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  1. #1
    Le fondamenta di POL
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    Predefinito L'opinione di Sergio Romano sul "legittimo sospetto"

    Negli anni scorsi la magistratura ha assunto un ruolo politico che va ridimensionato

    Pubblicato su Panorama 22 agosto 2002, n.34
    (…)
    "Approfondiamo il tema da un punto di vista politico e istituzionale. Negli ultimi 10 anni la magistratura inquirente di alcune procure, e in particolare quella milanese, ha assunto una funzione obiettivamente politica. I procuratori hanno dato interviste, scritto libri e articoli, pronunciato discorsi clamorosi, condizionato con il loro veto i lavori del Parlamento e manovrato con straordinaria discrezionalità lo strumento della obbligatorietà dell'azione penale. Il Consiglio superiore della magistratura, vale a dire l'organo da cui era lecito attendersi che alcune di queste iniziative venissero redarguite e sanzionate, le ha di fatto condonate e approvate.

    Grazie a questa anomalia il rapporto tra i maggiori poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario) si è fortemente alterato a vantaggio del terzo. Molti esponenti del centrosinistra ne sono consapevoli, ma nel loro campo, quando erano al governo, ha prevalso la tesi che i procuratori stavano colpendo principalmente gli avversari e che era meglio lasciarli fare.

    Tocca al centrodestra, quindi, raddrizzare i rapporti fra i poteri dello Stato, ed è questo, tra gli altri, l'obiettivo della riforma preparata dal guardasigilli. Ma il governo, contemporaneamente, ha deciso di presentare in Parlamento alcune specifiche leggi in materia di falso in bilancio, rogatorie e legittimo sospetto. Le prime due colpiscono gli strumenti di cui le procure si sono maggiormente servite, la seconda tende a ridurre il ruolo e l'influenza della procura milanese.

    Nessuna di queste tre leggi è liberticida e due di esse (quella sulle rogatorie e sul legittimo sospetto) potrebbero addirittura definirsi "garantiste". Ma il governo non sembra avere sufficientemente calcolato il fatto che l'opposizione, una larga parte della pubblica opinione e la stampa internazionale avrebbero visto in queste iniziative un obiettivo specifico: proteggere il presidente del Consiglio e alcuni suoi amici dai processi in cui sono coinvolti. A me sembra che il danno politico derivante da queste leggi sia notevolmente superiore ai vantaggi giuridici che gli interessati ne ricaveranno".


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  2. #2
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    Questo scriveva in febbraio Barbara Spinelli...

    Analisi a cura di Barbara Spinelli


    Il tabù della corruzione

    17 febbraio 2002

    Dieci anni sono ormai passati dall’inizio di Mani Pulite - un oscuro pubblico ministero di nome Antonio Di Pietro ricevette il 17 febbraio 1992 le confessioni di un oscuro arrestato, Mario Chiesa - e l’operazione che trasformò l’Italia dopo la caduta del muro di Berlino è rievocata nelle più parziali e singolari maniere. C’è chi parla di rivoluzione dei giudici, e chi di complotto interno o internazionale. C’è chi addita i servizi segreti, e chi denuncia i procedimenti di un partito comunista non ancora riformato, deciso a prendere il potere per via giudiziaria. Man mano che passano gli anni, infine, gli animi sono tutti intenti a cercare il presunto senso finale dell’evento, la sua presunta veritiera sostanza.

    Sostanza che viene così descritta: un bel giorno i giudici si svegliarono, liquidarono l’intera classe governante che aveva amministrato la Prima Repubblica, e divennero i supplenti dei politici. Mani Pulite e Tangentopoli sarebbero partiti come un treno, che da una città va diritto verso quella che è la destinazione effettiva: lo scontro giustizia-politica e il letale conflitto tra poteri dello Stato, unico vero male che affliggerebbe l'Italia. L’attenzione si concentra tutta su questo approdo, frutto di un inaugurale assalto al Palazzo d’Inverno che fece tracimare la magistratura. Il capolinea cui sembra esser giunto il convoglio giudiziario viene scambiato per l’essenza stessa del convoglio. Lo scopo attribuito ai giudici si confonde con la causa che li mosse, al punto di inghiottire quest'ultima se non vanificarla.

    E’ precisamente questo che colpisce, e che rende singolare la stoffa di cui è fatta la nostra memoria: la mescolanza disordinata fra motivo reale e movente congetturato, la confusione tra quella che fu la sostanza delle cose e quella che sembrò divenirlo a misura che il treno avanzava. Un intrico che è stato accentuato dallo straordinario proliferare di racconti fiabeschi, e che ha permesso questa visione ferroviaria, dotata di un inizio e una fine, di Mani Pulite e Tangentopoli. La coltre mitologica ha così coperto quel che di essenziale veniva disvelato dai pubblici ministeri: la corruzione, come tratto distintivo della società italiana e di molte democrazie industriali che nella guerra fredda erano rimaste immobili. Il disfacimento e la suppurazione di una classe dirigente nella quale gli attori della politica e dell'economia intrattenevano un rapporto di ricatti reciproci costosissimi per il cittadino.

    Di questa degenerazione morale non si fa praticamente più parola, e l’ingiustizia è sempre solo imputata al metodo adottato per scoperchiare le verità. E’ questa ingiustizia che viene messa al centro dell’attenzione, che induce a schierarsi da una parte o dall’altra. Questa sarebbe l’essenza del decennio, e la corruzione da malattia reale si tramuta in affare nominalistico: la pronunci, e subito la memoria la cancella. E’ pura espressione verbale, flatus vocis senza storia, senza peso: a ben vedere non è mai esistita, e se è esistita non valeva tutto questo sdegno, tutto questo viaggio che dal ‘92 conduce diritto alla destabilizzazione di una democrazia occidentale.
    Chiunque segua le rievocazioni di questi giorni se ne sarà reso conto: il male non è più la corruzione, e quando funzionano, i riflettori illuminano solo i politici corrotti, rievocati come tasselli di una tentacolare partitocrazia. La figura del corruttore, e cioè dell’imprenditore che compra favori o servizi o silenzio dalla classe dei governanti, è completamente scomparsa, se non come evocazione di alcuni suicidi enigmatici.

    A questo servono i tanti racconti mitologici su Mani Pulite: sui giudici che sarebbero stati infiltrati dai comunisti degradandosi a toghe rosse, sull’eversione giudiziaria che avrebbe risparmiato il Pci-Pds per abbattere i partiti cui era stata affidata la difesa della libertà nella guerra fredda, sui risvolti politici dell’operazione. Quel che i miti coprono è la responsabilità della società civile e della sua classe dirigente in senso lato: è la tendenza diffusa a colpevolizzare i politici, scagionando gli imprenditori più spregiudicati che con i politici patteggiarono immoralmente. Un’indulgenza ramificata, di cui Berlusconi ha profittato più di ogni altro e che è stata pagata da tanti magistrati volonterosi.
    Con questo non si vuol dire che a Milano fu solo giustizia. Il fatto che i comunisti siano stati risparmiati certamente non è giustizia, e che essi non debbano render conto delle complicità finanziarie con i nemici sovietici della democrazia lo è ancor meno. Non è neppure giusto che siano stati demonizzati i partiti - tutti i partiti, a cominciare dalla Dc e da Craxi - che hanno pur difeso l’Occidente contro il comunismo reale. Senza Prima Repubblica non sarebbe stato gradevole né tollerabile, vivere in Italia e lavorare per essa. Ma a beneficiare di Mani Pulite sono state in un primo tempo le sinistre come le destre, e al momento attuale il gran vincitore non è la sinistra e neppure la destra onesta, bensì la persona di Berlusconi.

    La visione ferroviaria e il mito della rivoluzione di sinistra non sono infatti l’autentica verità di Mani Pulite, ed è questo il punto che intorbida le memorie. Chi serba il ricordo del decennio non può infatti dimenticare in che clima l’operazione prese avvio. Non cominciò con un’offensiva di sinistra, ma con una vasta campagna condotta da forze in buona parte situate a destra. I più strenui difensori del pool furono in principio il Movimento Sociale, la Lega che diveniva nuovo punto di riferimento degli elettori democristiani nel Nord Italia, e una parte non irrilevante del mondo cattolico. Berlusconi come abbiamo visto si avvantaggiò dell’operazione senza esserne il sostenitore, ma non pochi militanti di Forza Italia erano inizialmente animati dal desiderio di far piazza pulita di politici corrotti, dominatori dell’economia, allergici alla libera iniziativa come alla trasparenza. La seduzione che Forza Italia esercitò su Di Pietro non è l’unico esempio di questo distorto connubio fra Berlusconi e un centro-destra interessato alla giustizia. Mani Pulite nasce come insurrezione dell’Italia reale contro l’Italia legale, delle forze vive e pulite contro le forze morte, e tutti questi concetti - paese legale, forze vive, pulizia - sono patrimonio della destra e della destra estrema oltre che del marxismo. Fu la destra a volere una libertà rinnovata, da molti considerata la più schietta: non più quella garantita dalle leggi, ma quella che si svincola dalle coercizioni statali o sovrannazionali europee. Fu la destra a denunciare i costi politici degli Stati assistenziali, in tutta Europa, e a curarsi delle lamentazioni dei contribuenti. Nei primi Anni Novanta furono uomini onesti della destra - fu Mario Segni con il contributo determinante dell’Associazione Cristiana Lavoratori (Acli) e con il sostegno di giuristi di sinistra come Barbera - a volere più trasparenza tramite il voto maggioritario e l'elezione diretta dei sindaci. Furono infine i vescovi a creare un terreno propizio al pool, con la loro lettera del 4 ottobre '91 - il titolo era Educare alla Legalità - e a trarre le conseguenze dalla caduta del comunismo ripromettendosi di combattere l’«eclisse della legalità».

    Se si tengono a mente i primordi di Mani Pulite, si possono capire le censure che occultano la sostanza dell’operazione giudiziaria: la corruttela annidata nella classe politica e imprenditoriale. Quell’Italia che insorse contro la borghesia statalista e le connivenze tra partiti dell’arco costituzionale aveva come bersaglio principale la classe politica compreso il Pci, non la borghesia imprenditoriale da cui era scaturita la categoria dei corruttori, e verso cui gran parte delle destre e dell'opinione pubblica - compresa la stampa - erano e sono oggi più che mai indulgenti. Per i corruttori non sembrava valere la regola della trasparenza, dell’esame di coscienza. Il sogno di quest’Italia condiscendente era di occupare il potere, per meglio fare i propri interessi e avvalersi di quelle libertà che possono esercitarsi al di fuori delle più svariate mediazioni: Stato, amministrazione, partiti classici, vincoli legati allo spazio pubblico, potere giudiziario. Da strumento neutro che era, il denaro stesso diveniva fine in sé, unico collante della società, idolatrato grazie allo svuotamento della politica. Quest'Italia delle libertà senza più vincoli non voleva abolire la corruzione, ma convivere con essa saltando la tappa dei politici. Non era l’opacità della vita economica a disturbarla, ma l’opacità del Palazzo. Solo la tendenza comunista a monopolizzare ogni movimento, e solo la confusione dei ricordi, possono far credere che la natura primigenia di Mani Pulite sia stata di segno univoco.

    E’ per questo che persino la destra non berlusconiana, già fautrice del pool, annuncia adesso che la rivoluzione - la sua rivoluzione - è finalmente conclusa. I giudici sono invitati a farsi da parte, e a smettere il ruolo di supplenza che fu a suo tempo esaltato. La politica fa ritorno, il che non è male, ma il prezzo è lo snaturamento di quella che fu storia complessa, non riducibile al conflitto tra poteri dello Stato. Il politico stesso e la stessa democrazia mutano volto: diventano emanazioni dirette di una società civile che si è liberata uno dopo l'altro dei poteri intermedi cui è affidato il compito di controbilanciare, temperare, la potenziale dittatura delle maggioranze elettorali.

    Quando si dice che il giudizio su corrotti e corruttori non spetta al potere giudiziario ma al popolo degli elettori non si fa un favore a quest'ultimo. Il rischio è che il popolo sia per l'ennesima volta ingannato, trattato non come fine ma come mezzo. Lo si sequestra, adoperandolo come pretesto, e lo si disabitua alla vigilanza. Lo si grava di compiti che esso non può avere, e lo si educa a nutrire sfiducia verso la giustizia. Lo si usa per assecondare l’ascesa di governanti che senza più mediazione difendono i propri interessi, con la scusa di tutelare quelli di tutti. Il Parlamento si riempie di avvocati d'affari: nuovi angeli custodi del politico. Gli iniziali entusiasti di Di Pietro non hanno più bisogno dei supplenti, e adesso vogliono disfarsene dipingendo la giustizia come un treno anziché come un'istituzione cui si ricorre in permanenza quando esiste sospetto di reato. Essa non è lì per tenere a bada la corruzione che incombe oggi come ieri, ma è servita per portare nuove classi di governanti al capolinea di una giustizia scambiata per partito. Un partito che può nascere e morire, a seconda di dove vanno i voti, la militanza, e il vento della storia. Prima o poi anche i governanti d'oggi sentiranno la mancanza di quel che ha più patito nello scorso decennio: il senso della legge come patrimonio di un'intera comunità.



  3. #3
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    Vi è un solo racconto "mitologico" su mani pulite: che il PCI/PDS fosse estraneo a Tangentopoli. Il resto è un chiacchiericcio piuttosto preoccupante: denota un certo disprezzo delle istituzioni della democrazia rappresentativa, la confusione fra finanziamento illegale della politica e corruzione, la confusione fra ruolo istituzionale e costituzionale dei magistrati e funzione "rivoluzionaria" della magistratura apertamente teorizzata dai fiancheggiatori di certe procure d'assalto, e da esponenti di primo piano delle medesime.
    Anche la Santa Inquisizione Spagnuola di Torquemada si guadagno' il consenso del popolino perchè colpiva finalmente "i potenti", ma la magistratura non trova, a differenza dei governi e dei parlamenti, la sua legittimazione "sul consenso", ma solo ed esclusivamente nella legge. Deve perseguire i reati quando sono accertati chiunque li abbia commessi, ma deve partire dal reato e non dal reo....
    E un magistrato che si ribella alle leggi e invoca" il popolo" contro il potere legislativo, ossia contro la Sovranità Popolare stessa, espressa nelle forme della Costituzione...ha solo un nome, come ricordava il compianto presidente emerito della Consulta: eversore.

    Saluti liberali

  4. #4
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    ben piu' degli "eversori" (leggasi: coloro che non battono le mani all'Unto del Signore, alias Silvio Berlusconi) sono pericolosi quanti ( o meglio, il comportamento di chi), con doppi incarichi di parlamentari e avvocati, legiferano per interferire sui procedimenti in corso riguardanti i propri assistiti, cercando di difenderli dal processo anziche' nel processo.
    Siamo sicuri che nel programma della CdL, quello reso pubblico ai cittadini, ci fosse quello di parare il sedere al capo o ai suoi scagnozzi?
    Antonio

  5. #5
    SENATORE di POL
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    Lo Stato di Diritto si fonda sulle leggi, non sulle sentenze "morali" di improvvisatori produttori di nuove "fonti" normative. Esiste una legge che stabilisce l'incompatibilità fra la professione di avvocato e il ruolo di rappresentante del Popolo Sovrano nel Libero Parlamento? Si o No. Se no, allora le predette valutazioni e critiche sono chiacchiere senza fondamento, anzi con un unico fondamento: il disprezzo della democrazia, delle leggi e dei medesimi principi etici alla base dello Stato Liberale.


    Saluti liberali

 

 

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