Igor Man per La Stampa
AL numero 96 di via Veneto c´è lo studio del professor Riondino. Uscendone, rallegrato dal rituale ceckup, m´accorgo che dal Café de Paris qualcuno mi chiama. È il giornalaio che al tempo della Dolce vita custodiva i rullini di Tazio Secchiaroli, fotografo che ispirò a Federico Fellini il personaggio di Paparazzo. Il giornalaio è in pensione, ha superato gli ottant´anni, ma spesso sale in via Veneto. «La dolce vita non c´è più - dice -, ma via Veneto è sempre bella, specie quand´è estate e il Ponentino anticipa nel pomeriggio».
Era bella e pulita, allora, via Veneto e quei ritagli d´ozio di mezza estate mi sono rimasti nel cuore: Lamberto Sechi li chiamava «les demons de l´apres midi». C´era una ungherese ossigenata che raccontava sue improbabili avventure «coi grandi della terra», compariva ogni tanto Enrico Mattei, sì quello dell´Eni: non c´erano allora problemi di security e lui si divertiva, da buon marchigiano, a scroccare un caffè ai giovani giornalisti che bivaccavano ai tavolini.
Rapido, sorridente passava Alfredino Pieroni («A più tardi»); compariva Giuseppe Berto: biondo, pallido, occhiaie da adolescente cresciuto troppo in fretta, l´autore del Male oscuro ci diceva del suo amore per una «ragazza capricciosa» che poi avrebbe sposato e capricciosa non era. E scorreva, microscopica, magra, bionda, Novella Parigini, mano nella mano con una giunonica svizzerotta chiamata Ursula Andress. «Domani arriva», lanciava lì Novella. Ad arrivare sarebbe stato Marlon Brando, che si faceva spedire la posta in via Margutta, allo studio della Parigini, la pittrice dei gatti. Attenzione: io non rimpiango, ricordo. Esattamente quella vita dolce che non era ancora la traduzione burina della felice intuizione di Federico Fellini.
Il film di Federico fa da spartiacque. Prima che la Dolce vita felliniana inondasse gli schermi e gli schemi del mondo, via Veneto era il regno incontrastato della intellighentzja cui s´accostavano, in punta di piedi, giovani davvero di belle speranze poiché giustappunto speravano di imparare come si diventa giornalisti, critici, romanzieri, managers e ciò in forza della frequentazione della Libera Università del Caffè Rosati, magnifico rettore Mario Pannunzio, lui, il fondatore e direttore del settimanale Il Mondo. I docenti andavano da Indro Montanelli a Vitaliano Brancati, da Sandro de Feo a Luigi Barzini junior, da Vittorio Gorresio a Paolo Monelli, da Ercole Patti ad Attilio Riccio, da Panfilo Gentile a Ennio Flaiano, da Giangaspare Napolitano a Vincenzo Cardarelli, mentre discepoli a tempo pieno erano quei giovani che già firmavano sul Mondo: Spadolini, Nello Ajello, Alberto Ronchey, Giulia Massari, Carlo Laurenzi, Giovanni Russo, Alberto Arbasino tumultuoso ragazzo prodigio, e quella scheggia luminosa per ingegno e sapere che fu Vittorio de Caprariis, morto precocemente.
Poi c´eravamo noi, piccolo gruppo di giovani, ammessi alla facoltà di via Veneto come umili uditori. Diretto da Nelson Page, indecifrabile, genialoide personaggio a suo modo razzista, circolava un settimanale di costume, Lo Specchio, sul quale con consapevole perfidia, intingendo la penna sua aguzza nel curaro, Enrico de Boccard pubblicava «Cronache bizantine» dove si dava conto dei festini d´ambasciata illustrati dalla nobiltà romana, non trascurando i cosiddetti «Lupini party» dove venivano citati il (ricchissimo) «tal dei tali, pasta e affini», ovvero «Tizio&Caio, accessori per wc». Ma il giuoco durò poco: distrutti dalla povertà, incapaci (salvo le solite invero nobili eccezioni) di lavorare, i Principi si arresero ai pastifici, alla «calce e martello» dando luogo al cosiddetto generone romano. Che invase ogni angolo possibile di Via Veneto, trascurando, et pour cause, il Caffè Rosati.
Ospitava, tutte le sere nell´inverno e tutte le notti, d´estate, i Maestri. Quelli che ho già citato e ancora Enrico Falqui, Gianna Manzini, Domenico Bartoli, Emilio e Suso Cecchi, Arrigo Benedetti (anch´egli lucchese, come Pannunzio e già suo compagno d´avventure giornalistiche: Omnibus, Oggi), Marino Mazzacurati, scortato da un giovanissimo Bruno Caruso, Salvatore Quasimodo, Ernesto Rossi.
Eugenio Scalfari entrerà in quel nobile giro un po´ più tardi, quando alcuni di noi cominciavano a vivere più all´estero.
I Maestri facevano scuola, scuola socratica. Discutevano fra di loro, che so, dell´ultimo film di Chaplin ovvero di Togliatti e regolarmente chiedevano il nostro parere. In quel tempo perduto, a mezzanotte, da Doney´s arrivava spesso Luchino Visconti, seguito da una piccola corte trepida.
Raramente i Maestri lasciavano il loro territorio, faceva da ufficiale di collegamento Flaiano. «Lo sai, mi confidò una notte, lo sai perché sono diventato anticomunista?». Perché aveva una bambina down e alla Garbatella, dove abitava nel suo primo approdo a Roma, in quel quartiere proletario, i figli del popolo comunista la sfottevano. Sfottevano la piccola figlia infelice dell´infelice Flaiano. Aveva un sorriso demolitore, Ennio: «Via Veneto? Una realtà gastrosessuale»; si divertiva a fare scherzi terribili all´ex re Faruk («esiliato in Via Veneto»), a Vincenzino Tallarigo, «il Lepre», a un po´ tutti i Maestri: Pannunzio detto «il Piede (lavato)» ovvero «lo Sfaccendato», Gorresio «il Cucchiaio di legno», Monelli «il Capitano degli Albini».
Certo, i Maestri tiravano tardi da Rosati ma non li ho mai visti da Victor, lo storico night fuori del quale era in agguato Tazio Secchiaroli, a caccia di Ava Gardner e Walter Chiari. Una notte vidi Lauren Bacall graffiare con studiata lentezza il collo di suo marito, Humphrey Bogart, colpevole d´aver fatto lo stupidino con Miss Europa, «romana de Roma, bionda e puro `bbona».
Pannunzio preferiva la Rupe Tarpea, lui e sua moglie, un´attrice magiara, erano provetti ballerini. In quegli anni, io facevo il noviziato a Il Tempo, quotidiano la cui storia è intimamente legata a Renato Angiolillo, lucano, napolitano d´adozione, antifascista (suo fratello Amedeo fu segretario di Nitti). Uomo irrequieto, spregiudicato eppur romantico, tirchio ma altresì generoso, rubacuori impenitente, fra una sosta e l´altra al confino di polizia fece l´editore, il regista, il produttore cinematografico e visse anche d´espedienti nella «Roma-Weimar» degli Anni Quaranta.
Durante l´occupazione tedesca, giuocando a carte con Peppino De Filippo e con altri amici anch´essi clandestini, Angiolillo vinse una robusta somma segando a poker il proprietario della tipografia Il Vascello. Costui versò a Renato duemila lire (tanto aveva) firmando mezzo chilo di cambiali per il resto. La mattina radiosa della Liberazione, per le vie di Roma corsero improvvisati strilloni a vociare Il Tempo: Renato Angiolillo direttore, Leonida Repaci condirettore, Guido Piovene, «il Conte Rosso», redattore capo, Ettore della Riccia capocronista, Marcello Zeri allo sport, Peppino Modugno dappertutto. Il quotidiano più venduto, allora, era l´Avanti! diretto da Pietro Nenni.
Il grande vecchio e Angiolillo lavoravano spalla a spalla nella stessa tipografia che li stampava entrambi. L´Avanti! era stracolmo di pubblicità che rimaneva in massima parte fuori, sicché Renato disse a Pietro: perché non mi cedi la pubblicità che ti avanza? Detto fatto.
Forte di quell´indispensabile supporto, Il Tempo prese a veleggiare con grinta. Strada facendo Angiolillo perse Leonida Repaci ma guadagnò un direttore amministrativo, l´ex campione di atletica Tugnoli, ch´era un piccolo genio. L´amicizia con Nenni non fu scalfita dall´esodo di Repaci, Angiolillo faceva spesso un salto al Vascello per «abbeverarsi» alla maestria giornalistica di Nenni (fu invero anche un grande giornalista come del resto Mussolini, già suo compagno e amico e, poi, nemico). Angiolillo era al Vascello quando arrivò la notizia dell´uccisione di Mussolini.
Mino Caudana, passato da Pitigrilli a Nenni, redattore capo sulfureo dell´Avanti!, irruppe in tipografia, porse un dispaccio a Nenni. Questi alzò gli occhiali sulla fronte avvicinando il foglio agli occhi e lesse che Mussolini era stato giustiziato. Posò il dispaccio, reclinò il capo sulle braccia incrociate sul bancone e ristette un eterno minuto in quella positura. Poi levò il capo: era pallido, visibilmente turbato. Stracciò un pezzo di carta bianca che allora copriva il bancone di ferro delle tipografie e con la sua grossa stilografica cominciò a scrivere il fondo. Che fu meno violento di quello di Angiolillo intitolato: Giustizia è fatta.
Il Tempo s´arricchiva di firme illustri, ma stentava a decollare sinché un bel giorno Tugnoli non scoprì un tizio stranito che offriva niente di meno che il diario di Galeazzo Ciano.
Ad Angiolillo bastò scorrerlo qua e là per capire che aveva trovato, infine, l´asso d´oro. «Non posso offrirle più di 200 mila lire, disse al tizio stranito, giusto per aiutarla: l´hanno rifiutato un po´ tutti». E firmò un assegno a venti giorni data: in cassa c´erano soltanto 50 mila lire. Con la pubblicazione del Diario, preceduto da un formidabile battage, Il Tempo compì il sospirato salto di qualità. Durante circa un anno tirò 300 mila copie al giorno acquistate in conto assoluto, cioè senza resa, dai giornalai. A mano a mano che Angiolillo si faceva sempre più ricco, Il Tempo sempre più si spostava a destra.
Ma il «prodotto» rimaneva eccellente. «Non sa scrivere però sa dirigere», diceva di Angiolillo Italo Zingarelli. Aveva il senso della notizia, Angiolillo, e la forza della riconoscenza. Tutti gli amici che lo avevano aiutato durante il fascismo furono da lui ricompensati e riciclati. Per quanto mi riguarda, andato a Catania giusto per vedere che fine avesse fatto la nostra casa bombardata, m´ero trovato in mezzo ai primi moti separatisti: il municipio incendiato, scontri, sangue. Collaboravo a Domenica, l´austero settimanale che ospitava l´intellighentzja poi trasmigrata nell´Europeo di Arrigo Benedetti; telefonai al Tempo perché vi lavorava un amico di mio padre. Avevo il magico tesserino verde della ACC (Commissione Alleata di Controllo), rilasciato ai «giornalisti democratici».
Me l´aveva consegnato proprio Charles Poletti, il governatore di Roma morto a 99 anni giusto qualche giorno fa, e con quello potei chiamare Il Tempo dalla prefettura. Al terzo servizio m´arrivò il telegramma seguente: «Grazie si consideri assunto quaglieremo (sic) at vostro ritorno. Angiolillo». Era un giornalista manager, Renato Angiolillo. Aveva il fiuto del grande cronista e l´umiltà delle persone intelligenti. Quando ancora scriveva mi passava il fondo dicendomi: lo pulisca dagli errori. Scriveva sciolto, ma per lui il ranuncolo non era un fiore, bensì un brutto ranocchietto. E non era facile convincerlo. Aveva un po´ con tutti un rapporto di amore-odio. Aveva amici potenti ma preferiva vivere coi suoi redattori. Ci fu un periodo che pretendeva andassimo a cena, con lui, dal costosissimo Nino, in via Borgognona. Nicchiavamo sicché Angiolillo istituì «la mensa».
Versavamo nelle sue mani le 350 lire che avremmo dato alla Taverna Margutta, e il direttore ci consentiva di mangiare «senza limiti» purché non prendessimo come frutta la banana. Piero Accolti, Enrico Falqui, Carlo Belli e il sottoscritto non toccavamo mai le banane di cui Renato si pasceva; solo Adriano Grande, sì il poeta di «Circoli», distratto com´era, regolarmente afferrava la più bella banana del cesto. E Angiolillo diventava bianco di ira. Sulla via del ritorno al giornale (allora si chiudeva alle tre di notte) mentre Grande confabulava con Falqui, ringhiava: «Quello là, quel poeta di m. io lo caccio se tocca ancora le banane».
Non lo cacciò mai. Ad Angiolillo non piacevano i cortigiani ma se ne serviva. Usava gli uomini politici, adorava i mascalzoni, rispettava i grandi giornalisti scrittori: da Luigi Barzini che volle vicedirettore a Curzio Malaparte del quale, pur protestando, pagava i conti.
Si vergognava di saper essere buono, come quando aiutò l´intera famiglia d´un redattore colpita dalla tbc, fingendo che tutto venisse da un anonimo benefattore. Grazie al suo fiuto, scelse come delfino un giovanissimo Gianni Letta. E Letta lo seguì negli anni della decadenza raccogliendone alla sua morte la pesante eredità. Direttore, Letta faticò non poco a rimuovere le incrostazioni missine che Angiolillo, sempre più ossessionato dal «pericolo rosso», aveva subito negli ultimi anni di regno. Ogni volta che passa da piazza Colonna, il Vecchio Cronista che imparò le notizie sotto la guida ondivaga ma estrosa di Renato Angiolillo, un mix inedito di Bel Ami e di Scarfoglio, ha una strizzatina al cuore. Una sera, a Marco Cesarini-Sforza che accusava Angiolillo di flirtare col Msi, Mario Pannunzio disse: «Se Renato ha tralignato, la colpa è anche nostra. Lo abbiamo lasciato».


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