Dal Corriere di oggi:
Il fenomeno delle conversioni all’Islam
I CROCIATI AL CONTRARIO
Yvonne Ridley, la giornalista inglese imprigionata dai talebani in Afghanistan per una decina di giorni nel settembre scorso, ha annunciato la sua conversione all’Islam. Si tratti o meno di un caso di sindrome di Stoccolma a scoppio ritardato, la notizia riguarderebbe solo la cronaca di costume, se non fosse che quello degli occidentali che si convertono all’Islam è ormai un problema con inquietanti risvolti sociali e politici. Innanzitutto, per i numeri coinvolti. Mancano stime precise, ma si calcola che nel nostro Paese, ad esempio, i convertiti siano ormai più di 10 mila e il fenomeno risulta in espansione. Le ragioni per cui un occidentale può scegliere di abbracciare l’Islam possono essere le più varie. E anche le più rispettabili. Noto solo che la conversione all’Islam da parte di un occidentale è una circostanza completamente diversa da quella di un ateo o di un agnostico (sempre occidentali) che, a un certo punto della loro vita, scelgano di adottare la fede cristiana o di ritornare ad essa. Nel secondo caso, si abbraccia un credo religioso ma non una cultura, e una civiltà, diverse da quelle in cui si è fino ad allora vissuti. Certo, anche una conversione al cristianesimo comporta, come si intuisce, un certo «strappo» culturale, il mondo verrà visto con occhi almeno in parte diversi da prima. Ma la distanza fra il prima e il dopo non può essere mai troppo grande. Per il fatto che tutti gli occidentali, credenti e non credenti, sono ugualmente figli di una cultura di cui il cristianesimo è magna pars . La conversione non comporta un «salto di civiltà».
È invece proprio un salto di civiltà ciò che implica la conversione all’Islam. Significa abbracciare non solo un credo religioso ma anche una visione del mondo radicalmente diversi da quelli della cultura di origine, guardare il reale con lenti mai prima inforcate. Peraltro, si può supporre che proprio quel salto di civiltà sia quanto più affascina coloro che si convertono all’Islam. Difatti, se fossero solo spinti da un bisogno di trascendenza potrebbero facilmente soddisfarlo abbracciando una fede, quella cristiana, coerente con la loro cultura di origine.
Il fenomeno (in crescita) delle conversioni all’Islam ha implicazioni politiche. Soprattutto oggi, in una fase in cui il millenario confronto fra Occidente e Islam è tornato ad essere (per l’azione di alcuni settori radicali del mondo islamico) un nervo scoperto. Non è solo che i convertiti, come tutti i neofiti, hanno la tendenza ad essere più realisti del re, a vivere la loro nuova fede con più ardore ed entusiasmo di coloro che l’hanno sempre respirata.È, soprattutto, che abbracciare l’Islam significa entrare in un mondo nel quale le categorie occidentali non hanno corso, nel quale distinzioni per noi ovvie (tra Chiesa e Stato, fra sacro e profano) sono assenti. Il che rende indistinguibili o poco distinguibili i vari aspetti (religiosi, civili, politici, culturali) dell’attività umana. Un islamico non «pensa» solo religiosamente in modo diverso da noi. Pensa in modo diverso anche civilmente e politicamente. Ha una visione del mondo diversa dalla nostra.
Se il fenomeno delle conversioni continuerà, gli effetti politici prima o poi si sentiranno. Dal momento che dietro (o accanto) a queste conversioni c’è presumibilmente, in molti casi, un rifiuto, implicito o esplicito, della civiltà liberale occidentale. Di sicuro sarebbe ingiusto, oltre che falso, dipingere i convertiti come estremisti, nemici dell’Occidente. La maggior parte non lo è. Ma è sintomatico il fatto che, come è risultato, fra i militanti italiani di Al Qaeda ci sia un folto gruppo di convertiti provenienti dai ranghi dell’estrema destra e dell’estrema sinistra.Casi limite, certamente. Ma anche un indizio del fatto che, quando si tratta di convertiti, non è sempre agevole distinguere fra chi si limita a cercare Dio e chi, in più, cerca anche rinnovate ragioni di ostilità per il suo mondo di provenienza.
di ANGELO PANEBIANCO




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