«Affari con l’Iraq, Putin stia attento»
Il ministro americano Rumsfeld: «Può spaventare gli investitori occidentali»
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Dopo aver redarguito il «pacifismo» della Germania (ribadito ieri anche dal ministro della Difesa, Peter Struck: neanche un soldato tedesco sarà coinvolto nell’«avventura» irachena), l'amministrazione Bush adesso tira le orecchie a un altro alleato importante degli Stati Uniti: la Russia di Vladimir Putin, «colpevole» di intrattenere rapporti economici con l'Iraq di Saddam Hussein.
Ad alzare la voce contro il «nuovo amico» degli Usa è il ministro americano della Difesa Donald Rumsfeld, che nel corso di un convegno di militari a Fort Hood, in Texas, ha aspramente criticato l'accordo commerciale da 40 miliardi di dollari siglato di recente da Mosca con Bagdad.
«Sfoggiare relazioni con Paesi quali Iraq, Libia, Siria, Cuba, Corea del Nord, equivale a lanciare un segnale a tutto il pianeta - ha ammonito Rumsfeld - e cioè che la Russia considera cosa buona l'avere a che fare con Stati terroristi. Così facendo - ha concluso - è come condannarsi a morte da soli».
Fare affari con i Paesi dell'asse del male, mette in guardia il ministro, alienerà irrevocabilmente gli investitori occidentali, soprattutto americani.
Ma il monito è solo apparentemente in chiave economica. Le parole di Rumsfeld tradiscono in realtà la crescente irritazione della Casa Bianca di fronte al rapporto sempre più stretto tra Mosca e il cosiddetto «triangolo dei malvagi».
Dopo i controversi piani di cooperazione siglati da Mosca con Iraq e Iran, un Vladimir Putin deciso a tutti i costi a sollevare le sorti economiche della Russia si accinge ora a incontrare il leader nordcoreano Kim Jong Il, con cui sta per rinsaldare le già strette relazioni commerciali.
E mentre la Nezavisimaja Gazeta ironizza sul fatto che Putin sia ormai «pronto a diventare il leader dell'asse del male», il presidente russo, che non ha esitato a schierarsi con gli Usa nella guerra al terrorismo, adesso non sembra affatto disposto a rinunciare a quei redditizi mercati soltanto perché agli Usa dà fastidio.
Tanto più che la Russia «non è affatto d'accordo con gli Stati Uniti sulla necessità di un cambiamento di regime a Bagdad» e ritiene che un'eventuale offensiva militare americana con questo obiettivo «avrebbe conseguenze negative nel mondo arabo».
Lo ha ribadito, proprio ieri, il viceministro degli Esteri russo Viaceslav Trubnikov, che in un'intervista all'agenzia di stampa russa Itar-Tass ha preso le distanze dall'amministrazione Bush circa l'opportunità di un intervento militare in Iraq, perché «la guerra a Osama Bin Laden e a Saddam Hussein sono due problemi molto diversi».
«Il mio Paese ha condannato senza ambiguità gli atti terroristici dell'11 settembre, confermando il suo ripudio dell'estremismo», ha precisato Trubnikov, secondo cui «non esistono prove concrete di un sostegno di Bagdad agli estremisti di Al Qaeda. Né ci sono prove - ha proseguito - della possibilità che armi biologiche e chimiche irachene siano state fornite a integralisti islamici radicali».
Mentre il dibattito sull'Iraq continua a dominare le prime pagine di Tg e giornali, cresce la polemica per il rifiuto della Casa Bianca di portare il dibattito sull'opportunità di una guerra «davanti al Congresso e ai cittadini». Optando, invece, per una segretezza, giudicata «improponibile dopo la lezione del Vietnam».
In un editoriale, il New York Times chiede a Bush di «scoprire le carte», rendendo pubblici i «presunti documenti segreti dell'intelligence americana dietro cui il presidente si trincera per sostenere la colpevolezza di Saddam Hussein. Come fece a suo tempo il premier inglese Tony Blair con Osama Bin Laden».
E, sempre ieri, nel corso di un'intervista al settimanale francese Le Point , il premier israeliano Ariel Sharon ha affermato che «lo Stato ebraico non sarà il primo a utilizzare armi di distruzione di massa contro l'Iraq». Ma, se attaccato da quest'ultimo, «è certamente pronto a usare l'atomica».
Alessandra Farkas
Esteri




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