potere politico, ora per deplorare la corruzione serpeggiante all'interno di un'istituzione ----- quale il Tempio - che s'ergeva a modello di fede militante, ora, infine, per cogliervi l'ineluttabilità della sorte cui è destinato un corpo esoterico quando s'inaridisca la sua ispirazione originaria.

    La storia del Tempio non sta però tutta nel suo fosco epilogo, nel rogo del Gran Maestro Jacques de Molay. Se è vero che il significato complessivo di un'istituzione secolare va cercato nel suo rapporto coi tempi - nel nostro caso: la presenza Outremer, la spinta al superamento del feudalesimo, l'intervento nelle trasformazioni religiose e politiche in corso in Occidente -, la vicenda dell'Ordine non può venir ridotta a capitolo o ,a paragrafo secondario di altre storie. Lo impediscono i tratti più specifici del Tempio, sorto dopo la conquista cristiana di Gerusalemme (a differenza, per esempio, di altri illustri Ordini, quali gli Ospitalieri, il cui ceppo la precedette) e sanguinosamente abbattuto quando la crociata si ridusse a sterile appello in un'Europa ripiegata su se stessa, senza che però cessassero d'esistere molti altri Ordini religioso-cavallereschi.

    Nelle pagine seguenti, mentre tratteggiamo in sintesi la fondazione, i caratteri, le imprese dei Cavalieri Templari, inquadrandoli nella loro epoca, proponiamo alcuni elementi di riflessione sul 'mito' sorto dalle fiamme che ne avvolsero l'improvviso tracollo e ripetutamente fiorito nei secoli. Non ci arrestiamo, nondimeno, al limes rimasto invalicato da tanti apologeti dell'Ordine che ne ignorarono o preferirono tacerne la “storia sottile” per strapparlo (a qual pro', ormai?) alla condanna e ai tormenti d'allora. Se, come spesso è accaduto, la postuma assoluzione comportasse la dispersione del patrimonio esoterico, nei confronti dei Templari essa risulterebbe anche più ingiusta del mostruoso processo cui i Cavalieri furon sottoposti e dell'iniqua sentenza che lo concluse. A sette secoli dalla condanna pronunziatane nel concilio di Vienne (1311-1312), i Templari non han bisogno di una riabilitazione fondata sul contrasto tra gli eroici meriti dell'Ordine, la risaputa nequizia di Filippo il Bello e la mollezza di Clemente V, né di essere liberati dalle accuse - -sodomia, indisciplina, idolatria... - lanciate contro i Cavalieri, bensì attendono che il Tempio venga compreso nel corpo di una storia che vada al di là delle imprese guerresche, dell'avvento e del crollo dei regni d'Outremer, del conflitto tra potere politico e potere religioso (nella cui morsa finirono i Milites Christi) e ne intenda i legami con una Tradizione che, attraverso i secoli, congiunge l'esoterismo precristiano alle correnti iniziatiche nei cui riti furono perennemente rialzate le insegne del Tempio. $ certo corretto - come pure hanno fatto insigni storici - bollare la persecuzione contro i Templari come infamia giudiziaria, volta alla confisca dei loro beni, complice un pontefice corrotto e succubo, corrivo all'impiego dello strumento canonico più spiccio: l'accusa d'eresia. Ma fermarsi nei confini di quell'interpretazione significherebbe continuare a espropriare i Templari della loro vera identità - tutt'uno col loro 'mito' - dopo averli privati della vita e demolito l'Ordine.

    Il martirio del Gran Maestro e di tanti Cavalieri fu indubbiamente il lavacro che emendò i Milites Christi dalle colpe dei singoli (non più gravi rispetto a quelle dei guerrieri, del clero, dei mercanti del loro tempo); sarebbe però riduttivo continuare a farne una stanca pagina del conflitto tra protervia del potere politico-religioso e istituzioni depositarie di un carisma metastorico, un mero tòpos della prevaricazione dell'assolutismo al di sopra delle leggi (quale peraltro risulta l'intera vicenda processuale contro i Templari). Occorre invece intendere la specificità del “caso” del Tempio: giacché se una è la tradizione, solo attraverso l'individuazione dei particolari caratteri nei quali essa di volta in volta s'invera si può giungere a percepirne la storicità e a sottrarla definitivamente al sospetto che la sua evocazione, quale spiegazione razionale, non sia altro che un rifugio nella sfera di un'incòndita fabulazione. La realtà del Templarismo - quale categoria risulta tanto più corposa e rivelatrice di quanto giunga a far intendere il determinismo storicistico: ed è su tale realtà - quella del 'mito' che perciò concluderemo il nostro breve excursus sull'Ordine dei Milites Christi.

    Non si tratta, ben inteso, di annunziare la ricostruzione del Tempio a ogni garrir di vessilli « neotemplari »: insegna liberamente usucapita negli ultimi secoli. Nondimeno, se la memoria dell'Ordine viene evocata con tanta insistenza, ne consegue che il 'mito', lungi dal rimanere oziosa fola, assume forza di agente storico effettivo. Né basta, a liberarsene, una scrollata di spalle che lo releghi nei giocattoli della `sovrastruttura'. Occorre, invece, indagare le radici e scoprire le ragioni della sua circolazione carsica lungo i sette secoli da rogo di Jacques de Molay afilla riorganizzazione, sulla metà di questo Novecento, del Sovrano Militare Ordine di Malta, dei Cavalieri Teutonici, dell'Ordine del Cristo, speculare all'ascesa dei Nouveaux Croisés dell'Opus Dei, l'evocazione della cui sigla dissipa qualsiasi ingenuo calcolo d'esorcizzare ,la corposa realtà del 'mito' tacciandolo d'irrazionalità,o di antirazionalismo. Semmai è proprio su quel più difficile banco che la ragione critica è chiamata a far le sue prove più ardue e migliori.


    II - LA FONDAZIONE DELL'ORDINE: TRA ROMA E NUOVA SION

    La fondazione dei Templari si colloca nell'intrico fra tre cardini del Basso medioevo, ciascuno al centro di una vivace revisione storiografica: le "crociate" (dall'iter hierosolymitanum o passagium transMarinum alla conquista di Outremer); la crisi del dualismo Papato/Impero, cui subentra lo scenario, tanto più complesso, Chiesa/grandi monarchie (Francia, Inghilterra, Germania, Sicilia...) con un 'Impero' dai lineamenti giuridico-territoriali sempre meno « imperiali » quanto più definiti; e, infine, il mutamento dell'intero assetto culturale (religioso e politico) espresso nella formazione delle letterature romanze, manifestazione peculiare del rinnovamento ecclesiale nell'ambito delle trasformazioni sociali connesse all'avvento della realtà comunale, all'incontro tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli (e fra entrambe e l'islamismo), donde l'impetuosa fioritura di misticismo dilagato sul terreno che vide altresì diffondersi l'unica grande eresia dell'Occidente, il catarismo.

    Rivediamo ora partitamente i diversi aspetti delle correlazioni tra l'Ordine e le forze storiche entro il cui campo il Tempio si trovò a operare. Anzitutto le crociate. Riteniamo ormai storiograficamente improduttivo entrare nella secolare disputa sull'opportunità della conquista armata dei Luoghi Santi e dei modi nei quali essa fu attuata, alla luce degli effetti che ne sarebbero discesi: soprattutto la divaricazione tra critianesimo e islamismo (che, del resto, non data affatto dalle crociate, bensì, semmai, dall'esaurimento degli Stati di Outremer). Al riguardo rimangono essenziali le belle pagine di Franco Cardini (Le Crociate tra il mito e la storia, Istituto di Cultura Nova Civitas, Roma, 1971), che stagliano la grande migrazione e la fusione di stirpi, intuita da Foucher de Chartres (« Ora noi, che fummo occidentali, siamo diventati orientali. Chi f u romano o francese, in questa terra è diventato galileo o palestinese.,. »), molto di là dell'impresa dei diecimila guerrieri di « Merdifredo » da Buglione (come Goffredo fu bollato da Benzone d'Alba). Osserviamo, invece, che l'Ordine del Tempio sorse dopo la conquista di Gerusalemme. I Templari nacquero cioè nella fase più intensa dell'organizzazione di Outremer: quando alla stagione delle armi subentrò quella della sistemazione del “regno”. Dal sanguinoso ingresso dei conquistatori nella Moschea di Omar era ormai corsa un'intera generazione. Si trattava di trasformare in realtà politica stabile (se non perenne) la fortunata vittoria di un manipolo di guerrieri, favorita dalle discordie degli avversari, divisi e lanciati gli uni contro gli altri in un gioco di scambi, alleanze e contromosse che gli occidentali avevano bene appreso nelle terre d'origine e che a lungo ne assicurò la preminenza nel Vicino Oriente, malgrado l'esiguità delle risorse a disposizione. A quel fine occorreva un esercito stabile, capace di tradurre in Ordine l'eroismo individuale, di elevare a « religione » la devozione dei singoli milites (come già fece osservare Carlo Guido Mor, che negli ordini religioso-cavallereschi riconobbe l'unica vera cavalleria). Già Paul Alphandéry nel classico La cristianità e l'idea di crociata (1954) aveva registrato la costernazione dei cronisti dinanzi al repentino ritorno dei liberatori del Santo Sepolcro verso le terre d'origine dopo la designazione di Goffredo, rimasto a Gerusalemme con non più di duecento cavalieri, secondo Rodolfo Caen. Il vuoto non venne colmato dai contingenti di pellegrini approdati in Palestina negli anni seguenti, e subito ripartiti dopo il rito d'espiazione. A conferma del drastico mutamento intervenuto nell'atteggiamento delle moltitudini, la figura di Pietro l'Eremita - essenziale nella preparazione della crociata dei poveri e nella vittoriosa spedizione del 1099 sembra dissolversi nel nulla. Gerusalemme non riesce ad affermarsi quale fulcro della cristianità (ciò che dà l'esatta misura della 'crociata'). Se il Vicario non accorre nella terra del Cristo - né per restaurarvi la Cattedra di Pietro, ne, più modestamente, in pellegrinaggio (un trasferimento vi sarebbe poi stato: ma ad Avignone!) -, dal 1130 (Concilio di Clermont) la riconquista cristiana della Spagna sarebbe stata posta sullo stesso piano della militia nei Luoghi Santi. Gerusalemme - ha osservato Alphandéry « Ormai non è niente più che un luogo ordinario di espiazione. È una colonia religiosa, da sostenere mediante elemosine, è una terra di penitenza »: periferia, però, non centro della Cristianità; e periferia assediata dal ritorno in forze degl'islamici decisi a riprendersi la loro seconda città santa (così com'essa era ormai seconda anche rispetto a Roma). Posta in quei termini, la lotta per Gerusalemme diveniva quistione di rapporto di forze militari: tranne per chi avesse voluto erigere la « Nuova Sion » proprio sulle rovine del Tempio originario e irrinunziabile. Quest'ultimo sembra essere stato il compito dei Cavalieri Templari.

    Se senza liturgia - ha fatto notare Léo Moulin - non v'è comunità, i Templari s'assunsero il compito di elevare a valore etico 1'altrimenti rozzo, prosaico, avvilente mestiere delle armi a tutela delle strade di comunicazione d'Outremer. Fu perciò in funzione dei Templari che un altissimo spirito religioso quale Bernardo di Chiaravalle sancì la sacralità dell'uso delle armi, altrimenti condannato dall'Ecclesia abhorrens a sanguine. Occorre però insistere sul fatto che non si trattava più d'incitare alla liberazione dei Luoghi Santi: l'istituzione degli Ordini segnò il passaggio dall'eccezionale (la predicazione di Pietro l'Eremita) alla regola. Lì è la differenza di significato storico tra la nascita degli Ospitalieri (1118 ), dei Cavalieri Teutonici e dei Templari, rispetto alla fondazione dei regni cristiani d'Oriente. Se questi ultimi traggono da un impulso preminentemente religioso, all'origine dei Templari troviamo, .pur unita alla mozione della fede, l'intuizione sorprendentemente moderna della centralità dei traffici per la stabilità dello Stato. Per gli Occidentali Outremer era il litorale del Libano e della Palestina punteggiato dai castelli eretti a guardia degli approdi, le vele gonfie sulle rotte del Vicino Oriente, lo sbocco delle linee carovaniere sul mare o nell'immediato entroterra. I Templari, invece, compresero che solo il controllo in profondità avrebbe dato respiro alla conquista, liberandola dalla precarietà originaria, dalla condizione di una testa di ponte' per la vera grande migrazione (mai avvenuta, in effetti).

    Diversamente Outremer tosto o tardi sarebbe decaduta a sacca di resistenza cristiana, esposta alle mareggiate dell'Islam rimontante, terra in stato d'assedio permanente, fatalmente condannata a ricadere nelle mani dei vinti. Si dovette dunque ai Templari il trasferimento nel Vicino Oriente del modello civile in corso di maturazione in Occidente nel XII secolo, quando città e borghi si dilatarono, al loro interno gli edifici mutarono d'aspetto e dimensioni e fra i diversi centri s'intensificò, sino a divenire ordinario, strutturale, il fitto scambio commerciale su distanze sempre maggiori: e non più solo (o prevalentemente) per impulso o verso le mete della pietas religiosa ma soprattutto sulla spinta sorgente dall'interno stesso della produzione e del commercio.

    La controffensiva islamica non tardò a provare che i Templari avevano veduto giusto. I regni cristiani si trovarono infatti alle prese con una guerriglia endemica, che in pochi anni ne mise alle strette coesione e resistenza. Incursioni di predoni, attacchi a carovane e a colonne di pellegrini, attentati, alla spicciolata, all'interno delle città, nei villaggi, nelle oasi, nei mercati raggiungevano l'effetto, esiziale per Outremer, di scoraggiare l'afflusso di uomini che (ed eran certo rari) non fossero sorretti da una forte motivazione religiosa, armata di tutto punto. Gli europei finirono per considerare troppo rischioso un pellegrinaggio che da missione di preghiera, da rito d'implorazione e di espiazione rigeneratrice, in vista di un nuovo slancio di vita, degenerava in martirio, spesso in schiavitù perpetua, ora per mano d'islamici, ora per opera di 'cristiani' dediti alla redditizia attività del brigantaggio, né più né meno di quanto era sempre avvenuto e accadeva nell'Europa evangelizzata, con la differenza che nelle terre di Outremer i delitti erano di « cani infedeli » anziché di semplici « criminali ».

    Noteremo, d'altronde, il duplice significato, simbolico, -della missione templare di « liberare la via » (e, quindi, di « ritrovare la via »), intrapresa da una militia che, a differenza della tradizione anticavalleresca, non era affatto malitia, bensì irradiazione dal Tempio attraverso le terre evangelizzate e sulla base della renovatio temporum segnata dal ritorno a Gerusalemme. Il trasferimento della missione da Roma a Gerusalemme, intuita dai fondatori dell'Ordine, non si tradusse, però, in volontà del pontefice, in direttiva generale della Cristianità. L'« operazione crociata » non andò dunque molto oltre il realistico apprezzamento espresso da Bernardo di Clairvaux: « quale gioia per noi perdere dei crudeli devastatori [i "cavalieri"], e quale gioia per Gerusalemme acquistare dei difensori fedeli ».



    III - UN TEMPIO BENE ORIENTATO

    Sin dalla fondazione, il Tempio racchiuse in sé la duplice natura di organizzazione militare e religiosa - alla stregua di altri Ordini e, sua particolare, di corpo iniziatico. Il secondo aspetto prese subito realtà dalla sede deputata per i Milites Christi: la Moschea `Al Aqsa', la Roccia sacra alle tre religioni monoteistiche, simbolo del patto fra Dio e gli uomini. Quando ai <t nove prodi » (1118) (scolta dalla cifra ovviamente simbolica) s'aggiunse - a completarne il quadro pitagorico - Ugo di Champagne (1125), il collegamento tra i Cavalieri del Tempio e la mistica cisterciense si avviò alla codificazione . Col Concilio di Troyes (1128), che gli conferì solenne sanzione canonica, l'assetto dell'Ordine risultò definito. Ai tre voti - castità, povertà, obbedienza -, i Templari aggiungevano la lotta armata per la libertà dei Luoghi Santi. « Pene soli inter homines - avrebbe poi scritto Giovanni di Salisbury - i Templari « legitima gerunt bella », Per salvaguardarne la missione, essi eran posti alla diretta dipendenza dal pontefice, al riparo dagl'ingordi giochi di potere già in atto in Outremer. La legittimità della loro guerra fondava sulla contrapposizione tra la fede di cui erano difensori - pura e affermata dalle supreme autorità spirituali del tempo, a cominciare da Bernardo di Clairvaux - e quella dei loro avversari: null'altro che errore, deviazione, corruzione e quindi a buon diritto conculcata con le armi.

    I Templari accelerarono la codificazione della cavalleria secondo l'immagine in corso di definizione attraverso l'opera degli Ordini: ciascun miles - ordinariamente di estrazione nobiliare - era il fulcro di una collaudata macchina bellica comprendente uomini d'arme di rango inferiore (portalancia, armati alla leggera...) stallieri, inservienti. Arsi dal sole, laceri per il continuo esercizio delle armi, ispidi e sporchi come il conte di Fiandra che a Buglione aveva detto: « Ho le costole e i fianchi spezzati, il cuoio si è rotto in venti punti, sono più di due anni che la mia carne non è stata lavata », i Templari divennero in breve il simbolo per antonomasia della guerra contro l'Islam. Affratellati in una lotta senza quartiere - è uno dei significati del sigillo dell'Ordine, nel quale i Milites figurano appaiati in groppa a uno stesso cavallo -, i Templari avevano per insegna il Beaussant (Baucent, Beaux-Bang, Vaucent,.. secondo le diverse trascrizioni di un suono che comunque inneggiava alla bellezza della vittoria), metà nero, metà bianco: emblema della loro duplice vocazione (far vivere la fede e dar morte all'errore, come per i Cavalieri Teutonici), ma anche del conflitto tra Bene e Male, secondo un'altra interpretazione. In battaglia i Templari entravano ripetendo il motto dell'Ordine - non nobis, Domine, non nobis, sed nonnini tuo da gloriam -, dopo la recita del salino Ecce quam bonum.

    La croce rossa patente sulla spalla sinistra dell'ampio mantello bianco ricordava il sacrificio di Cristo e la sorte che li attendeva; ma, a un tempo, traduceva in simbolo solare, trionfale, il segno del martirio. Essa era, insomma, presagio di sangue e promessa di gloria, quale appare anche in Dante (Paradiso, X1V-103 e ss.). Per i Templari, infatti le battaglie riservavano due sole prospettive: la vittoria o la morte. Usi a menar strage dei nemici - non ,per speciale efferatezza ma per compensare con l'esercizio del terrore l'irrimediabile inferiorità numerica - i Templari sapevano che solo la vittoria o la morte sul campo li poteva sottrarre alle atroci torture cui venivano sottoposti quando cadevano vivi nelle mani degl'islamici. Di li una, delle principali ragioni dello straordinario eroismo di cui dettero ripetute prove.

    L'affermazione dei Templari quale fulcro della presenza cristiana Outremer datò dalla seconda crociata, ispirata dal loro mèntore, Bernardo di Clairvaux, ma rimasta priva di efficaci risultati: a conferma che non erano più le grandi spedizioni dall'Europa a garantire la libertà dei Luoghi Santi, affidata invece, all'impegno quotidiano dei frati-guerrieri colà stanziati. Per contrastare la riscossa islamica, il Tempio - come -gli Ospitalieri, sorti nel 1119 sul ceppo di un insediamento amalfitano precedente la conquista - allestì una poderosa catena di castelli, in posizione strategica. Le fortificazioni riproducevano, nel linguaggio dell'architettura militare, la struttura delle chiese templari. Queste ultime - tutte rigorosamente ispirate alla Cupola - traducevano a loro volta in muratura la croce patente, emblema dell'Ordine. Esse, infatti, irradiavano quattro bracci dall'altare del Sacrificio: modulo in parte desunto dalla scuola cisterciense e in varia misura adattato alle culture architettoniche locali, pur nella costanza delle cifre simboliche rituali: l'orientazione dell'edificio (cioè la sua disposizione, secondo costanti astronomiche), la disseminazione di richiami - scultorei e iconografici -alla luce solare e alla sua lotta contro -le tenebre, la croce patente, distintiva dell'Ordine (non meno di quelle adottate da Ospitalieri e Teutonici). Alla stessa stregua le fortezze templari erano quadrate, con quattro poderosi torrioni a guardia degli spigoli. In decenni di prodigioso fervore edilizio, si realizzò una vera e propria « crociata di pietra » le cui vestigia - dense di significati allegorici, grevi di richiami simbolici e di cifre iniziatiche - rimasero nei secoli depositarie dei "segreti" dell'Ordine. A Ponferrada, lungo il « camino di Santiago, ne rimane un documento eloquente » .

    Il manifesto crescente divario tra il complesso intreccio di culture esoteriche raccolto sotto il segno del Tempio e la provata « ingenuità » di molti Grandi Maestri succedutísi alla guida dell'Ordine ha rafforzato l'ipotesi di una doppia gerarchia. Nel Tempio sarebbe cioè esistita una struttura amministrativa e militare impegnata sul terreno dell'operatività "profana", mentre una segreta e selezionatissima rete di fratiguerrieri avrebbe coltivato la Tradizione templare, tutta esoterica, rivelata solo a pochissimi eletti e forse neppure ai Grandi Maestri, o comunque non a tutti i massimi dignitari.

    Tale ipotesi è avvalorata proprio dalla condotta dell'ultimo Gran Maestro, Jacques de Molay: dapprima corrivo ia proclamare la propria ignoranza e ad ammettere gli addebiti mossi all'Ordine, ma infine tetragono nella sua difesa sino al sacrificio della vita, con ogni probabilità dopo aver ricevuto una « rivelazione » e tale mandato da parte di chi, .al coperto d'un ruolo segreto, era idoneo a impartire ordini ai quali nessun iniziato poteva sottrarsi pena la morte e, ciò ch'è peggio, la perdizione dell'anima e la damnatio memoriae.

    La costituzione dell'Ordine prevedeva del resto diversi gradi d'accesso alla Regola. A quel modo il Tempio si preparava a fronteggiare l'eventuale non impossibile sconfitta sul terreno militare: solo se fosse sopravvissuta una seconda inafferrabile organizzazione latomica, la sconfitta non si sarebbe tradotta nella demolizione delle ragioni costitutive dell'Ordine, la cui vitalità prescindeva dunque dal possesso fisico dei Luoghi Santi, trasferiti e riedificati all'interno delle coscienze, « luoghi dell'anima », insomma, non della geografia: verità ovvia e che tuttavia non poteva essere propalata senza rischiare di suscitare scandalo nell'animo dei semplici, dei guerrieri votati a cadere in battaglia per la difesa del patrimonio, tutto estrinseco, di Outremer, che i Templari dovevan esser pronti ad abbandonare, a considerare del tutto indifferente al proprio futuro.



    IV - LA CROCE PATENTE.,.

    Quasi a premonizione dell'epilogo, ogni pagina della vicenda del Tempio fuse insieme glorie e tragedie. L'ottavo Gran Maestro, Odo di Saint-Amand (1170-79 ), intuí la minaccia per l'indipendenza dei Luoghi Santi costituita dal Saladino e cercò di rifondare la sicurezza dei cristiani sul gioco delle alleanze con gli Stati islamici più deboli, a loro volta preoccupati per l'ascesa della potenza del Cairo. Catturato. Odo rifiutò di pagare qualsiasi riscatto opponendo che il Templare non possedeva che il cinturone e la spada. Al Gran Maestro Gerardo di Ridfort - ricordato come un vanesio intrigante e prepotente - la tradizione attribuì gravi responsabilità nella sconfitta dei cristiani, culminata con la conquista di Gerusalemme da parte di Saladino (1187). In realtà fra' Gerardo non trovò alcun solido appoggio nel Patriarca di Gerusalemme, Eraclio il Debosciato, e poco in Guido di Lusignano che troppo doveva alla moglie, Sibilla, dipinta dai cronisti quale femmina più adatta a Bisanzio che alla Terra Santa. Come spesso accade, i cronisti e molti storiografi addebitarono ai Templari la responsabilità della sconfitta cristiana in Outremer: e ciò accadde non perché ne fossero effettivamente la causa ma perché rimasero gli ultimi a combattere e furono quindi i più notati al momento del crollo. Alla taccia scamparono quanti eran fuggiti per primi o neppure s'eran presi cura della lotta: i pontefici, i sovrani d'Europa, gli ordini religiosi.

    Nel 1177 erano stati i Templari al seguito di Baldovino IV il Lebbroso a far ripiegare i venticinquemila uomini di Saladino, presso Ascalona e, ancora, a batterlo presso Montgisard, costringendolo alla fuga, quasi solo, a dorso di cammello. Altri successi s'erano susseguiti dal 1182 al 1186, l'anno della morte di Baldovino. Si trattava però di vittorie di Pirro: ogni battaglia assottigliava le file dei crociati. Il 1° maggio 1186 in difesa di Tolemaide cadde il Gran Maestro dei Giovannití, Ruggero de Molinis. Pochi mesi dopo, ebbe luogo la battaglia decisiva: il 3 luglio presso le fonti di Hattin l'armata cristiana andò quasi completamente distrutta. Furono catturati Guido di Lusignano e suo fratello, Bonifacio, Rinaldo di Chàtillon - un intrigante il cui irrequieto doppio gioco aveva spinto Saladino, all'azione - e il Gran Maestro del Tempio, Gerardo di Ridfort, unico risparmiato dall'emiro del Cairo, mentre i Templari catturati furono tutti torturati a morte. Più che dalla rotta, l'Ordine fu danneggiato dalla liberazione del Gran Maestro: a prezzo dell'abiura, si disse. Gerardo, in realtà, si procurò la libertà per riprendere a organizzare la lotta. Tanto non bastò, tuttavia, a rianimare la difesa di Gerusalemme, ov'era accorso Corrado di Monferrato. Superfluo insistere su questa pagina in cui s'intersecano tante storie diverse: la terza crociata, guidata dal Federico I Barbarossa che aveva traslato da Milano a Colonia le reliquie dei re magi e lasciava intravvedere l'avocazione all'imperatore dei poteri sacramentali; la complessa lotta tra le corone di Francia e d'Inghilterra (a sua volta al centro della feroce contesa di famiglia tra Enrico II e i figli, Riccardo e Giovanni); l'ascesa delle città marinare d'Italia ad arbitre dei trasporti e dei rifornimenti dei « crociati » (la morte di Barbarossa dopo mesi di difficile marcia, rafforzò la preferenza per il passagium transmarinum); tutti motivi di conflitti niente affatto sopiti alla vista di Gerusalemme. I crociati raggiunsero i Luoghi Santi quando tutto era consumato. Catturato in battaglia Gerardo e subito giustiziato come spergiuro, sconfitto Guido di Lusignano, occupata Gerusalemme, dopo poche e fatue operazioni essi presero la via del ritorno.

    Dunque, neppure una spedizione < imperiale » poteva risolvere la crisi di Outremer: né questa stava nella libertà di visitare i Luoghi Santi, ma nella ricerca di un terreno diverso dallo scontro armato per la coesistenza tra cristianesimo e islam. Anni di confronti, scontri occasionali, sfide regolamentari aprirono la strada a una svolta nei rapporti tra cristiani e islamici, suggellata infine da una tregua di tre anni tre mesi e tre giorni, lungo i quali ai cristiani fu concesso di visitare i Luoghi Santi. La scomparsa dei protagonisti degli ultimi anni di guerra - Saladino nel marzo del 1193, il nuovo Gran Maestro del Tempio, Roberto di Sablé, poco dopo, Corrado di Monferrato, pugnalato da due `assassini il 28 aprile 1192 - anziché spianare subito la via a intese pacifiche produsse l'inusitato spettacolo della clamorosa contrapposizione tra i diversi Ordini religioso-cavallereschi e segnatamente tra Ospitalieri e Templari, accusati dai primi d'essersi proditoriamente impadroniti dell'eredità di un loro cavaliere, nel territorio di Margate.

    Da Outremer il conflitto dilagò in ogni regione d'Europa, ove intanto la presenza degli Ordini s'era potentemente ramificata grazie alle continue donazioni di terre, castelli, preziosi, a suffragio della difesa dei Luoghi Santi. La contesa fu sedata da papa Innocenzo III, cui venne sottoposta: e si risolse nella conferma della predilezione a favore del Tempio da parte di un pontefice impegnato a restaurare il credito spirituale della Chiesa minata al suo interno dalla proliferazione delle tendenze pauperistiche, millenaristiche e dalla impetuosa, diffusione della religione dualistica, di 11 a poco sanguinosamente combattuta come "eresia". Essa dette però la misura delle tensioni che laceravano il fronte della cristianità « crociata » mentre quella d'Occidente sembrava a sua volta crollare, come nel famoso sogno francescano del papa. Un'avvisaglia di quanto potesse riuscir grave per le sorti dell'Ordine l'infezione derivante dalla cura dei "beni del mondo" s'era già avuta quando il vescovo di Sidone, per venir a capo di un modesto conflitto con il Tempio, accusato di mancata restituzione di un prestito, non trovò di meglio che scomunicarlo: provvedimento esorbitante e prontamente sconfessato dal pontefice, ma assai premonitore. L'erosione delle basi dell'Ordine aveva però altre e più complesse cause: non il quotidiano oblio delle antiche regole del Tempio, la sua partecipazione, su fronti frastagliati, contraddittori, alle estenuanti, confuse lotte per il potere tra i diversi prìncipi lanciati alla perenne spartizione del Vicino Oriente e intenti a soddisfare a spese dell'Impero di Bisanzio la voracità rimasta inappagata in Palestina, ormai in gran parte sotto controllo islamico. V'era, infatti, assai di più.



    V - ... E L'AQUILA GHIBELLINA

    Dalla Terza crociata si può far datare la crisi dell'immagine del potere imperiale, invano affermata da Barbarossa. La morte dell'imperatore in un fiumiciattolo dell'Anatolia, l'uccisione di Corrado, trafitto dai pugnali di due `assassini conversi, l'arbitrario imprigionamento di Riccardo d'Inghilterra da parte di Enrico VI, al rientro dalla Palestina, l'irruzione delle femmine, con ruoli protagonistici (Eleonora d'Aquitania, Sibilla, Costanza d'Altavilla, erede del trono di Ruggiero e Guglielmo..,), furono i gradini lungo i quali il potere s'umiliò sino alla concessione della Magna Charta: emblema dell'abdicazione del monarca alla sovranità per conservare un trono ormai dimidiato, anzi definitivamente spogliato del carisma che lo rendeva inviolabile. Se il papa continuava ad anteporre Roma a Gerusalemme, se Bonifacio di Monferrato preferiva far rotta su Bisanzio anziché sulla costa di Palestina e la quarta crociata dimenticava Gerusalemme per Tessalonica, come rilanciare la riconquista del Santo Sepolcro?

    Per un secolo i Templari avevano affermato (o perduto) la loro verità a colpi di spada. L'evangelizzazione del Vicino Oriente, se mai era stata tentata, non era passata attraverso le imprese del Tempio. Sennonché col trascorrere dei decenni i Milites Christi si trovarono dinanzi non più l'islamismo tiepido, rassegnato, arrendevole dei Sunniti bensì gl'Ismaeliti, che costituivano la corrente più accesamente "avventista" dell'estremismo sciita: animata da quel Veglio della Montagna, la cui leggenda suggestionava i cristiani non meno dei musulmani e i cui seguaci mostravano una fede irruente, genuina, sacrificale. Per non soccombere i cristiani d'Outremer dovevano alzare a loro volta un vessillo non meno suggestivo, capace di penetrare negli spiriti, mentre sino a quel momento s'erano limitati a dominare i corpi. A tale scopo era necessario consacrare il potere politico, molto al di là del timido accenno tentato con Riccardo d'Inghilterra, la cui “leggenda” tanto deve alla letteratura filotemplare dell'Ottocento, Walter Scott in testa.

    Disegno analogo nello stesso torno di tempo fu perseguito da Federico II Hoenstaufen. Partorito in pubblico, a sfatare la taccia di sterilità della madre, che avrebbe allungato per sempre l'ombra dell'illegittimità sulla sua origine, Federico rimase tuttavia molto al di sotto del programma che l'età sua sembrava fissargli. L'avocazione del potere sacerdotale nelle sue mani - se mai se la propose con piena coscienza e coerenza - cozzava con un milennio di monopolio della grazia da parte dei sacerdoti, raccolti attorno al papa. Senza autodeterminazione sacramentale, l'esoterismo - certo praticato dal costruttore di Castel del Monte, tutto imperniato sulla cifra otto e sui suoi multipli, come la Cupola della Roccia - rischiava di scadere a eresia, con tutte le conseguenze prevedibili da parte di un imperatore che condannava a morte gli eretici quali ribelli contro la sua duplice maestà (règia e sacerdotale). Il disegno dell'imperatore rimase però allo stato di abbozzo, con tali concessioni alle forze storicamente avverse che Federico II finì per essere considerato un precursore dello "stato moderno" (quello dei diritti garantiti e del controllo sul potere) anziché l'ultimo esponente (o aspirante) dell'unitarietà e libertà del potere, concentrato nella sacra persona del 're-sacerdote'.

    Proprio nel conflitto con Federico II il Tempio scrisse una delle pagine più controverse della sua storia. Com'è noto, Federico fu assai riluttante a intraprendere la crociata, impostagli da Innocenzo III e da Gregorio IX, giunto a scomunicarlo, indignato per i continui rinvii. L'Hoenstaufen sapeva di combattere una battaglia storicamente sbagliata pretendendo che la libertà di culto nei Luoghi Santi fosse imposta manu militari, come volevano i pontefici di Roma? Oppure riteneva che attuare una spedizione armata per ordine di un potere estraneo alla Corona - il papa, appunto - spezzasse il disegno di riunificazione dei poteri sotto l'Aquila ghibellina? Quando si decise all'impresa, l'imperatore fece comunque il possibile per utilizzare la crociata ai propri fini, quale affermazione del primato imperiale. Dopo un'abile trattativa col sultano d'Egitto, el-Kamil, conclusa con una tregua decennale e il riconoscimento ai cristiani di libero accesso ai luoghi memoriali del loro culto, Federico II fece ingresso in Gerusalemme, di cui si autoincoronò re. Nella Città Santa - non liberata eppure libera - l'imperatore fu appoggiato dai soli Cavalieri Teutonici, sorti nel 1198 dall'Ospedale germanico di Santa Maria di Gerusalemme e la cui Regola - modellata su quella dei Templari - era stata approvata da Innocenzo III nel 1199. Fu sola per solidarietà di stirpe che il Gran Maestro 'teutonico', Hermann von Salza garantì il sostegno dell'Ordine allo Staufen? Oppure il Gran Maestro della Croce Nera v'intravvide l'occasione storica per sopravvanzare Templari e Ospitalieri? 0, soprattutto, intuì che il legame preferenziale con l'imperatore avrebbe assicurato le sorti dell'Ordine sulle altre impegnative frontiere che vedevano Teutonici e Portaspada intenti a far avanzare le quattro « tau » dell'Ordine? Chiamati nel 1211 in Transilvania da Andrea II d'Ungheria, nel 1225 i Teutoníci ne erano stati espulsi dal sovrano màgiaro, cui rifiutavano obbedienza. Lo stesso anno essi furono però insediati sui confini tra Prussia e Polonia da Corrado, duca di Masovia. Con la bolla di Rimini (1226) Federico II aveva poi riconosciuto la sovranità dell'Ordine sulle terre che avessero cristianizzato (ovvero conquistato, forzandone gli abitanti a scegliere tra battesimo di folla e sterminio in massa). Mentre in Outremer il ruolo degli Ordini religioso-cavallereschi entrava nella fase crepuscolare per l'immodificabile disparità di forze tra cristiani e islamici - ne era prova anche la scelta della trattativa con el-Kamil da parte di Federico II -, altrove v'era spazio per realizzare lo spirito originario della crociata. Dopo l'incoronazione di Gerusalemme i Teutonici fecero infatti avanzare le loro insegne sino a Torun, nel 1237 assorbirono la Militia Christi (o Cavalieri Portaspada) di Livonia e - dichiarata una speciale obbedienza al pontefice, per rendersi autonomi anche dall'Impero, nuovamente lacerato, al nord, da contese dinastiche e ribellioni tra i possibili eredi dello Staufen - dilagarono dalla Prussia verso Baltico e Russia sino al lago Peipus, ove vennero fermati dal principe russo Alessandro Nevskij (1242). Emblematicamente, Hermann von Salza era morto tre anni prima: proprio nel giorno della solenne definitiva scomunica di Federico Il.

    I Teutonici non scrissero dunque una storia parallela a quella dei Templari; però, come questi ultimi avevano previsto, l'incursione di Federico Il in Palestina non risolse nessuno dei problemi di Outremer. Quando l'imperatore morì (1250) - ròso da congiure, ribellioni, tradimenti - la sua politica verso il Vicino Oriente era risultata del tutto priva di basi e d'efficacia: i cristiani vi avevano subito una nuova più grave sconfitta da parte di un avversario scaturito dall'Estremo Oriente e dilagato dalla Cina al Vicino Oriente, i Mongoli.

    Per contenere la spinta offensiva dei discendenti di Gengis Khan, con solido realismo il Gran Maestro del Tempio prospettò un'alleanza - strumentale e necessitata quanto si voglia, ma d'immensa portata storica, se fosse stata meglio coltivata - tra quanto rimaneva dei regni cristiani e gl'islamici di Siria e d'Egitto, interessati non meno dei `franchi' a tener lontani dal Mediterraneo i Turchi ckwarizmian (o chorasmiani), sospinti dai Mongoli verso la costa. Questi nondimeno travolsero le fortezze dei Templari a Safed e misero a sacco le città cristiane, distruggendone o deportandone la popolazione. Nel 1244, nella piana di Gaza, gli eserciti cristiani e "arabi" appaiati affrontarono gli invasori. A suggello dell'alleanza, dopo oltre mezzo secolo di silenzio, <e i misteri divini erano stati nuovamente celebrati nella Città Santa », come ricordarono con commozione i cronisti. Nella battaglia di Gaza trecento cavalieri e il Gran Maestro, Armand de Périgord, lasciarono la vita sul campo o impalati subito dopo la cattura. La sconfitta mise fine anche ai timidi tentativi di superare secolari conflitti di religione in nome della comune appartenenza a un'area di antica civiltà, nella consapevolezza che le popolazioni sopraggiunte stavano al Mediterraneo arabo e crociato come i barbari all'impero romano.

    Nel 1248 Luigi IX di Francia intraprese una nuova spedizione in Outremer. Per spezzare la morsa che chiudeva la Palestina, contro il parere dei Templari, il re puntò verso l'Egitto - che non solo non era il pericolo maggiore, ma poteva essere un alleato prezioso - e, nel 1250, vi venne duramente battuto a el-Mansura, malgrado un'altra sfortunata prova d'eroismo dei Templari. Per allontanare ogni sospetto sulle ragioni della propria refrattarietà ad affrontare quella battaglia - inutile, sbagliata - i Milites avevano ottenuto di costituire l'avanguardia dell'armata cristiana, al comando di Roberto d'Angiò, fratello del re. Su 290 Cavalieri solo 5 sopravvissero, testimoni dell'eroismo dell'Ordine e della stoltezza del “re santo”. La successiva ultima crociata di Luigi IX non ebbe risultati apprezzabili, oltre alla morte del re, a Tunisi (1270). Per Outremer non restava che contare i giorni che lo dividevano dalla fine.

    Questa divenne incombente con la caduta di S. Giovanni d'Acri, nel 1291, al termine d'un assedio nel quale altre centinaia di Cavalieri lasciarono la vita, compreso il Gran Maestro dell'Ordine, Guillaume de Beaujeu. La caduta di S. Giovanni d'Acri era stata preceduta da quella della Rocca Bianca, a Safila, baluardo dei Templari, e del Krak des Chevaliers, pilastro degli Ospitalieri. Nel 1303 anche l'isoletta senz'acqua di Ruad, dopo tredici anni di resistenza, venne evacuata. Tutta Outremer era tornata sotto dominio islamico: ciò che però non significava la conversione di tutta la popolazione all'islam.

    Il Tempio si ritirò a Cipro. Di li nel 1306 il Gran Maestro, Jacques de Molay, tentò di stringere un accordo coi tartari, insediati a Gerusalemme, per una nuova offensiva contro gli Egiziani, in nome del comune interesse politico-militare e dell'antica traccia di cristianesimo che pure ,albergava tra i Mongoli e di cui erano andati invano in cerca i veneziani fratelli Polo, inseguendo i misteriosi segni di quel Prete Gianni dal quale da oltre un secolo l'Europa s'attendeva la salvezza.

    Come ha fatto notare Franco Cardini, anche nel secolo successivo sarebbe riaffiorato il mito della naturale affinità tra Romani e Turchi - in nome di Troia - contro i Greci: un legame che a maggior titolo doveva dunque valere contro gli Arabi. Jacques de Molay si spinse sino a redigere una sorta di "pro-memoria" per una crociata che in realtà nessun principe europeo intendeva intraprendere: -ne sarebbe tornata l'eco nella miriade di trattati, annunzi, incitamenti profusi nei due secoli seguenti da predicatori (come il Guglielmo de Adam di De modo Sarracenos extirpandi e del Directorium ad passagium faciendum) e umanisti pronti a barattare protezioni signorili con smaccati elogi per vittorie non conseguite in guerre non intraprese.

    Anche in quel crepuscolo di crociata rimase invece assente l'ideale propriamente missionario, agitato da Francesco d'Assisi - il santo che firmava col « tau » degli gnostici - nel fallito tentativo d'evangelizzazione dell'Islam, sull'inizio del sec. XIII. Con 7 Grandi Maestri morti in combattimento e 5 per le ferite riportate - sui 22 complessivi della sua storia - e decine di migliaia di Milites caduti sul campo o messi a morte dai nemici, il Tempio era certo l'Ordine più titolato per proporre all'Islam una trattativa non disonorevole. Fu la speranza coltivata a Cipro da Jacques de Molay e dagli Ospitalieri sino a tutto il 1306. Il disegno venne però incrinato alle radici dall'instabilità introdotta nel Vicino Oriente dall'avanzata mongolica, dalle migrazioni militari dei turchi, dalla frana dei regni latini d'Oriente. L'integrazione fra civiltà diverse non -può reggere su uno stato di guerra endemica. Alle spalle, del resto, il Tempio non aveva alcuna forza coerente e compatta: non l'Impero - la cui aquila bicipite dopo Federico II volava dall'una all'altra Casa d'Europa, covando in nidi sempre più piccoli, in cerca di stabile approdo -; non il Papato, invischiato nel conflitto tra Angioini e Aragonesi per la Sicilia e, in generale, per l'espansione nel Mediterraneo Orientale. Il consenso che al Tempio veniva da alcuni sovrani - in Portogallo, Spagna, Inghilterra... - si risolveva in protezioni locali, in vantaggi occasionali, al di fuori della strategia ecumenica che, unica, avrebbe potuto ribaltare il corso storico e liberare la cristianità dell'Europa occidentale dall'isolamento nelle sue lotte intestine (basti ricordare che l'acme della crisi del Tempio, negli anni 1291-1314, per l'Italia è l'età del logorante sterile duello tra guelfi e ghibellini, delle fazioni municipali dagli angusti orizzonti).

    In tale situazione, poco giovarono al Tempio anche l'opulenza delle sue immense proprietà, i profitti dei prestiti ai prìncipi: così massicci e redditizi da sorreggere la fosca leggenda che attribuisce all'Ordine pratiche alchemiche capaci di tramutare in preziosi i metalli vili. Quelle ricchezze, infatti, non riuscivano .ad armare nessuna nuova nave sulle rotte d'Oriente, né richiamavano alcun Cavaliere verso Gerusalemme. Al più servivano per fortificare Cipro. La conquista di Rodi - poi sede degli Ospitalieri, che temporaneamente ne trassero il nome - non fu l'inizio della sognata controffensiva cristiana verso Margate, Tripoli, Beirut: avvenne, anzi, nel 1308, quando sui Templari s'era ormai scatenata la tempesta. Ma da tempo altre leggende circondavano il Tempio: parte coltivate dagli stessi Milites su orizzonti in cui ogni terra era - o poteva essere - Outremer. La crociata batteva le rotte del mare del Nord, saliva le coste del Baltico, fronteggiava nell'Europa Orientale gli stessi nemici combattuti in Palestina. Nel presentimento della fine, l'Ordine - unica organizzazione rimasta pervicacemente legata al principio dell'ecumenismo - a differenza dell'Impero, dei regni, del papato: tutti ripiegati su dimensioni "nazionali" si vide identificare con la missione, perenne e metastorico, della ricerca del Graal, con il rintraccio del Prete Gianni, con la coltivazione e rappresentazione di una tradizione sapienziale troppo alta per essere divulgata e, al tempo stesso, così essenziale per le sorti dell'umanità da non poter essere abbandonata al vortice delle vicissitudini politiche, cancellata a conseguenza di un fatto ormai scontato quale la ritirata generale dalla Palestina: un evento militare che non determinò la scomparsa dal Vicino Oriente delle molte versioni locali del cristianesimo: maroniti, armeni, greci di culto latino e di rito ortodosso...

    Lo stesso Federico Barbarossa non era forse sopravvissuto al banale incidente che ne aveva provocato la morte in Anatolia? Non riposava forse sotto la Montagna, nella magica attesa del Risveglio? Nulla di strano, infine. Poiché si finisce sempre per ammirare i propri avversari, anzi per assimilarne o imitarne alcuni aspetti caratteristici, i Templari non facevano che riflettere il modello ismailita, che aveva consentito all'Islam di conservare la sua identità originaria, malgrado terre e genti evangelizzate dai successori di Maometto fossero state ripetutamente soggiogate e travolte da molteplici ondate di conquistatori dalla spiritualità tanto più grezza, impermeabile alle sottigliezze teologiche degli sciiti e agli ardori messianici dell'imamismo e, in particolare, dall'imamismo settimano. Lo stesso era del resto avvenuto nel cristianesimo orientale, pullulante di correnti esoteriche. Di più: la distruzione degl'ismailiti per opera dei Mongoli (1256-1272) aveva messo sull'avviso i Templari, che li avevano,invano combattuti per un secolo e mezzo sino a crederli invincibili e ora dovevano invece con- statare come al mondo tutto passi. Per il Tempio si trattava, appunto, di fare in modo che rimanesse l'orma, anzi la sostanza della propria tradizione, al di là della sua possibile fine materiale, storica. Ma quali erano gli effettivi contenuti di tale tradizione? Poiché non si conosce la "regola segreta" del tempio - fortunosamente trovata dal vescovo luterano Friedrich Muenter negli Archivi vaticani a fine Settecento, ma poi nuovamente perduta - possiamo solo avanzare ipotesi. Di certo nel rito d'iniziazione alcuni frati rinnegarono Cristo, sputarono sulla croce e la calpestarono. La spiegazione meno probabile della Sconcertante 'profanazione' venne fornita dal confessore del Templare Giovanni de Elemosina, della diocesi di Parigi: secondo il quale si voleva saggiare, a quel modo, la resistenza degli iniziandi agl'inviti all'abiura « si caperentur ab infidelibus ultra mare ». Né la pratica sembra essersi diffusa solo dal declino di Outremer, cioè da quando in molti Milites si fece più cocente la delusione per il mancato aiuto di Dio in una lotta che aveva per posta la difesa dei Luoghi Santi e nella quale mai essi avrebbero creduto di dover rimanere soccombenti: sì che in più d'uno poté certo sorgere il dubbio sulla legittimità della propria causa e sulla fondatezza del suo movente.

    Il rito della negazione di Cristo - quando pure non vi si voglia cogliere la prova dell'infiltrazione nell'Ordine di elementi gnostici, non improbabile, del resto, in un Mediterraneo pregno di dualismo, estirpato col ferro e col fuoco dalle masse ma serpeggiante nei ceti colti sino al Trecento inoltrato - faceva parte, in realtà, di uno psicodramma apocalittico: demolizione del Tempio, passaggio dalla devozione essoterica all'esoterismo, rifiuto della materia (il legno della croce) per attingere la purezza del simbolo, secondo la lezione del misticismo cristiano, messo alla frusta dall'iconoclastia bizantina e islamica.

    Certo i Templari - più degli altri Ordini non ispirati dalla tradizione iniziatica - si tormentarono su interrogativi solitamente estranei alla recente storiografia sulle crociate, che, correttamente, individua le ragioni del crollo di Outremer nell'avanzata dei Mongoli, nelle divisioni tra i principi 'cristiani', nell'insuperata cesura tra Mediterraneo, Orientale e Occidentale, nel deperimento del Papato - tutto preso da . conflitti eurocentrici, spesso italocentrici, proprio nelle fasi più acute dell'assalto islamico alla Palestina -, ma non sempre è attrezzata per sondare i tipi di spiegazione che fiorirono invece all'interno del misticismo, nella cultura affatto destoricizzata che già era stata alla base delle crociate.

    La caduta del Tempio non era forse determinata dall'inadeguatezza del suo culto? Il suo crollo non era forse reso possibile proprio dalla sua identificazione con un luogo storico, con dati materiali, per loro natura condannati al destino di tutto ciò che è « fisico > ? Ma, al tempo stesso, il Tempio poteva essere rialzato - e come e dove? - lontano dalla Cupola della Roccia? E come doveva essere servito il Tempio Nuovo, la «,Nova Hierosolyma »? Quali sarebbero stati i suoi veri nemici dopo la traslazione dalla Palestina?

    Con tempismo così sorprendente da risultare necessario in una visione teleologica della istoria, a soli quattro anni dalla caduta dello ultimo baluardo cristiano di Outremer, la distruzione dell'Ordine sciolse col fuoco .tutti quegli interrogativi.

    Nel 1306 papa Clemente V convocò da Cipro il sessantatreenne Jacques de Molay, iniziato quarant'anni prima, Gran Maestro dal 1294: e gli sottopose un progetto di fusione con gli Ospitalieri. In ossequio alla Regola, de Molay aderì. Era anche un modo per fronteggiare le dicerie che da tante parti si levavano contro il Tempio, proprio in quella terra di Francia che aveva sempre fornito il più alto contingente di Cavalieri e di alti dignitari, compreso il suo ultimo Gran Maestro, originario del Giura.



    VI - DOVE ERIGERE IL TEMPIO DOPO IL CROLLO DI OUTREMER?

    Ricaduti i Luoghi Santi nelle mani degl'islamici, frantumata in tanti rivoli la presenza occidentale nell'Impero bizantino, che cosa rappresentava ancora l'Ordine del Tempio? Nient'altro che il ricordo delle antiche ambizioni, la testimonianza della sconfitta o l'estremo baluardo, a Cipro, contro l'avanzata ottomana, un mònito perenne a riprendere una lotta di cui per secoli si sarebbe continuato ad agitare lo sterile mito? Tutto questo, ma anche altro. I Templari erano una potenza economica di grande peso in tutta l'Europa cattolica. Le loro proprietà assommavano a circa 900 `castelli'. Non è mai stato tentato il computo di tutto il metallo prezioso tesaurizzato nelle commende dell'Ordine. Di sicuro dovette trattarsi di una fortuna immensa, se i Cavalieri poterono ripetutamente aprire cospicue linee di prestito a principi, sovrani e allo stesso re di Francia, Filippo il Bello.

    Non meno ricchi - va però ricordato - erano altri Ordini religioso-cavallereschi, quali per esempio gli Ospitalieri, che tuttavia andarono immuni da sospetti o, quanto meno, dalla distruzione toccata al Tempio. In realtà, con l'inizio del Trecento muta l'intero scenario europeo. Il pontefice, Bonifacio VIII, pone più attenzione al conflitto col re di Francia - simbolo della resistenza laicistica al potere temporale del papa - che alla riconquista dei Luoghi Santi. Da parte sua, il successore, Clemente V, non ha veri margini d'autonomia nei confronti di Filippo il Bello, cui deve l'elezione, e che lo incalza per fargli celebrare la damnatio memoriae di Bonifacio VIII, la cui condanna, in verità, comporterebbe anche la nullità dei suoi atti, a cominciare dall'elevazione a cardinale dello stesso Bertrand de Got, poi papa Clemente V.

    Rientrava nel disegno della monarchia di Francia soggiogare l'Ordine -alla volontà regia. Esso rimaneva infatti l'unica grande forza dotata di autonomia. L'Impero era ormai poco più che un simbolo, pateticamente invocato da quanti, come Dante Alighieri, invano speravano di farne il perno della riorganizzazione della cristianità assediata dagli sgargianti vessilli tartari e turchi (Inferno, XVII, 17 ). La generazione successiva - di Petrarca e Boccaccio - non vi avrebbe più fatto gran conto, se non, attraverso Marsilio da Padova, quale motivo della piena rivendicazione dell'autonomia del potere politico dalle interferenze del Papato. Se il pontefice era ridotto a mercanteggiare col re di Francia; ogni sua manifestazione esterna, l'Ordine del Tempio costituiva invece un formidabile ostacolo per l'avvento dell'assolutismo accentratore della monarchia franca. In altri Paesi era ormai in stato avanzato l'identificazione tra gli ordini religiosocavallereschi e gl'interessi 'nazionali' (usiamo il termine in senso molto lato). Si pensi ai Cavalieri di Calatrava e a quelli di Santiago in Spagna, sempre in prima fila nella `riconquista cristiana', e ai Cavalieri Teutonici, avanguardia dell'espansione germanica verso est e sul Baltico e formidabile baluardo contro la marea dell'Orda d'Oro. I Templari, da parte (loro, come s'è detto erano dilagati in tutt'Europa, senza però identificarsi con l'una o l'altra corona, forti della Regola che li subordinava unicamente al papa. Per Filippo il Bello era quindi impossibile spingere più innanzi il processo di francesnizzazione del papato (necessaria alla subordinazione della Francia al re) senza fare i conti con un Ordine che costituiva una perenne riserva di forze per i successori di Bonifacio VIII. Il conflitto tra la Corona e i Templari rivela quindi i caratteri di scontro tra due forze di modernizzazione: da un canto, lo Stato accentratore, proteso a eliminare autonomie, privilegi, esenzioni, assillato dal bisogno di danaro per fronteggiare la voracità delle due macchine che ne puntellano le nuove fortune - la burocrazia e l'esercito, il costosissimo esercito professionale -; dall'altra un'organizzazione “sopranazionale”, dalle immense ricchezze, depositaria di una Tradizione che sembrava renderla invulnerabile, Stato nello Stato o, peggio, sopra lo Stato, conscio di poter vivere al di là delle sorti delle singole dinastie, così come aveva dovuto e saputo durare, nel Vicino Oriente, malgrado il crollo dei regni di Outremer: infido, dunque, per la sua fedeltà alla missione originaria.

    Ordine religioso-cavalleresco, i Templari non costituivano però una reliquia di 'medioevo', un relitto di tempi passati, di bisogni superati, a cospetto dell'irruente avanzata dello `Stato moderno'. Se l'Ordine fosse riuscito a vincere il duello con Filippo il Bello - o almeno a sopravvivere - non vi sarebbe stata un'Europa più arretrata, bensì un'Europa diversa: nella quale la preminenza (o la corposa persistenza) di un Ordine universale attivo su piani tipicamente “laici” - le armi e la finanza - oltreché dotato di carisma religioso pel ruolo di difensore del Santo Sepolcro e di Ordine pontificio) avrebbe improntato gli Stati e la vita sociale e individuale, il diritto pubblico a ogni livello, l'intero corso della storia, insomma. Ciò va detto non per immaginare una storia diversa da quella realmente verificatasi, bensì per avvertire il peso avuto dalla eliminazione dei Templari dalla storia: il cui vuoto non fu certo colmato dagli Ospitalieri, dai Teutonici, dai molti altri Ordini che s'uniformarono senza resistenza ai nuovi rapporti di forza. Diciamo, anzi, che l'importanza della posta in gioco fu chiara agli occhi dei protagonisti. Filippo il Bello, infatti, non si propose di umiliare il Gran Maestro, di ridurre la forza e i diritti storici del Tempio, bensì puntò alla distruzione dell'Ordine, con metodi che avrebbero dovuto scoraggiare qualsiasi sua possibile reviviscenza e qualsiasi imitazione della condotta del Tempio da parte delle altre istituzioni religioso-cavalleresche.

    Il re si rese conto di persona dell'entità delle ricchezze concentrate nelle mani dei Milites Christi. Durante la più pericolosa tra le rivolte popolari che punteggiarono il suo ultimo decennio di regno, Filippo si rifugiò proprio nella Casa del Tempio di Parigi. Lì toccò con mano l'opulenza dell'Ordine e non dovette faticare a immaginare quanto non gli venne direttamente mostrato. Con tutta evidenza l'Ordine possedeva una ricchezza superiore a quella del sovrano.

    Avevan dunque ragione Guglielmo di Nogaret e Pierre Du Bois a lanciare le più gravi accuse nei confronti dei Templari, sospettati di produrre metalli preziosi con diaboliche pratiche alchemiche?

    Nella notte tra il 12 e il 13 ottobre 1307 il re fece arrestare tutti i Templari presenti in terra di Francia: 140 nella sola Parigi, compresi il Gran Maestro e il Gran Precettore di Normandia, una tra le regioni in cui l'Ordine vantava un'organizzazione particolarmente rilevante. All'operazione di polizia fece immediatamente seguito una massiccia campagna d'opinione.

    La figura dei Milites Christi non doveva essere particolarmente simpatica alle 'masse' se erano d'uso corrente espressioni quali `bere come un Templare' o 'orgoglio di Templare': connotazioni che colpivano lo stile militare e l'alterigia derivante dalla ricchezza, oltreché dalla forza guerresca e dall'accettazione nell'Ordine, col rango di cavaliere, di soli nobili. Contraddittoria con una delle accuse poi formalizzate a carico dell'Ordine era invece la raccomandazione di tenere le fanciulle al riparo dalle attenzioni dei Cavalieri.

    Ebbe quindi inizio uno dei processi più spettacolari della storia. Con buona pace dei canonisti, quel processo (come del resto, un secolo dopo, quello a Giovanna d'Arco) mostrò i limiti del mito del rispetto delle regole giurisdizionali. I Templari chiesero di essere sottoposti al giudizio del pontefice al quale solo dovevano obbedienza. Clemente V in primo tempo accennò a voler esercitare la sua prerogativa, ma fu dissuaso da Filippo il Bello che l'incalzò con la richiesta di aprire il processo alla figura e all'opera di Bonifacio VIII, lasciando intendere che non vi avrebbe insistito se il papa avesse lasciato fare a proposito dei Templari. La procedura criminale del tempo prese quindi il suo corso, secondo l'uso. Clemente stesso ordinò l'impiego della tortura nei processi celebrati contro i Templari di Toscana e di Lombardia. Per gli altri non v'era bisogno di suggerimenti. Sottoposti ai tormenti più efferati capitolarono dinanzi agli inquirenti di Filippo il Bello i `frati che non avevano ceduto dinanzi agl'islamici. Ma in Outremer il volto della lotta era chiaro: invece. nelle carceri del re di Francia sfuggiva ai Milites il senso della vicenda che li travolgeva. I più si confessarono assolutamente digiuni di dottrina e delle questioni teologiche che, per convincerli d'eresia, venivan loro sottoposte e si rimisero alla clemenza del sovrano, ,proclamando la propria innocenza. Parecchi morirono tra i tormenti. Altri, riavutisi dal martirio della carne e ritrattate le ammissioni crudelmente estorte, furono giudicati relapsi e, secondo le norme, arsi vivi a mònito per gli sventurati prigionieri.

    Quello contro i Templari, in realtà, non fu un processo inteso a stabilire se e quali fossero le eventuali colpe dei Cavalieri, non fu una `inchiesta' nel cui ambito gl'imputati potessero controbattere alle accuse, scagionarsi con argomenti e prove. La sentenza era precostituita. La colpevolezza data per scontata. Il processo, infatti, fu condotto col criterio - assurdo, ma non insolito - secondo il quale, se alcuni Templari potevano essersi resi colpevoli dei reati loro imputati (sodomia, indisciplina verso la Chiesa, credenze ereticali e pratiche idolatriche), ciò significava che l'intero Ordine poteva aver avuto per norma - e anzi senz'altro aveva - la perpetrazione di quei gravissimi peccati (anche se non se ne rinvenne documento alcuno). Perciò l'innocenza di taluni - pienamente acclarata - non costituiva affatto prova della purezza dell'Ordine cui appartenevano bensì, semmai, della loro marginalità nell'ambito dell'Istituzione, infine condannata non perché ne fosse dimostrata la colpevolezza, ma perché nata la si poteva escludere, giacché - venne affermato - solo la sua intrinseca nequizia avrebbe potuto consentire ad alcuni Templari di macchiarsi delle colpe loro addebitate e confessate fra i tormenti. In tal modo asserita la pravità dell'Oriente, discendeva senza margini d'eccezione la colpevolezza di tutti i Templari, quali si fossero le responsabilità accertate a carico dei singoli. La sola appartenenza all'Ordine diveniva argomento della personale criminosità dei Templari e dettava l'obbligo di accertarne la colpevolezza - ormai indubbia - estorcendone l'ammissione coi mezzi consueti.

    L'iter processuale, dunque, non ebbe altro scopo che di strappare a qualsiasi costo un certo numero di `confessioni' per tacitare le residue incertezze di Clemente V e dissipare i dubbi di quanti resistevano agli imbonimenti degli uomini del re, la cui propaganda contro il Tempio s'ispirava al principio « fere libenter bomines, id quod volant, credunt ». Come osservò Gaetano Salvemini, in tempi non sospetti, a proposito della campagna d'opinione orchestrata da Nogaret contro il Tempio, tacciato delle colpe più incredibili con « un cumulo di accuse calunniose, ridicole, assurde », il ministro di Filippo il Bello aveva compreso « meravigliosamente la infantile psicologia popolare » e che « al popolo, questo eterno fanciullone, bisogna contarle proprio grosse perché le beva più facilmente »

    Ricordiamo le principali, tra le molte decine d'imputazioni lanciate contro il Tempio. Esse riguardavano il costume, la canonica e la dogmatica. Mettevano in discussione il comportamento individuale, l'insieme dell'Ordine come istituzione ribelle alla Chiesa e, infine, la sua estraneità alla Chiesa, alla comunione dei fedeli: di lì, appunto, la necessità, conclamata dal re, di procedere non tanto alla punizione dei Cavalieri uti singuli, bensì alla totale eliminazione dell'Istituzione, in sé assolutamente irreformabile, rescissa dal corpo della Chiesa, sentìna di peccato e causa d'infezione eretica con la sua sola presenza.

    I Milites Christi erano infatti accusati di scambiarsi baci impudichi durante la cerimonia d'iniziazione (« in ore, in umbilica seu in ventre nudo, et in ano seu spina dorsi; item... aliquando in virga virili ») e di darsi a reciproci commerci carnali (« debebant haec facere ad invicem et pali », convinti che « haec lacere non erat eis peccatum »). Di più; il Gran Maestro s'arrogava il potere di assolvere i Cavalieri; e altrettanto facevano, a detta dell'accusa, i Grandi Precettori: non solo, ma pretendevano di assolvere anche dai peccati non confessati, taciuti per pudore o pel timore della penitenza. Ma per porre fine alla pretesa scostumatezza - che del resto non costituiva una scandalosa eccezione nell'Europa di Brunetto Latini - e imporre un più rigoroso rispetto della disciplina sacramentale (ancora assai incerta, peraltro) occorreva, certo, severità, ma non v'era bisogno di arrivare alla sterminio: obiettivo invece tenacemente inseguito da Filippo il Bello.

    Il pronipote del sovrano che aveva ordinato la distruzione degli albigesi e avviato l'unificazione della Francia sulle rovine della civiltà provenzale, puntò allora su un'arma infallibile: l'accusa di eresia. Durante l'iniziazione, i recipiendi dovevano calpestare la Croce, rinnegare Cristo « et aliquando Beatam Virginem et quandoque omnes sanctos et sanctas Dei », né paghi si spingevano a,« mingere super ipsam crucem » e proprio « in die Veneris sancti ». Al « vituperium Christi et fidei ortodoxae », al diniego dei sacramenti e della transustanziazione delle specie durante la Messa, i Milites aggiungevano l'adorazione degl'idoli, « videlicet capita quorum aliqua babebant tres facies, et aliquam unam, et aliqua craneum humanum »: idoli che durante le loro congregazioni i Templari solevano cingere con il cordiglio come a votargli i loro corpi, contaminati dai vizi più immondi. Tutte queste belle imprese - aggiungevano i capi d'accusa - avvenivano « ultra mare » (proprio là dove i buoni europei credevano che i Cavalieri difendessero Tempio e pellegrini), ma eran poi continuate e s'erano aggravate ovunque « Magister Generalis et conventus dicti Ordinis pro tempore sunt morati », a Cipro, « ultra mare et citra mare » e via peccando.

    Ma come avevan potuto celare per due secoli quelle orribili turpitudini? Come - gomito a gomito con l'intera società, di cui avevano pur costituito parte eminente, presenti nelle maggiori solennità (proprio alla vigilia dell'arresto il Gran Maestro aveva preso parte al corteggio funebre della cognata del re) - i Templari eran riusciti a tener segreta la loro “diversità” rispetto al gregge dei fedeli cristiani? Anche a questi legittimi interrogativi le accuse mosse al Tempio avevano pronta la riposta: i Milites Christi erano un'associazione segreta, i cui adepti, terrorizzati nel corso dell'iniziazione, eran tenuti, a prezzo della vita, a conservare il più assoluto silenzio sulle pratiche occulte e sulla dottrina esoterica dell'Ordine. Non solo, ma tutto il rituale veniva coperto con misure di sicurezza; infatti vi erano ammessi esclusivamente i 'fratelli' e le porte dei locali ove avevan luogo iniziazioni e avanzamenti di grado eran serrate e vegliate in modo che nessuno potesse penetrarvi né vedere o udire nulla di quanto vi avvenisse. Allo stesso scopo sul tetto delle Case eran poste sentinelle.

    L'accusa escludeva, infine, che taluno fosse entrato nell'Ordine per. leggerezza o ingenuità. Gli aspiranti all'iniziazione sapevan bene che cosa andavano a cercare giacché « de his est publica vox, opinio communis et fama tam inter fratres dicti ordinis quam extra ». Anzi, con ogni evidenza, chi bussava alle porte del Tempio sollecitava l'ammissione proprio per precipitarsi nel vizio e nell'apostasia, nella ribellione contro la Chiesa e nell'adorazione di un mostruoso idolo, dagli orribili lineamenti e, per sovrammercato, di un gatto « sibi in ipsa congregacione apparens quandoque ». Alla taccia di idolatria e di evocazioni diaboliche s'accompagnava, radicalmente contrastante, l'accusa di -dichiarare stolta la fede in qualsivoglia religione e la scelta di un deismo razionalistico o, all'opposto, della più sfrenata mondanità (1'« epicureismo » addebitato a tanti ingegni irrequieti del Due-Trecento).

    Parecchi Cavalieri si proclamarono colpevoli. Gli atti giudiziari non nascondono i metodi coi quali essi furono indotti alla confessione. Superfluo raccogliere in questa sede un'antologia di orrori. Erano gli anni nei quali a Fra Dolcino venne inflitto il supplizio che tutti conoscono. Bernardo di Vado, della diocesi di Alba, ammesso a difendere l'Ordine, narrò d'essere stato tenuto così a lungo al tormento del fuoco che la carne delle sue calcagna era stata bruciata e le ossa erano cadute nel volgere di pochi giorni « e tenendole in mano - inorridisce Luigi Cibrario, al racconto - le mostrava, miserando spettacolo, ai commissari ». A sua volta Ponsard de Gysi, precettore di Payance, evocò il clima di terrore che s'era diffuso tra i concaptivi alla notizia che trentasei loro con frères eran stati abbruciati vivi, a Parigi, come relapsi, e molti altri eran spirati nelle camere di tortura attivate dalla giustizia reale in vari centri della Francia, connivente Clemente V.

    Mettendo a nudo la tecnica dei suoi carnefici, fra' Ponsard dichiarò ch'egli avrebbe pur saputo affrontare la decapitazione, il rogo o anche d'esser fatto bollire: insomma un dolore atroce e la morte, ma « per un discreto spazio di tempo »; non si sentiva invece in grado di sopportare gli atroci tormenti inflitti per settimane e mesi nelle carceri del re. I Cavalieri, dopotutto, erano guerrieri, educati ad affrontare la morte sul campo - e avevano sempre mostrato di saperlo fare senza vacillare - non già a convivere coi tormenti, nelle prigioni nemiche. Lì, anzi, come abbiam detto, era una delle ragioni del loro eroismo in battaglia.

    Il processo ai Templari ebbe l'andamento di un macabro rituale. Impadronitosi dei massimi dignitari dell'Ordine, estorte alquante confessioni, Filippo non sembrò aver fretta di concludere. Si mostrò anzi sollecito alle proteste di Clemente V, che chiedeva il rispetto delle più elementari procedure e, in particolare, rivendicava il diritto di conoscere, tramite suoi fiduciari, la materia processuale. Il re non poteva augurarsi di meglio. L'opinione di massa, debitamente lavorata, era compattamente schierata per la colpevolezza dell'Ordine, ansiosa di supplizi spettacolari, meglio se a carico di persone sino a ieri credute onnipotenti e il cui crollo repentino esaltava, per contrasto, l'immagine dell'ancor più irresistibile forza del sovrano. Intervenendo nel1'iter di un processo con sentenza precostituita, Clemente V non faceva che addossarsi la complicità nell'impresa. Se mai si fosse schierato pubblicamente per l'innocenza del Tempio, egli si sarebbe trovato a fare i conti con la gente aizzata dal sovrano. Perciò l'opera dei giudici del papa - iniziata nel novembre 1308, oltre un anno dopo l'arresto si risolse in una farsa. Del resto i testimoni a favore dell'Ordine erano scoraggiati dal deporre. Anche la difesa abbozzata da Jacques de Molay il 26 novembre si rivelò al di sotto della situazione. L'anno seguente trascorse in altri interrogatori degli oltre 400 Templari concentrati in Parigi per il processo. Altrettanto avveniva in altre terre della cristianità: con esiti difformi, secondo il grado d'influenza che il re di Francia giungeva a esercitarvi. Di tanto in tanto, per la promessa della vita, di una prigione meno dura, persino della libertà qualche Cavaliere (soprattutto di quelli che avevano abbandonato l'Ordine, o ne eran stati cacciati, prima del 1307) fecero le ammissioni più stravaganti, eppure necessarie per soddisfare la fantasiosa curiosità degl'inquirenti ormai molto oltre i capi d'accusa originari e piú banali. Così un Antonio Sicco di Vercelli giunse a riferire d'aver inteso che un Templare s'era carnalmente congiunto con la salma d'una gentildonna armena la cui testa, spiccata dal corpo, sarebbe poi stata oggetto di culto da parte dei Cavalieri.

    I fermi dinieghi opposti dagli uni - pur resistenti alla tortura nulla valevano contro le ammissioni di altri: ormai anche senza il soccorso di speciali tormenti, ché, dopo anni di prigionia e ben conoscendo la sorte toccata ad altri 'frati', i Milites non avevan bisogno di essere stesi sui cavalletti per sapere quale sorte li attendesse in caso di silenzio, sicché sceglievano di ammettere senz'altro le colpe che venissero loro addebitate.

    Per risolvere la questione dal punto di vista ecclesiale, nel 1311 si radunò a Vienne - sempre a portata di Filippo il Bello - un Concilio, che il 22 maggio 1312, in presenza del re, di Carlo di Valois e dei suoi tre figli si pronunziò per la abolizione dell'Ordine del Tempio ex plenitudine potestatis del papa, ma « per viam provvisionis seu ordinationis apostolicae », non perché dalle indagini processuali fossero scaturiti elementi convincenti per stabilire la colpevolezza dell'Ordine in quanto tale. Filippo ottenne dunque che fosse il papa a condannare l'Ordine. Figlio devoto della Chiesa, il re di Francia si sarebbe limitato a far da « braccio secolare », spazzando via i Milites detenuti nelle sue prigioni: condannati a morte o al carcere perpetuo. In realtà le deposizioni dei vinti non concordavano affatto.

    Alle domande sui riti d'iniziazione, sull'adorazione del Baphomet, sui 'segreti' dell'Ordine, i Cavalieri dettero risposte niente affatto univoche, come avviene quando in tanti, gli uni separati dagli altri, si trovino a inventare una storia intorno a uno stesso tema: a un dipresso i racconti risultarono simili (data anche l’identità delle domande che venivano poste ai prigionieri), ma la loro difformità è indizio eloquente dell'invenzione, ché, diversamente, i racconti sarebbero collimati a puntino, almeno sugli aspetti fondamentali. Lo stesso vale anche per le ammissioni fatte dai 'frati' che scamparono la tortura.

    Nel marzo 1314 giunse l'epilogo. Da due anni, sulla traccia offerta dal Concilio di Vienne, i tribunali diocesani avevano affrettato i processi: quanti ammettevano eran condannati al carcere a vita, chi negava o ritrattava era arso vivo. Infine fu la volta del Gran Maestro e di tre fra i più alti dignitari dell'Ordine: il Visitatore di Francia e i precettori di Normandia e di Aquitania, sui quali il papa s'era riservato il diritto di decisione. A seguito di lunghe torture, ammessi gli addebiti, i quattro furono condannati al carcere perpetuo. Sennonché durante la solenne lettura della condanna, il 18 marzo 1314, de Molay ritrattò a gran voce quanto aveva ammesso « per sospendere i terribili dolori della tortura e per muovere a pietà coloro che lo facevano soffrire ». Altrettanto fece Geoffroy di Charnay, e accusò il papa e il re di promesse menzognere. Le conseguenze furono quelle che i due relapsi prevedevano. La sera stessa Filippo li fece mettere al rogo, obliando le macabre procedure previste per simili rituali.

    Tra le fiamme, i due continuarono a proclamare l'innocenza dell'Ordine e, secondo la leggenda, lanciarono un solenne anatema contro i loro carnefici. Giustamente fece osservare Salvemini che se davvero il Gran Maestro, il Precettore di Normandia e gli altri dignitari e Milites saliti sul rogo fossero stati occultamente devoti di una diversa confessione religiosa, ci troveremmo dinanzi al caso, singolarissimo, di fedeli che si sacrificano non già in nome del proprio credo, bensì negandolo: come appunto avrebbero fatto i relapsi e lo stesso Jacques de Molay. Rimangono però aperte altre interpretazioni: anzitutto che il Gran Maestro abbia confessato per poter essere ammesso a pronunciarsi pubblicamente sull'Ordine - così da poterne ribadire, come fece, l'innocenza -; in secondo luogo vale l'ipotesi che gli alti gradi amministrativi dell'Ordine, proprio perché più esposti, come la storia provava e risultava ancor più evidente dal tramonto di Outremer, fossero tenuti affatto all'oscuro sul deposito iniziatico enucleato all'interno del Tempio, in celle più riposte e con trasmissione per canali diversi rispetto alle gerarchie ordinarie e ufficiali. Jacques de Molay, in questo caso, avrebbe combattuto una battaglia i cui scopi gli sfuggirono sino all'ultimo giorno, quando - nell'interesse di un ordine superiore rivestì l'abito di martire anziché quello del 'pentito'.



    VII- «QUANDO PORGE LA MAN CESARE A PIERO /

    DA QUELLA STRETTA SANGUE UMANO STILLA »

    Arsi vivi il Gran Maestro e il Gran Precettore di Normandia, uccisi, segregati o dispersi tanti altri Cavalieri, l'Ordine del Tempio - formalmente abolito con la bolla Ad providam sin dal Concilio di Vienne - cessò dunque d'esistere? In realtà il 'processo' contro i Templari s'era frantumato in diversi rivoli. Solo in Francia esso aveva conservato unità e coerenza sino al drammatico epilogo del 18 marzo 1314. Altrove s'ebbero risultati discordanti. Condannati in alcune terre d'Italia, i Templari furono giudicati innocenti in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Cipro... Le assoluzioni, però, si limitavano a salvare la vita dei singoli Cavalieri, cui venne aperta la possibilità d'entrare in altri Ordini: di Cristo in Portogallo, di Calatrava in Spagna, dei Teutonici in Germania, mentre i beni immobiliari del Tempio passarono ovunque agli Ospitalieri e, in minor misura, ad altri Ordini.

    Quelle erano però assoluzioni che sul piano della storia non risolvevano nulla: non si traducevano, infatti, nella sopravvivenza d'una sola commanderia, d'un solo capitolo, d'un solo Templare in quanto tale.

    Rinnegato da Clemente V il Tempio poteva durare (o risorgere) solo al di fuori della storia delle istituzioni, della continuità diplomatica, notarile: in una dimensione metastorica.

    Fu appunto quanto accadde, con l'immediato erompere del mito dei Templari, il cui pur breve esame non può essere disgiunto dal profilo storiografico dell'Ordine, giacché esso consente di meglio comprendere almeno parte degli enigmi lasciati insoluti dalla storia. Nessuno si fermò a constatare che se Filippo il Bello aveva potuto raderlo al suolo, il Tempio non era così potente come volevano i suoi custodi e quanti, avendolo abbattuto, ne enfatizzavano 1'inattingibilità per trarre maggior gloria dalla vittoria. Anche dalla sconfitta, insomma, ebbe incremento il mito dell'Ordine.

    La leggenda (nel senso etimologico) della segreta 'vendetta' templare venne alimentata dalla sconcertante fine dei persecutori dell'Ordine. Clemente V mori il 20 aprile. Filippo il Bello lo segui il 29 novembre.

    Nella profezia retrospettiva, Dante infierì sul « gigante che delinque »: « Lì si vedrà il duol che sovra Senna / induce, falseggiando la moneta, / quel che morrà di colpo di cotenna » (Par., XIX, 118-120).

    Poco dopo Guglielmo Nogaret morì, a sua volta, per un incidente di caccia. Un altro iniquo persecutore del Tempio, Enguerran de Marigny. finì impiccato l'anno seguente. S'apri quindi per la Francia una lunga epoca di carestie, pestilenze, invasioni straniere, guerre intestine, che sembrarono spezzare sul nascere la formazione dello Stato accentratore, cui Filippo aveva dedicato la vita e in nome del quale aveva perpetrato tanti crimini, che, alla luce dei fatti, perdevano di machiavellica necessità e si rivelavano null'altro che delitti, senza dignità politica.

    Il Beaussant - fu poi detto - comparve a fianco di Jeanne la Pucelle all'inizio della sua `missione' redentrice (ma secondo un'altra tradizione sarebbero stati segreti Cavalieri Templari a far giungere nelle mani degli Inglesi l'ispiratrice della riscossa dei Gigli d'Oro). Poi di Templari non si parlò più, esplicitamente, sino alla prima metà del Seicento, quando l'Europa assediata dai Turchi e dilaniata dalle guerre di religione sentì impetuoso il bisogno di rinverdire il mito di un Ordine votato al superamento delle fazioni, per attingere la suprema conciliazione tra le diverse confessioni cristiane in vista del confronto tra il cristianesimo e le altre religioni: quei Rosa+Croce che alimentarono le fantasie ed empirono di sé tanti libri e « manifesti » ma che riuscirono a rimanere sempre assolutamente segreti. In quella fratellanza misteriosa e benevola -- nella cui simbologia tornano gli emblemi del sacrificio di sé per la salvezza degli uomini - subito venne intravveduto il ritorno dei Templari: dalle remote regioni iperboree. ove avevano atteso l'ora del Risveglio; dal di là degli Oceani, solcati dalle navi cui il Gran Maestro dell'Ordine del Cristo, Enrico il Navigatore, aveva dato per insegna la croce patente del Tempio, offerta dai Francescani .a Gilles de Rais tramite la rediviva Pucelle d'Orléans per strapparlo agli orrori di Tiffauges e farne un crocifero atlantico; dalla circolazione carsica di una sapienza tradizionale espressa, nei secoli precedenti, nelle opere iniziatiche di Botticelli, Leonardo, Michelangelo...

    La missione di Christian Rosenkreutz riprende, infatti, quella dei Cavalieri che per sedali s'eran mossi alla ricerca del Graal: tòpos della mitologia cresciuta a ridosso del Tempio nel corso del secolo XIII, quando l'approssimarsi della fine aveva restituito attualità all'ideale del grande viaggio iniziatico, attraverso le < prove », verso 1'« incontro tra i due mari »: la « quéte du Graal » (coppa mistica? pietra filosofale? parola perduta? arcano emblema dell'unitarietà del potere?). Tornò quindi a esser letta in un'ottica nuovissima la copiosa produzione cavalleresca degli albori delle letterature romanze: e vi si cercò la cifra recondita di una sapienza opposta alla grigia dottrina delle summae e della dommatica imperante.

    I Templari vennero quindi al centro di tre distinte correnti di pensiero: ora quale tema di riflessione storiografica, ora quale cespite di una restaurazione del loro Ordine per riprenderne la missione. Come sempre, le tre correnti s'intersecarono e talora si contrapposero aspramente. Nondimeno, per semplicità, le illustreremo, brevemente, l'una distinta dall'altra.

    Si formò, anzitutto, una letteratura filo-templare, che trovò il suo maggior campione nel Voltaire dell'Essai sur les moeurs et l'esprit des nations, secondo il quale i Milites furono vittima dell'ingordigia di Filippo il Bello e della fatua complice mollezza di Clemente V: tesi poi ripresa dal Raynouard di Monuments historiques relatifs à la condamnation des chevaliers du Temple (Paris, 1813). A loro giudizio e a quello della miriade di minori seguaci, quali Walter Scott, Jules Michelet, Boutaric (i quali ultimi ebbero il notevole merito di pubblicare i verbali di alcuni processi) - i Cavalieri avevano confessato sotto la tortura o per paura del rogo.

    A fine Ottocento l'innocenza dei Templari fu ribadita - sulla scorta di ampia documentazione e con serrata critica alle opere di diverso parere - dal tedesco Prutz e dallo statunitense Lea: il quale ultimo studiò lo sterminio dei Templari nell'ambito della storia dell'inquisizione. Sulla loro scia si mosse il tedesco Gmelin, giunto nondimeno a concludere che, nei fatti, i Milites avevano assai tralignato dalla Regola (il cui testo venne edito e commentato da Henri De Courzon: La Règle du Temple, Paris, Renouard, 1886). Niente affatto infetti da particolari eresie - tornò a insistere il Lea nel 1893 - i Templari praticavano, in effetti, la confessione all'interno dell'Ordine, senza che tra i Milites vi fossero sacerdoti ordinati, a differenza di quanto accadeva presso gli Ospitalieri (che a quel modo elusero l'insidia).

    Ma - fece notare lo storico dell'inquisizione - a tutto il sec. XIII la disciplina della confessione non era affatto definita e uniforme, talché 1a stessa formula `ego te absolvo', stabilita nel 1240, divenne canonica solo col Concilio di Trento. L'origine politica dell'assalto ai Templari venne asserita altresì da M. E. Langlois, che l'analizzò confrontando il processo .a carico del Tempio con quello, celeberrimo, ordito da Nogaret ai danni del vescovo di Troyes, Guichard: aperto, sospeso e ripreso secondo l'altalena di falsi testimoni che, in punto di morte, confessavano d'aver mentito, salvo poi a ritrattare dopo l'insperata guarigione, e così andato avanti per oltre dieci anni! Tra i testimoni a carico di Guichard - oltre trecento, pronti ad accusarlo di stregoneria, veneficio, adulterio, simonia, corruzione - comparve il Noffo Dei che fu anche, con Esquins de Florian, all'origine del processo contro i Templari: coincidenza in effetti assai eloquente.

    Sull'altro versante, il tedesco K. Schottmiáller - dopo i saggi dell'italiano Bini e del francese Loiseleau sui Templari in Toscana tornò a pronunziare la condanna dell'Ordine, deducendone la colpevolezza dalle molteplici confessioni rese senza bisogno di tortura. Anche secondo Prutz, del resto, i Templari - già percorsi da diverse infezioni settarie d'impronta dualistica - avevano finito per credere alla superiorità dell'Islam che aveva loro inflitto la sconfitta militare; e ne avevano assorbito la dottrina, rinnegando Cristo. Premeva in particolare allo Schottmúller liberare la memoria di Clemente V - i cui regesti erano intanto stati pubblicati dai benedettini (1884-88) dal sospetto di complicità con l'avidità di Filippo IV. Al più, egli concedeva che il pontefice fosse stato debole: non, però, criminale.

    Una pungente rassegna della `questione templare' venne, nel 18951901, da Gaetano Salvemini secondo il quale l'Ordine era, sì, nell'insieme innocente e quindi vittima della congiura del perfido 'le Bel' e dei suoi nerissimi Nogaret, Dubois e simili, e di un papa Clemente di cui egli tornava a condannare il basso profilo morale; nondimeno - era la conclusione dello storico di Molfetta - ansai più che dai suoi occasionali nemici, il Tempio era condannato dalla storia: « Minato da tutte le parti, costituito in forma di associazione internazionale indipendente dai singoli Stati, nei quali pur viveva, l'Ordine difficilmente avrebbe potuto sopravvivere alla rovina del medio evo e salvarsi dall'assalto degli stati moderni. Filippo il Bello, seguendo l'impulso della sua cupidigia, e Clemente V, secondando supinamente il re nella sua perfidia, furono gli inconsapevoli esecutori di una sentenza storica, alla quale prima o poi doveva soggiacere ». Nel greve determinismo storico delle sue conclusioni («Storicamente parlando, possiamo affermare che l'Ordine era destinato, comunque fosse, a sparire, perché diventava ogni giorno più incompatibile con tutto l'ambiente religioso e politico che dal secolo dodicesimo in poi era venuto formandosi in Francia e in Europa ») Salvemini non deduceva però l'assoluzione dei nemici del Tempio, ché « moralmente l'abolizione dell'Ordine f u un delitto e come tale la nostra coscienza deve notarlo di eterna infamia ».



    VIII - CONTEMPLAZIONE DEI TEMPLARI

    Mentre gli storici disputavano sulla fine dei Templari, il Tempio tornava a sorgere attraverso l'opera di poeti, compositori, artisti, gli uni ispirati, altri partecipi delle correnti iniziatiche intente a rialzarne le colonne.

    Il « Templarismo » già aveva occupato larga parte della cultura esoterica della seconda metà del Settecento. Esso conobbe una prima fase di splendore come `rivelazione' della vera Massoneria. Questa, organizzata nella forma moderna', o simbolica, fra il 1717 e il 1723, attraversò un primo periodo di declino con l'accoglimento, al suo interno, di esponenti di aspirazioni politiche e sociali non conferenti con i programmi originari dell'Arte Reale. Da accolta di spiriti eletti, vagliati dall'origine nobiliare, ed esclusivamente dedita al perfezionamento degli adepti, la Massoneria divenne veicolo delle diverse correnti del riformismo, talché vi s'incrociarono illuminati e illuministi, ugualitari e fautori del ripristino di un aristocratismo anche più rigoroso e indefettibile di quello `del sangue': l'élite degli spiriti auspicata da Fénélon, Michel Ramsay, Robert Fludd. In questa direzione si mosse il disegno, tracciato dal barone Karl Ghotthelf von Hund und Altengrottkau, coltivato dal barone Ph. Stosch e infine fatto proprio dal duca Ferdinando di Brunswick e Lnneburg, sino al supremo Convento di Wilhelmsbad (luglio 1782), ove, proprio alla vigilia della Rivoluzione francese, furono enunziati i fondamenti della rinascita del Tempio.

    Secondo von Hund il Tempio non era mai stato abbattuto. Prima di salire la pira, de Molay - l'unico ad avere il potere carismatico e l'autorità morale per deciderne le sorti - aveva nominato un successore. II decreto di trasmissione dei poteri era poi stato cautamente rivelato il 13 febbraio 1324 da Jean Marc Larmenius, legittimo successore del Gran Maestro, e via via convalidato dai successori, che per secoli, in assoluta segretezza, avevano continuato a consacrare Milites Christi gli spiriti più eletti, al coperto di un 'anonimato' propizio allo espletamento della difficilissima missione di tradere lucem attraverso i secoli bui. A comprova von Hund faceva osservare che nello stesso 1324 papa Giovanni XXII aveva fulminato una nuova scomunica contro i Templari, riparati tra le file dei Cavalieri Teutonici, per parte loro sin dal 1308 bersaglio d'una severa accusa d'infezione ereticale: allontanata solo col rinnovato slancio crociato sulla frontiera orientale, verso la Lituania. Dall'« Illustre Ordine della Stretta Osservanza Templare » di von Hund, presto diffuso in Francia, Germania e Italia, prima e dopo il suo tramonto si spiccarono altri rami misteriosofici. L'Ordine dei Cavalieri Eletti Cohen e il martinesísmo ne sono gli esempi più noti. Dalle rovine della Stretta Osservanza il templarismo trasmigrò poi all'interno del Rito Scozzese Rettificato, ideato da jean-Baptiste Willermoz, allievo di Martinez de Pasqually (ideatore del 'martinesísmo'), fondendosi con un altro mito, secondo il quale i 'neotemplari' settecenteschi altro non erano che i continuatori della Grande Opera ripresa da un pugno di Milites effettivamente riparati presso il re di Scozia, Robert I Bruce, dopo la bolla Ad Providam, e colà durati grazie alla protezione del re, ch'essi aiutarono a sconfiggere gl'Inglesi a Bannockburn nel 1314. Il martinismo - scaturito dall'esoterismo di Claude de Saint-Martin - ne fu perfezionamento e durevole erede.

    A fine Settecento fu soprattutto la < vendetta » di Jacques de Molay ad assumere colori di macabra verità. Ventiduesimo successore di Filippo IV, Luigi XVI usci verso la ghigliottina dalla stessa Torre del Tempio in cui era stato torturato il ventiduesimo Gran Maestro dell'Ordine. Nella stessa prigione scomparve il Delfino di Francia. La 'maledizione' sembrò del resto perseguitare i discendenti di 'le Bel' i cui diversi rami s'estinsero recando sul trono, ogni volta, tre fratelli, sino a Luigi XVI, Luigi XVIII e Carlo X.

    Con la creazione, a Charleston, del Rito Scozzese Antico e Accettato (1801) e l'istituzione di Supremi Consigli del Rito in Francia, Italia (1805), Spagna, il conte di Grasse-Tilly introdusse definitivamente il templarismo nella Massoneria. Riecheggiano infatti la tradizione templare il Maestro Segreto (grado 4°), l'Eletto dei Nove (9°), il Sublime Cavaliere Eletto (11°), il Cavaliere d'Ordine o della Spada (16°), il Gran Pontefice della Gerusalemme Celeste (19°), il Principe del Libano o Ascia Reale (22°), il Commendatore del Tempio (27°), il Cavaliere del Sole (28') e, soprattutto, il Cavaliere Kadosch, cui è commessa la 'vendetta' contro Filippo, Clemente e Noffo Dei (come contro i traditori dell'Ordine).

    'Leggenda nera' e propalazione dei rituali incrementarono una copiosissima letteratura che dall'abate Agostino Bartuel al barone von Haugwitz e simili fece del Tempio una tappa della perenne 'rivoluzione' contro l'Ordine: quest'ultimo, cioè, non sarebbe stato che la copertura per complotti, tanto più pericolosi perché cresciuti dietro una facciata insospettabile.

    Nel gioco a incastro tra sospetto, repressione e corsa al riparo di organizzazioni latomistiche - allestite dai detentori del potere non meno che dall'opposizione, in una ridda incontrollabile, alimentata dagli opposti isterismi - quel templarismo sarebbe comparso più volte quale rivelazione ultima della vera natura e degli scopi supremi della Massoneria: così per bocca del Gran Maestro, Ernesto Nathan, a detta del quale i Liberi Muratori sono i 'Templari della democrazia' (1901), ma anche secondo la Direzione Generale di Pubblica Sicurezza del periodo fascista, che riteneva il Rotary Club una sorta di Ordine Templare a viso aperto, direttamente operante nella società, ma in combutta con 'maestri segreti' didseminati negli osservatori e nei centri di potere più inafferrabili.

    Alla volgarizzazione del mito di un Ordine tradizionale quale punto d'incontro tra cavalieri eletti, dediti a una missione metastorica, recò poi grande impulso Richard Wagner, che ripropose il tema della ricerca del Graal mentre la 'parola perduta' conosceva una rifioritura attraverso sette neotemplari, reviviscenze rosacruciane, proliferazione di società iniziatiche, esoteriche, teosofiche, largamente nutrite di fermenti poetici e artistici, quale, tra tutte, la « Golden Dawn »: l'Alba Dorata che riscaldò, tra altri, W. B. Yeats e il Maurice Barrès de La collina ispirata, Joseph Péladan e, secondo alcuni, il Gabriele D'Annunzio che si firmava « Ariel ». Lohengrin, Parsifal, Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra, l'intera mitologia 'nordica' - collegata, tramite il Santo Graal, a quanto di 'pagano' fossi trapassato nel cristianesimo - divennero altrettanti eroi di un templarismo concepito quale Ordine a doppia gerarchia e al cui interno prese corpo l'ideale di una supermediazione tra le religioni storiche, tutte inferiori alla Tradizione, il cui nucleo perenne, indistruttibile, è la gnosi: conflitto tra Bene e Male, a sua volta riproposto da jean Bricaud con il revival cataro di fine Ottocento, sino agli studi di Déodat Roché, ai « Quaderni di studi catari » c alle ricerche dell'archeologo Fernand Niel sulla criticamente riscoperta fortezza esoterica di Montségur: speculare al « Montsalvat » della tradizione graalica e al « Montserrat » templare: 'Luogo Santo', insomma, ov'è custodito lo Smeraldo, la Roccia, il Mani càtaro, e viene celebrato il « battesimo della sapienza » (bafè-mètous, donde, per deformazione, l'inspiegato Baphometto). Sarebbe troppo lungo ripercorrere in questa sede gl'intrecci tra neotemplarismo e altre correnti iniziatiche dell'Otto-Novecento europeo. Ne verrebbe fuori un atlante di assonanze e contrasti di ardua sistemazione, né qui sarebbe possibile addentrarsi nella necessaria esegesi di ciascun 'mito', per motivarne filologicamente la genesi. Ci sembra più interessante rilevare che analogo fenomeno di ritorno alla tradizione esoterica s'è verificato, nello stesso periodo, nell'ambito dell'islamismo, assai prima del risveglio politico, della « rivolta del deserto » guidata dal colonnello Thomas Edward Lawrence, fervido studioso delle fortezze templari e vocazionalmente 'crociato' dagli anni giovanili.

    A questo punto possiamo anche non seguire la metodologia proposta dall'iranologo Henry Corbin (Temple et contemplation, Paris, Flammarion, 1980), secondo il quale « la continuità documentata dalle tradizioni del Tempio non poggia su atti notarili, su documenti d'archivio, ecc. », ma « si tratta di procedere fenomenologicamente, di lasciarsi dire ciò che le tradizioni vogliono dire,, senza mai perdere di vista due cose: che queste tradizioni ci istruiscono, meglio di qualunque documento d'archivio, su ciò che accade alla confluenza dei due mari cioè là dove si compie realmente ogni trasmissione spirituale che non consista semplicemente in una trasmissione di dati; che nel momento in cui a un uomo si impone il desiderio di riportarsi a una tradizione, in questo stesso momento si stabilisce il legame `storico' tra lui e i suoi predecessori ». Sono criteri, del resto, largamente utilizzati da Guénon, Evola, Eliade e dalle loro rispettive scuole e si sono rivelati assai fecondi di risultati criticamente e filologicamente apprezzabili.

    Dopo quasi tre secoli di neotemplarismo, torniamo invece a interrogarci sulle ragioni vere del processo, della condanna e dello sterminio del 1307-14, su quella `necessità' storica di cui scrisse Gaetano Salvemini. Nessun dubbio che le proprietà del Tempio facessero gola al re; ma esse anelarono agli Ospitalieri anziché a Filippo. Quanto ai tesori, la scoperta di 11.359 monete del XII secolo, trovate in un solo 'bacile' al castello di Gisors, nel 1970, dopo tante vane ricerche suggerite dal custode, Lhomoy, che parlò sempre di almeno trenta forzieri colmi, ha confermato che il Gran Maestro (per qualche tempo detenuto appunto in quella cittadina normanna) fece in tempo a ordinare l'occultamento di una parte consistente delle ricchezze dell'Ordine. Potremmo interrogarci all'infinito sui possibili eredi cui Jacques de Molay destinava quel tesoro: constatiamo invece con certezza che per ottenere gli stessi vantaggi pecuniari ricavati dalla distruzione dei Templari al re sarebbe bastato introdurre qualche speciale vessazione fiscale, La cupidigia, l'urgenza di danaro non spiegano un'offensiva che, annientando l'Ordine, insteriliva una possibile fonte di facili proventi finanziari. Rimane poi la domanda fondamentale: perché quella sorte fu riservata solo ai Templari e non agli altri Ordini religioso-cavallereschi? Interrogativi analoghi riguardano la condanna pontificia. Sospetti di eresia nei confronti del Tempio eran già stati levati da Innocenzo III e da Clemente IV. Se la Ad providam non foss'altro che una svista dello Spirito, uno sbaglio o una debolezza personale di Clemente V, rimangono inspiegate le ragioni della mancata rinascita dell'Ordine sotto la tutela di un pontefice diverso: per esempio quando mutarono i rapporti di forza tra Roma e la Corona di Francia, alla cui contingente complicità viene attribuito il successo del 'complotto' contro Jacques de Molay. La storia degli Ospitalieri da Rodi a Malta e oltre conferma che l'Europa continuò anche in seguito ad avere bisogno di Ordini: perché non di Templari?

    Al duplice ordine di domande non sappiamo rispondere se non ponendone una terza: perché l'incompatibilità dei Templari con l'età seguente risultò così netta e radicale a differenza di quella prospettata da Ospitalieri, Teutonici, Calatrava e simili? Perché la loro diversità dovette essere cancellata murando vivi i confessi, martirizzando i relapsi, abbattendo per sempre il Tempio e facendone scalpellare le insegne tutto dove possibile? La risposta va cercata ncll'irriducibilità del Templarismo al modello politico-culturale prevalso: toccò ai Templari la stessa sorte dei ghibellini, cioè del principio dell'unificazione del potere (sacerdotale e politico) nelle mani dell'imperatore, che avrebbe segnato la fine del primato del pontefice. L'avvento della forma politica che per comodità vien detta 'monarchia nazionale' risultava inconciliabile con 1a mitologia del Graalsburg, espressa nella letteratura da Wolfram von Eschenbach a Zacharias Werner e simili: ormai disposta a riconoscere che anche da altre regioni del mondo Milites d'ideali extracristiani erano alla cerca della `parola perduta' con la stessa purezza d'intenti e la stessa legittimità di successo dei Cavalieri cristiani. Al Concilio di Vienne, nel 1312, venne certo approvato lo studio dell'arabo e dell'ebraico: ma l'eliminazione dei Templari stava a significare che quelle cognizioni non sarebbero state poste al servizio della libertà di ricerca, bensì del potere. Il disegno missionario di Raimondo Lullo, mentre apparentemente era accettato, veniva svuotato del suo intento originario e ridotto a mero strumento d'espansione politica o, specularmente, della elevazione di una barriera a difesa contro le altre culture.

    La distruzione del Tempio desacralizzato - fa peraltro osservare Corbin - « è il necessario preludio all'avvento del nuovo Tempio, che assume l'ampiezza di una restaurazione cosmica („.). La tragedia dell'Ordine storico del Tempio viene così elevata al rango di parabola (...) tipizza l'intero dramma dell'uomo. I Templari del quattordicesimo secolo corrispondono infatti, nel poema drammatico di Zacharias Werner, alla massoneria templare del diciottesimo, e questo perché, nella visione dell'autore, gli uni come gli altri sono stati infedeli alla missione loro affidata dai `Figli della Valle' », e vennero abbandonati al loro destino. Perciò - aveva già spiegato il mitico Robert de Heredom - Jacques de Molay accettò - anzi: volle - il rogo del suo corpo, giacché, come la Fenice, a quel modo apriva la via all'avvento del Tempio Nuovo.

    Mitologie, certo: la cui tenace circolazione carsica, sempre contigua a sfere decisive della classe dirigente, impedisce però di relegarle tra le mere 'fantasie'. La loro persistenza, malgrado l'apparente astoricità, chiede a sua volta d'essere storicizzata. Ed è quanto occorre appunto fare, affrontando sul piano storico anche la Tradizione nella sua varia molteplicità fenomenologica.



    IX - CRONOLOGIA SOMMARIA

    1071 Vittoria dei Turchi selgiucidi sui Bizantini a Mazincerta.

    1095 Nel Concilio di Clermont, papa Urbano I indire la crociata per la liberazione dei Luoghi Santi.

    1099 I crociati conquistano Gerusalemme.

    1100 Baldovino di Edessa succede al fratello, Goffredo di Buglione, « protettore del Santo Sepolcro », e assume titolo di « re di Gerusalemme ».

    1104 I crociati conquistano S. Giovanni d'Acri.

    1118 Il borgognone Hugues de Payens (italianizzato in Ugone de' Pagani da taluni ricercatori) e altri otto compagni offrono a Baldovino II di Gerusalemme il servizio di Milites Christi per tenere libere le vie della Palestina da insidie degli islamici. Il re concede loro per sede un'ala del suo stesso palazzo, prospiciente la Moschea della Roccia (al-Aqsa), sorta sulle rovine del Tempio di Salomone, donde la denominazione dell'Ordine.

    1125 Ugo di Champagne, cugino di Bernardo di Clairvaux, restauratore dei Cisterciensi, entra nei Templari.

    1128 Il Concilio di Troyes approva la Regola dell'Ordine dei Cavalieri del Tempio; Bernardo di Clairvaux, che interviene al Concilio, dopo il 1130-31 diviene patrono dell'Ordine e ne scrive l'Elogio.

    1146 Bernardo predica la seconda crociata. La spedizione dell'imperatore Corrado III e del re di Francia, Luigi VII, si esaurisce (1147-49 ) senza apprezzabili risultati.

    1156 Baldovino III di Gerusalemme sposa la tredicenne Teodora, figlia di Manuele, imperatore dl Bisanzio. I regni cristiani d'Oltremare s'invischiano nelle lotte di potere dei Bizantini.

    1167 I 'franchi' s'impongono sull'Egitto, ove però si verifica una riscossa islamica, guidata da Saladino.

    1187 Ai Corni di Hattin - dopo numerosi scontri parziali - Saladino distrugge l'esercito cristiano, uccide di sua mano Rinaldo di Chàtillon; Gerardo di Ridfort, Gran Maestro dei Templari, - tutti caduti in battaglia o suppliziati dopo la vittoria - è rilasciato.

    1189 Saladino conquista Gerusalemme; catturato Gerardo di Ridfort, lo mette a morte.

    1192 Terza crociata. Vi partecipano Federico Barbarossa, morto lungo il viaggio, in Cilicia (1190), Filippo II Augusto di Francia, Riccardo d'Inghilterra, detto Cuor di Leone, Corrado di Monferrato. La spedizione non ottiene risultati apprezzabili. Corrado (1192) è ucciso da due 'assassini' (ismailiti, fedeli al 'Veglio della Montagna'); Riccardo, vestito da Templare, lascia in nave la Palestina ed è catturato dall'imperatore Enrico VI; muoiono Saladino (1193) e il Gran Maestro del Tempio, Robert de Sablé.

    1204 A capo della quarta crociata, su navi veneziane, Baldovino di Fiandra, rovesciati e uccisi Isacco II e Alessio IV, imperatori di Bisanzio, assume la corona dell'Impero Latino d'Oriente.

    1208

    1244 Crociata contro i catari, o albigesi, nella Francia meridionale. Papa Gregorio IX istituisce l'Inquisizione contro gli eretici.

    1212 u Crociata dei bambini », ispirata dal pastore dodicenne Stefano. La maggior parte dei bambini muore per via o è venduta schiava da loschi mercanti « cristiani ».

    1229 Crociata dell'imperatore Federico II. Dopo una trattativa col sultano d'Egitto, al-Kamil, Federico si autoincorona re di Gerusalemme, col sostegno di Hermann von Salza, Gran Maestro dei Cavalieri Teutonici, sorti nel 1199.

    1244 Alleati con i musulmani di Damasco, i cristiani sono sconfitti a Gaza. Trecento Templari cadono sul campo. I Turchi chorasmiani invadono la Palestina e conquistano Gerusalemme, definitivamente sottratta ai cristiani. Dei 6.000 profughi della Città Santa, solo 300 raggiungono Jaffa.

    1250 Sconfitta di Luigi IX a e1-Mansura, Ecatombe di Templari.

    1270 Luigi IX di Francia muore a Tunisi nel corso della sua seconda in fruttuosa crociata.

    1277 Baibars occupa la Rocca Bianca dei Templari, a Safila, e il Krak des Chevaliers, principale fortezza degli Ospitalieri, o Giovanniti, sorti come Ordine nel

    1118 da un ,precedente insediamento amalfitano in Gerusalemme.

    1291 S. Giovanni d"Acri cade in potere di al-Halil d'Egitto. Tiro si arrende agl'islamici. Capitolano tutte le città cristiane di Palestina e del Libano.

    1303 L'isola di Ruad, priva di acqua potabile e ultima roccaforte templare d'Outremer, dopo tredici anni viene evacuata.

    1306 Da Cipro, ove con gli Ospitalieri sta organizzando una spedizione per la conquista di Rodi e la riscossa cristiana in Oriente, il Gran Maestro dei Templari, Jacques de Molay, è chiamato in Francia da papa Clemente V che propone la fusione tra Templari e Ospitalieri.

    1307 Il 13 ottobre tutti i Templari di Francia sono arrestati, con l'accusa di eresia, violazione della disciplina canonica, pratiche oscene e peccaminose, idolatria.

    1308 Dal 26 maggio al 20 luglio incontro tra Clemente V e Filippo IV a Poitiers. Il papa approva l'azione del re e ordina l'impiego della tortura per ottenere le confessioni.

    1310 Cinquantaquattro Templari sono arsi vivi come relapsi per ordine dell'arcivescovo di Seni, fratello del ministro di Filippo IV, Enguerran de Marigny.

    1311 Il 1° ottobre si raduna il Concilio di Vienne, già convocato per Panno precedente.

    1312 II 3 aprile, con la bolla Ad providam Clemente V delibera l'abolizione dell'Ordine dei Templari, su pressione di Filippo IV giunto a Vienne il 20 marzo. I Cavalieri giudicati innocenti sono incorporati negli Ospitalieri (cui vanno i beni immobili dell'Ordine) e nei Teutonici (nel 1308 bersaglio di un'accusa d'eresia); gli altri sono condannati al carcere perpetuo o, se relapsi od ostinatamente inconfessi, al rogo.

    1314 Jacques de Molay e Geoffroy de Charnay, Gran Precettore di Normandia, tradotti in pubblico per confessare le colpe ammesse negli interrogatori, denunciano la sopraffazione subìta e proclamano l'innocenza dell'Ordine. II giorno stesso .- 18 marzo - in violazione della personale dipendenza giurisdizionale del Gran Maestro dal papa, i due sono arsi vivi in Parigi, d'ordine del re. In Portogallo, Spagna, Inghilterra e Germania i Templari sono invece giudicati innocenti. Inizia la « leggenda » Templare con la mitica fuga di alcuni cavalieri in Scozia, ove sarebbero stati protetti da Robert I Bruce.


    X - I VENTIDUE GRANDI MAESTRI DELL'ORDINE DEL TEMPIO

    1 Hugues de Payns (1128)

    2 Robert de Craon (1136 )

    3 Évrard des Barres (1149)

    4 Bernard de Tramelay (1150 )

    5 André de Montbard (1153 )

    6 Bertrand de Blanquefort (1156 )

    7 Philippe de Milly (1169 )

    8 Odon de Saint-Amand (1170)

    9 Arnaud de Torroge (1180)

    10 Gérard de Ridfort (1184 )

    11 Robert de Sablé (1191)

    12 Gilbert Errail (1193)

    13 Philippe de Plaissiez (1201)

    14 Guillaume de Chartres (1209 )

    15 Pierre de Montaigu (1219 ) 16 Armand de Périgord (1232)

    17 Guillaume de Sonnac (1246)

    18 Renaud de Vichiers (1250)

    19 Thomas Bérard (1256)

    20 Guillaume de Beaujeu (1273)

    21 Thibaud Gaudin (1291)

    22 Jacques de Molay (1294)

    (La data tra parentesi indica l'anno dell'elezione a Gran Maestro).



    http://www.sasasa.it/Templari/templari-Mola.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  5. #5
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

Discussioni Simili

  1. D'Annunzio e Berlusconi
    Di zwirner nel forum Fondoscala
    Risposte: 22
    Ultimo Messaggio: 10-02-11, 11:38
  2. Maledetto Dollaro!!! Maledetto Euro!!!
    Di peronimarco nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 5
    Ultimo Messaggio: 08-10-04, 00:55
  3. Maledetto Dollaro!!! Maledetto Euro!!!
    Di peronimarco nel forum Centrodestra Italiano
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 17-09-04, 18:07
  4. Gabriele D'Annunzio, massone o gnostico?
    Di Ichthys nel forum La Filosofia e il Pensiero Occidentale
    Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 01-09-04, 18:34
  5. D'Annunzio stilista
    Di Tomás de Torquemada nel forum Arte
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 07-08-03, 23:16

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226