Per gentile concessione del CorSera ....![]()
ecco un articolo che stimola (e merita) un pò di sane meditazioni
buona lettura
g.d.t.
La democrazia? Questione d'élite
di LUCIANO CANFORA
dal Corriere della Sera del 30 - 08 02
Democrazia è tutt'altra cosa dal sistema misto o paraoligarchico-elezionistico. Democrazia è un prodotto instabile, è il prevalere (temporaneo) dei non-possidenti nel perenne conflitto.
È perciò come un prodotto chimico instabile, e vive di un'esistenza intermittente. Il suo affiorare (che non accade spesso) è dovuto all'irrompere, nel regime "misto" o oligarchico (che è la norma) di istanze egualitarie più o meno coronate da durevole successo, che quasi sempre si fanno strada attraverso l'asprezza del conflitto, e, lo dimostrano i ricorrenti drammi della storia sin qui conosciuta, con la violenza. Si tratta in realtà di più o meno durevoli interruzioni del predominio del sistema "misto".
Chi molto si avvicinò a questo genere di constatazioni fu un grande interprete delle dinamiche sociali quale Gaetano Mosca.
Alla conclusione della bella e importante recensione alla Sociologia del partito politico di Roberto Michels (apparsa nella rivista Il pensiero moderno del 1912), Mosca ricorre, come scrive, "al noto apologo di quel padre che morendo confidava ai figli che nel campo avìto era sepolto un tesoro, ciò che fece sì che quelli ne sollevassero tutte le zolle, non trovando il tesoro ma aumentando notevolmente la fertilità del terreno".
Apologo già evocato dallo stesso Michels nel suo grande libro. Esso può essere messo a frutto in molti modi, certo esso esprime bene l'inesistenza fattuale, e insieme l' indispensabilità della "democrazia" (beninteso nel suo senso pieno e originario). E poiché il filo della riflessione ci ha riportato ai due grandi esponenti dell'orientamento analitico "elitistico", mi piace concludere con un chiarimento, utile a dissipare facili escamotages polemici.
L'orientamento elitistico è una "chiave" straordinariamente utile anche alla comprensione delle dinamiche che abbiamo potuto osservare, nel secolo XX, nelle società che hanno tentato di mettere in atto forme di democrazia diverse dall'oligarchia elezionistica di tipo occidentale. Mi riferisco all'esperienza sovietica, con tutte le sue ramificazioni.
Ebbene, come ho cercato di porre in molta evidenza nel mio breve saggio sulla "retorica democratica", anche in quelle società, e in quella sovietica in primis (a partire soprattutto dalla fine di Stalin) la formazione di élites , ed il loro affermarsi sempre più saldamente, dietro il paravento della retorica di una "democrazia socialista", è l' evento capitale.
È il fatto più importante del Novecento su cui riflettere. Dunque solo in malafede si può sostenere che, nella mia riflessione, la critica alla sostanziale oligarchia dei sistemi politici occidentali serve a riproporre sic et simpliciter i defunti modelli esperimentati in Urss e nei Paesi satelliti. Al contrario, il mio sforzo è stato ed è di mettere in luce la straordinaria forza ermeneutica dell'orientamento elitistico: l'unico capace di leggere, andando al di là del paravento, sia in un caso che nell'altro. Ed è appunto nella sua fecondità per comprendere la trasformazione avvenuta in Urss la riprova dell'efficacia dell'analisi di cui l'orientamento elitistico è portatore e assertore.
Solo con quegli strumenti si può riuscire a comprendere come mai un ceto di potenti pescecani e neo-capitalisti strettamente integrati alla mafia mondiale (soprattutto euro-americana) abbia potuto essere lì già pronta a prendere il potere, al disfarsi dell'ormai vestito di cartapesta che avviluppava e nascondeva l'evoluzione da decenni in atto.
Solo con quegli strumenti si riesce a vedere quello che è sotto gli occhi di tutti, ma che si preferisce ignorare: che cioè la adozione in Urss del modello occidentaloide (per dirla con l'ex dissidente Zinoviev) ha immediatamente portato la mafia al potere, secondo uno scenario che nei centri nevralgici dell'Occidente è già consolidato.
Di solito si ricorre, per ultima ratio , in difesa del feticcio, all'argomento secondo cui deplorano l'elezionismo e i suoi trucchi in particolare la costruzione dell'opinione pubblica attraverso il potere mediatico, coloro che hanno appena perso le elezioni.
Niente di più pietoso sul piano dialettico.
Se il potere mediatico non avesse l'immenso peso che ha, non assisteremmo alla furiosa lotta intorno alle nomine Rai e alla direzione di rete e alla direzione di ciascun Tg.
Ma non parliamo del modesto caso italiano. Torniamo col pensiero per un attimo alle più importanti elezioni degli ultimi anni, quelle che hanno portato Eltsin nel 1997 da un'aspettativa di voto del 2% (due per cento!) alla vittoria elettorale sia pure al secondo turno, nel giro dei trenta/quaranta giorni della campagna elettorale. Il "miracolo" non l'ha fatto questo o quell'altro magnate (Berezkovskij o Grusinskij), l'ha fatto la Cia in prima persona coi metodi e i mezzi che un eccellente testimone e storico del nostro tempo, Giulietto Chiesa, ha descritto nel volume Russia addio (Roma, Editori Riuniti 1997): libro che, proprio per aver commesso la colpa di squadernare, dati alla mano, tutta intera la verità, è stato ostracizzato completamente dal potere mediatico ed è perciò debitamente caduto nel dimenticatoio.
Del resto perché cercare esempi fuori dal Paese-guida? Nel momento in cui addirittura in casa propria gli Usa hanno visto affermarsi l'elezione, imposta dall'Alta Corte che ha impedito che si continuasse lo scrutinio dei voti, di un candidato con meno voti del suo avversario, perché continuare a disquisire e a cercare cavilli e sofismi?




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