Uno, cento, mille Ducario
di Gilberto Oneto

La storia moderna ci ha purtroppo abituati a orrori di guerra che erano in larga parte sconosciuti all’antichità. Per millenni infatti le guerre sono state affari dei militari che si combattevano secondo regole condivise, e venivano coinvolte solo le popolazioni che abitavano sui teatri degli avvenimenti bellici più importanti. Certo ci sono stati massacri e violenze ma sempre come il tragico corollario di una partita i cui giocatori erano i professionisti delle armi. Per trovare antichi orrori sistematici contro la popolazione civile bisogna scomodare certe invasioni di Unni o di altri barbari orientali, oltre che naturalmente la buona abitudine islamica di non fare distinzioni fra combattenti e civili, ma solo fra fedeli e infedeli da fare fuori o da ridurre in schiavitù. A parte queste (e poche altre) eccezioni, il mondo cristiano aveva prodotto regole del gioco, generalmente rispettate, una delle quali prevedeva appunto di tenere fuori la popolazione civile dalle azioni di guerra guerreggiata. Per vedere disatteso sistematicamente e ideologicamente tale principio si deve arrivare alla Rivoluzione Francese con i suoi concetti totalizzanti di lotta che non risparmiavano nessuno: tristemente note sono le avventure delle cosiddette “colonne infernali” di truppe giacobine che, al comando di Tourreau, si erano buttate sulla Vandea distruggendo sistematicamente tutto quello che incontravano, non per scoppi improvvisi di violenza o per soddisfare esigenze logistiche o militari, ma proprio per distruggere l’avversario (identificato con tutto il popolo nel suo insieme e nella sua terra), devastarne l’economia, il territorio e ogni capacità di resistenza. In maniera analoga (addirittura scientificizzando la pratica) si erano comportati i generali unionisti Sheridan e Sherman per distruggere completamente il sistema-paese dei Confederati: bisognava fare fuori militari, civili, infrastrutture, campi agricoli, risorse economiche e la volontà di resistenza e la stessa identità orgogliosa di Nazione. Custer (che era il vice di Sheridan) e altri perfezioneranno le loro tecniche nello sterminio delle tribù pellerossa. Nell’antichità solo Roma aveva utilizzato con sistematicità la distruzione di territori e lo sterminio di popolazioni. Uno degli applicatori più puntigliosi di questo tipo di guerra era stato il console Gaio Flaminio, il primo a spingersi nel cuore della Padania, dopo la drammatica giornata di Talamone. Questa specie di generale Custer pelasgico si era dedicato alla sistematica devastazione dei villaggi celti, al massacro delle popolazioni inermi e alla distruzione di ogni attività produttiva. Lo scopo evidente era di fiaccare lo spirito di resistenza dei nostri antenati ma anche di distruggerne ogni cultura identitaria e ogni senso di appartenenza comunitaria. Il nome di Gaio Flaminio doveva suonare odioso e mortifero alle orecchie e nella memoria dei popoli padani e la sua faccia doveva essere anche piuttosto nota: come tutti i criminali “all’ingrosso” e come ogni serial killer, anche lui doveva avere il vezzo di farsi vedere dappertutto per soddisfare la propria voglia di sadico protagonismo. La sua faccia doveva perciò essere piuttosto nota e, anni dopo, ha avuto la sfiga di incontrare qualcuno che lo conosceva bene proprio nel bel mezzo della battaglia del Trasimeno, gloriosa per le nostre libertà e drammatica per gli invasori romani. Lasciamo che gli avvenimenti di quel lontano (ma, per molti aspetti, così vicino) 21 giugno del 218 a.C. ci vengano narrati da Tito Livio, intellettuale mardano al servizio dei nuovi padroni romani: «Si combatté per quasi tre ore e dovunque ferocemente; tuttavia, la battaglia fu più violenta e minacciosa attorno al console. Lo seguiva il fiore dei soldati, mentre egli stesso era attivo nel soccorrere i suoi in qualunque punto li scorgesse oppressi ed in grave disagio. I nemici si scagliavano con grande violenza contro di lui, che si distingueva per l’armatura, mentre i suoi concittadini lo proteggevano, finché un cavaliere insubre, che si chiamava Ducario, riconoscendo il console anche dal volto, rivolto ai suoi connazionali: “Ecco - disse - è proprio costui che fece strage delle nostre legioni e saccheggiò i nostri campi e la nostra città! Io consacrerò questa vittima come un’offerta ai Mani dei concittadini indegnamente uccisi”. Cacciati gli sproni nel ventre del cavallo, si gettò impetuosamente in mezzo alla foltissima schiera dei nemici ed abbattuto prima lo scudiero che si era lanciato incontro a lui che avanzava minaccioso, trafisse il console con l’asta; i triari, opponendo gli scudi, tennero lontano l’assalitore che bramava di spogliarne il corpo. Cominciò allora la fuga di gran parte dell’esercito ed ormai né il lago né i monti si opponevano più allo sgomento; i Romani tentavano di fuggire come ciechi per ogni luogo su per dirupi e precipizi, mentre le armi e gli uomini precipitavano gli uni sugli altri». Di Ducario non si sa altro che quanto ha scritto Livio (e ha ipotizzato Giorgio Fumagalli nel suo bellissimo “La Rosa Rifiorita”) ed è sintomaticamente il solo “uomo qualsiasi” celta cisalpino di cui i Romani ci hanno tramandato il nome a riprova dello sdegno per quanto aveva fatto e della paura per la decisione che i nostri antenati sapevano mostrare nel difendere la loro causa e nel vendicare i torti subiti. In tutta la sua storia la nostra terra ha conosciuto vittorie e sconfitte, e un sacco di prepotenti, violenti e mascalzoni che sono arrivati da fuori per attentare alle sue libertà e al bene delle sue genti. Il nostro vero guaio è che per ogni Gaio Flaminio non c’è sempre stato un Ducario.


Parole sante.