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Discussione: Il male americano

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    Sulle colline, lungo il fiume, la rugiada del mattino,
    Popolo Indiano una divisa ha scritto il tuo destino;
    Raggio-di-Luna ormai sei morta e il tuo pony non ha più criniera:
    U$A hai aggiunto un'altra stella alla tua bandiera.

    Samurai del Grande Impero, kamikaze del Sol Levante,
    sono arrivati e la tua terra è arsa in un istante;
    Hiroshima ancora piange, Nagasaki si dispera:
    U$A è sempre sporca di sangue questa tua bandiera.

    Sulla baia di Vientiane questo sole ti ha dato la vita,
    si chiaman Charly ed han deciso che per te è finita;
    vietnamita sul campo di riso il corpo falciato è un'inno alla sera:
    U$A è sempre sporca di rosso questa tua bandiera.

    Nel deserto tra gli ulivi vive un uomo dal cuore di roccia
    con una kefiah quel guerriero si è coperto la faccia;
    Il Corano contro l'oro, il coraggio di una stirpe guerriera:
    U$A è sempre alta sugli oppressi questa tua bandiera.

    Lady U$A che gran coraggio, ma la tua forza è solo distruttrice,
    ma riesci sempre a mascherarla da liberatrice;
    Lady U$A che gran signora, ma il mondialismo è una statua di cera:
    U$A non mi farò mai ammaliare dalla tua bandiera,
    non ci faremo mai fregare dalla tua bandiera.

    "Lady U$A" - Hobbit
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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    UN SECOLO
    DI AGGRESSIONI
    AMERICANE




    1890 - ?
    Usa - South Dakota (28 dicembre)
    Quattro squadroni di cavalleria massacrano 300 indiani Miniconjou nella valle di Wounded Knee (Chankpe Opi Wakpala). L'episodio segna emblematicamente la fine della libertà indiana e l'inizio del "secolo americano"

    Argentina
    Nel paese scoppia una grave crisi del regime parlamentare in seguito alla corruzione del presidente Celman, asservito agli interessi e alla politica USA: i militari americani intervengono.

    1891
    Cile (gennaio)
    Il presidente Josè Manuel Balmaceda viene accusato di nutrire ambizioni dittatoriali; scoppia una guerra civile che vede l'intervento della marina militare Usa contro i ribelli nazionalisti.

    Haiti
    I militari reprimono la rivolta anti-americana dei lavoratori negri che reclamano la proprietà dell'isola di Navassa (fra Haiti e Giamaica, attualmente territorio Usa).

    1892
    Usa - Idaho (giugno)
    Scoppiano scioperi dei lavoratori dell'acciaio e dei minatori (miniere d'argento). L'intervento repressivo di agenti della compagnia Pinkerton e di truppe federali provoca grande tensione e gravi incidenti.

    1893 - ?
    Hawaii (gennaio)
    Gravi disordini interni offrono agli Stati Uniti l'occasione per intervenire nelle isole Hawaii. La marina rovescia il governo indipendente: il 17 gennaio viene proclamata la repubblica. Il nuovo governo è controllato dagli americani, e le isole sono dichiarate protettorato statunitense. Il definitivo trattato di annessione verrà ratificato il 12 agosto 1898.

    1894
    Chicago
    Scendono in sciopero i lavoratori delle officine ferroviarie Pullman (la Pullman Palace Car Company): il sindacato dei ferrovieri (American Railway Union), fondato nel 1893 da Eugene Victor Debs, si schiera al fianco degli scioperanti. Il presidente Stephen Cleveland primo democratico dai tempi della Guerra di Secessione, in carica dal 1884 al 1888, poi rieletto nel 1892), invia sul posto truppe federali: il bilancio delle repressione è di 34 morti.

    Nicaragua
    Insieme a Honduras ed El Salvador tenta di dar vita a un'Unione dell'America centrale, ma le pressioni militari statunitensi (che occupano per mesi la città costiera di Bluefields) e le rivalità commerciali fomentate dall'esterno destineranno il progetto al fallimento.

    1894-95
    Cina
    La marina militare è presente durante la guerra cino-giapponese

    1894-96
    Corea
    La marina militare è di stanza a Seul durante la guerra

    1895
    Panama
    La marina sbarca in territorio colombiano

    1896
    Nicaragua
    La marina militare sbarca nel porto di Corinto

    1898
    Usa - Minnesota
    L'esercito si scontra con gli indiani Chippewa a Leech Lake

    Cuba
    Il 21 aprile gli Stati Uniti (che già nel 1895 avevano solidarizzato con i moti insurrezionali antispagnoli) intimano alla Spagna di concedere l'indipendenza a Cuba e di abbandonare l'isola. Scoppiate le ostilità, con una serie di rapide operazioni militari gli statunitensi distruggono la flotta spagnola e sbarcano a Cuba dopo aver riportato un'altra vittoria in Nicaragua.

    Puerto Rico (Luglio - Ottobre)
    Le truppe statunitensi procedono all'invasione (25 luglio), prendono possesso della zona e vi insediano un governatore militare (ottobre)

    Parigi (10 Dicembre)
    Spagna e Stati Uniti firmano il trattato di pace, che prevede condizioni durissime per la Spagna: ritiro da Cuba e cessione ai vincitori di Puerto Rico, Guam e Filippine. Gli Stati Uniti assurgono al rango di potenza mondiale.

    1899
    Filippine (Febbraio)
    La popolazione insorge contro la tutela degli Stati Uniti, che si sono semplicemente sostituiti alla dominazione spagnola senza neppure prendere in considerazione le aspirazioni indipendentiste degli indigeni. Si sviluppa un'intensa attività di guerriglia cappeggiata da Emilio Aguinaldo, che provoca l'immediato intervento armato degli USA: nell'arco di una decina di anni i filippini uccisi dalle truppe statunitensi sarebbero stati non meno di 600.000

    Nicaragua
    La marina militare sbarca nel porto di Bluefields.

    Samoa
    L'arcipelago delle Samoa viene spartito fra Germania (Samoa occidentali) e Stati Uniti (Samoa orientali): questi ultimi intervengono militarmente per orientare la successione al trono.

    1899-1900
    Cina
    I militari si scontrano con i Boxer in rivolta.

    1899-1901
    Usa-Idaho
    L'esercito occupa la regione mineraria di Coeur d'Alene, già territorio indiano.

    1901
    Usa - Oklahoma
    L'esercito reprime la rivolta degli indiani Creek.

    1901
    Panama
    Marina militare ed esercito fomentano la secessione del paese dalla Confederazione colombiana.

    1903
    Honduras
    I marines intervengono nella rivoluzione.

    Panama (4 Novembre)
    Il pese si costituisce in repubblica indipendente il 4 novembre 1903: gli Stati Uniti riconoscono immediatamente il nuovo stato e impediscono alla Colombia di intervenire militarmente.

    1903 - 1905
    Repubblica Dominicana
    I militari "proteggono" gli interessi americani nella Rivoluzione. In particolare, nel 1905 il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt (1858 - 1919, in carica dal 1901 e, rieletto, fino al 1909), repubblicano progressista, impone il controllo statunitense delle finanze e delle dogane dominicane, malgrado l'opposizione del Senato, e invia sul posto una squadra navale a sostegno della "big stick policy", suo cavallo di battaglia.

    1904
    Panama (13 Febbraio)
    Il Panama proclama la costituzione della nuova repubblica; il governo concede agli Stati Uniti l'uso della zona del Canale da questo momento fino al 1999.

    1904 - 1905
    Corea
    I marines sono presenti durante la guerra russo-giapponese.

    1906 - 1909
    Cuba (Agosto)
    Dopo la sospetta rielezione di Estrada Palma alla presidenza della repubblica, scoppia un'insurrezione popolare. Gli USA inviano nell'isola truppe d'occupazione unitamente al rappresentante americano William H. Taft (1857 - 1930, presidente dal 1909 al 1913), incaricato di procedere alla formazione di un governo provvisorio.

    1907
    Nicaragua
    I militari intervengono, ufficialmente per impedire l'allargarsi di un conflitto in America Latina, ma di fatto per instaurare il protettorato della "Dollar Diplomacy" (che prevede l'espansione e la tutela a oltranza del commercio statunitense: sarà la punta di diamante della politica commerciale ed estera promossa a partire dal 1909 dal presidente Taft).

    Honduras
    I marines intervengono nella guerra col Nicaragua.

    1908
    Panama
    I marines intervengono nella competizione elettorale.

    1909
    Nicaragua (Dicembre)
    Gli USA, preoccupati per la politica troppo aggressiva ed espansionista di Santos Zelaya, appoggiano una rivolta di notabili locali per rovesciare il "dittatore" e preservare la propria influenza nella zona.

    1910
    Nicaragua
    I marines sbarcano a Bluefields e Corinto.

    1911
    Honduras (ottobre)
    I militari difendono gli interessi statunitensi nella guerra civile e intervengono nelle nuove elezioni presidenziali che vedono la vittoria dell'ex presidente Bonilla, persona grata agli USA.

    1911 - 1941
    Cina
    Marina militare ed esercito USA applicano una costante occupazione.

    1912
    Honduras (Gennaio)
    Truppe statunitensi sbarcano per difendere la proprietà USA e imporre al governo locale un controllo sulle finanze del paese.

    Nicaragua (Agosto)
    I marines intervengono, anche con bombardamenti, nella guerra civile che infuria nel paese, e impongono come capo del governo il conservatore Adolfo Diaz; gli Stati Uniti assumono il controllo delle finanze del paese, stabiliscono una base militare a Managua (l'occupazione durerà vent'anni, contrastata da innumerevoli azioni di guerriglia).

    Cuba
    I militari intervengono nuovamente per proteggere gli interessi USA all'Avana.

    Panama
    I marines intervengono durante l'accesa competizione elettorale.

    1913
    Messico (Febbraio)
    La marina militare fa evacuare i cittadini americani durante la rivoluzione seguita al colpo di Stato del generale Victoriano Huerta.

    1914
    Repubblica Dominicana
    La marina militare si scontra con i ribelli a Santo Domingo.

    Usa - Colorado
    L'esercito reprime gli scioperi dei minatori.

    Messico
    La marina militare e l'esercito compiono una serie di interventi contro i nazionalisti.

    1915
    Haiti (Luglio)
    Una serie di incidenti e la grave situazione finanziaria del paese, fortemente indebitato con l'estero, inducono l'esercito statunitense ad inviare truppe nell'isola e a concludere un trattato che impone il protettorato politico e finanziario degli USA per un periodo di dieci anni. L'esercito ricorrerà ripetutamente ai bombardamenti in questa occasione e negli anni a venire.

    1916
    Messico (Marzo)
    Un presunto sconfinamento delle truppe rivoluzionarie di Francisco "Pancho" Villa nel Nuovo Messico, provoca l'immeditata risposta degli Stati Uniti, con l'invio di una spedizione punitiva nel Messico settentrionale

    Repubblica Dominicana (Maggio)
    Disordini elettorali inducono il governo degli Stati Uniti a inviare truppe nel paese. Il presidente Henriquez y Carvajal rifiuta di firmare il trattato che sottopone le finanze dominicane al controllo statunitense: gli USA reagiscono occupando militarmente la Repubblica ed esautorando il governo locale. Il territorio subirà un'occupazione di 8 anni.

    1917
    Cuba (Febbraio)
    Sospetti brogli elettorali provocano una rivolta di orientamento liberale. Truppe americane sbarcano in forze a Santiago; l'esercito instaura l'occupazione militare e il protettorato economico, imponendo la rielezione alla presidenza del conservatore Mario Garcia Menocal.

    Usa (6 Aprile)
    Nell'ambito della Prima Guerra Mondiale, dichiarazione di guerra alla Germania.

    Europa (Giugno)
    Le prime truppe americane sbarcano sul Vecchio Continente

    Usa (7 Dicembre)
    Dichiarazione di guerra all'Austira. Fino alla fine del conflitto, marina militare ed esercito affondano numerose imbarcazioni combattendo contro la Germania.

    1918 - 1922
    Russia
    Marina militare ed esercito intervengono in almeno cinque distinte occasioni contro i bolscevichi.

    1918 - 1920
    Panama
    I militari partecipano a diverse operazioni di polizia nel corso dei disordini seguiti alle elezioni.

    1919
    Costa Rica (4 Giugno)
    I marines sbarcano nel paese, la cui stabilità politica appare compromessa dal susseguirsi di numerosi colpi di stato, per proteggervi gli interessi statunitensi.

    Honduras (11 Settembre)
    In seguito all'insurrezione del liberale Lopez Gutierrez e alle minacce di guerra civile, truppe statunitensi sbarcano nel paese e impongono una "pacificazione".

    Costa Rica (Dicembre)
    Nonostante lo svolgersi di regolari elezioni che portano alla presidenza Julio Acosta Garcia, la presenza di truppe e consiglieri statunitensi non accenna a diminuire, restando, anzi, a lungo determinante.

    1920
    Guatemala
    I militari intervengono per due settimane contro le agitazioni promosse dai sindacalisti a tutela dei lavoratori locali.

    1920 - 1921
    Usa - West Virginia
    L'esercito reprime pesantemente le agitazioni dei minatori, ricorrendo anche ai bombardamenti.

    1921
    Panama
    Scoppiano scontri armati tra Panama e Costa Rica, ma l'intervento degli Stati Uniti porta a una risoluzione "pacifica" della vertenza.

    1922
    Turchia
    I militari si scontrano con i nazionalisti a Smirne (Izmir)

    1922 - 1927
    Cina
    Marina militare ed esercito intervengono ripetutamente durante le rivolte nazionaliste.

    1923
    Messico
    Il generale de la Huerta guida una rivolta contro il presidente Obregòn il quale, appoggiato militarmente dagli Stati Uniti, riesce facilmente ad avere ragione dei rivoltosi.

    1924 - 1925
    Honduras
    L'esercito interviene due volte, in occasione degli scontri elettorali, a sostegno dei conservatori portando, nel 1925, all'elezione di Miguel Paz Barahona.

    1925
    Panama
    L'intervento della marina militare è decisivo per la repressione dello sciopero generale.

    1926
    Nicaragua (Novembre)
    In seguito allo scoppio di una rivolta liberale guidata dal generale Augusto Sandino, le truppe statunitensi intervengono imponendo l'elezione del conservatore Alfonso Diaz.

    1927 - 1934
    Cina
    I marines sono di stanza in tutto il paese.

    1932
    El Salvador
    Navi da guerra sono inviate in occasione della rivolta cappeggiata da Farabundo Martì

    Washington DC
    L'esercito interviene per bloccare la protesta dei veterani della Prima Guerra Mondiale, che rivendicano la concessione, da parte del governo, di un'indennità.

    1941 - 1945
    Seconda Guerra Mondiale
    Gli Stati Uniti intervengono massicciamente contro l'Asse, con attacchi navali e di terra nonché con devastanti bombardamenti non soltanto convenzionali: questa è infatti la prima guerra nucleare

    1947 - 1949
    Grecia
    Consiglieri statunitensi effettuano "operazioni di controllo" e sostengono massicciamente il governo conservatore con l'invio di cospicui aiuti economici e militari.

    1948
    Filippine (Ottobre)
    Il governo del presidente Quirino, sostenuto militarmente ed economicamente dagli Stati Uniti, lacia una vasta offensiva nell'isola di Luzòn contro il movimento dei guerriglieri Huk; La CIA è presente con generiche "operazioni di controllo".

    1950
    Puerto Rico
    Gli USA intervengono con operazioni di controllo in occasione della rivolta indipendentista scoppiata a Ponce.

    Formosa (Giugno)
    Reparti dell'esercito statunitense sbarcano a Taiwan, dove si è rifugiato il governo nazionalista di Chiang Kai-shek

    1950 - 1953
    Corea
    Il 27 giugno 1950 gli Stati Uniti intervengono nel conflitto che da appena due giorni oppone Corea del Nord e Corea del Sud. La guerra si protrarrà per tre anni, e comporterà da parte degli USA massicci interventi di esercito e marina, nonché bombardamenti convenzionali e minacce di ricorso all'arma nucleare. Attualmente, nella regione sono ancora presenti basi.

    1953
    Iran
    La CIA interviene nel colpo di Stato militare che rovescia il governo nazionalista del generale Mossadeq e insedia sul trono lo scià Reza Pahlavi

    1954
    Guatemala (Giugno)
    Truppe provenienti dall'Honduras e appoggiate dagli Stati Uniti con la supervisione della CIA invadono il paese e rovesciano il governo progressista del generale Arbenz

    1955
    Formosa (Gennaio-Febbraio)
    Il Congresso degli Stati Uniti autorizza l'intervento di truppe americane per difendere Formosa e le isole Pescadores, rivendicate dalla Cina comunista (25 gennaio). Nel giro di pochi giorni (5 febbraio) la settima flotta statunitense interviene per consentire alle truppe cino-nazionaliste di evacuare le isole Tachen, bombardate e poi occupate dall'esercito della Repubblica Popolare Cinese.

    1956
    Egitto
    In seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez voluta dal presidente Nasser, gli Stati Uniti pongono in allarme le loro forze armate ed esercitano forti pressioni sull'Unione Sovietica perché si tenga fuori dalla crisi di Suez.

    1958
    Libano (Maggio - Luglio)
    Scoppiano violenti tumulti antigovernativi: il presidente Chamoun fa appello agli Stati Uniti perchè intervengano a sostenere il regime. Gli USA rispondono con uno sbarco alla metà di luglio.

    Iraq
    Gli USA intimano all'Iraq di non invadere il Kuwait, pena il ricorso all'arma nucleare.

    Cina
    La Cina viene diffidata dall'avanzare pretese sull'arcipelago di Taiwan, anche a mezzo di minacce nucleari.

    Panama
    I militari intervengono nelle preteste nazionaliste destinate a risolversi in scontri di piazza.

    1961 - 1975
    Vietnam
    L'11 maggio 1961 il vicepresidente statunitense Lyndon Johnson si reca nel Vietnam del Sud e conclude un accordo col presidente Diem per garantire un maggiore impegno militare USA nella lotta contro i partigiani vietcong: alla fine dell'anno i "consiglieri" americani saranno già più di 15.000. Da qui fino al 1975, non si contano gli interventi militari di terra e di mare, i bombardamenti, le minacce nucleari e il ricorso ad armi non convenzionali e chimiche. La più lunga e distruttiva guerra condotta dagli Stati Uniti farà quasi due milioni di morti e ridurrà in ginocchio per decenni l'economia di un paese.

    1961
    Cuba (17 aprile)
    Nella baia dei Porci fallisce la spedizione di esuli castristi pilotata dai servizi segreti americani e autorizzata dal presidente Kennedy.

    Germania
    Allarme di minaccia nucleare nel corso della crisi relativa al Muro di Berlino.

    1962
    Cuba
    Il 25 aprile gli Stati Uniti riprendono gli esperimenti nucleari nel Pacifico e in ottobre il presidente Kennedy decide il blocco navale dell'isola per intercettare le navi sovietiche che incrociano in acque cubane. Si sfiora la guerra con l'URSS, e la crisi viene risolta in extremis il 28 ottobre, quando i sovietici accettano di ritirare i loro missili dalle installazioni cubane in cambio dell'impegno statunitense a non invadere l'isola.

    1964
    Panama (9 Gennaio)
    Nella zona del Canale scoppiano gravi incidenti fra cittadini panamensi e truppe statunitensi, in seguito ai quali il Panama rompe le relazioni con gli Stati Uniti e denuncia le irregolarità del trattato in merito alla zona del Canale. La controversia viene ricomposta in aprile.

    1965
    Repubblica Dominicana (Aprile)
    In seguito allo scoppio della guerra civile e col fine dichiarato di difendere i cittadini americani, truppe statunitensi sbarcano sull'isola e occupano rapidamente la capitale.

    Indonesia (30 Novembre-1 Dicembre)
    Per prevenire una presunta minaccia comunista, i militari prendono il potere e costringono il presidente Sukarno a nominare il generale Suharto capo di stato magggiore dell'esercito, conferendogli in pratica pieni poteri. Si scatena un generale "caccia ai comunisti", controllata e sostenuta dalla CIA, che nel giro di pochi mesi porta all'uccisione di oltre 500.000 persone e all'internamento di altre 350.000

    1966 - 1967
    Guatemala
    La CIA interviene con "operazioni di controllo". I "Berretti Verdi" vengono impiegati nella contro guerriglia.

    1967
    Stati Uniti
    SI intensifica l'opposizione alla guerra nel Viet-nam: sono sempre più numerosi i giovani che si rifiutano di rispondere alla chiamata di leva e si rifugiano in Canada, mentre gruppi antimilitaristi organizzano manifestazioni collettive; marce per la pace a San Francisco, New York e Washington, dove l'esercito interviene pesantemente contro i dimostranti. Intanto, per la terza estate consecutiva si verificano gravi tumulti razziali in numerose città, fra cui Detroit, che conosce il più pesante bilancio della repressione: l'intervento delle truppe federali causa 43 morti.

    1968
    Stati Uniti (Aprile- Maggio)
    In seguito all'assassinio di Martin Luther King, leader del movimento per i diritti civili della popolazione di colore, avvenuto il 4 aprile a Memphis (Tennessee), in numerose città si scatenano nuovi tumulti razziali: a Washington deve intervenire l'esercito, e più di 21.000 militari vengono impiegati sul territorio.

    1970 - 1975
    Cambogia
    In seguito ad un colpo di Stato militare (marzo 1970), la Cambogia viene invasa dalle truppe sudvietnamite appoggiate dagli Stati Uniti. Nel giugno 1970 le truppe americane completano l'evacuazione della Cambogia dopo aver fallito l'obbiettivo di distruggere i "santuari" dei guerriglieri vietnamiti. L'aviazione USA interviene con massicci bombardamenti a più riprese, causando nel corso degli anni più di due milioni di morti fra incursioni militari, carestia indotta e caos politico.

    1970
    Stati Uniti (maggio)
    Nel corso di manifestazioni di protesta contro l'intervento americano in Cambogia, tenute in un centinaio di città, la polizia interviene pesantemente uccidendo 12 dimostranti (1 maggio). Qualche giorno dopo, il 4 maggio, all'università di Kent (Ohio) la guardia nazionale apre il fuoco sugli studenti in manifestazione, facendo 4 vittime.

    1973
    Wounded Knee (Sud Dakota - Usa)
    Il 27 febbraio circa 500 indiani Sioux Oglala occupano il villaggio di Wounded Knee, teatro del famigerato massacro del 1890, e chiedono l'apertura di un'inchiesta parlamentare sulle attività dell'ufficio federale per gli affari indiani. In aprile due indiani vengono uccisi dalle forze di polizia che cercano di sgomberare il villaggio.

    Medio Oriente
    Sfiorata la crisi nucleare durante la guerra in Medio Oriente.

    Cile (settemmbre - novembre)
    La Cia appoggia il colpo di stato militare contro il governo di Salvador Allende, ce tenta una disperata resistenza in armi, ma viene ucciso all'interno del palazzo presidenziale l'11 novembre.

    1975
    Cambogia (maggio)
    La navre-spia statunitense Mayaguez viene catturata in acque territoriali cambogiane (12 maggio): scoppia un grave incidente diplomatico. Poco dopo (15 maggio) truppe americane attaccano di sorpresa il porto di Kompong Som e recuperano la nave e il suo equipaggio.

    1980
    Afghanistan (20 gennaio)
    In seguito all'invasione sovietica gli Stati Uniti, col discorso del presidente Jimmy Carter sullo stato dell'unione, ammoniscono che ogni tentativo sovietico di assicurarsi il controllo politico del Medio Oriente è considerato un attentato agli "interessi vitali" dell'America e sarà contrastato anche con un intervento militare.

    Iran (25 aprile)
    Truppe statunitensi autotrasportate tentano un'incursione per liberare gli ostaggi dell'ambasciata di Teheran: il tentativo fallisce e 8 militari muoiono nella caduta di un elicottero. In patria, il 28 aprile, il segretario di Stato Cyrus Vance rassegna le dimissioni.

    1981-1992
    America Latina
    La Cia interviene ripetutamente in Salvador e Honduras con "operazioni di controllo", consulenze militari, sostegni esterni di vario genere e attività antiguerriglia.

    1983-1984
    Grenada (19-25 ottobre)
    Un colpo di stato porta al potere una giunta militare. Gli Stati Uniti, col pretesto che nell'isola sarebbero presenti anche reparti cubani, la invadono e nel giro di pochi giorni la sottopongono al proprio controllo avvalendosi anche di contingenti forniti da piccoli stati caraibici.

    1986
    Libia (gennaio)
    Il presidente americano Reagan, dopo aver accusato il colonnello Gheddfi di corresponsabilità negli attentati agli aereoporti di Romae Vienna, annuncia la rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con la Libia e ne congela gli averi presso le banche americane. A distanza di qualche settimana (24-31 gennaio) la flotta statunitense compie manovre aereonavali davanti alle coste libiche. Inizia una serie di attacchi e contrattacchi che vede coinvolte le forze statunitensi e quelle libiche, sfiorando la crisi internazionale.

    1989
    Libia (4 gennaio)
    L'aviazione militare statunitense abbatte due caccia libici accrescendo la tensione tra i due paesi, ma la crisi rientra in seguito alla restituzione, da parte delle autorità libiche, della salma di un pilota americano caduto durante le incursioni USA del 1986.

    Filippine (1-9 dicembre)
    Un ennesimo colpo di Stato contro Corazòn Aquino viene sventato grazie all'intervento dell'aviazione americana; negli scontri muoiono pltre 100 persone.

    1989 - 1990
    Panamà
    In seguito all'annullamento delle elezioni da parte del regime, i rapporti fra Panamà e gli Stati Uniti precipitano: gli Usa chiedono l'estradizione di Manuel Noriega per traffico di droga, e il parlamento panamense dichiara lo stato di guerra conferendo a Noriega le funzioni di capo dello Stato (15 dicembre). Dopo l'uccisione di un'ufficiale statunitense (20 dicembre), gli USA inviano un corpo di spedizione con l'intento di catturare Noriega; dopo durissimi combattimenti e bombardamenti, che provocano migliaia di morti fra la popolazione civile, gli Usa assumono il controllo del paese. Noriega si consegna agli americani.

    1990
    Arabia Saudita
    Offensiva contro l'Iraq che ha appena invasso il Kuwait; 540.000 militari sono di stanza in Oman, Quatar, Bahrein, Israele.

    1991
    Iraq (16 gennaio)
    Inizia l'operazione denominata "Tempesta nel deserto", sotto la guida del generale statunitense Schwarzkopf: il primo atto è il bombardamento della città di Baghdad. Gli Stati Uniti bloccano numerosi porti iracheni e giordani, e intervengono con massicci attacchi aerei che fanno più di 200.000 morti nell'invasione di IraqKuwait; viene stabilita la "no-fly zone" sul Kurdistan settentrionale, mentre si procede alla distruzione su larga scala degli apparati militari iracheni.

    1992
    Los Angeles (Usa, 2 maggio)
    Esercito e marines intervengono nei disordini scatenati dalle comunità nere dopo l'assoluzione di 4 poliziotti bianchi che nel marzo del1991 (come documentato da un video amatoriale) avevano praticamente linciato un automobilista nero. Il bilancio della rivolta, estesasi a San Francisco,
    Las Vegas, Atlanta e Seattle, è di 48 morti e oltre 2000 feriti.

    1993
    Somalia (giugno)
    Interventi militari con bombardamenti, ai danni delle postazioni del generale Mohammad Farah Aydid. Prosegue l'uccisione di caschi blu in imboscate e agguati

    1993 - 1995
    Bosnia
    Le forze NATO, indirizzate dagli Stati Uniti, intervengono pesantemente nel conflitto: la "no-fly zone" è pattugliata; vengono abbattuti aerei militari e i civili serbi sono fatti oggetto di bombardamenti.

    1994
    Haiti
    Scatta il blocco commerciale contro la giunta militare che ha detronizzato il presidente Aristide; il 22 novembre gli americani sbarcano nell'isola.

    1995
    Croazia
    Continua, inasprendosi, l'offensiva NATO: sempre più disastrosi, i bombardamenti su civili causano numerose stragi e devastano il territorio.

    1998
    Sudan
    L'aviazione militare interviene attaccando le industrie farmaceutiche ritenute produttrici di gas nervini impiegati per usi "terroristici"

    Afghanistan
    Le truppe statunitensi colpiscono gli ex campi d'addestramento della CIA usati dai gruppi fondamentalisti islamici ritenuti colpevoli degli attacchi all'ambasciata.

    Iraq
    Quattro giorni di massicci attacchi aerei dopo dichiarazioni della commissione ispettiva nominata dall'ONU, secondo la quale l'Iraq avrebbe ostacolato lo svolgimento delle ispezioni alle fabbriche di prodotti chimici e di armi. Si saprà poi delle irregolarità commesse dagli incaricati ONU, e di come tutta la faccenda altro non sia stata che una colossale montatura.

    1999
    Ex-Jugoslavia
    Alle 20 ora italiana di mercoledì 24 marzo il Segretario generale della NATO Javier Solana annuncia l'inizio degli attacchi aerei contro obbiettivi serbi. E' la prima volta che l'Alleanza atlantica scatena un'offensiva contro uno stato sovrano. Nel giro di una sola settimana, il bilancio appare già gravissimo: oltre un migliaio di vittime civili dovute a circa 1500 incursioni NATO. Mercoledì 31 il ministro delgi esteri russo Egor Ivanov rivela che gli USA hanno da tempo un piano per la secessione del Kossovo e la divisione dei territori jugoslavi: comincia qui la falsificazione della storia che pesa e peserà ancora sull'Europa.

    .....
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    John Kleeves

    CAPIRE GLI STATI UNITI

    Noi non viviamo in un tempo come un altro, in cui ognuno puo' prendersi il lusso di dedicarsi soltanto alle sue cose personali, al suo lavoro e ai suoi interessi particolari, perché tanto " il mondo va avanti lo stesso ". Il mondo ora sta correndo un pericolo e se nessuno fa niente non dico che finirà, ma certamente non andrà più avanti come prima. Il pericolo si chiama Stati Uniti d’America : tale federazione - in realtà un Paese unico e monolitico - è sul punto di ottenere il dominio planetario e questo è un pericolo perché gli USA non vogliono comandare il mondo allo scopo di governarlo, ma allo scopo di sfruttarlo. Gli USA non sono una riedizione dell’Impero Romano, come pure vogliono fare credere con la falsa modestia d’obbligo. Lo fossero qualcuno li potrebbe anche accettare, ma non lo sono : i Romani assoggettarono si' il mondo con la forza ma poi lo governarono, gli diedero cioè qualcosa in cambio, una amministrazione, degli ordinamenti, delle città edificate, delle infrastrutture ( ad esempio 85.000 chilometri di strade, quasi tutte in contrade che non le avevano mai viste prima ) ; agli Americani invece gli altri popoli interessano solo come fornitori di materie prime e di manodopera, come schiavi. Eventualmente come consumatori.

    Il problema è che la gente non si rende conto del pericolo. Non se ne rende conto perché gli USA sono un Paese singolare, di un tipo unico nel suo genere e che non si era mai visto prima ; non se ne rende conto perché gli USA, nonostante la notorietà e l’abbondanza delle informazioni, della cronaca e anche dei contatti diretti, sono in verità degli sconosciuti. C’è quindi un compito impellente in questi tempi per gli uomini all’altezza e di buona volontà : contribuire a colmare questa lacuna, informare la gente sulla vera natura degli Stati Uniti.

    Gli USA non sono un argomento semplice. Del resto lo fosse stato non saremmo qui a parlarne ora. Gli USA innanzitutto sono un sistema, dove tutte le sue manifestazioni sono collegate e interdipendenti : non si puo' veramente capirne un solo aspetto se non si è capito il tutto. Il fatto poi che questi aspetti siano tutti negativi, alcuni addirittura micidiali ( le vittime delle guerre e delle repressioni per procura, che sono decine di milioni ), aggrava l’inconveniente perché la gente stenta a credere a una negatività cosi' completa : sembra pregiudizio. Quindi gli USA presentano una difficoltà davvero singolare : la costante dicotomia fra cio' che dicono di essere e di fare e cio' che invece effettivamente sono e fanno. Sono un Paese che sembra preda di una ipocrisia congenita e profondissima, si direbbe patologica, dove i fatti contraddicono costantemente le parole e dove la pratica sconfessa sistematicamente la teoria. Le nobili parole della Dichiarazione di Indipendenza nascondevano la ribellione dei grandi mercanti Puritani del New England nei confronti della Corona inglese che li aveva tagliati fuori dal mercato della Cina per favorire la East India Company di Londra. La Costituzione del 1787 cominciava con le parole WE THE PEOPLE cosi' in maiuscolo ma stabiliva un sistema oligarchico basato sul danaro cosi' ferreo da essere arrivato da allora sino ad oggi assolutamente inalterato. La libertà di stampa e di espressione cosi' decantata e vantata dagli americani è cosa campata per aria, sterile : si puo' stampare e dire cio' che si vuole a patto che cio' non arrivi davvero al pubblico. Come con gli oppositori : anche se pacifici, possono esistere se non mettono in pericolo davvero il sistema, altrimenti sono incarcerati con pretesti, perseguitati nella vita o anche uccisi dall’FBI per strada. Teoricamente ci possono essere tutti i partiti politici, e difatti ce ne sono attualmente 29 negli USA, compreso un Communist Party USA, ma di fatto per il meccanismo dei finanziamenti e delle liste se ne possono affermare solo due, quelli infatti sulla ribalta da sempre, il Democratico e il Repubblicano, che oltretutto sono un partito solo, o le due facce della medesima medaglia. La politica estera americana è sempre stata un campionario di belle intenzioni e di roboanti slogan dietro cui stavano costantemente obiettivi addirittura sordidi. Si potrebbe continuare per pagine.

    Gli USA sono dunque un argomento complesso e difficile. Ma se si vuole fare qualcosa per il mondo, questa è una occasione. Il tempo e le energie che si dedicano alla diffusione della comprensione degli USA non sono buttati via.

    Novembre 2001 John Kleeves
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Concetti strategici degli USA
    dalla fine della guerra fredda
    Da leader del Mondo Libero a potenza predatrice





    Se il fondamento della politica estera degli Stati Uniti d'America nel periodo della guerra fredda era stato unico e in definitiva riducibile a tre semplici enunciati - "contenimento" (containment) dell'URSS, freno alla diffusione mondiale del "comunismo", promozione della crescita economica nel "mondo libero" sotto l'egida Americana - con la caduta del muro di Berlino si apre una fase caratterizzata da una pluralità di concezioni strategiche possibili.
    Queste risultano appartenere a tre filoni principali, che gli strateghi statunitensi (tradizionalmente affezionati all'uso di espressioni-chiave) hanno definito come internazionalismo trionfante, neo-isolazionismo o disimpegno e neo-interventismo selettivo.

    1.
    E' nel campo dell'internazionalismo trionfante che si collocano le opzioni dottrinarie caratterizzate da un'istanza di continuità con la politica estera degli anni 1945-1989; una continuità che peraltro, almeno in alcune posizioni, è corretta dall'urgenza di "cogliere il momento favorevole", di avvantaggiarsi al massimo della posizione di unica superpotenza mondiale.
    Un concetto chiave di questa corrente è quello celebre di nuovo ordine mondiale (New World Order), coniato dal presidente Bush nel 1990 in occasione della prima campagna di aggressione contro l'Irak e in seguito passato a definire il nuovo ruolo e le nuove "responsabilità" degli USA. Il concetto in sé non esprime novità sostanziali rispetto alla fase precedente: preoccupazione per la stabilità, mantenimento dello statu quo, riconoscimento della "leadership globale" degli USA. Più interessante è la riflessione sull'applicazione pratica del concetto, avvenuta con l'operazione Desert Storm e il suo proseguimento nel Golfo Persico. Affiora la giustificazione della guerra preventiva come strumento di preservazione dell'ordine mondiale, ma allo stesso tempo - con il divario evidente fra potenza militare dispiegata e risultati conseguiti in termini di condizioni per una pace duratura - una scissione fra potenza militare e responsabilità politica; scissione che secondo alcuni le successive scelte operate in Somalia e Bosnia confermerebbero.
    Ma se i vertici politici mostrano tutta la loro carenza nel dare sostanza al concetto di nuovo ordine mondiale, i vertici militari suppliscono con entusiasmo.
    Nel 1992 uno dei tanti "scoop pilotati" porta alla pubblicazione sulle pagine del New York Times di un rapporto "segreto" del Pentagono (Defense Planning Guidance, redatto sotto la direzione del sottosegretario alla Difesa per gli affari politici, Paul Wolfowitz) interpreta esplicitamente il nuovo ordine mondiale come volontà degli USA di mantenere il proprio status di superpotenza unica facendo leva soprattutto sulla potenza militare, da impiegarsi - se del caso - anche unilateralmente. La NATO, in questa prospettiva, è il veicolo degli interessi americani in Europa e il massimo garante della sicurezza europea.
    E' un giornalista (Charles Krauthammer) a coniare il significativo concetto di momento unipolare per descrivere il carattere al tempo stesso assoluto e temporaneo della supremazia USA; fra due, tre decenni nuovi rivali potranno essere abbastanza forti per sfidarla. Ma unipolarità implica anche concentricità attorno ad un polo: quindi, al centro dell'ordine mondiale, una confederazione occidentale di cui il Gruppo dei Sette è una specie di prefigurazione), e al centro di questa gli USA. Cerchi concentrici dove la distanza dal centro si misura in perdita di sovranità. Obiettivo finale, la formazione di quel mercato comune mondiale preconizzato da Fukuyama nella sua Fine della storia. Ma l'obiettivo primo, e il primo compito da realizzare, è l'unificazione dell'Occidente economicamente avanzato.
    Precursore in questa direzione era stato Robert Strausz- Hupé, che sin dal 1957 aveva agitato la necessità di unificare il mondo sotto la bandiera a stelle e strisce "nell'arco di una generazione" (!) e - campione del mondialismo ante litteram - bollato l'idea di Stato-nazione come un'odiosa invenzione ideologica francese e come "la forza più retrograda del XX secolo". Il sogno federalista mondiale di Strausz-Hupé (nel quale la NATO era il nucleo fondante) investiva gli USA del ruolo di "architetti di un impero senza imperialismo", con la cultura anglosassone a fare da tramite fra le culture antiche e la nuova cultura mondiale emergente. La miseria di tale concezione non le impedisce di continuare a fare adepti, fra cui Strobe Talbott, attuale numero due del Dipartimento di Stato di Clinton.
    Joseph Nye sottolinea invece gli aspetti "morbidi" del pensiero internazionalista. Dopo la guerra del Golfo Persico, è chiaro che la potenza economica non ha mandato in soffitta la potenza militare. Gli USA sono al primo posto perché egemoni sul piano del hard power (potere di coercizione) come del soft power (potere di persuasione). Questo secondo aspetto rinvia agli istituti transnazionali nei quali gli USA devono assicurarsi il controllo in ultima istanza: il World Trade Organization (ex GATT), il FMI, il Trattato per la non-proliferazione nucleare, e via dicendo. In questo delirio di onnipotenza, il ruolo possibile dell’America è stato descritto come quello di "grande organizzatore" mondiale, paragonabile a quello svolto dalla Gran Bretagna nei secoli XVIII e XIX, all’Austria fra il 1812 e il 1818, al Papato nei secoli XII e XIII, fino all’Atene prima della guerra del Peloponneso.
    Si arriva a rigurgiti "spengleriani" (con tante scuse a Oswald Spengler) nell’appello di Ben Wattenberg, direttore di Radio Free Europe, affinché il popolo Americano riconosca il suo "nuovo destino manifesto" (new manifest destiny) nel compito di promuovere nel mondo la "democrazia di tipo americano". Qui è la cultura ad assumere una funzione primaria, e gli USA dispongono delle migliori armi anche su questo terreno: il mondo dello spettacolo, i media, la lingua inglese, il turismo, l’istruzione universitaria (sic) e i sistemi informatici – senza dimenticare il business dell’entertainment. Insomma, Coca Cola, Bill Gates e Pamela Anderson al servizio del mondo unipolare a dominanza USA.
    Altri non esitano a riciclare con disinvoltura termini oggigiorno messi al bando dall’ossessione puritana del politically correct. Il conservatore d’assalto Irving Kristol dalle pagine del Wall Street Journal (agosto 1997) celebra "il giorno non lontano .. in cui il popolo Americano prenderà coscienza di essere una nazionale imperiale… una grande potenza può essere insensibilmente condotta ad assumersi delle responsabilità senza esservisi esplicitamente impegnata".

    2.
    Ad una maggiore sobrietà è improntato – almeno in apparenza – il pensiero neo-isolazionista. I suoi esponenti riconoscono l’impossibilità per l’America di gestire efficacemente una politica estera internazionalista, economicamente e militarmente: lo vieta, fra l’altro, un bilancio della difesa che negli anni ’90 è prossimo a 300 miliardi di dollari annui, a fronte del gonfiarsi del debito interno, di un tasso di risparmio fra i più bassi del mondo, di un sistema dell’istruzione fallimentare (evviva la sincerità) e di una scarsa propensione a reinvestire capitali nella sfera della produzione invece che nella sfera finanziaria.
    Isolazionismo non significa – né ha mai significato, nella storia degli USA – volontà di isolamento. E’ una dottrina politica che non preclude lo sviluppo crescente di relazioni economiche con l’esterno, esprimendo tuttavia un desiderio di disimpegno finalizzato, in ultima analisi, a non legare in alcun modo le mani all’azione politica Americana.
    Tradizionale cavallo di battaglia del pensiero repubblicano, accentuato dalla sconfitta nel Vietnam, il neo-isolazionismo ha la sua tendenza "nazional-populista" in Patrick Buchanan. L’ex collaboratore di Nixon e Reagan auspica il totale ritiro delle forze USA dall’Europa e dall’Asia, ma senza disarmare. Il primato Americano deve essere mantenuto in mare, nell’aria e nello spazio; l’interventismo non viene escluso, a patto che non sia di terra (evidente la natura del compromesso raggiunto con Clinton in occasione dell’aggressione contro la Jugoslavia).
    Questa specie di riedizione della "dottrina Monroe" è condivisa e radicalizzata da Ted Carpenter, direttore del Cato Institute. Carpenter si batte per una strategia indipendente, libera da impegni onerosi ed obsoleti; gli "interessi vitali" degli USA vanno rigorosamente definiti, l’interventismo a tutto campo va rigettato; i conflitti locali (Europa inclusa) non devono essere considerati una minaccia ai suddetti "interessi vitali". "Quali sono gli interessi vitali dell’America?" si domanda Edwin Feulner, presidente della Heritage Foundation, ed elenca cinque punti: salvaguardare la sicurezza nazionale (territorio, confini, spazio aereo americani); prevenire la minaccia da parte di una potenza antagonista in Europa, nell’Estremo Oriente e nel Golfo Persico (il riferimento è rispettivamente a Russia, Corea del Nord, Iran e Irak); mantenere la capacità di accesso degli USA ai mercati esteri; proteggere gli Americani da "terrorismo e criminalità internazionale"; preservare la possibilità di accesso alle risorse strategiche.
    Corollario della tesi di Carpenter è il giudizio netto sulle alleanze attuali e sulla NATO – un’eredità del passato di cui disfarsi. Il tutto in un contesto di "pessimismo della ragione": l’istante unipolare non durerà.
    E’ ancora il Cato Institute, per voce di Barbara Conray, a negare che nel perseguimento della leadership politica e militare possa consistere il fondamento della politica estera Americana. Essere il "Gendarme del Mondo" presenta costi superiori ai benefici.
    Attorno a questo assunto, un ampio ventaglio di posizioni non crede nella possibilità che l’egemonia USA sopravviva alla guerra fredda. Non nasceranno nuove superpotenze, anzi le crisi regionali condurranno ad una crescente frammentazione del potere. Gli USA devono quindi adoprarsi per "compartimentare" questa instabilità regionale, senza intervenirvi attivamente. I 40 anni della guerra fredda hanno conferito eccessiva preminenza alla politica estera, lamenta l’ex ambasciatore all’ONU Jeane Kirkpatrick: è ora che l’America affronti questioni di ordine inferiore.
    Perché il potere oggi è essenzialmente economico, ed è su questo terreno che si svilupperà la vera competizione. L’opzione mondialista non avrà come premio un mondo costituito attorno ai valori americani. E la difficile situazione socioculturale dell’America rende urgente un profondo rinnovamento all’interno.

    3.
    Agli "opposti estremismi" dell’internazionalismo e dell’isolazionismo si contrappone la corrente di pensiero favorevole ad un neo-internazionalismo pratico (practical internationalism, secondo l’espressione di Richard Gardner, attuale consigliere di Clinton).
    Il concetto chiave che ispira buona parte dell’azione di politica estera dell’amministrazione Clinton è quello di sicurezza multilaterale (identificato con la figura del segretario di stato aggiunto per gli affari esteri Tarnoff). L'interpretazione stretta di questa dottrina vede gli USA limitare l'uso della forza ad un contesto multilaterale, salvo il caso in cui certi loro interessi vitali siano messi in gioco. A seguito delle critiche che hanno bersagliato l'amministrazione per il modo con il quale sono state trattate le crisi in Bosnia e in Somalia, Si è riscontrato uno spostamento a favore di un concetto allargato di sicurezza multilaterale, secondo il quale la multilateralità è un mezzo, non un fine, e l'azione unilaterale non va esclusa in assoluto.
    Legato al concetto di sicurezza multilaterale è quello di indipendenza strategica. Se la dottrina del contenimento esprimeva la volontà di impedire in Eurasia il dominio di una potenza egemone, ora - restando fermo questo obiettivo strategico - l'America rinuncerebbe ad agire in prima persona e punterebbe a mantenere una situazione di equilibrio fra potenze a livello globale e a livello regionale; l'indipendenza strategica degli USA consisterebbe nel poter sfruttare la rivalità fra le altre potenze potendo beneficiare dei vantaggi geopolitici derivanti dall'insularità, dalla lontananza dal teatro dei conflitti, dalla superiorità militare e nucleare.
    In questa riedizione della teoria dell'equilibrio delle forze, Henry Kissinger precisa che gli USA non potranno più fare fronte contemporaneamente a tutte le situazioni di crisi potenziale: si impone una selezione. Nell'interventismo selettivo di Kissinger, alcune crisi potranno esigere un intervento unilaterale dell'America, altre richiedere un'azione soltanto multilaterale, altre ancora non meritare alcun tipo di intervento militare. In questa prospettiva viene meno, in quanto irrealizzabile nel nuovo contesto mondiale, l'intento di costituire un ordine globale fondato sugli interessi Americani (la cosiddetta "Pax Americana"); il ruolo dell'America viene così a rassomigliare a quello dell'Inghilterra nel XIX secolo
    Questa concezione viene ripresa e rafforzata dalla riflessione di Zbigniew Brzeszinski. Il concetto di impegno globale selettivo (global selective commitment) riassume per gli USA
    • il possibile scollamento fra i propri interessi in politica estera e quelli dei tradizionali alleati
    • il mantenimento del ruolo di principale polo di dissuasione nucleare
    • il mantenimento di vantaggi militari (aviazione, marina) su alleati e non
    • l'impegno selettivo e proporzionato in forme variabili di cooperazione su scala regionale (la NATO essendo l'esempio classico)
    A questo indirizzo - che l'amministrazione Clinton ha fatto proprio - si coniuga quello di allargamento della "comunità liberale".
    Alcuni autori di questa corrente di pensiero hanno apertamente candidato la supremazia economica al ruolo primario, ricacciando in secondo piano sicurezza e diffusione di valori (si pensi in proposito alla rapida riconversione della CIA - o per lo meno delle sue strutture "evidenti" - allo spionaggio economico). Alla bipolarità del mondo della guerra fredda si sostituirebbe una tripolarità - USA, Europa e Giappone - di superpotenze economiche. Una concezione funzionale all'urgenza di mantenere i mercati esteri aperti alla concorrenza e agli investimenti Americani. In questo contesto, la promozione di sistemi di leadership collettiva - collettiva, beninteso, ma rigidamente controllata dagli USA - diventa un obiettivo primario da promuovere; pena l'emergenza di blocchi regionali sempre più "chiusi" all'influenza del capitale a stelle e strisce.
    Il segretario di stato Warren Christopher nel 1992 ha affermato che la "sicurezza economica" rappresenta l'obiettivo primario di politica estera dell'amministrazione Clinton. Il segretario di stato aggiunto Strobe Talbott nel 1994 ha parlato di "diplomazia per una competitività globale" - che cosa intenda con questa definizione, lo ha chiarito perfettamente lo stesso Strobe Talbott: stare in guardia affinché i nuovi raggruppamenti economici regionali non si pongano obiettivi contrastanti con i famosi interessi superiori degli Stati Uniti. L'Unione Europea - fra gli altri - è avvertita.
    L’America come Big Corporation che deve sfruttare una temporanea posizione di forza sul mercato per plasmarlo e trasformarlo ai propri fini. E’ quanto suggerisce in The Reluctant Sheriff (1997) Richard Haas, maître à penser della Brookings Institution, ed ex consigliere di Bush: "Obiettivo della politica estera americana deve essere operare, con gli altri attori che condividono le stesse idee, a migliorare il funzionamento del mercato e a rafforzare il rispetto dele sue regole fondamentali. Con il consenso, se possibile, con la forza, se necessario". Non il Gendarme del Mondo, impegnato 24 ore su 24 a combattere i cento Imperi del Male, ma lo Sceriffo, che – quando la situazione rischia di divenire incontrollabile – raccoglie in fretta volontari e mercenari e parte alla volta di una spedizione punitiva.
    Ci ricorda qualcosa?

    4.
    Abbiamo voluto dedicare un paragrafo a parte a Samuel Huntington. Il saggio dal titolo The Clash of Civilizations? - con tanto di punto interrogativo - apparve nel bimestrale Foreign Affairs nell'estate del 1993. L'approfondimento della questione - e la scomparsa del punto interrogativo - viene tre anni dopo con il volume The Clash of Civilizations and the New World Order. Il nucleo dell'argomentazione, rispetto al tema che qui ci interessa, è esposto all'inizio del settimo capitolo:
    "L'ordine instaurato all'epoca della guerra fredda fu il prodotto del dominio delle due superpotenze sui rispettivi blocchi e dell'influenza da essi esercitata sul Terzo Mondo. Nel mondo emergente, il concetto di potenza globale è ormai obsoleto, il villaggio globale un sogno. Nessun Paese, neanche gli Stati Uniti, vanta significativi interessi di sicurezza su scala globale. Gli elementi costitutivi dell'ordine internazionale in un mondo più complesso ed eterogeneo quale quello odierno, vanno individuati all'interno delle singole civiltà e nelle interazioni fra queste. Il mondo sarà ordinato in base alle civiltà o non lo sarà affatto. Al suo interno, gli stati guida delle diverse civiltà prendono il posto delle superpotenze, si ergono a tutori dell'ordine all'interno delle rispettive civiltà e, tramite il negoziato con gli altri stati guida, nei rapporti fra esse. ... Uno stato guida può svolgere la sua funzione di tutore dell'ordine perché gli stati membri lo considerano culturalmente affine. ... Laddove sono presenti, gli stati guida rappresentano l'elemento cardine del nuovo ordine internazionale fondato sulle civiltà".
    E qui il discorso ci riguarda da vicino. Qual è infatti la "nostra" civiltà secondo Huntington?
    "Durante la guerra fredda gli Stati Uniti erano al centro di un ampio e variegato gruppo di Paesi accomunato dall'obiettivo di impedire l'ulteriore espansione dell'URSS. Questo gruppo, variamente denominato Mondo libero, Occidente o Alleati, comprendeva molte ma non tutte le società occidentali, Turchia, Grecia, Giappone, Corea, Filippine, Israele ... Con la fine della guerra fredda ... l'Occidente multiculturale della guerra fredda si riconfigura in un nuovo raggruppamento più o meno coincidente con la civiltà occidentale".
    La violenza alla geopolitica operata da Huntington è strumentale all'azzeramento di ogni differenza fra il mondo anglosassone e la civiltà europea in un concetto di civiltà occidentale che assorbe la seconda nel primo.
    Fin qui, l'esito dell'analisi è sconcertante, ma efficace sul piano della teorizzazione del ruolo egemone degli USA e dell'alleato britannico sull'Europa.
    E' quando l'autore cerca di forzare la realtà nei suoi schemi che emergono le incongruenze più evidenti ma anche più interessanti.
    Definiti i conflitti di faglia (fault-line conflicts) come "conflitti fra stati limitrofi appartenenti a gruppi di civiltà diverse che vivono in seno ad una stessa nazione" - in opposizione ai conflitti fra stati guida che coinvolgono gli stati principali delle diverse civiltà - Huntington passa ad esaminare in questa chiave i principali scontri degli anni '80 e '90.
    Vediamo il caso di maggiore interesse. Qui - ricordiamolo, siamo nel 1996 - Huntington si riferisce alla guerra di Bosnia, ma l'argomentazione è perfettamente applicabile al conflitto del Kosovo.
    In una guerra di faglia agirebbero attori di primo livello (nel caso bosniaco, i contendenti serbi e croati, oltre ai bosniaci stessi), di secondo livello (i governi delle tre popolazioni coinvolte), e di terzo livello, per lo più i rappresentanti delle rispettive civiltà- - in questo caso Germania, Austria, Vaticano, stati e gruppi cattolici europei al fianco della Croazia, Russia, Grecia e altri Paesi e gruppi ortodossi al fianco della Serbia, e - al fianco dei bosniaci - diversi stati Islamici e... gli Stati Uniti d'America!
    Si tratta di una "parziale eccezione", ammette Huntington, di "un'anomalia", che potrebbe essere spiegata come un errore dell'amministrazione Clinton, troppo condiscendente verso le "forti pressioni dei suoi amici nel mondo musulmano".
    Un'anomalia tanto poco anomala da ripetersi, come un perfetto copione, nel caso dell'aggressione angloamericana alla Jugoslavia che ha avuto come pretesto la questione del Kosovo.
    Curiosamente, questa raffinata concezione teorica finisce per demolire gli stessi presupposti sui cui vorrebbe fondarsi... oppure?
    Oppure, ancora una volta, c'è qualcosa che non si voleva ancora dichiarare apertamente - forse quella concezione di "Third American empire" avente i Balcani come territorio conteso, pubblicizzata da Michael Lind e Jacob Heilbrunn nel gennaio 1996 (Washington Post). Allora sì, diviene comprensibile come gli USA possano presentarsi come "attori di terzo livello" - o come padrini mafiosi, fuor di metafora - di uno "pseudo Islam" cui è affidato il ruolo di cuneo, a vietare la ricomposizione di un grande spazio europeo.

    5.
    Due parole a mo' di conclusione. E' tempo di rimettere la realtà sui piedi. Come l'isolazionismo degli USA in politica estera non è mai esistito, riducendosi alla preferenza - nel periodo fra le due guerre - per i metodi indiretti basati sulla coercizione economica e sulla manipolazione diplomatica - e quindi è una finzione l'appello ad un supposto neo-isolazionismo - allo stesso modo l'urgenza di contrastare un declino che si annuncia irreversibile, sul piano politico, diplomatico, economico, militare, svuota di ogni contenuto di "disimpegno" l'interventismo pratico e selettivo: dietro la maschera dell'America garante della "sicurezza multilaterale" e degli equilibri regionali, sta l'organizzazione sistematica della destabilizzazione diplomatica, politica, finanziaria e militare a livello mondiale - a partire dal "cuore del mondo", dal continente eurasiatico.
    Qui sta il significato storico della guerra di Jugoslavia.
    Ma, se in ogni menzogna si nasconde un briciolo di verità, allora siamo debitori a Huntington di una lezione preziosa. In un mondo nel quale saranno sempre più le civiltà, nel loro reciproco rispettarsi, comprendersi e coesistere, a produrre senso, di fronte all'assenza di senso della globalizzazione, gli USA e i loro omologhi in terra d'Albione sono davvero un'anomalia che deve scomparire.

    Originale pubblicato su "Arctogaia" http://www.arctogaia.com/
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    DIVI DI STATO
    LE BALLE SPAZIALI DI HOLLYWOOD

    di John Kleeves

    La realtà degli Stati Uniti ha molti lati negativi, sia nei suoi aspetti attuali che storici. A chi la conosce, anche poco, ma quel poco con esattezza, immancabilmente capita prima o poi di notare come la filmografia di tale paese - per antonomasia Hollywood - sia al riguardo puntualmente mistificatoria. Non in modo plateale: i film di Hollywood non stravolgono completamente i fatti né fanno omissioni evidenti per i non iniziati. Con disinvoltura essi evitano di citare gli eventi più significativi, o dei particolari rivelatori, e distorcono i fatti quel tanto che basta per indurre lo spettatore a trarre conclusioni sbagliate su certe situazioni, o comunque a non trarre quelle giuste. Gli esempi sono infiniti.

    La società americana

    Prendiamo la società americana. Com’è, in breve ma con esattezza, quella società? E’ una società dove gli individui lottano accanitamente per arricchirsi, dove quelli che non ce la fanno cominciano a lottare accanitamente per sopravvivere e gli altri non ne hanno mai abbastanza di ingegnarsi a mostrare il loro successo. E’ una società spietata, oltremodo selettiva secondo il suo criterio, che distrugge innumerevoli schiere dei suoi componenti. Le statistiche parlano chiaro. Su un totale di 240 milioni di abitanti i poveri sono 30 milioni per il governo e 60 milioni per gli istituti privati. Non si tratta di “poveri” solo rispetto ad uno standard elevato: non possono permettersi di curarsi, ed infatti hanno una vita media di 10 anni più breve della media; anche il sangue che vendono nei laboratori privati presenti in ogni cittadina, che può fruttare sino a 80 dollari al mese, non aiuta. Nella vasta area interna dei monti Appalaci, che tocca cinque Stati ed è abitata praticamente solo dai bianchi anglosassoni, ci sono episodi di denutrizione fra i bambini. Gli homeless sono circa 4 milioni (il governo li calcola in 250.000, che sono invece solo gli homeless anche malati di mente). In maggioranza bianchi anglosassoni, sono persone che hanno perso il lavoro e non ne hanno trovato un altro in tempo utile: sia che fossero in affitto o avessero contratto un mortgage bancario sulla casa, in breve si trovano sulla strada. Può anche essersi trattato di un problema di salute: ogni anno circa un milione di persone negli USA va in bancarot_ta per le spese mediche. Intere famiglie sono homeless: vivono nella loro auto, addosso alla quale cominciano ad erigere tende e cartoni; allontanati da un sito all’altro finiscono per ritrovarsi nelle car cities o nelle tent cities, la più grande delle quali è presso Van Nuys, un sobborgo di Los Angeles. Ogni inverno circa 1.000 homeless muoiono per il freddo. Gli street kids riflettono il disagio delle famiglie povere americane: sono minori dagli 8 ai 14 anni, dei due sessi, che fuggono di casa e che si ritrovano in gruppetti nelle grandi città dove per sopravvivere in genere si prostituiscono ad adulti che li cercano incessantemente (gli street kids fanno survival sex con i chicken hawks). Fra rientri e nuove fughe il loro numero è costante da molti anni ed è calcolato in “più di un milione”. Ogni anno circa 5.000 street kids muoiono per percosse, stenti o malattie, frettolosamente fatti seppellire in tombe anonime dalle autorità municipali; molti hanno l’AIDS (il 40% di quelli che vivono a New York City, si calcola). L’infanzia difficile non si concilia con la scuola: ci sono così negli USA 27 milioni di analfabeti, persone che scelgono le scatolette di cibo in base ai disegni, per i quali comunque sviluppano una memoria sicura. I migrant workers sono circa 5 milioni: sono lavoratori agricoli stagionali che passano la vita spostandosi da un campo di pomodori a uno di meloni su vecchie auto o furgoncini, le loro case. Tre milioni di nuclei familiari - anche numerosi, di cinque o sei persone - vivono nei trailers, che sono cassoni in alluminio e polistirolo da 2,2 x 6-10 metri montati su ruote gommate e parcheggiati per sempre in campi di periferia, che diventano trailer parks. Quantità ancora maggiori vivono negli slums, quartieri degradati e pericolosissimi presenti in ogni città, in genere in zone periferiche abilmente tagliate fuori dalla viabilità, perché i turisti non le vedano o qualcuno non ci si avventuri per sbaglio. Ogni anno mediamente il 17% delle famiglie americane trasloca, seguendo il lavoro là dove lo trova, anche mille miglia distante. Madri single e desolate sono spesso costrette a vendere i loro neonati, come la legge americana in verità permette: al posto del pagamento delle spese del parto, circa 3.000 dollari, firmano in ospedale un certificato di cedimento in adozione ed il neonato finisce ad una coppia, la quale spende in totale sui 20.000 dollari. Roseanne Barr, la protagonista del serial televisivo Roseanne, in gioventù ebbe problemi e diede in adozione la figlia, che ora vive in Texas. Questo è per sommi capi il risvolto umano della curva di distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti, dove meno dell’l% della popolazione detiene più del 50% della medesima e dove il resto non è diviso molto più equamente. Gli stenti economici si trasformano in criminalità e disagi psicologici. Il livello di criminalità americano è giustamente leggendario e basti il numero di omicidi: dai 25 ai 30.000 all’anno; nella capitale Washington, che ha circa gli abitanti di Bologna, avvengono sui 400 omicidi all’anno. Per i problemi psicologici si può dire che negli Stati Uniti vi sono 27 milioni di alcolizzati, 18 milioni di consumatori di droghe leggere, da 4 a 8 milioni di cocainomani e 500.000 eroinomani, mentre uno studio condotto nel 1984 dal National Institute of Mental Health concludeva che il 19% della popolazione adulta americana era da considerarsi mentalmente malata dal punto di vista clinico. Anche i suicidi sono dai 25 ai 30.000 all’anno.

    Dietro la maschera

    Guardando un film di Hollywood ambientato negli States contemporanei ha mai lo spettatore la sensazione di una realtà del genere? Certamente no. I particolari che sarebbero solo di per sé rivelatori sono accuratamente evitati. Così in nessun film americano si vedono street kids o intere, normali famiglie composte da padre, madre e figli che vivono in automobili; mai è presentata la situazione della persona che non può curarsi per mancanza di soldi e che è respinta da medici e ospedali per quello; mai si vedono homeless o comunque poveri che vendono sangue e sperma per 20 dollari; mai si vedono tent cities o trailer parks; mai si vedono donne che cedono i loro figli in cambio del pagamento della retta ospedaliera. Il resto è mostrato tutto, ora questo ora quello a seconda delle esigenze del copione: slums, barboni, braccianti nomadi e così via. Il contesto e il modo in cui tali topiche sono presentate, però, non permettono allo spettatore di rendersi conto del loro reale significato, della drammatica portata che hanno nella società americana. Il che viene ottenuto suggerendo allo spettatore altre opzioni, rivolgendosi al suo subconscio con ammiccamenti vari. I barboni, ad esempio, se inseriti sullo sfondo per un tocco di “realismo” sono sempre stesi a terra ubriachi o drogati; se sono in piedi e parlano sono dei pazzi o dei mentecatti; lo spettatore così conclude che gli homeless americani sono tutti dei portatori di gravi difetti che si trovano in difficoltà per una qualche loro colpa, o dei malati che preferiscono vivere in una scatola di cartone piuttosto che in un istituto. Se l’homeless del film ha una parte nella vicenda e non gli si attribuiscono colpe specifiche, allora lo è per sua scelta, per via della sua personalità di irriducibile ribelle, come un personaggio di Pian della Tortilla. Questo è anche il caso dei migrant workers, presentati come dei solitari che passano da un ranch all’altro perché così a loro piace; se si portano dietro una famiglia allora sono sempre dei chicanos, immigrati abituati a miserie peggiori. Rarissimo vedere un trailer in un film americano; comunque quando c’è non è mai inserito in un trailer park, è sempre seminuovo e abitato da un single di indole sportiva, o da un criminale. Altre situazioni presentate da Hollywood sembrerebbero a prima vista sicure rivelatrici di una realtà sociale spietata, come ad esempio il caso dell’impiegato che viene licenziato e che diventa homeless. Ma nella vicenda sono sempre inseriti elementi di inverosimiglianza, che inducono lo spettatore a concludere che la situazione non è stata tratta dalla realtà, ma inventata apposta per confezionare una storia e farlo divertire. C’è poi un arma segreta, che risolve ogni situazione: l’immancabile lieto fine di Hollywood. Con il lieto fine si può presentare quasi qualunque dramma: innanzitutto esso rappresenta di per sé un’inverosimiglianza, che ha l’effetto appena detto, e alla peggio lascia nello spettatore l’impressione che la società americana può avere sì delle durezze, può creare delle difficoltà, ma che queste sono sempre temporanee e dopo un po’ tutto si risolve per il meglio.

    La politica interna americana

    Discorso analogo per la politica interna americana. Gli Stati Uniti, ben lungi dall’essere una democrazia, sono una evidentissima oligarchia basata sulla ricchezza. L’establishment oligarchico comprende circa un quarto della popolazione ed esercita la sua dittatura attraverso un sistema elettorale che non pone limiti ai finanziamenti privati e che di fatto esclude dal voto gli strati più poveri della popolazione: alle elezioni statali, dalle quali dipende in concreto la vita dei cittadini (gli USA non sono uno Stato; sono una federazione) non partecipa mai più del 35/40% degli aventi teoricamente diritto, per una serie di ostacoli pratici che sono frapposti, e a quelle presidenziali mai più del 50/55%. Politici e media americani chiamano la loro una One man one vote democracy; il popolino la chiama One dollar one vote. Nel tempo mai meno dell’80% dei componenti del Senato federale è stato costituito da miliardari in persona; analogamente sono in genere gli eletti a cariche federali importanti ed i capi di dipartimenti federali. La politica seguita dall’establishment oligarchico è conforme ai suoi soli interessi e va a detrimento di quelli di larghi strati della popolazione. Questi capiscono la situazione - come no - e vorrebbero protestare, ma non si può perché negli USA c’è la prevenzione e la repressione del dissenso. La prima viene eseguita tramite la Retorica di Stato imposta nelle scuole e ad ogni livello della vita pubblica, e tramite lo stretto controllo del mondo mediale; per la repressione parlano i circa 10.000 detenuti politici che ci sono nelle carceri americane (dove c’è anche qualche straniero, come Silvia Baraldini ad esempio). Tutto avviene all’atto pratico, e tutto all’esatto contrario di quanto e’ scritto: la libertà di parola e di espressione garantita dal Quinto Emendamento vale solo per il perfezionamento dello status quo, non certo per metterlo in discussione. Hollywood ha mai prodotto un film che trasmettesse la sensazione di tale stato di cose? Tutt’altro. Il sistema americano è presentato come una vera democrazia, dove la partecipazione popolare è addirittura capillare. Ci sono però evidenti disfunzioni in questa democrazia e Hollywood non fa l’errore di fingere di ignorarle. Si ricorre allora a due capri espiatori fissi: le mancanze personali di qualche personaggio politico, la sua corruzione o ambizione, e lo strapotere di un mondo mediale cinico e irresponsabile (il Quarto potere), che rappresentano entrambi l’elemento umano che ogni tanto guasta un sistema altrimenti perfetto.
    Prendiamo la storia americana. Inutile cercare nei film di Hollywood una qualche verità completa in merito. La Guerra di Indipendenza del 1776 fu dovuta a contrasti commerciali fra i grandi mercanti del New England ed i grandi latifondisti negrieri del Sud da una parte e la Gran Bretagna dall’altra, ed è tuttora controverso se una maggioranza del popolo coloniale vi fosse favorevole; in effetti, finita la guerra, per evitare ritorsioni circa 100.000 americani si rifugiarono parte in Gran Bretagna e parte in Canada, dove fra l’altro originarono la parte tuttora anglofona del paese. Per Hollywood invece si trattò di una insurrezione per ottenere la libertà, spontanea e costellata di episodi di eroismo popolare (non ve ne fu uno). Per i neri il periodo dello schiavismo, durato nel New England dal 1630 al 1780 e nel Sud dal 1619 al 1865, fu tremendo. Per averne un’idea basta considerare che ai loro schiavi i padroni facevano anche strappare i denti, assai ricercati per le dentiere (nel 1787, a Richmond, per un incisivo si pagavano due ghinee; anche George Washington aveva una dentiera fatta con denti umani). Ma non è questa la situazione presentata da Via col vento, che addirittura suggerisce rapporti idilliaci fra gli schiavi e i loro padroni. Nessun film di Hollywood, inoltre, ha mai dato un’idea della dimensione della tragedia che fu per l’Africa lo schiavismo americano: mentre gli schiavi giunti a una qualche destinazione, che nell’80% dei casi erano appunto gli Stati Uniti, furono sui 3 milioni, nel periodo dello schiavismo la popolazione dell’Africa calò di circa 50 milioni di unità. Anche le persecuzioni cui furono soggetti i neri degli Stati Uniti con la segregazione razziale non sono mai state proposte da Hollywood nel loro vero volto: nel solo anno 1914 furono linciati 1.100 neri negli Stati Uniti, ora qua e ora là, ma trascorsi del genere certamente non emergono in Indovina chi viene a cena?.

    Lo sterminio degli Indiani...

    Solo una fu la volontà degli americani nei confronti dei “loro indiani”: sterminarli. In quella parte dell’America che sono ora gli Stati Uniti gli Indiani erano almeno 5 milioni nel 1630, e ne furono contati 250.000 al censimento generale dell’anno 1900. Inizialmente gli indiani statunitensi, come del resto quelli del continente, furono decimati dalle epidemie che i bianchi si portavano dietro; ma poi furono volontariamente sterminati, come invece nel resto del continente non successe. Ciò si verificò nel lungo arco di tempo che va dal 1634 al 1890. Innanzitutto gli americani, appena si accorsero che gli indiani non resistevano alle epidemie, cominciarono a diffonderle negli accampamenti distribuendo coperte infettate col vaiolo, che raccoglievano nei loro ospedali nel corso delle ricorrenti epidemie (il vaiolo era endemico nelle colonie, ma faceva poche vittime fra i bianchi). Il sistema, inaugurato dai Puritani della Massachusetts Bay Colony dopo il 1630, fu usato qualche volta anche dai governatori inglesi e poi dal Con_gresso statunitense sin oltre la metà dell’Ot_tocento. Quindi ci furono i massacri, che avvennero tutti secondo lo stesso copione: attacchi di sorpresa ad accampamenti eseguiti di norma quando i maschi adulti - i “guerrieri” - erano assenti. Il primo avvenne nel 1634 in Connecticut, quando i Puritani, guidati da John Winthrop, di notte incendiarono un accampamento di Pequot e spararono sugli indiani che uscivano dalle tende, uccidendone circa 700 e vendendo i sopravvissuti come schiavi. L’ultimo fu a Wounded Knee nel 1890, quando il VII reggimento di cavalleria sterminò un intero villaggio nel quale si trovavano 200 persone fra donne, vecchi e bambini, e nessun uomo adulto; le Giacche Blu persero 29 uomini, caduti da cavallo durante la carica. Fra i due, innumerevoli episodi del tutto analoghi. Ma il grosso dello sterminio fu eseguito affamando gli indiani a morte. Ingannati dai trattati (entro il 1880 ne furono conclusi più di 400, nessuno dei quali rispet_tato dal vari Congressi e Presidenti), gli indiani finivano in riserve inospitali, dove gli stenti li decimavano. Dal 1850 al 1875 il Congresso fe_ce sterminare i bisonti, sui quali soli si so_stenevano gli indiani delle praterie centrali: erano sugli 80 milioni nel 1850 e ne furono contati 541 nel 1889, ridotti nel 1911 a due nello zoo di Chicago (tutti gli attuali bisonti di Yellowstone discendono da quei due, un ma_schio e una femmina). C’erano poi i coloni americani; che dove andavano si liberavano degli Indiani locali avvelenando i pozzi d’acqua e assoldando “uccisori d’indiani” per far aumentare di valore le concessioni acquistate dalle grandi società immobiliari del New England (finito il lavoro, gli “uccisori” si davano in genere al banditismo).

    …visto da Hollywood

    Come racconta Hollywood questa storia? Come sappiamo, mostrando gli indiani cattivi che attaccano pacifici coloni e dolcissime colone dagli occhi celesti. Era vero, c’erano tali attacchi ed efferatezze, ma il contesto di provocazioni mortali cui erano soggetti gli indiani non è mai intuibile; eppure era il nocciolo della vicenda. Ultimamente Hollywood ha prodotto dei western che hanno fatto pensare ad un suo ripensamento sul ruolo degli indiani, da carnefici a vittime come in effetti erano. Citiamo ad esempio Soldato blu, Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande uomo, Balla coi lupi, più qualche altro. In essi non c’è nessun ripensamento, solo un affinamento della mistificazione, insostenibile ormai nei termini passati. La logica implicita di tali film è che i problemi degli indiani nacquero da equivoci, da incomprensioni fra due popoli così diversi; qualche volta nacquero da singoli americani cattivi, troppo avidi, o anche da singoli indiani o da singole tribù ingiustificatamente bellicose. I massacri sono presentati come episodi, tragici, ma sempre tali. Prendiamo Balla coi lupi. Nella parte centrale dedicata alla vita della pacifica tribù Sioux è obiettivo, ma all’inizio si vedono dei guerrieri Pawnee che uccidono un civile bianco; il che lascia pensare che quei Pawnee avessero riservato la stessa sorte ad altri bianchi, magari delle famiglie di coloni, giustificando così l’intervento massiccio dei soldati nel finale, che inevitabilmente se la prendono anche con i Sioux. In pratica questa mistificazione di Hollywood che potremmo definire dell’ultima generazione è analoga a quella da sempre eseguita in Italia nei fumetti di Tex Willer, dove la colpa è sempre dell’agente della riserva corrotto, del generale ottuso o del “pezzo grosso” di Washington. Per inciso sarebbe interessante sapere se gli autori di Tex abbiano compiuto tale disinformazione intenzionalmente, e se sì spinti da chi e in cambio di che cosa.

    Le guerre sante degli USA

    La Guerra Civile del 1861-1865 fu dovuta a dissidi sulla politica economica federale fra il grande capitalismo del Nord commerciale e industriale ed il grande latifondismo del Sud agricolo e negriero. Il problema era effettivamente lo schiavismo, ma non per ragioni morali: per ragioni economiche. Hollywood non ha mai messo in dubbio le ragioni morali del conflitto. Venendo alla Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti vi entrarono per salvare la Balance of Power in Europa, minacciata dagli Imperi Centrali, Balance che era necessaria agli Stati Uniti per continuare a condurre con profitto i loro commerci internazionali. Hollywood - e ricordo qui Il sergente York - presentò certamente la partecipazione americana come un suo volontario e disinteressato contributo alla causa della libertà nel mondo. Analogamente per la Seconda Guerra Mondiale, cui gli Stati Uniti parteciparono ancora per salvare la Balance of Power in Europa minacciata questa volta da Hitler e Mussolini, e in più per salvare il Mercato dell’Oriente minacciato dal Giappone. Non uno degli infiniti film prodotti da Hollywood su questo tema mette in dubbio che la partecipazione americana non fosse dovuta ad un volontario e disinteressato contributo alla causa della libertà nel mondo. Nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti introdussero due novità clamorose, due cose mai viste prima nella Storia: la Guerra alle Popolazioni Civili e la Guerra per il Dopoguerra. Entrambe le novità vanno comunemente sotto il nome di Guerra Totale, ma sono due cose distinte. La Guerra alle Popolazioni Civili consiste nel sottoporre il governo della nazione avversa al seguente ricatto: o ti arrendi o io stermino la tua popolazione civile, o almeno cerco di farlo. La Guerra per il Dopoguerra consiste nel portare distruzioni nelle strutture economiche della nazione avversa allo scopo non di diminuire la sua capacità di mantenere le sue forze armate - cosa impossibile da ottenere se queste stesse non sono già state battute sul campo e quindi la guerra già vinta -, ma di rendere la nazione stessa economicamente dipendente nel dopoguerra, e in particolare, se tale era il caso, non più un concorrente commerciale sui mercati internazionali. Entrambi gli obiettivi furono perseguiti dagli Stati Uniti tramite i bombardamenti aerei. Il primo obiettivo fu perseguito tramite il bombardamento a tappeto delle più alte concentrazioni di civili (le città naturalmente, ad esempio Dresda e Tokyo, dove furono uccisi rispettivamente 300.000 e 100.000 civili); contro il Giappone, appena pronte, furono anche usate le bombe nucleari gettate su due delle poche città risparmiate dai bombardamenti convenzionali appunto nella previsione dell’utilizzo della nuova arma. Il secondo obiettivo fu perseguito col bombardamento di industrie di nessuno scopo militare (quelle con uso militare erano difese) e di infrastrutture civili in generale: ponti, ferrovie, dighe, centrali elettriche, acquedotti, fornaci ecc. I massicci bombardamenti convenzionali americani e l’uso delle bombe atomiche sul Giappone furono topiche clamorose della Seconda Guerra Mondiale e non potevano essere ignorati da Hollywood. Ma come li presentò? Non suggerì certo la loro natura strumentale per la Guerra alle Popolazioni Civili e per la Guerra per il Dopoguerra. No: i bombardamenti convenzionali servivano per distruggere qualche importantissima fabbrica di materiale militare, e le perdite civili erano degli incresciosi inconvenienti, mentre le bombe nucleari servivano, quelle si, per chiudere una partita tramite incredibili macellazioni di civili, ma contro un avversario previamente dipinto come disumano. Le guerre di Corea e del Vietnam furono fatte dagli Stati Uniti per salvare il salvabile del Mercato dell’Oriente dopo la perdita della Cina, nonostante tutti gli sforzi diventata comunista nel 1949. Per Hollywood gli Stati Uniti vi parteciparono perché invocati da popoli locali che volevano difendere la loro libertà minacciata dai comunisti disumani. Ma, come successo per gli indiani, le verità che andavano mano a mano rivelandosi su quei conflitti, in particolare del Vietnam, imposero a Hollywood una maggiore sofisticazione. Così dopo i film apologetici dell’intervento statunitense, il cui apice fu raggiunto con Berretti Verdi, cominciarono ad essere realizzati film in qualche modo critici dell’operato statunitense, come Apocalypse Now, Platoon, Il cacciatore e altri. Ma sono film solo apparentemente critici, perché nessuno di loro, mai in nessun caso, mette il dito nella vera piaga: la natura neocoloniale della guerra del Vietnam. Apocalypse Now, addirittura, con l’aria di criticarlo elogia il governo statunitense: i soldati sul campo, esasperati da un avversario difficile, volevano “la bomba” ma lui seppe resistere. I particolari rivelatori continuano naturalmente ad essere omessi. Ad esempio, nessuna rievocazione filmica del massacro di My Lai, avvenuto il 16 marzo 1968 nel Vietnam del Sud, quando la compagnia “Charlie” sterminò i 500 abitanti del villaggio, composti al momento solo da vecchi, donne e bambini (gli uomini erano fuori alla pesca); nessun accenno che i defolianti coi quali fu irrorato un settimo del territorio sud vietnamita, ben lungi dal servire per scoprire i Viet Cong, che infatti stavano sotto terra, servivano invece per distruggere le foreste di alberi della gomma che nella previsione di dover abbandonare il paese - avrebbero fatto concorrenza a quelle possedute in Indonesia da un paio di multinazionali statunitensi del settore (altro mirabile esempio di Guerra per il Dopo_guerra). Consideriamo l’America Latina ed il suo miserevole stato: ovunque - ad eccezione di Cuba - governi corrotti o dittatori mentecatti, e miseria, disperazione e degradazione umana nella grande maggioranza della popolazione. Nella storia e anche nell’attualità di ogni paese latinoamericano ci sono stragi incredibili: 400.000 morti in Colombia, seguiti al Bogotazo del 1948; 300.000 morti in El Salvador dal 1960 ad oggi; fra 100.000 ed 1.000.000 di morti in Brasile negli anni seguenti al colpo di Stato del 1964; 100.000 morti in Guatemala dal 1980 al 1988; 50.000 morti in Nicaragua nello stesso periodo; 30.000 morti in Cile seguenti al golpe del 1973; e cose analoghe dalle altre parti, in Argentina, Uruguay, Bolivia, Perù ecc. E questo perché i paesi dell’America Latina sono delle colonie di fatto degli Stati Uniti, che per avervi dei governi succubi come si vuole ai desideri delle loro multinazionali creano colpi di Stato e ricorrenti repressioni. Come racconta la storia Hollywood? La racconta con il film Il dittatore dello stato libero di Bananas, che nel fare la parodia delle dittature latinoamericane suggerisce che siano dovute unicamente all’indole dei locali, gente buffonesca, ma stupida e violenta.

    La politica estera americana

    Il che introduce l’argomento dell’uso della CIA fatto dalla politica estera americana. Tutti sanno che la CIA è responsabile di varie nefandezze nel mondo: ogni tanto un colpo di Stato, ogni tanto l’omicidio di una personalità politica estera, e così via. Com’è ovvio, la CIA non prende iniziative di tale portata da sola: necessità dell’ordine o dell’approvazione sia del Congresso che del Presidente, i responsabili della politica estera del paese. Come presentano la cosa i film americani sull’argomento? Immancabilmente le nefandezze della CIA sono il frutto di sue “deviazioni”, o quantomeno dell’eccesso di zelo dei suoi dirigenti e agenti; Congresso e Presidente non sono mai chiamati in causa, non sapevano mai niente. Tale è dunque la situazione: Hollywood falsifica la realtà americana in alcuni suoi aspetti sensibili, sia del passato che del presente. Non vi sono dubbi che la prassi sia intenzionale. Ciò si deduce prima di tutto dalla sistematicità e coerenza della falsificazione: non un film di Hollywood fa eccezione a quanto detto sopra. Quindi si può notare che Hollywood non è certamente all’oscuro della verità sui vari argomenti. Per quanto riguarda la società americana è sotto i suoi occhi; ci vive dentro e la conosce perfettamente. Negli Stati Uniti la corretta interpretazione delle varie topiche della storia americana è perfettamente nota a scrittori, registi, sceneggiatori, consulenti vari: gli artefici dei film di Hollywood. L’interpretazione sopra esposta della Guerra di Indipendenza e della Guerra Civile non è mia, ma di Charles Austin Beard (1874-1948), il più grande storico americano, che la dimostrò in vari libri a partire dal 1913 (An Economic Interpretation of the Constitution, The Rise of American Civilization, The Economic Basis of Politics e altri ancora), tutti libri conosciutissimi dall’intellighenzia statunitense e la cui veridicità non è messa in dubbio. La vera situazione degli schiavi neri è descritta in molti libri statunitensi, così come la dimensione della tragedia dello schiavismo per l’Africa (Native American Htstorical Demography è in ogni biblioteca). Lo stesso vale per la storia degli indiani: negli Stati Uniti il primo libro che raccontava la verità, A Century of Dishonor della Jackson, fu addirittura pubblicato nel 1881, e seguito da moltissimi altri - Bury my heart at Wounded Knee di Dee Brown, pubblicato nel 1971, è conosciutissimo in Europa, e logicamente ancora di più negli States. La storia del Texas e dei suoi schiavi è nei libri per le scuole medie così come raccontata sopra, tranne che per i mercenari e la figura di Davie Crockett, la verità sui quali è comunque nella biblioteca di qualunque Junior College. Meno pubblicizzati negli Stati Uniti sono i motivi della partecipazione alle due guerre mondiali e la natura coloniale delle guerre di Corea e del Vietnam: si tratta dell’attualità della politica estera americana, si tratta di american foreign policy in the making,, ed i suoi scopi sono tenuti nascosti al grande pubblico. Ma anche qui la verità è perfettamente intuibile per l’stablishment statunitense, ed in particolare per la sua intellighenzia, che tale politica estera concorre, nella pratica, a formulare. La vera natura dei bombardamenti aerei strategici della Seconda Guerra Mondiale è di sicuro un tabù negli USA; alcuni libri sull’argomento consentono però di farsene un’idea abbastanza precisa, e potrei citare Wings of Judgement di Ronald Schaeffer del 1985 e A History of Strategic Bombing di Lee Kenneth del 1982. Lo stesso si può dire delle responsabilità statunitensi in America Latina, dove la letteratura in merito è abbondantissima negli Stati Uniti, e per citare solo i più illuminanti vedi Cry of the People. United States Involvement in the Rise of Fascism, Torture, and Murder and the Persecutiont of the Catholic Church in Latin America di Penny Lernoux del 1980, American Neo-Colonialism di William Po_meroy del 1970, An American Company. The Tragedy of United Fruits di Thomas McCann del 1976, Silent Missions di Vernon Walters del 1978, The Morass. United States Intervention in Central America di Richard White del 1984, US Policy Toward Latin America di Harold Molineau del 1986. Una analoga abbondanza si trova sull’argomento CIA e operazioni segrete varie, dove la verità della situazione non è poi tanto fra le righe. Sull’argomento ha scritto anche un importante agente della CIA pentito, Philip Agee, che nel 1975 pubblicò negli Stati Uniti Inside the Company. CIA Diary e poi riparò all’estero. Anche Victor Marchetti, un (ex?) agente della CIA piuttosto noto in Italia, ha scritto delle verità sulla Compagnia; ad esempio, in The CIA and the Cult of Intelligence del 1974 ha scritto a pag. 6 che i Presidenti americani «are always aware of, generally approve of, and often initiate the CIA’s major undertakings» (“sono sempre stati consapevoli e generalmente hanno approvato e in più di un caso addirittura promosso le maggiori imprese della CIA”). I colpi di Stato e gli omicidi politici sono certamente dei major undertakings.

    Il fascino indiscreto della disinformazione

    Non rimane che chiedersi perché Hollywood faccia tanta disinformazione mirata sul proprio paese: chi glielo fa fare, e cosa ci guadagna? La risposta non è difficile, anche se richiede delle premesse, come sempre purtroppo quando si tratta degli Stati Uniti, questi sconosciuti. Si è già accennato all’organizzazione interna degli Stati Uniti, al dominio dell’establishment oligarchico ed alle sue esigenze di prevenzione del dissenso, prevenzione attuata essenzialmente tramite lo stretto controllo del mondo mediale. Hollywood è fuor dl dubbio l’elemento più importante di tale mondo assieme alla carta stampata ed al notiziari televisivi e radiofonici. Ecco che Hollywood deve confezionare prodotti politically and culturally correct, e cioè di regime, proprio come fanno la carta stampata ed i notiziari televisivi e radiofonici americani. Ma la massima importanza di Hollywood è in politica estera. La politica estera americana è elaborata dallo stesso establishment mercantile che comanda nel paese e non fa che proiettare all’estero gli scopi che quello ha all’interno: arricchire sempre più. Per questo la politica estera americana ha sempre seguito, sin dalla fondazione dell’Unione, il seguente unico criterio, o logica di comportamento: mettere a disposizione le sue risorse - diplomatiche e militari - per agevolare le imprese economiche all’estero di quelle entità private americane - società o anche singoli operatori, entrambi membri per definizione dell’establish_ment mercantile - che vi si dedicano. Naturalmente c’è anche l’esigenza della difesa nazionale, ma questa, vista la geografia, è sempre stata del tutto secondaria. In pratica con gli Stati Uniti abbiamo una classe mercantile dalla psicologia speciale che si è completamente impadronita di un paese e che ne adopera i grandi mezzi umani e materiali per ricercare opportunità di arricchimento in tutto il resto del mondo, ovunque le trovi. Si capiscono meglio gli Stati Uniti, nei loro rapporti con gli altri paesi, se li si pensa non alla stregua di un paese fra i tanti, ma come una impresa commerciale privata; privata ma grandissima, con enormi risorse umane e materiali a disposizione; privata ma con un potente esercito mercenario agli ordini, e con nessun tribunale cui dover rendere conto.

    Il vero volto degli USA

    Questo, e niente altro, sono gli Stati Uniti d’America. Ciò si dimostrò sin da subito nelle relazioni estere del paese, e cosi rimase sempre. I mercanti del New England scatenarono la rivolta del 1776 contro la madrepatria inglese quando questa scoprì il suo gioco di voler lasciare alla East India Company di Londra il monopolio del commercio con la Cina. Quindi la neonata federazione combatté la su prima guerra, quella del 1812 sempre contro la Gran Bretagna, con l’obiettivo di scalzarla dai Grandi Laghi canadesi, la zona che forniva quelle pellicce che erano la merce di scambio più ambita dai cinesi, e quindi da John Jacob Astor, il proprietario della American Fur Company. L’intera Conquista del West fu eseguita giusto per raggiungere il Pacifico ed suoi porti, dai quali i grandi mercanti del New England avrebbero potuto commerciare con l’Oriente; anche le Hawaii e le Filippine furono prese allo stesso scopo, così come allo stesso scopo era stata acquistata l’Alaska. Cuba fu presa nel 1898 per garantire lo sfruttamento delle piantagioni di canna da zucchero che vi avevano acquistato alcune multinazionali e alcuni singoli americani. Per analoghi motivi si iniziarono a sovvertire in quegli anni i paesi dell’America Centrale: le multinazionali statunitensi della frutta, fra le quali particolarmente attiva la United Fruits (poi United Brands), volevano procurarsi in loco e praticamente per niente, grandi piantagioni e chiesero al loro governo di Washington di sostituire i governi regolari con altri più condiscendenti. Detto e fatto. Poi vollero che la mano d’opera locale fosse ancora più a buon mercato ed ottennero governi ancora più condiscendenti, formati da dittatori mentecatti alla Anastasio Somoza che per garantire a se stessi e a qualche loro accolito un buon conto in banca a Miami consegnavano la loro popolazione alla macellazione degli statunitensi: infatti ogni tanto si verificavano scioperi nelle piantagioni, e la multinazionale proprietaria mandava marines e green berets a mitragliare i peones con gli elicotteri (proprio così, più e più volte, è capitato nelle piantagioni della United Fruits in Guatemala, e da altre parti; capita ancora, certo, ed i mitragliamenti sono eseguiti dalla Delta Force e dagli Air Commandos dislocati alla Eglin Air Force Base in Florida). Più tardi motivi analoghi portarono alla sovversione dell’America del Sud: con il colpo di Stato in Brasile del 1964, nel giro di due an_ni le multinazionali statunitensi si appropriarono della metà delle industrie brasiliane (una volta in pensione il gen. Do Couto y Silva, amico di Castelo Branco, fu assunto dalla Dow Chemical come direttore della filiale brasiliana); il colpo di Stato in Cile del 1973 fu voluto da un pool di multinazionali statunitensi operanti nel paese, specialmente nel settore del rame; e così via. Stessi scopi e stessi sistemi per la “politica estera” statunitense in altri luoghi del mondo, in pratica ovunque poté: in Africa, nel Medioriente, nel Pacific Market (segnatamente nelle Filippine, in Indonesia, nella Corea del Sud, a Taiwan e in Indocina, dove però alla fine andò male). Il motivo del grande attivismo della politica estera americana, della sua presenza in ogni luogo del mondo, anche il più remoto, il suo intromettersi in ogni bega locale, in ogni controversia, in ogni conflitto anche il più lontano dai propri confini e quindi anche il più assolutamente ininfluente sulla propria “sicurezza nazionale”, è il fatto che tale politica segue gli interessi dei propri imprenditori privati, e questi ultimi vanno dappertutto nel mondo, a rivoltare ogni sasso per vedere se sotto c’è qualcosa da prendere. Tale logica vale per tutti, non solo per gli sprovveduti del Terzo Mondo: gli americani non hanno timori reverenziali né un rispetto particolare per nessuno, tantomeno per gli europei. In Europa gli sconfitti furono mantenuti nel recinto col Piano Marshall, che era la soluzione più economica per mantenerne il controllo, e poi furono spremuti per quanto si poteva: ancora oggi, dopo più di mezzo secolo, Germania e Italia non possono praticamente costruire aerei, né da guerra né civili, perché li devono comprare dalle industrie americane, e lo stesso vale per altri settori “strategici”, mentre ancora non possono esportare certe merci negli States e ne devono di là importare a forza altre. Ancora questi due paesi non hanno il coraggio di presentare alle rispettive popolazioni i veri dati delle loro relazioni economiche con gli Stati Uniti.
    Ancora di più questo vale per il Giappone. Come già accennato, anche le due guerre mondiali furono fatte dagli Stati Uniti per agevolare le loro aziende con interessi all’estero: si doveva impedire la formazione di un Blocco europeo continentale, che sarebbe stato troppo forte militarmente ed avrebbe dominato i mercati internazionali escludendo tutti gli altri, in primis le multinazionali statunitensi; nella Seconda Guerra Mondiale era pressante l’esigenza delle aziende statunitensi di non essere escluse dal mercato della Cina, occupata militarmente dal Giappone nel 1937. Anche la Guerra Fredda con l’URSS del 1945-1989 era, in ultima analisi, fatta solo per le aziende americane con interessi all’estero: la scusa del contenimento del comunismo serviva per controllare e cambiare governi un po’ dappertutto allo scopo di renderli più accondiscendenti con le esigenze delle medesime. In effetti, con la Guerra Fredda l’impero neocoloniale americano raggiunse la massima espansione della sua storia: in quel periodo fu completato l’asservimento dell’America Latina e vi furono aggiunti quelli di mezza Africa, di mezzo Medioriente, dl quasi tutti i paesi del Pacific Market.

    USA cancro del pianeta?

    Non rimane che notare come tale politica estera americana non sia affatto indolore per il mondo. Ci sono sfruttamenti economici, risorse portate via ai legittimi proprietari, che rimangono così impoveriti con tutte le conseguenze del caso. Ad esempio con la vita media più corta, con tanti anni che avrebbero potuto essere vissuti e che invece non lo sono stati perché il paese è drenato dalle aziende statunitensi. Quindi c’è da dire che un governo filo-americano, e cioè filo-multinazionali statunitensi, non nasce spontaneamente in un paese, perché per definizione contrario ai suoi interessi: deve essere creato artificiosamente, influenzando elezioni, corrompendo elementi chiave, provocando colpi di Stato; e spesso per certi periodi deve essere mantenuto a forza con la repressione poliziesca e militare, con gli Squadroni della Morte. Ci sono quindi stragi e ammazzamenti dappertutto, laddove quelli accennati prima per l’America Latina non sono che una frazione (si pensi al colpo di Stato del 1965 in Indonesia, che portò alla sostituzione di Sukarno col più conciliante Suharto e provocò un numero impressionante dl morti: da cinquecentomila a un milione, a seconda delle fonti; ora le stragi sono ancora in corso a Timor, dopo i 700.000 morti del 1976). Questa, e niente altro, è la politica estera statunitense. In parole povere, con l’operato degli Stati Uniti si sta assistendo al tentativo di un paese di soggiogare l’intero mondo ai suoi desideri, che ora sono economici ma che un domani potrebbero ampliarsi, prospettiva ben poco rassicurante. Si tratta di una politica che va a detrimento degli interessi di tutti gli altri e che è anche pericolosa per il mondo, in verità micidiale. Non può essere dichiarata, eseguita alla luce del sole: se la gente la capisse, vi resisterebbe, e portarla avanti sarebbe troppo costoso per gli Stati Uniti, probabilmente impossibile. Ecco che gli Stati Uniti hanno l’esigenza di nascondere tale politica, facendo credere che la loro politica sia realtà un’altra. Questa politica estera finta, facciata, è quella ben nota e ufficiale degli Stati Uniti, che essi dichiarano ad ogni passo ed in ogni occasione: la difesa della democrazia e della libertà nel mondo. Ciò implica di dover eseguire a monte un altro camuffamento, quello sulla vera natura degli Stati Uniti, come società e come storia: chi crederebbe ad una politica estera mirante a difendere democrazia e libertà nel mondo da parte di paese che la democrazia e la libertà non le ha mai viste e che ha una storia come quella cui si è accennato sopra? Bisogna sostenere, invece, che gli Stati Uniti sono una democrazia genuina, pure se con qualche pecca forse nel passato (mai nel presente); che tutti gli americani hanno facile opportunità di raggiungere l’agiatezza; dove i fallimenti dipendono solo da rare e inescusabili debolezze personali; che gli americani sono ingenui e che se fanno qualche errore, magari in politica estera con qualche strage di troppo, lo fanno per stupidità; che la storia americana è un sentiero cosparso di candore e buone intenzioni: una guerra di indipendenza dal tiranno Giorgio III; una guerra nel 1812 contro lo stesso problema; una Conquista del West per fare un po’ di spazio a quei poveri emigranti provenienti dall’Europa; una guerra civile con quasi 500.000 morti fatta solo per ragioni morali, per togliere ad una parte della popolazione un cattivo vizio datogli dalla Corona inglese; una conquista delle Hawaii per portare la civiltà, e idem per le Filippine; una conquista di Cuba per liberarla dal giogo coloniale spagnolo; una intromissione - un po’ pesante, è vero – in America Latina per aiutare quegli sprovveduti a governarsi; due guerre mondiali fatte contro i propri interessi, solo per difendere la democrazia in casa d’altri; qualche centinaio di colpi di stato che purtroppo si dovettero fare a partire dal 1945 per evitare che poveri e buoni popoli cadessero vittime del comunismo; qualche guerra con qualche milione di morti che purtroppo si dovette fare sempre dopo il 1945 per lo stesso motivo; e così via. Ecco creata la ben nota Retorica di Stato americana. Essa è, appunto, ben nota perché è propagandata con straordinari mezzi e intensità in tutto il mondo.
    Il compito non è affidato all’improvvisazione di qualche benintenzionato: c’è un’Agenzia federale apposita, che si occupa statutariamente solo di questo, l’USIA. L’United States Information Agency è stata creata nel 1953 con lo scopo dl «Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America.., e di descrivere l’America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni». In parole povere propaganda, solo propaganda, niente altro che propaganda: l’USIA ha il compito di diffondere all’estero l’immagine che si vuole degli Stati Uniti, proprio quella della Retorica di Stato sopra delineata, all’unico e solo scopo di mascherare la vera politica estera del paese. La sede centrale dell’USIA, che dipende dal Segretario di Stato e cioè dal Ministero degli Esteri, è ora al 301 IV South West Street di Washington ed il suo attuale direttore si chiama Joseph Duffey. E un’Agenzia federale pubblica nell’esistenza, ma segreta nell’operatività, esattamente come la CIA. Attualmente può contare su un budget che si aggira intorno ai 3 bilioni di dollari ed impiega sui 30.000 (trentamila) dipendenti, che gestiscono più di 300 centrali operative in più di cento paesi. L’USIA possiede suoi mezzi di informazione sparsi per il mondo, alcune centinaia tra riviste, giornali, fumetti, case discografiche, emittenti televisive locali, stazioni radio (sua è la VOA, Voice of America) e così via con i media. Il principale, strumento di lavoro dell’USIA è però il controllo del mondo mediale statunitense e dei suoi prodotti, perché questi poi vanno a finire in tutto il mondo, influenzando in modo decisivo l’opinione che all’estero ci si fa degli Stati Uniti.



    - FINE PRIMA PARTE -
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  6. #6
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    Predefinito Scusa, neh ...

    ... che c'entra?

    Per la diffusione della DemonCrazia, tutto questo si può fare.

    E ancor più.
    Hans Von Buleghinen

 

 

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