Parola di Al Jazira
12 settembre 2002
di Massimo Gramellini
SI comprendono le ragioni politiche che hanno indotto la tv araba Al Jazira ad alternare per tutto il giorno le commemorazioni dell'11 settembre con i primi piani agghiaccianti dei bambini afghani devastati dalle bombe «made in Usa».
Per la stessa ragione si giustifica il pudore del regista islamico, che nei momenti emotivamente più toccanti della cerimonia «staccava» dalla fossa di Ground Zero, gremita di vedove e orfani, per dirottarsi a Washington sul faccione inespressivo di George Bush, che era l'unico americano ad ascoltare l'inno senza cantarlo: come Totti.
Ma c'è stato qualcosa di inaccettabile ed è successo durante il minuto di silenzio in onore delle vittime, quando tutte le tv collegate hanno taciuto e su RaiUno persino Borrelli ha tirato per un attimo il fiato.
Al Jazira no. Il suo inviato a New York, un arabo vestito da banchiere, ha continuato a parlare col collega in studio, agitando le mani ben curate come se fosse stato a una festa e stiracchiando il faccino cosparso di cipria in un sorriso mondano. La scelta faziosa delle immagini appartiene alla libertà di stampa e come tale va difesa.
Ma il rumore scomposto sopra il silenzio appartiene soltanto al menefreghismo. Da telespettatore occidentale, ho taciuto commosso davanti ai morti e agli storpi musulmani. Avrei voluto un po' di rispetto anche per i nostri.
Dalla Stampa




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