Sono i bambini le prime vittime della drammatica lacerazione israelo-palestinese. In questa terra dove tutto sembra terrore e angoscia ci sono luoghi dove, senza badare alla razza, si cerca di far sorridere un bimbo.
di Sabrina Cohen
Non so se siano stati gli occhi tristi di Shirin o la voglia di vivere di Salima. So solo che dopo aver varcato la soglia dell'orfanotrofio di Betlemme non potevo più fingere di nulla: dovevo cercare di dare un'infanzia migliore ad almeno uno di quei bimbi.
Oggi, vivere in Israele o nei Territori senza angoscia è impossibile. Per un adulto o per un bambino. Sia esso israeliano, palestinese, musulmano, ebreo, cristiano. Nei più piccoli, quelli che sono nati con gli spari dei cannoni, che hanno visto con i propri occhi gli orrori della guerra, il ricordo rimarrà per sempre scolpito nella memoria.
A Suor Sophie il fatto che io sia di religione ebraica non importa. L'unico suo pensiero è tirare avanti ed educare i bambini che le vengono affidati nel migliore dei modi. E' una religiosa di origine francese, qui ha creato e fa vivere una piccola oasi assediata dalla disperazione che tutt'intorno regna sovrana. Quando la scorsa primavera era passata dall'Italia per ritirare il premio Bellisario, il modo in cui aveva parlato dei "suoi" bambini mi era entrato dentro e non era più uscito. La sognavo di notte.
A Betlemme Isaa, Shirine, Salima, Abdullah giocano nei corridoi. Hanno paura di uscire anche se fuori c'è il sole. Una porta che sbatte, un rumore improvviso li spaventa come fossero raffiche di mitra. Non sanno correre nei cortili che circondano l'ospedale francese nel quale si trova l'orfanotrofio. Nessuno glielo ha mai permesso. Il coprifuoco imposto dagli israeliani, l'assedio della Natività e 23 mesi di Intifada hanno costretto le suore a tenere al sicuro i bambini. E al sicuro significa dormire nei corridoi la notte, piangere senza trovare la mamma quando fuori si sentono gli spari, giocare sempre al coperto. Anche se fuori fa caldo, se fuori è primavera. Ma, forse, qui non è mai primavera.
I bambini della città di Gesù bambino sono un po' speciali. La più piccola ha meno di sei settimane, il più grande non ha ancora compiuto i cinque. Shirin, quasi quattro anni, è diventata la "mia bambina". E' stata abbandonata dalla mamma pochi giorni prima del mio arrivo in Israele, agli inizi di agosto. Il secondo marito della madre non la voleva. Shirin era un "costo aggiuntivo". E i soldi non bastano mai a causa del blocco economico che ormai va avanti da oltre due anni. Così l'hanno affidata a suor Sophie.
Quando l'ho vista la prima volta era da quattro giorni che non smetteva di piangere. Ho chiesto ad una delle balie palestinesi di poterla prendere in braccio. Forse avrei potuto essere la sua mamma. Poi ho continuato la visita all'ospedale, lungo i corridoi dell'orfanotrofio con lei in braccio.
Io non parlo l'arabo, tranne poche parole che mi hanno insegnato i nonni paterni vissuti per decenni ad Alessandria d'Egitto: troppo poco per poterle spiegare che non l'avrei più abbandonata. Lei non parla (ovviamente) l'italiano. Ma ad un certo punto ho sentito che ci capivamo.
Ho dovuto lasciarla mezz'ora per andare a visitare l'asilo nido: Shirin doveva essere lavata e sistemata per pranzare. Trenta lunghissimi minuti.
Torno nella zona dedicata esclusivamente agli orfani dove regna una calma surreale: i neonati dormono nelle loro culle, i bambini con problemi di handicap riposano nei loro lettini. Non si sentono strilli, pianti o urla: alcuni stanno mangiando in una saletta che si apre a sinistra del lungo corridoio. Eccola: la "mia bambina" sta mangiando. In quel momento capisco che lei ormai fa parte della mia vita. E, forse, io della sua.
La differenza di religione non mi consentirà mai di adottarla materialmente: le leggi musulmane impediscono infatti a qualsiasi persona di religione diversa da quella islamica di adottare un bambino palestinese. Posso però aiutarla a vivere invece che a sopravvivere. Decido quindi, così come ho fatto in un asilo nido per i coetanei israeliani vittime degli attacchi degli ultimi mesi, di lasciare del denaro per aiutare Suor Sophie.
Il distacco non è facile: abbiamo pianto entrambe. Suor Ursula - una collega di Suor Sophie - mi prega di non farlo davanti alla bimba perché "è già traumatizzata dal distacco dalla mamma". Lei continua a piangere. Io mi giro di scatto e torno sui miei passi.
Sono passate due ore. Per tutto il giorno ho continuato a pensare a lei. Una volta tornata a Gerusalemme ho richiamato all'orfanotrofio per chiedere come stava. E così sino al giorno della mia partenza.
Tornando a Milano realizzo che la seconda Intifada sta per compiere due anni. Sia gli israeliani che i palestinesi contano i propri morti e feriti di imboscate, attentati kamikaze. Ma forse, da nessuna delle due parti, hanno fatto i conti delle prime vittime di questo conflitto, ovvero i giovanissimi. Chi sopravvive porta con sé le paure di un'infanzia o un'adolescenza popolate dal sangue, dalla paura e dalla tristezza.
Assurdo, tutto assurdo: sembra un pensiero banale che nella vita si è più felici nel dare che nel ricevere. Eppure qui accade quel che accade. Follia. E allora penso a Shirin, che ha tanto bisogno. E tanto mi deve bastare.
Il Nuovo.it (28 agosto 2002, ore 100)
- Per contattare l'ospedale di Betlemme inviare un'email al seguente indirizzo:
creche@p-ol.com
- Per aiutare un bambino in Israele visitare il sito:
www.wizo.org


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