Risultati da 1 a 6 di 6
  1. #1
    Ospite

    Predefinito Il padre del liberalismo

    Per Alan Ryan il tratto peculiare di J.S. Mill, che deve essere considerato il massimo pensatore del liberalismo, è da rinvenire nella sua intenzione di produrre una filosofia onnicomprensiva. La sua non fu un'educazione tradizionale, ma una formazione assai vasta, resa possibile dal suo talento. Ryan presenta quindi brevemente le opere più significative. In vita Mill fu al tempo stesso un isolato, perché aspramente osteggiato dai conservatori, ma anche un personaggio assai influente soprattutto rispetto all'orientamento progressista. Ryan illustra quindi i tratti caratteristici del pensiero di Mill, sottolineando in particolare la sua apertura di vedute rispetto ai problemi delle donne e l'importanza del saggio "Sulla libertà". La difesa della libertà sembra a prima vista un'argomentazione sui diritti, ma in realtà si tratta di una posizione utilitaristica, anche se del tutto peculiare , giacché nelle argomentazioni sulla libertà Mill si riferisce all'utilità dell'uomo come essere capace di progredire e per il quale l'individualità è un bene sommo. L'argomento centrale del saggio "Sulla libertà" - che cioè non si ha diritto di interferire con la libertà dell'altro se non per autodifesa - si basa sull'ideale romantico di una società in cui ciascuno possa modellare un suo progetto di vita, così come sulla necessità di salvaguardare l'individuo da coercizioni ed interferenze sociali, anche al fine di evitare il conformismo, per esempio esercitando la libertà di parola. Per Mill l'unica garanzia di buon governo è la democrazia, d'altronde egli vide anche il rischio di tirannia della maggioranza, che propose di contrastare con il sistema proporzionale e con il voto plurimo ai più colti; Mill difese anche il federalismo e la necessità di estendere il governo locale, pur mantenendo una qualche centralità burocratica. Ryan considera quindi le motivazioni che condussero Mill a sostenere la necessità del voto pubblico e non segreto, in segno di responsabilità civica. La sua difesa dei diritti delle donne prendeva le mosse dall'osservazione della condizione femminile del tempo, proponendo per le donne le stesse libertà degli uomini, ma anche supponendo nelle donne talenti sconosciuti che esse avrebbero il diritto di sviluppare, anche se in questo punto Mill fu criticato dalla Taylor. La concezione milliana del socialismo è tipica dell'inizio del XIX secolo: simile alla posizione di Marx è l'idea che il lavoro salariato sia una forma di schiavismo, importante è anche il nesso instaurato tra socialismo ed autogoverno, del tutto diversa dalla posizione marxiana è invece la concezione dello sfruttamento operaio, che Mill ritiene risolvibile attraverso la contrattazione sindacale, la giustizia distributiva e la scelta per il lavoro autonomo. Per concludere, Ryan si riferisce alla dottrina milliana dell'antagonismo delle opinioni, necessaria per impedire la monoliticità del consenso e tuttora di grande attualità.

  2. #2
    Ospite

    Predefinito Gaetano Salvemini

    I MAESTRI DELLA DEMOCRAZIA
    SALVEMINI
    E IL PRIMO MANIFESTO
    DEL LIBERAL SOCIALISMO

    di GIAN LUIGI FALABRINO

    In questo gran parlare che in Italia si fa oggi di liberalismo, liberismo e anti-statalismo, si dimenticano alcuni aspetti, teorici e pratici, del vivere sociale. Innanzi tutto, non c'è parte d'Europa nella quale liberalismo e socialismo, un tempo considerati termini antitetici, non convivano, sia pure in miscele diverse: liberalismo nel metodo democratico "borghese" (come dicono i marxisti puri) e socialismo nel welfare state dei socialisti scandinavi e dei laburisti britannici, prima, di quasi tutti i governi europei, dopo.

    In Italia, la solidarietà ha preso aspetti assistenziali, anche con sperperi per conquistare o mantenere l'elettorato di centro fedele ad alcuni partiti (per esempio, le pensioni fasulle d'invalidità, le pensioni baby ecc.) Da noi, lo Stato è vissuto come una mamma che deve aiutare i suoi figli, non importa se a torto o a ragione: affettuosa, ma senza legge.

    A chi teme il dilagare del modello materno nell'educazione scolastica e, più in generale, nell'intero vivere civile, non dispiacerebbe che si tornasse al modello paterno, razionale e giusto fino alla severità. Ma come l'assistenzialismo non è vera solidarietà, così il rigore non coincide concettualmente con l'equità sociale. Si dimentica poi che la coesistenza della democrazia liberale con il welfare state, e quindi l'ammorbidimento del vecchio contrasto radicale fra liberalismo e marxismo, non è casuale, ma è stato preparato da politici ed economisti, anche in teoria: fra gli italiani, al tempo del fascismo, ne furono propugnatori i fratelli Rosselli con il partito d'azione: non a caso quest'ultimo ebbe per motto "Giustizia e libertà"; in Germania, ci furono gli studi dell'economista Wilhem Ropke, divulgati fra noi nel dopoguerra soprattutto dal gruppo de "Il Mondo".

    Ma gli uni e gli altri ebbero un precursore in Gaetano Salvemini, non soltanto perché fu il maestro politico dei Rosselli, ma anche perché la sua insofferenza verso i socialisti ufficiali, alla fine del secolo, e il meridionalismo lo portarono ai due articoli del 1920 sulla sua rivista "L'Unità", che sono il primo, vero manifesto del liberal-socialismo.

    Salvemini tentò di attuarlo prima col movimento dei combattenti; e lo "consegnò" poi ai giovani che avrebbero costituito "Giustizia e libertà". Tutta l'opera politica di Salvemini è stata liberal-socialista, dapprima implicitamente, da quando - già nel 1900 - benché da qualche anno fosse iscritto al partito socialista, meditava con Arcangelo Ghisleri di fondare un partito democratico, diverso sia dal socialista sia dal partito repubblicano massonico.

    Dopo la Grande Guerra, l'adesione al movimento dei combattenti e l'elezione di Salvemini al Parlamento nelle liste di Rinnovamento, debbono essere visti come il tentativo di fondare un nuovo partito, insieme meridionalista, socialista e liberale: socialista nei fini di giustizia, liberale nel metodo.

    I biografi di Gaetano Salvemini, Massimo L. Salvadori e Gaspare de Caro, presentano tutto il periodo dell' "Unità" salveminiana (la rivista che Salvemini diresse dal dicembre 1911 al dicembre 1920) e l'adesione al movimento dei combattenti sotto la luce esclusiva e negativa del liberismo, e quindi come l'estremo approccio dell'involuzione conservatrice di Salvemini. Anche Giovanni Sabbatucci, autore de I combattenti del primo dopoguerra, definisce antistorico il liberismo che costituiva uno dei punti di convergenza fra la salveminiana "Unità" e la combattentistica "Volontà" di Vincenzo Torraca. Questi giudizi vanno riveduti, perché non tengono conto della particolare natura del "liberismo" salveminiano, supporto metodologico, nel primo dopoguerra, di un rinnovato riformismo.

    In due articoli del 1920, Salvemini condanna sia il socialismo rivoluzionario del tempo, sia il socialismo di Stato o burocratico, "che tende ad asservire il movimento proletario al dispotismo di una classe sociale parassitaria - la burocrazia - infinitamente peggiore della borghesia". Il socialismo nel quale Salvemini credeva ancora era il riformista, il cui ideale e il cui metodo "non hanno ancora esaurito il loro compito nella storia": il movimento sociale ha elevato la dignità del lavoro, ha dato coscienza umana e politica a individui "che erano abbrutiti nel loro isolamento diffidente e servile".

    Metodo liberale (o democratico-borghese, come lo chiama Salvadori) e fede socialista si ritrovano esplicitamente in quei due articoli del 1920. Sull' "Unità" del 19 agosto, Salvemini negava il preteso liberismo della rivista che, accettato come strumento, veniva rifiutato come filosofia politica: "Il nostro movimento, iniziatosi come una reazione alla degenerazione socialista, che andava asservendo un'idea di giustizia universale agli interessi di pochi gruppi previlegiati (gli operai del Nord e le cooperative, n.d.r.) ha dovuto necessariamente richiamarsi, contro tutte le forme di protezionismo e di parassitismo politicante, alle idee della libertà economica. Ma deriva da questo, come necessaria conseguenza, che il nostro movimento debba identificarsi col liberismo economico e col liberismo politico, e che la logica c'imponga di combattere non solo le degenerazioni socialiste, ma lo stesso socialismo?".

    Certo, se per socialismo s'intende la dittatura dell'organizzazione, Salvemini è anti-socialista. Ma se per socialismo si considera il reale movimento dei lavoratori teso a trasformare i rapporti di produzione, allora in questo socialismo egli continua a riporre la sua fede e le sue speranze. Salvemini giunge così alla prima esplicita sintesi liberal-socialista:
    "Noi riteniamo ancora che libertà economica e movimento socialista debbano e possano, almeno in questo periodo di transizione, integrarsi a vicenda e funzionare reciprocamente da correttivo, in modo da impedire che tanto la libertà illimitata dei capitalisti, quando l'azione egoistica di categoria degli operai organizzati possano per vie diverse condurre a previlegi e monopoli d'individui e di gruppi".

    Il 14 ottobre dello stesso anno, Salvemini ritornò sull'argomento, distinguendo nuovamente l'economia socialista, che è un'utopia, dal movimento proletario, "che è il fatto più grandioso della società contemporanea".
    Dichiarandosi avversario "dell'accertamento e dell'intervenzionismo statale, del funzionalismo, di ogni privilegio e di tutti i parassitismi di gruppi, di categorie", egli si trova vicino ai riformisti "per la loro fede nella gradualità del divenire sociale", ma li combatte per la "tendenza a risolvere le questioni economiche con l'opera legislativa e con l'intervento della burocrazia". Poiché ogni nuova forma economica non ha mai distrutto ciò che vi era di utile nelle antiche, egli prevede che l'avvenire vedrà coesistere la piccola proprietà, la piccolissima industria e l'artigianato, accanto alle grandi socializzazioni e nazionalizzazioni. Quanto a sé, Salvemini si dichiara conscio di derivare sia da Smith, "in quanto crea una teoria economica scientificamente sicura", sia da Marx, "in quanto ha costruito una teoria del movimento operaio e della lotta di classe".

    Ma è consapevole dei limiti dell'uno e dell'altro: l'incapacità smithiana di prevedere l'organizzazione del proletariato, l'errore marxiano consistente nella teoria economica del sopralavoro. Nello stesso articolo, mentre - col consueto empirismo - dichiara di non dare eccessiva importanza alle teorie astratte delle diverse scuole socialiste, riafferma la sua fede, la sua adesione ideale al socialismo: "Per quanto possano essere grandi i difetti e i pericoli del movimento proletario e socialista, lo spettacolo di viltà, di cecità, di egoismo, che ci presenta il movimento dei partiti borghesi, è così ripugnante, che nessuna teoria economica scientificamente perfetta, che fosse da essi professata, potrebbe vincere in noi il disgusto per la loro pratica di ogni giorno".

    di GIAN LUIGI FALABRINO

    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

    GAETANO SALVEMINI, Che fare? Postilla, in L'Unità, 19 agosto 1920, in G.S. "Scritti vari", Feltrinelli, 1978, pag. 560 e segg.
    GAETANO SALVEMINI, "Liberalismo e socialismo. Postilla", ne "L'Unità", del 14 ottobre 1920, in G.S.,
    "Scritti vari", Feltrinelli, 1978, pag. 565 e segg.
    GAETANO DE CARO, Salvemini, UTET, 1970
    GIOVANNI SABBATUCCI, I combattenti del primo dopoguerra, Laterza, 1974
    MASSIMO L. SALVADORI, Gaetano Salvemini, Einaudi, 1963
    ANGELO VENTURA, Gaetano Salvemini e il Partito socialista, in "G.S.: tra politica e storia", Laterza, 198

  3. #3
    Ospite

    Predefinito Un grande economista liberale: John Maynard Keynes

    John Maynard (Cambridge, 1883 - Firle Beacon, Sussex, 1946) era figlio di John Neville Keynes, docente di logica e di economia politica presso la prestigiosa Università di Cambridge, uno dei fondatori della British Economic Association e dell'Economic Journal, la più autorevole rivista inglese di economia. Fin da giovane pertanto J.M. Keynes ebbe l'opportunità di frequentare alcuni dei più illustri economisti e matematici inglesi dell'epoca. Laureatosi in matematica a Cambridge nel 1905, lavorò alle dipendenze del ministero per l'India tra il 1906 e il 1908; in quel periodo si perfezionò in economia politica sotto la guida del grande teorico Alfred Marshall, che nel 1908 gli offrì il ruolo di lettore di economia all'università. Nel 1913 pubblicò il suo primo libro, Circolazione monetaria e finanza indiana, nel quale prese in esame il funzionamento del gold exchange standard (il sistema monetario in cui la moneta nazionale può essere convertita in una moneta estera, a sua volta convertibile in oro). Egli fu anche direttore dell'Economic Journal e durante la prima guerra mondiale consulente del Ministero del Tesoro. Terminata la guerra partecipò alla conferenza per la stesura del trattato di pace con la Germania e si battè per cercare di impedire che alla Germania sconfitta fossero imposti debiti eccessivamente onerosi per i danni provocati dalla guerra. Dimessosi dall'incarico a seguito del mancato accoglimento delle sue proposte, nel 1919 illustrò in proposito le proprie analisi nel saggio intitolato Le conseguenze economiche della pace, sostenendo tra l'altro che se la Germania avesse effettivamente pagato le somme imposte, paradossalmente avrebbe potuto addirittura diventare il paese economicamente più forte. Il paese sarebbe stato indotto infatti ad aumentare le proprie esportazioni verso i paesi creditori, rafforzando nel contempo la propria struttura produttiva e con i proventi delle esportazioni avrebbe pagato i debiti di guerra; le economie delle potenze vincitrici viceversa si sarebbero indebolite a seguito di una progressiva riduzione della loro sfera di mercato. Secondo Keynes si sarebbero poi dovute considerare più attentamente le possibili gravi conseguenze delle sanzioni economiche sull'assetto politico della Germania e sulla "tenuta" del regime democratico che si cercava di instaurare in Germania in quel periodo (e fu la storia poi a dargli ragione!).
    L'autore si occupò in seguito di teoria delle probabilità, pubblicando nel 1921 il Trattato della probabilità, opera apprezzata anche dal filosofo e matematico Bertrand Russel. Successivamente concentrò i suoi studi sui fenomeni monetari (inflazione, deflazione) e nell'opera intitolata La riforma monetaria (1923), Keynes affrontò le problematiche relative agli effetti prodotti dalle variazioni del livello generale dei prezzi sulle principali attività economiche (in particolare risparmi, investimenti, attività produttive) e sull'occupazione, contrapponendosi alle teorie che consideravano "neutrali" le variazioni del valore della moneta rispetto all'andamento delle grandezze economiche reali. Tuttavia la sua opera più significativa sulla moneta fu il Trattato sulla moneta, pubblicato nel 1930, in cui l'autore approfondì ulteriormente le relazioni intercorrenti tra investimenti, risparmi e fenomeni monetari.
    Per certi aspetti "rivoluzionaria" fu l'opera intitolata La fine del laissez - faire (1926) in cui Keynes contestava che le crisi economiche si potessero risolvere semplicemente attraverso i meccanismi della concorrenza, grazie alla "mano invisibile" (famosa espressione di Adam Smith) del mercato. E a seguito della crisi dell'economia inglese verificatasi nella seconda metà degli anni venti, caratterizzata da una crescente disoccupazione, le idee e le proccupazioni di Keynes si rivelarono senz'altro fondate. Ma fu soprattutto la "Grande Crisi" che ebbe origine negli Stati Uniti nel 1929 a provocare una più attenta considerazione delle intuizioni di Keynes anche da parte del mondo accademico. Lo stesso Keynes poi rielaborò le sue teorie nell'opera più famosa, la Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, ultimata nel 1936, in cui il grande economista affrontò in maniera sistematica tutte le problematiche fondamentali relative al funzionamento del sistema economico capitalistico.
    Durante la seconda guerra mondiale inoltre Keynes si battè per la realizzazione di un unico sistema monetario e creditizio a livello internazionale, che avrebbe potuto favorire un aumento del volume degli scambi tra i paesi, prevenendo nel contempo possibili cause di conflitto tra gli Stati. Tuttavia nell'ambito della conferenza di Bretton Wood del 1944, organizzata al fine di riordinare i rapporti economici e finanziari internazionali, le sue proposte ebbero scarso successo e furono accolte solo in minima parte.

    Secondo Keynes i soli meccanismi del mercato non sono sufficienti per cercare di ottenere in un sistema economico la piena occupazione dei fattori produttivi e in particolare del fattore lavoro. Se non interviene la politica economica a correggere le disfunzioni, spesso nel sistema capitalista si realizza un equilibrio tra la domanda e l'offerta globali caratterizzato da una sottoccupazione dei fattori. All'origine delle crisi spesso è il sottoconsumo: all'aumentare dei redditi infatti nelle economie avanzate i soggetti economici tendono ad aumentare i consumi in misura meno che proporzionale; viceversa i risparmi aumentano in misura maggiore, senza assicurare necessariamente un aumento degli investimenti produttivi nella stessa misura. Il mercato della moneta infatti non garantisce automaticamente l'uguaglianza tra risparmi e investimenti così come era sostenuto invece dalla teoria tradizionale (si ricordi la legge degli sbocchi di J.B. Say). D'altra parte queste due grandezze non dipendono solo dalle variazioni del tasso di interesse: i risparmi dipendono soprattutto dal livello del reddito e tendono ad aumentare in misura più che proporzionale rispetto all'aumento dei redditi; gli investimenti invece dipendono molto dalle aspettative di profitto degli imprenditori: le imprese pertanto, anche in presenza di bassi tassi d'interesse, non sono indotte ad investire se non hanno soddisfacenti aspettative sui rendimenti futuri. Un basso livello di investimenti inoltre può far aumentare la disoccupazione che a sua volta contribuisce a provocare una diminuzione della domanda di beni di consumo. Si genera quindi spesso una carenza di domanda aggregata complessiva (consumi + investimenti) che provoca le crisi, caratterizzate da una sovrapproduzione (in pratica le imprese non riescono più a collocare sul mercato ciò che producono). Per affrontare in maniera adeguata tali situazioni è necessario l'intervento dello stato attraverso adeguate misure di politica economica e in particolare di politica finanziaria anticongiunturale (incremento delle spese pubbliche, da finanziare anche col ricorso all'indebitamento pubblico e diminuzione del carico fiscale, soprattutto per i soggetti meno abbienti che hanno una maggiore propensione marginale al consumo). Secondo Keynes è necessario quindi abbandonare i principi del laissez - faire che caratterizzavano la teoria economica classica.
    Le tesi sostenute da Keynes contengono inoltre anche forti implicazioni sul piano sociale in quanto gli interventi pubblici volti a favorire un incremento della domanda dei beni di consumo presuppongono che nei sistemi capitalistici il reddito sia distribuito in maniera più equa tra i vari soggetti economici. Una grande concentrazione di reddito nelle mani di pochi d'altra parte provoca un aumento della propensione al risparmio, che potrebbe non essere utilizzato ai fini produttivi (in sostanza si tradurrebbe in un fattore "non occupato"), con conseguente crisi economica derivante da una domanda globale insufficiente.
    Sotto molti aspetti quindi la teoria keynesiana può essere considerata "rivoluzionaria" rispetto alla teoria economica tradizionale (classica e neoclassica).

  4. #4
    Ospite

    Predefinito Franklin Delano Roosevelt

    Presidente degli Stati Uniti d'America per quattro volte consecutive, Roosevelt dovette affrontare, durante il suo Governo, i difficili anni che seguirono la crisi economica mondiale del 1929 ed i grandi problemi conseguenti alla Seconda Guerra Mondiale. Nato in Hyde Park, Stato di New York, il 30 gennaio del 1882, Roosevelt apparteneva ad una famiglia di proprietari terrieri. Fece il corso secondario nella Scuola di Groton, e dopo entrò in Harward, dove fu discepolo del filosofo William James e si laureò in Scienze Umane. Studiò diritto nella Columbia Law School, ma non arrivò a laurearsi, anche se fu invitato più volte ad esercitare l'avvocatura. Circa nel 1900 comincò a mostrare affinità con il Movimento Progressista, che esprimeva l'insoddisfazione della classe media in vista del crescente potere del grande capitale. Nel 1910 entrò in politica come Senatore di New York per il distretto che comprendeva i contadi di Dutchess, Columbia e Putnam. Durante il suo mandato difese l'elezione diretta dei senatori della Repubblica, appoggiò il movimento per stabilire elezioni primarie nella scelta dei candidati e si unì alla campagna per il voto delle donne. Votò progetti di legge che limitavano le ore lavorative e partecipò ai tentativi di abolizione del lavoro infantile. Difese la conservazione dei ricorsi naturali e l'instaurazione di restrizioni all'uso della terra. Sconfiggendo Herbert Hoover nelle elezioni presidenziali del 1932, Roosevelt assumì la Presidenza in un momento in cui il paese affrontava la sua maggior crisi in tempo di pace, e che era ancora un prolungamento della grande depressione iniziata nel 1929 con il crack della borsa di New York. Il suo programma di governo, centrato nel New Deal (nuovo accordo), si caratterizzava per l'intervento dello stato nella economia. Oltre a ciò, subito dopo aver assunto la presidenza, riconobbe l'Unione Sovietica. Rieletto nel 1936, non volle involvere gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, ma dichiarò guerra al Giappone nel 1941 in seguito all'attacco di Pearl Harbour. Fu uno dei massimi responsabili della vittoria degli alleati.. Morì nel 1945.










  5. #5
    Naufrago
    Data Registrazione
    24 Mar 2002
    Messaggi
    258
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Bravi tutti...
    Mancano Ermesto Rossi, Calogero e Capitini e poi c'e' una ottima panoramica sui liberali di sinistra...

    Saluti,
    A.

  6. #6
    agaragar
    Ospite

    Predefinito Re: Franklin Delano Roosevelt

    Originally posted by gdr
    Presidente degli Stati Uniti d'America per quattro volte consecutive, Roosevelt dovette affrontare, durante il suo Governo, i difficili anni che seguirono la crisi economica mondiale del 1929 ed i grandi problemi connessi alla Seconda Guerra Mondiale. Nato in Hyde Park, Stato di New York, il 30 gennaio del 1882, Roosevelt apparteneva ad una famiglia di proprietari terrieri. Fece il corso secondario nella Scuola di Groton, e dopo entrò in Harward, dove fu discepolo del filosofo William James e si laureò in Scienze Umane. Studiò diritto nella Columbia Law School, ma non arrivò a laurearsi, anche se fu invitato più volte ad esercitare l'avvocatura. Circa nel 1900 comincò a mostrare affinità con il Movimento Progressista, che esprimeva l'insoddisfazione della classe media in vista del crescente potere del grande capitale. Nel 1910 entrò in politica come Senatore di New York per il distretto che comprendeva i contadi di Dutchess, Columbia e Putnam. Durante il suo mandato difese l'elezione diretta dei senatori della Repubblica, appoggiò il movimento per stabilire elezioni primarie nella scelta dei candidati e si unì alla campagna per il voto delle donne. Votò progetti di legge che limitavano le ore lavorative e partecipò ai tentativi di abolizione del lavoro infantile. Difese la conservazione delle risorse naturali e l'instaurazione di restrizioni all'uso della terra. Sconfiggendo Herbert Hoover nelle elezioni presidenziali del 1932, Roosevelt assunse la Presidenza in un momento in cui il paese affrontava la grande depressione iniziata nel 1929 con il crack della borsa di New York. Il suo programma di governo, denominato New Deal (nuovo accordo), si caratterizzava per l'intervento dello stato nella economia. Oltre a ciò, subito dopo aver assunto la presidenza, riconobbe l'Unione Sovietica. Rieletto nel 1936, non volle coinvolgere immediatamentegli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, ma ricevette la dichiarazione di guerra dal Giappone nel 1941 pochi minuti prima dell'attacco di Pearl Harbour. Fu uno dei massimi artefici della vittoria degli alleati.. Morì nel 1945.
    ...il "suo" vicepresidente truman stravolse completamente la sua politica,che fu invece ripresa dai "repubblicani" Eisenhower e Nixon,che riconobbe la cina popolare come Roosevelt fece con l'urss.

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 56
    Ultimo Messaggio: 20-11-11, 18:18
  2. Il nemico è a sinistra. Tra i liberali
    Di Florian nel forum Destra Radicale
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 26-08-09, 10:21
  3. Il nemico è a sinistra. Tra i liberali
    Di Florian nel forum Conservatorismo
    Risposte: 12
    Ultimo Messaggio: 25-08-09, 22:25
  4. Ma i liberali di sinistra?
    Di Venom nel forum Centrosinistra Italiano
    Risposte: 21
    Ultimo Messaggio: 17-04-07, 18:32

Chi Ha Letto Questa Discussione negli Ultimi 365 Giorni: 0

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito