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  1. #1
    Ospite

    ... ancora disquisizioni sui "Fedeli d'Amore"...

    Francesco da Barberino
    Il nome dell'autore dei Documenti d'amore (1310) e del Reggimento e costume di donna (1318-20), nato in Toscana, a Barberino Val d'Elsa, nel 1267 e morto di peste a Firenze nel 1348, è stato proposto da Carrai 1999. Lo studioso fa notare che Francesco da Barberino è l'intellettuale di metà secolo che risponde meglio "ai requisiti dell'anzianità, della nascita toscana e della reputazione di esperto circa la figura di Amore", nonché "il letterato fiorentino di maggior prestigio" tra la morte di Dante e il 1348 (p. 74). I principali sostegni a favore della candidatura del Barberino sono, da un lato, il fatto che l'aver scritto i Documenti (testo, in qualche modo, a monte del poema petrarchesco) conferisce al poeta quell'esperienza in materia erotica che contraddistingue la guida dei Triumphi, dall'altro, la coincidenza della sua morte con quella di Laura, circostanza che dovette renderlo agli occhi di Petrarca "il più adatto ad impersonare il ruolo di guida in una visione concepita all'indomani di quella luttosa vicenda" (p. 78). Anche se non si ha notizia di una conoscenza personale tra i due poeti, Carrai ritiene che Petrarca abbia potuto incontrare l'autore dei Documenti "in tenera età, fra il 1312 e il 1313, quando entrambi dimoravano in Provenza e sia ser Petracco sia il Barberino, esuli fiorentini, frequentavano l'ambiente della curia avignonese" (p.75).

    ^^L’Officiolum ritrovato di Francesco da Barberino
    La prossima vendita di Libri e Autografi della Christie’s Italia (Roma, 5 dicembre) offrirà una straordinaria scoperta: l’Officiolum di Francesco da Barberino.

    A lungo ritenuto perduto ed ora ritrovato, l'Officiolium è un magnifico libro d'ore con ben 70 pagine miniate, realizzato a Padova circa nel 1305-08 stando all’attribuzione di Kay Sutton. ^^

    n.d.r. notizia pescata in rete (manca la data) pessima abitudine di che scrive e non cita le fonti e la data.

    I Documenti d’Amore di Francesco da Barberino secondo i manoscritti originali (a cura di Francesco Egidi) - edizione anastatica dei 4 volumi volumi editi nel 1905 (1° vol.), 1912 (2° vol.), 1913 (3° vol.), 1927 (4° vol.) dalla Società Filologica Romana (collana Documenti di storia letteraria) - Esaurito




    ...se memoria non mi inganna, quel disegnino sul libro l'ho già visto su un trattato di Valli sul Barberino...


    ...continua...

  2. #2
    Ospite

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    ...



    Allora, facciamo il punto della situazione:

    1^ Francesco da Barberino, sembra essere il "Grande Vecchio" dei Fedeli di Amore.

    2^ Quando il fedeli di Amore parlano di Donna,
    parlano della loro Setta, ed ad un livello più alto, della Sapienza Santa.Che poi, tali donne, fossero realmente esistite, ed avrebbero flirtato con i nostri uomini d'arme, sono fatti irrisori, e contingenti ad una mera scopata o ad una storia d'amore;

    3^ Firenze trabboccava di Catari...Fedeli di Amore che si incontrano con i Catari...nella stessa città ed altrove...perchè no?

    4^ Cavalcanti "l'estremista ghibbellino di destra" si rompe le palle di un eccessivo guelfismo della setta.Và a Tolosa, rompe gli indugi e si fà Cataro;

    5^ Dante và a Parigi ad aggiustare delle faccende...quali? Con i Templari?

    6^ Alcuni templari, nauseati dalla bestialità delle truppe di Roma, si fanno Catari e difendono Montsegure fino al "Martirio".Cosa può spingere un Cavaliere di Cristo a difendere Montsegure? Cosa hanno visto in quel castello?

    7^ i fedeli di amore spariscono dalla scena, o meglio, si inabissano come un fiuma carsico...divenendo "invisibili"...

    8^ Si presume dal fregio di una moneta che Dante fosse cavaliere Kadosh...

    9^ il cerchio si chiude...anzi la quadratura del cerchio, si chiude...

    Sotto a chi tocca....

    n.d.r.

    F.S.K.I.P.F.T.: Lettere incise sul rovescio di due medaglie conservate presso l’Historische Museum di Vienna, su una delle quali è raffigurato Dante Alighieri, e sull’altra Pietro da Pisa. Secondo il Guenon la loro esatta interpretazione sarebbe: "Fidei Sanctae Kadosh Imperialis Principatus Frater Templarius", il che convaliderebbe la tesi secondo cui Dante sarebbe stato uno degli esponenti più elevati della "Santa Fede", un’associazione che era una specie di terz’ordine di filiazione templare. Gli esponenti più insigni di tale istituzione portarono il titolo di Cavaliere Kadosh (v.), tuttora conservato negli alti gradi massonici, in particolare nel 30° Grado del R.S.A.& A (v.), dov’è definito Grande Eletto Cavaliere Kadosh


  3. #3
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    In Piazza Navona, luogo di per se tra i più magici ed esoterici del mondo, non è difficile trovare al numero 114 il Palazzo Massimo Lancellotti.
    Lì, nella sede italiana della più nota casa d'aste del mondo, nel pomeriggio del 5 dicembre 2003, un amante di libri antichi e misteriosi avrebbe potuto sedere in disparte nello splendido salone centrale ed assistere alla vendita del più antico manoscritto miniato italiano finora conosciuto, il Libro d'Ore (un piccolo libretto di canti liturgici) appartenuto a Francesco Barberino.
    Il libro costituisce anche una prova inconfutabile della stretta amicizia tra Dante e il Barberino: i versi che descrivono il Limbo e certe zone dell’Inferno nella Divina Commedia sembrano richiamarsi esplicitamente alle immagini miniate in questo libro.
    Immagini che risentono molto dell’ispirazione iconografica di Giotto, il quale proprio nel 1308 a Padova ultimava gli affreschi nella Cappella degli Scrovegni.

    Sebbene non sia difficile trovare in rete la notizia della messa all'asta del preziosissimo reperto, si farà assai fatica a trovarvi la notizia relativa alla sua vendita.
    Non è difficile immaginare il perché: probabilmente i fondi a disposizione della Regione Lazio e della Soprintendenza per i Beni librari del Lazio (che avrebbero avuto diritto di prelazione sull'acquisto) non c'erano e il libro è andato a qualche acquirente privato e riservato.


    Il lotto 404 partiva da una base d'asta di 500.000 ma l'importanza storica, artistica e esoterica dell'oggetto ha spinto più di un partecipante ad andare oltre ai limiti di spesa prefissati.
    E così il misterioso acquirente, dal fondo del salone, ha dovuto alzare leggermente il suo elegante bastone da passeggio per dodici volte di più di quanto avesse previsto e alla fine firmare un assegno di ben 930.350 euro.
    Avrà tuttavia il piacere di ammirare le pagine, piccole ma splendidamente miniate, del libro che forse ebbero in mano anche l'Alighieri e il Petrarca.
    O anche cercare i segni di un sapere arcano e iniziatico che solo il diretto contatto con l'opera originale può trasmettere.









  4. #4
    Ospite

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    Caro Professore
    Evito di fare "mielose sviolinate", ma credo che Lei deve essere una persona straordinaria.Dall'intelligenza molto lucida, e di quella semplicità che è vera grandezza.
    Amico è una parola che uso raramente, perchè non credo nell'amicizia telematica o del web.
    Purtuttavia, ci sono alcuni forumisti con cui condivido delle "affinità elettive", tra cui Lei.
    Con stima
    Antonio

  5. #5
    Sospeso/a
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    Devo supporre che il Geom. Antonio non abbia visto il mio obbrobrioso post in cui lo definisco - anche se indirettamente - "uomo pistola"
    (http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=147838) sennò magari era un po' meno mieloso...

    Tornando comunque al tema di Francesco da Barberino, per chi non lo avesse notato, questa immagine del "Libro d'Ore" di potrebbe anche avere le caratteristiche di un OOPART, Out Of Place Artifact, o oggetto "anacronistico".


    Questo quadretto si trova sopra una rappresentazione della kòimesis, la "Dormitio Virginis": l'immagine di Cristo che assiste la madre morente (sono infatti soprattutto i Vangeli Apocrifi la fonte delle illustrazioni del libro).
    Descrive una eclisse solare, dove la luna oscura la Terra frapponendosi tra essa e il sole: e la terra è raffigurata rotonda e sferica almeno duecento anni prima che si affermasse la teoria di Copernico.
    Un mistero in più, un altro segno che forse il libro nasconde davvero una conoscenza che va oltre gli aspetti storici e artistici.

  6. #6
    Ospite

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    In Origine Postato da pcosta
    Devo supporre che il Geom. Antonio non abbia visto il mio obbrobrioso post in cui lo definisco - anche se indirettamente - "uomo pistola"
    (http://www.politicaonline.net/forum/...hreadid=147838) sennò magari era un po' meno mieloso...


    Oltre ad essere un 3d simpaticissimo, la "donna cannone" è la mia melodia preferita, oltre che Francesco De Gregori è il mio poeta preferito (schivo è pragmatico, tagliente ed intelligente);
    Come vede, le "affinità elettive" si ripropongono.

  7. #7
    Ospite

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    IL LEONE DI GUIDO DI MONTFORT

    AUTORE: M. Giuliani

    Parlare di araldica appare sempre difficile per chi non sia appena un poco addentro alla materia. Proprio per questo motivo, spero che queste note possano aiutare a capire meglio cosa sia stata l'araldica al tempo in cui veniva usata. L'araldica era un linguaggio figurato e simbolico, fatto di colori, simboli, ognuno dei quali stava a significare cose ben precise: un nome, un gruppo familiare, l'appartenenza politica a una parte e via discorrendo. Così di frequente, nell'Italia medievale, adottare l'aquila come simbolo di fedeltà all'Impero e alla casa di Svevia, come i guelfi, avversari dell'Impero e favorevoli alla casa d'Angiò, usarono i gigli d'oro in campo azzurro come pezza araldica da portare sul capo del loro scudo.
    L'araldica dei vari gruppi familiari, che abitavano le città italiane, aveva naturalmente una grandissima varietà, anche se certe costanti sono riscontrabili nei vari stemmari cittadini.
    L'attribuzione di uno stemma non era cosa che si potesse fare a proprio gusto e piacere: spesso si adottava lo stemma della propria parrocchia, del gruppo familiare cui si era legati o di cui si era clienti. Altre volte lo stemma veniva concesso da una qualche autorità, in quel caso poteva avvenire una sorta di contaminazione tra il simbolo di quell'autorità e i colori dello scudo originario.
    Niente di meglio di un esempio storico per spiegare al meglio queste affermazioni.
    Nel marzo del 1270, a Firenze, ser Jean de Britaud, cavaliere francese detto dai fiorentini Giambertaldo, lasciò il posto di vicario generale a Guido di Montfort. Costui, che ebbe una parte notevole nella storia fiorentina, era figlio di Simone di Montfort, già duca di Leicester. Nella storia inglese "The Murder of Evesham" ha un nome sinistro e proprio sui campi di Evesham, nel 1265, Guido di Montfort, fu presente alla battaglia che vide suo padre morire sconfitto e, fattosi adulto, riparò in Francia alla corte di Carlo d'Angiò.
    Nel 1270 Guido di Montfort diventò così vicario generale di Carlo d'Angiò a Firenze, come stemma Guido portava uno scudo rosso con sopra un leone rampante bianco - in linguaggio araldico: di rosso al leone d'argento. Per chi volesse avere un'idea più precisa del soggetto in questione esiste una ottima illustrazione dalla matita e dal pennello di Angus Mc Bride, pubblicata nel volume Osprey French medieval Armies.
    Una volta a Firenze, il nostro assunse il comando delle truppe della Lega Guelfa, una sorta di alleanza militare intraregionale, composta da soldati a cavallo pagati da Carlo d'Angiò, da Firenze e, in quote differenziate a seconda dell'importanza, da varie altre città della Toscana e dell'Italia centrale. Alla testa di queste truppe, integrate da contingenti fiorentini e orvietani, Guido mosse insieme a Berardo di Raiano, podestà di Firenze contro i centri di resistenza ghibellini in Toscana. L'11 maggio 1270 muovevano contro il Valdarno di Sopra, a Piantravigne dei Pazzi, dove fu distrutto il castello di Ristruccioli dei Pazzi, "ch'era molto forte", secondo il cronista Giovanni Villani. L'oste reduce da Ristruccioli con Guido di Montfort devastò poi la zona di Poggibonsi, dove era un presidio di cavalieri tedeschi e ghibellini che furono sconfitti con la conseguente distruzione del paese.
    Seguitando a parlare del personaggio, che ebbe una vita incredibilmente avventurosa, il 10 agosto 1270, a Viterbo, Guido di Montfort sposò Margherita di Aldobrandino di Pitigliano, detto il Conte Rosso. Costui era un feudatario potente nelle maremme a sud di Siena, tra il monte Amiata e il mare, fino al confine con il Lazio odierno. Sua figlia Margherita appare nelle cronache del tempo quasi una sorta di Messalina, ma la storia di Guido continua e l'anno dopo il matrimonio, il 13 marzo 1271, sempre a Viterbo, il nostro cavaliere compie la vendetta della sua stirpe massacrata sui campi di Evesham.
    Nella chiesa di San Silvestro, vicino all'altare Guido di Montfort aggredì e uccisa Enrico di Inghilterra; suoi complici nell'assassinio furono il fratel suo Simone e il conte Ildebrandino di Pitigliano, insieme a 300 soldati a cavallo, probabilmente stipendiati dalla lega Guelfa.
    Dopo il delitto Guido si rifugiò poi a Montagnoso, castello posto vicino a Montaione in Val d'Evola, qui ospitato da Stoldo Giacoppi dei Rossi, fiorentino irrequieto al quale il cavaliere anglo-francese, in segno di gratitudine, concesse di portare le sue insegne sullo scudo: il leone bianco in campo rosso.
    Lo stemma dei Rossi di Firenze era, com'é facile immaginare, tutto dipinto di rosso. Stoldo inquartò l'insegna del Montfort nel suo stemma e da allora i suoi discendenti portarono a Firenze lo stemma rosso con un leone bianco.

  8. #8
    Ospite

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    A ovest nord-ovest di Marsiglia, sul Golfo del Leone, si stende l'antica provincia della Linguadoca i cui abitanti, nel 1208, vennero ammoniti da papa Innocenzo III° per la loro condotta poco cristiana. L'anno successivo, un esercito papale di 30.000 soldati al comando di Simone di Montfort calò sulla regione. Portavano ingannevolmente sul petto la croce rossa dei Crociati in Terra Santa, ma il loro scopo era ben diverso. In realtà erano stati mandati a sterminare la setta ascetica dei catari (i Puri), che risiedevano il Linguadoca e che, secondo il Papa e Filippo II° di Francia, erano eretici. Il massacro, durato 35 anni, costò decine di migliaia di vite umane e culminò con l'orrendo eccidio al seminario di Montségur, dove oltre 200 ostaggi furono bruciati sul rogo nel 1244. In termini religiosi la dottrina dei catari era essenzialmente gnostica: erano persone dotate di grande spiritualità e credevano che lo spirito fosse puro, ma che la materia fisica fosse contaminata. Sebbene le loro convinzioni fossero poco ortodosse, il timore del papa in realtà era causato da qualcosa di molto più minaccioso. Si diceva che i catari fossero i custodi di un grande e sacro tesoro, associato ad un'antica e fantastica conoscenza. La regione della Linguadoca corrispondeva sostanzialmente a quello che era stato il regno ebraico di Septimania nell'VIII° secolo, sotto il merovingio Guglielmo de Gellone. Tutta la zona della Linguadoca e della Provenza era impregnata delle antiche tradizioni di Lazzaro (Simone Zelota) e di Maria Maddalena e gli abitanti consideravano Maria la "Madre del Graal" del vero cristianesimo occidentale. Ai pari dei Templari, i catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l'uguaglianza dei sessi. Nondimeno, furono condannati e brutalmente soppressi dall'Inquisizione cattolica (istituita ufficialmente nel 1233) e accusati di ogni sorta di empietà. Contrariamente alle accuse, i testimoni chiamati a deporre parlavano soltanto della "Chiesa dell'Amore" dei catari e della loro tenace devozione a Gesù. Credevano in Dio e nello Spirito Santo e gestivano una società modello con il proprio sistema assistenziale di scuole e ospedali. I catari non erano eretici, ma semplicemente anticonformisti; predicavano senza autorizzazione e non avevano bisogno di preti, né delle chiese riccamente decorate dei loro vicini cattolici. San Bernardo aveva detto: "Nessun sermone è più cristiano dei loro e la loro morale è pura". Tuttavia l'esercito papale venne, sotto le mentite spoglie di una santa missione, a estirpare la loro comunità dalla regione. L'editto di annientamento si riferiva non soltanto ai catari stessi, ma a tutti i loro sostenitori, che comprendevano quasi tutti gli abitanti della Linguadoca. Per dare maggiore peso alla Santa Inquisizione, i cittadini della regione furono accusati da monaci domenicani di dedicarsi a pratiche sessuali contro natura. Questa accusa ha portato successivamente a ogni tipo di congetture sulla natura di tali perversioni ma di fatto gli abitanti catari della Linguadoca praticavano semplicemente il controllo delle nascite. Come livello di apprendimento e di educazione, i catari erano tra i più colti nell'Europa di quel periodo, permettendo uguale accesso all'istruzione ai ragazzi e alle ragazze. Di tutti i culti religiosi nati in epoca medievale, il catarismo era il meno minaccioso, ma la tradizione sviluppata in Provenza, già dal I° secolo, sulla storia dei discendenti di Gesù alla Chiesa romana non piaceva. Al pari dei Templari i catari non volevano assolutamente sostenere la tesi che Gesù fosse morto sulla croce. Si riteneva così che possedessero sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente la storia della crocifissione. C'era soltanto una soluzione per un regime disperato che aveva paura di perdere credibilità. Dalla Chiesa di Roma fu impartito un ordine: "Uccideteli tutti".


    CONCLUSIONI
    Tutta la zona della Linguadoca e della Provenza in cui si sviluppò il movimento cataro era impregnata delle antiche tradizioni di Lazzaro (Simone Zelota) e di Maria Maddalena e gli abitanti consideravano Maria la "Madre del Graal" del vero cristianesimo occidentale. Ai pari dei Templari, i catari erano apertamente tolleranti verso la cultura ebraica e musulmana e sostenevano anche l'uguaglianza dei sessi. Di tutti i culti religiosi nati in epoca medievale, il catarismo era il meno minaccioso, ma la tradizione sviluppata in Provenza, già dal I° secolo, sulla storia dei discendenti di Gesù alla Chiesa romana non piaceva. Al pari dei Templari i catari non volevano assolutamente sostenere la tesi che Gesù fosse morto sulla croce. Si riteneva così che possedessero sufficienti informazioni attendibili per smentire clamorosamente la storia della crocifissione. I Catari furono condannati e brutalmente soppressi dall'Inquisizione cattolica (istituita ufficialmente nel 1233) e accusati di ogni sorta di empietà. Il massacro, durato 35 anni, costò decine di migliaia di vite umane e culminò con l'orrendo eccidio al seminario di Montségur, dove oltre 200 ostaggi furono bruciati sul rogo nel 1244.

  9. #9
    Ospite

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    Simone di Montfort

  10. #10
    Ospite

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    La Linguadoca Rossiglione è servita da tre autostrade:

    La A61 collega Tolosa a Narbonne, dove si congiunge con la A9.
    La A75 collega Parigi via Clermont-Ferrand con Lodève, ci sono due raccordi che vi permettono di raggiungere Montpellier o Béziers percorrendo le strade nazionali.
    La A9 (la “Languedocienne”) collega la Spagna con la valle del Rodano e serve tutte le cittadine della costa.

    L’organizzazione che gestisce queste autostrade è la ASF (Autostrade del Sud della Francia). Il suo sito web fornisce informazioni sulle condizioni del traffico.

 

 
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