In risposta all’attacco contro Saddam,
Mosca minaccia la Georgia alleata di Washington
di Mauro Bottarelli
L’idillio è finito, il rischio di una nuova guerra fredda è quantomai prossimo e reale. Alla vigilia del tanto atteso discorso di George W. Bush all’Onu riguardo la questione irachena, Vladimir Putin ha infatti lanciato un siluro politico destinato a incrinare ulteriormente la stabilità della già traballante coalizione mondiale antiterrorismo. La Russia ha infatti informato la comunità internazionale della sua determinazione a condurrre operazioni militari in Georgia se le autorità di Tiblisi continueranno a tollerare la presenza di ribelli ceceni nelle gole del Pankisi. «Se i raid continueranno a partire dal territorio georgiano, la Russia intraprenderà i passi adeguati contro la minaccia terroristica nel rispetto della legge internazionale», si legge in una lettera che il presidente russo Vladimir Putin ha inviato al segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Nella lettera si sottolinea che le eventuali azioni militari non punteranno «a minare la sovranità e l’integrità territoriale della Georgia o al cambiamento del suo regime politico». Un messaggio, quest’ultimo, inviato tra le righe al Dipartimento di Stato Usa.
Silenzio da parte della comunità internazionale, Usa in testa. L’imbarazzo è palpabile: la Georgia è infatti il più fedele alleato che gli Stati Uniti e la Nato abbiano nell’area ex Sovietica, dove invece si sprecano i governi ostili a Washington. Quello bielorusso di Lukashenko, ad esempio, dichiaratamente anti-atlantico e deciso a dar vita a una confederazione con Russia e Ucraina sul modello di una nuova Urss post-comunista. Il fatto stesso che pur di garantire la non riconferma di Lukashenko alle presidenziali la Cia abbia inventato da un giorno con l’altro 300 Ong che contrastassero e boicottassero la sua campagna elettorale la dice lunga sull’importanza strategica dell’area. Il dilemma per gli Usa è amletico: difendere il prezioso alleato prendendo posizione o mantenere un approccio coerente alla lotta contro il terrorismo? Già, perché come Bush si ritiene legittimato a combattere i Paesi che giudica fucina o rifugio del terrore islamico, altrettanto deve poter fare Putin: sia in Cecenia, sia in territorio georgiano dove i ribelli sono da sempre ospitati in tutta tranquillità e sicurezza. Ulteriore aggravante appare poi la comprovata collateralità dei guerriglieri ceceni con Al Qaeda, sia sul fronte afghano che su quello ceceno contro l’Urss prima e la Russia poi. In entrambi i casi con il fondamentale supporto della Cia: particolare che complica e rende ancora più imbarazzante la situazione per Washington. Un diritto sacrosanto, quindi, quello di Putin di chiudere i conti in nome del sacro e condiviso fine di “Enduring Freedom”.
Diritto ma anche obbligo, visto che l’innalzamento della tensione con la Georgia ha immediatamente ricompattato le opposizioni attorno al presidente. Sintomatico del clima che si vive a Mosca è stato il sibillino, ma oggi chiarissimo, messaggio lanciato un paio di giorni fa dal leader ultranazionalista russo, Vladimir Zhirinovski: «Gli americani devono stare tranquilli. E dovranno stare tranquilli anche quando noi bombarderemo un certo Paese...».
Ma a incrinare l’idillio tra Usa e Russia, sancito in pompa magna al vertice Nato di Pratica di Mare, ci sono anche altre due variabili: il possibile attacco alleato all’Iraq e lo snodo finlandese per il petrolio del Caspio. Mosca, attraverso il proprio ministro degli Esteri Ivanov, ha già reso noto che di fronte a una richiesta Usa di attacco contro Baghdad in sede Onu si avvarrà del proprio diritto di veto. La questione petrolifera, inoltre, aggrava il quadro: la Russia dieci giorni fa ha firmato il contratto per la realizzazione di uno snodo di pipeline in Finlandia, prefigurando il passaggio di petrolio del Caspio da nord (bypassando quindi le repubbliche ex sovietiche destabilizzate dalle guerriglie islamiche) direttamente verso l’Europa. Sul lungo periodo significherebbe autonomia energetica europea: nel Caspio, infatti, sono conservate il 60% delle riserve di greggio e gas naturale del mondo. I produttori Usa e arabi risulterebbero, quindi, tagliati fuori. Un’ipotesi assolutamente inaccettabile per Washington che ha già messo in campo le proprie contromosse, rafforzando i propri avamposti militari nelle repubbliche ex-sovietiche a ridosso del confine russo. In linea con il dissenso americano anche i guerriglieri islamici del Caucaso: non è un caso che durante l’ultima fase del governo Clinton, quando si stava giungendo alla firma per l’oleodotto caspico, i guerriglieri islamici di Basaiev preferissero attaccare e distruggere le infrastrutture petrolifere russe piuttosto che gli avamposti militari. E non è nemmeno un caso il fatto che mentre gli emissari russi della Lukoil stringevano i tempi per chiudere l’accordo finlandese, la milizia islamica cecena abbia rialzato la testa dopo mesi mettendo in atto uno dei più gravi ed eclatanti attentati di sempre. La storia non è finita come diceva Fukuyama e non appare ancora in atto uno scontro di civiltà come prefigurava il consulente della Cia, Samuel Huntington: è piuttosto in atto la fase preliminare di uno scontro definitivo per l’accaparramento delle risorse e la ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali, una seconda Yalta. Gli Usa vogliono il controllo del Caspio e del Caucaso, garantendosi parallelamente con l’attacco all’Iraq l’egemonia del “cane da guardia” turco nell’area mediorientale. Mosca vuole chiudere subito i conti con i piani egemonici degli Stati Uniti nei propri ex territori: per questo c’è da aspettarsi a breve la nascita della federazione auspicata dal bielorusso Lukashenko e anche un passo storico di Putin verso l’Unione europea: l’operazione finlandese è nata anche in questo senso, utilizzando la molla economica per un riavvicinamento definitivo del continente eurasiatico. Gli Usa non staranno certo a guardare, lo scontro di retroguardia è già in atto. A livello geopolitico, però, due focolai di guerra così ravvicinati (il fronte iracheno e quello caucasico) potrebbero portare a un innalzamento della tensione inaccettabile e a una polarizzazione rischiosissima (con Russia, Iran, Bielorussia e India da un lato e Usa, Israele, Gran Bretagna Turchia e Georgia dall’altro) per gli equilibri mondiali. Senza dimenticare, inoltre, il grande convitato di pietra: la Cina, dipendente economicamente da Washington ma allineata storicamente alla politica estera di Mosca. La dottrina di “attacco preventivo” sta innescando un risiko di dimensioni inimmaginabili e solo la vecchia logica di deterrenza nucleare riesce ancora a mantenere intatti gli equilibri: l’Iraq, così come la Georgia, sono soltanto il casus belli. Ci attende un periodo di guerre a “bassa intensità”, focolai regionalizzati e controllati di crisi (vedi la guerra non guerra tra India e Pakistan per il Kashmir) per ridefinire strategie, alleanze e interventi. Putin sa che il tempo stringe: un’altra stagione di bombe, come quella del 1999, potrebbe essere alle porte. La minaccia russa contro la Georgia è un’assicurazione sulla vita in tal senso.




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