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    Predefinito Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    11 settembre 2009


    Qualsiasi cosa si pensi di Fini nessuno potrà mai negare che sia oratore con i fiocchi, probabilmente il migliore sulla scena politica italiana. Forse non sarà un grande stratega, io personalmente da sempre avanzo dubbi in proposito, ma in quanto a tattica rimane il numero uno. Fini eccelle nella politica di piccolo cabotaggio, come dice bene le cose ovvie lui non le dice nessuno. In ogni altro partito avrebbe vita difficile e il fiato sul collo di una nutrita concorrenza, ma nel PDL sul piano teorico può permettersi di spadroneggiare perchè lì il partito non esiste e Berlusconi, poveri noi, è politicamente uno zero.

    Ieri Fini ha parlato al seminario di Gubbio e ancora una volta ha fatto una gran figura. Non che ci volesse molto, visto che ha detto giusto quelle cose che nessuno potrebbe mai rinfacciargli tanto sono palesi, a sinistra come a destra.

    Innanzitutto ha criticato lo “stillicidio” delle accuse rivoltegli negli ultimi mesi, “non degno di un partito”, e ha ribadito di non essere un progressista e di non candidarsi alla successione di Napolitano (piuttosto di Ban Ki Moon ha detto scherzando). Entrambe le cose sono infatti improponibili o difficilmente realizzabili, e sono state montate ad arte dai soliti scribacchini berlusconiani per metterlo in cattiva luce davanti ai suoi stessi elettori. Tuttavia dire che Fini sia pronto per il PD significherebbe voler dire che Angela Merkel è una socialdemocratica mascherata e Cameron un laburista in incognito. La verità è che i conservatori e i moderati europei, piaccia o non piaccia (e a me non piace tanto), hanno un profilo assai simile a quello che Fini sta cucendo per sè e per il PDL. Berlusconi, invece, con questo mondo non ha nulla a che fare, ma il suo populismo, del tutto anomalo in ambito PPE, rimanda ad esempi peggiori, direi latinoamericani.

    Poi Fini si è messo a parlare degli immigrati: "Quando vengono respinti dei clandestini si fa bene, ma se su un barcone c'è un bambino o una donna incinta che sta per partorire e magari viene rimandata in un paese dove c'è un dittatore che la manda a morte, la sussistenza del diritto d'asilo la pretendo da un paese civile". Come al solito Fini sceglie una piccola contraddizione a suo favore per sollevare la questione che più gli sta a cuore. Ovvero, che per l’immigrazione non basta ragionare in termini di “sicurezza”, come fa la Lega, ma bisogna affrontare la questione da un punto di vista strategico. Al riguardo la strategia di Fini non è chiarissima e forse nemmeno condivisibile per un elettorato di destra. Tuttavia parlarne, discuterne dentro al partito, dai vertici alla base, può solo fare del bene al partito, oggi assente su questa come su ogni altra questione e tirato in causa solo quando si tratta di difendere a spada tratta Berlusconi dalle accuse che gli vengono mosse.

    Fini ha affrontato anche la questione del localismo ribadendo che il Pdl è un partito nazionale, per cui “non può avere la testa al Nord o al Sud”. Dando così una stoccata alla Lega e insieme agli autonomisti meridionali. Ma il piatto forte è stato, a mio avviso, quando ha parlato, senza peli sulla lingua, del PDL.

    “Dal 27 marzo non si è deciso nulla”, ha sottolineato con forza Fini. “Non è possibile che non si sia deciso nulla, il partito non è un organigramma. Serve un cambio di marcia, un dibattito interno”. E come dargli torto? Forse che qualcuno di noi ha saputo niente del conclamato partito “unico” dopo la sua inaugurazione? Silenzio assoluto, come già del resto accadeva in Forza Italia. E’, questa, purtroppo, la maledizione di essere governati da un Capo che decide tutto lui in piena autonomia e zittisce tutti coloro che gli si pongono di mezzo. Berlusconi ha avuto finora gioco facile con Bondi e Cicchitto, ma con Fini è più dura. Vivaddio.
    "Chiedere democrazia interna - ha detto Fini - non rappresenta un reato di lesa maestà". A questo siamo arrivati: a dover applaudire Fini perchè grazie a lui e solo a lui questo PDL ha ancora una remota speranza di diventare un partito “democratico” anzichè rimanere il feudo di proprietà di Silvio Berlusconi. Il quale, dopo aver sguinzagliato il “cagnaccio” Feltri per mordere alle caviglie, adesso si fa “piccino piccino” dinanzi a Fini, pronto ad esaudire ogni suo volere, sottolineando in primis come nel PDL riguardo alle questioni etiche vi sia libertà di coscienza. Bello sforzo! Che gli frega infatti a Berlusconi di questa “roba cattolica”? A lui interessa soltanto rimanere in sella e in quest’ottica i suoi nemici non sono i “laicisti”, ma solo coloro che intendono disarcionarlo, in primis la magistratura e la stampa avversaria. Ogni discorso politico, in questo quadro di potere, resta un optional.

    Sul piano politico Fini, com’è giusto che sia, resta criticabile, ma non è mai “ridicolo” come ha avuto l’avventatezza di scrivere Vittorio Feltri. Il quale, a proposito di ridicolaggini, farebbe bene ad ascoltare ciò che spesso dice il suo datore di lavoro. Anche ieri, infatti, mentre Fini incassava gli elogi di Poettering e il commento imbarazzato di Cicchitto (“Nel PDL non mi sento in caserma”), Berlusconi ne sparava un’altra delle sue: “Sono il miglior premier degli ultimi 150 anni!” Una frase infelice, assurda sul piano storico oltre che stupidamente autocelebrativa; un’altra gaffe che non aiuterà anzi si ripercuoterà contro il governo che presiede e quanti, nonostante le fanfaronate e le cadute d’immagine di Silvio, si sforzano riuscendovi di realizzare qualcosa di positivo. Perchè obiettivamente il rischio che corre questo governo è alla fine di essere identificato col suo premier e il buon lavoro di Tremonti, Brunetta, Gelmini & Co. affossato dalla disgraziata immagine che si è dato. Quella di un premier “ridicolo”, che i reporters di tutto il mondo dipingono oggi assatanato dal sesso e con pericolose manie dittatoriali.

    Per cui, alla fine, se Fini riuscirà a salvare il PDL dal naufragio a cui Berlusconi sembra averlo destinato allora avrà diritto agli applausi anche da chi politicamente a destra non la pensa in toto come lui. Me compreso.


    Florian
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  2. #2
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Ieri chiacchieravo con un sincero elettore del PDL, poco ideologizzato, che segue poco le dietrologie e non ossrerva l'evolversi delle destre nel mondo.

    Mi diceva: "tra Berlusconi e Fini preferisco Fini, mi sembra più autorevole, più capace di comandare".
    Io gli facevo notare che Fini è troppo politicamente corretto su certi temi: immigrazione, diritti dei gay, testamento biologico. E lui: "sì, hai ragione, ma Berlusconi è un pagliaccetto, Fini ha più dialettica, è un politico".
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Dal Foglio di ieri

    Da dove viene il discorso di Fini a Gubbio
    Nella svolta a sinistra del leader c’è anche un pensiero che viene da destra


    Parlando a Gubbio alla scuola di politica del Pdl, Gianfranco Fini non ha cercato giri di parole per tornare sulle polemiche che lo hanno visto protagonista in questi giorni: ''Sarò diretto, non giocherò con le parole. Non ho lo scolapasta sulla testa e non credo di essere liquidato come un mattarello, lo dico con simpatia al mio amico Bossi... Non ho tra le mie letture preferite il 'Capitale', quindi non sono un compagno... E non ho come ambizione recondita o manifesta di andare al Quirinale. Non è degno di un grande partito e di un dibattito politico, il quotidiano stillicidio basato su queste tre ipotesi: follia, compagno travestito, vuole prendere il posto del Capo dello stato". Fini ha poi ringraziato "l'equilibrio di Napolitano che è una delle poche garanzie. E non mi diletto con grembiulini e con compassi''.

    Descritto come un partito-caserma dai suoi spregiatori, il Popolo della libertà mostra una vivacità di contrasti nei quali si riflettono aspetti rilevanti delle differenze di orientamento presenti nella società, com’è ovvio che accada in una formazione politica a vocazione maggioritaria. E’ un’aberrazione ottica quella che fa ritenere che posizioni come quelle espresse da Gianfranco Fini, per il fatto di evidenziare diversità da quelle maggioritarie nel suo partito, siano l’effetto di una sua natura o svolta di sinistra. Non è stato solo Vittorio Feltri, inviperito per le critiche ricevute dal presidente della Camera, a chiamarlo “compagno”. Anche sul sussiegoso Monde si può leggere un’allucinata previsione di un ruolo da leader della sinistra per l’ex segretario del Movimento sociale. In queste semplificazioni giornalistiche incide una certa difficoltà o pigrizia a interpretare la varietà e le diverse origini della destra italiana, la cui immagine è ricondotta esclusivamente alla nostalgia per il fascismo e poi all’abbandono di questo sentimento.

    In realtà la destra italiana ha costruito il suo nazionalismo sull’epopea garibaldina, interpretata in modo autoritario da Francesco Crispi, nell’ambito di un atteggiamento laicista e anticlericale che aveva i suoi esempi nel kulturkampf bismarkiano e nelle leggi sulla laicità dello stato promulgate dalla Terza repubblica. Il filone concordatario, che pure fa parte del patrimonio della destra, fu però poi assunto a simbolo della consociazione tra Dc e Pci, in quella cosiddetta “Repubblica conciliare” che fu l’obiettivo polemico del Msi, che aderì alle campagne referendarie contro l’aborto e il divorzio anche perché vi vedeva, peraltro erroneamente, l’occasione per disarticolare il compromesso tra Dc e sinistra. Le iniziative di Fini a sostegno, invece, dell’integrazione degli immigrati (rivolte all’immigrazione regolare) derivano dal filone sociale dell’ispirazione della destra, che punta a conferire alla nazione il ruolo di unificazione “patriottica” delle classi e delle comunità etniche, più o meno secondo lo schema proposto da Nicolas Sarkozy, che non è neppure lui un leader di sinistra. Si tratta di un complesso di posizioni discusse e discutibili, con qualche concessione automatica al paradigma della sinistra liberal, ma posizioni politiche di piena cittadinanza in un centrodestra moderno, che dovrebbe discuterle diventando più ricco in un confronto d’idee serio e aperto.
    Ultima modifica di Sollus; 11-09-09 alle 10:40
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Citazione Originariamente Scritto da Florian Visualizza Messaggio
    Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    11 settembre 2009


    Qualsiasi cosa si pensi di Fini nessuno potrà mai negare che sia oratore con i fiocchi, probabilmente il migliore sulla scena politica italiana. Forse non sarà un grande stratega, io personalmente da sempre avanzo dubbi in proposito, ma in quanto a tattica rimane il numero uno. Fini eccelle nella politica di piccolo cabotaggio, come dice bene le cose ovvie lui non le dice nessuno. In ogni altro partito avrebbe vita difficile e il fiato sul collo di una nutrita concorrenza, ma nel PDL sul piano teorico può permettersi di spadroneggiare perchè lì il partito non esiste e Berlusconi, poveri noi, è politicamente uno zero.

    Ieri Fini ha parlato al seminario di Gubbio e ancora una volta ha fatto una gran figura. Non che ci volesse molto, visto che ha detto giusto quelle cose che nessuno potrebbe mai rinfacciargli tanto sono palesi, a sinistra come a destra.

    Innanzitutto ha criticato lo “stillicidio” delle accuse rivoltegli negli ultimi mesi, “non degno di un partito”, e ha ribadito di non essere un progressista e di non candidarsi alla successione di Napolitano (piuttosto di Ban Ki Moon ha detto scherzando). Entrambe le cose sono infatti improponibili o difficilmente realizzabili, e sono state montate ad arte dai soliti scribacchini berlusconiani per metterlo in cattiva luce davanti ai suoi stessi elettori. Tuttavia dire che Fini sia pronto per il PD significherebbe voler dire che Angela Merkel è una socialdemocratica mascherata e Cameron un laburista in incognito. La verità è che i conservatori e i moderati europei, piaccia o non piaccia (e a me non piace tanto), hanno un profilo assai simile a quello che Fini sta cucendo per sè e per il PDL. Berlusconi, invece, con questo mondo non ha nulla a che fare, ma il suo populismo, del tutto anomalo in ambito PPE, rimanda ad esempi peggiori, direi latinoamericani.

    Poi Fini si è messo a parlare degli immigrati: "Quando vengono respinti dei clandestini si fa bene, ma se su un barcone c'è un bambino o una donna incinta che sta per partorire e magari viene rimandata in un paese dove c'è un dittatore che la manda a morte, la sussistenza del diritto d'asilo la pretendo da un paese civile". Come al solito Fini sceglie una piccola contraddizione a suo favore per sollevare la questione che più gli sta a cuore. Ovvero, che per l’immigrazione non basta ragionare in termini di “sicurezza”, come fa la Lega, ma bisogna affrontare la questione da un punto di vista strategico. Al riguardo la strategia di Fini non è chiarissima e forse nemmeno condivisibile per un elettorato di destra. Tuttavia parlarne, discuterne dentro al partito, dai vertici alla base, può solo fare del bene al partito, oggi assente su questa come su ogni altra questione e tirato in causa solo quando si tratta di difendere a spada tratta Berlusconi dalle accuse che gli vengono mosse.

    Fini ha affrontato anche la questione del localismo ribadendo che il Pdl è un partito nazionale, per cui “non può avere la testa al Nord o al Sud”. Dando così una stoccata alla Lega e insieme agli autonomisti meridionali. Ma il piatto forte è stato, a mio avviso, quando ha parlato, senza peli sulla lingua, del PDL.

    “Dal 27 marzo non si è deciso nulla”, ha sottolineato con forza Fini. “Non è possibile che non si sia deciso nulla, il partito non è un organigramma. Serve un cambio di marcia, un dibattito interno”. E come dargli torto? Forse che qualcuno di noi ha saputo niente del conclamato partito “unico” dopo la sua inaugurazione? Silenzio assoluto, come già del resto accadeva in Forza Italia. E’, questa, purtroppo, la maledizione di essere governati da un Capo che decide tutto lui in piena autonomia e zittisce tutti coloro che gli si pongono di mezzo. Berlusconi ha avuto finora gioco facile con Bondi e Cicchitto, ma con Fini è più dura. Vivaddio.
    "Chiedere democrazia interna - ha detto Fini - non rappresenta un reato di lesa maestà". A questo siamo arrivati: a dover applaudire Fini perchè grazie a lui e solo a lui questo PDL ha ancora una remota speranza di diventare un partito “democratico” anzichè rimanere il feudo di proprietà di Silvio Berlusconi. Il quale, dopo aver sguinzagliato il “cagnaccio” Feltri per mordere alle caviglie, adesso si fa “piccino piccino” dinanzi a Fini, pronto ad esaudire ogni suo volere, sottolineando in primis come nel PDL riguardo alle questioni etiche vi sia libertà di coscienza. Bello sforzo! Che gli frega infatti a Berlusconi di questa “roba cattolica”? A lui interessa soltanto rimanere in sella e in quest’ottica i suoi nemici non sono i “laicisti”, ma solo coloro che intendono disarcionarlo, in primis la magistratura e la stampa avversaria. Ogni discorso politico, in questo quadro di potere, resta un optional.

    Sul piano politico Fini, com’è giusto che sia, resta criticabile, ma non è mai “ridicolo” come ha avuto l’avventatezza di scrivere Vittorio Feltri. Il quale, a proposito di ridicolaggini, farebbe bene ad ascoltare ciò che spesso dice il suo datore di lavoro. Anche ieri, infatti, mentre Fini incassava gli elogi di Poettering e il commento imbarazzato di Cicchitto (“Nel PDL non mi sento in caserma”), Berlusconi ne sparava un’altra delle sue: “Sono il miglior premier degli ultimi 150 anni!” Una frase infelice, assurda sul piano storico oltre che stupidamente autocelebrativa; un’altra gaffe che non aiuterà anzi si ripercuoterà contro il governo che presiede e quanti, nonostante le fanfaronate e le cadute d’immagine di Silvio, si sforzano riuscendovi di realizzare qualcosa di positivo. Perchè obiettivamente il rischio che corre questo governo è alla fine di essere identificato col suo premier e il buon lavoro di Tremonti, Brunetta, Gelmini & Co. affossato dalla disgraziata immagine che si è dato. Quella di un premier “ridicolo”, che i reporters di tutto il mondo dipingono oggi assatanato dal sesso e con pericolose manie dittatoriali.

    Per cui, alla fine, se Fini riuscirà a salvare il PDL dal naufragio a cui Berlusconi sembra averlo destinato allora avrà diritto agli applausi anche da chi politicamente a destra non la pensa in toto come lui. Me compreso.


    Florian
    Hai fatto una analisi ammirevole e molto centrata.
    Complimenti... condivido !

  5. #5
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Citazione Originariamente Scritto da Old Right Visualizza Messaggio
    Ieri chiacchieravo con un sincero elettore del PDL, poco ideologizzato, che segue poco le dietrologie e non ossrerva l'evolversi delle destre nel mondo.

    Mi diceva: "tra Berlusconi e Fini preferisco Fini, mi sembra più autorevole, più capace di comandare".
    Io gli facevo notare che Fini è troppo politicamente corretto su certi temi: immigrazione, diritti dei gay, testamento biologico. E lui: "sì, hai ragione, ma Berlusconi è un pagliaccetto, Fini ha più dialettica, è un politico".
    Berlusconi è l'alfiere dell'anti-politica, è l'imprenditore prestato al teatrino, ma che al pari degli altri, nel corso degli anni, è diventato un figurante, perfettamente inserito nel gioco delle parti. Forza Italia prima e PDL poi sono "partiti" per modo di dire, si sorreggono su un uomo solo, senza produrre vera cultura politica. Un terreno senza humus fertile è un terreno improduttivo. Fini, senza dubbio, è un animale politico, sa come muoversi, nel bene e nel male i suoi discorsi e le sue battaglie presentano un contenuto, una proposta. Non voglio essere frainteso, per quanto mi riguarda la proposta politica attuale di Fini non mi convince affatto. Anche per questo continuo a rimanere nell'alveo berlusconiano, pur nella consapevolezza delle tante carenze del Cavaliere e del suo progetto. Avrei gradito da parte di Fini una rivoluzione conservatrice, non una virata a sinistra, e pure anti-cristiana a questo punto. Ci dobbiamo affidare a Gasparri, o comunque a quell'area, come suggeriva Florian in un'altra discussione. Con Gasparri abbiamo una politica che possiamo sentire come nostra; una politica in grado di riempire il vuoto berlusconiano e di tenere la barra a destra. Fini è criticabile, gli eccessi berlusconiani sono ridicoli ("il premier migliore da 150 anni a questa parte"...bah...che ego!...di sicuro migliore di Prodi, questo sì). Una politica nuova è la soluzione.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Ma senti senti! Fini che chiede democrazia interna...
    Guarda un po'.

    Ma è la stessa persona che, coi suoi modi così "demmocratisci", aveva ridotto la moritura AN in una specie di political bureau a sua disposizione?

    Eh no! Mi dispiace ma non ci casco.
    Fini è un buffone, e, come giustamente dice Marcello Veneziani

    “Sono contento per la sinistra: ha finalmente trovato un leader con cui condivide l'assenza di idee.”

    Marcello Veneziani, agosto 2009
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

  7. #7
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Ma senti senti! Fini che chiede democrazia interna...
    Guarda un po'.

    Ma è la stessa persona che, coi suoi modi così "demmocratisci", aveva ridotto la moritura AN in una specie di political bureau a sua disposizione?

    Eh no! Mi dispiace ma non ci casco.
    Fini è un buffone, e, come giustamente dice Marcello Veneziani

    “Sono contento per la sinistra: ha finalmente trovato un leader con cui condivide l'assenza di idee.”

    Marcello Veneziani, agosto 2009
    Bhè, in effetti la gestione di AN da parte di Fini non era poi così aperta e liberale...:mmm:

  8. #8
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Tempo fa in un’intervista alla TV Fini dichiarò che la leadership non si determina con farraginose procedure interne (credo alludesse alle primarie). La leadership secondo Fini era qualcosa che si costruisce nel tempo e non con i voti del momento.
    Credo che le lamentele di Fini sulla carenza di dibattito interno nel PDL si riferiscano non alla leadership (che Fini sa benissimo appartenere a Berlusconi), ma all’elaborazione dell’azione politica, che risente troppo degli orientamenti del “capo”, il quale (probabilmente) intende regolare dei conti in sospeso e (sicuramente) intende passare alla storia come il più grande gestore della res publica italica.

    Siamo sempre lì. L’arte di governare non si sviluppa solo intorno ai programmi e alle singole proposte politiche (ed in questo le proposte di Fini lasciano perplessi moltissimi elettori di destra), ma anche intorno agli aspetti istituzionali, allo stile di governo (e credo che in questo Fini abbia intenzione di proporsi quale presidente presidenzialista della repubblica italiana).

    Da questo punto di vista, penso che Fini stia guardando più a Sarkozy che ad Obama.

    Detto questo, da conservatore retrogrado non mi sento affatto rassicurato. L’ideale sarebbe un politico che sia di destra sia per stile istituzionale che per concrete proposte politiche.

    Gasparri potrebbe essere un buon cavallo, ma gli manca ancora qualcosa, non so dirvi ancora.

    Intanto, da osservatori retrogradi, stiamo a guardare.
    Maledetto è l'uomo che confida nell'uomo (Geremia 17 5)

  9. #9
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Nel MSI si facevano congressi, ci si batteva sulle mozioni. Si votava. In AN questo non è più stato più possibile. Comandava Fini e chi si opponeva veniva costretto ad abbandonare il partito.


    C’era una volta il «dittatore» del partito. Fini

    di Francesco Cramer


    Roma - Per una sorta di grottesca legge del contrappasso ora Gianfranco Fini lamenta quello che da sempre gli è stato rinfacciato: essere leader di un partito in cui non c’era, perché non c’è mai stato, diritto di parola. Peggio: nemmeno diritto di mugugno. Un borbottio sulla linea del capo? Fuori. Un lamento sulla democrazia di facciata del Msi-An? Kaputt. In fondo il partito della fiamma non ha mai brillato per dialogo interno. E pure quando ha cambiato pelle in Alleanza nazionale, di congressi ne ha fatti ben pochi: soltanto tre in quattordici anni. Fiuggi (1995), quello della nascita di An; Bologna (2002), quello dell’adesione alla Casa delle libertà; Roma (2009), quello della fusione nel Partito della libertà. Tutte, più o meno, passerelle. Niente di più. D’altronde la discussione, il dibattito e la scelta non sono mai stati nel Dna del partito in cui è nato e cresciuto Fini. Dove vigeva la cooptazione, l’investitura dall’alto, la nomina di stile feudale.
    È così pure nel lontano 1977 quando Fini, 25enne, è al vertice del Fronte della gioventù. Messo lì da Giorgio Almirante, non certo acclamato dai giovani missini, anzi. Il brillante Gianfranco, a quel congresso, arriva quinto su sette eletti nella segreteria. Ma l’autorità del capo non si discute: farà lui il capo. Meccanismo bizantino ma d’altronde così prevede il «democratico» statuto missino. E pure nel 1987, Gianfranco è già entrato a Montecitorio, sarà sempre Almirante, alla festa di Mirabello, a investirlo pubblicamente come suo successore alla segreteria del partito.
    Congressi bulgari, liste per nominare i delegati blindatissime, dibattiti che restano nei retrobottega di sezione. A decidere, a scegliere, a stabilire linea e uomini è il vertice della piramide: Almirante. Secondo un recente retroscena, proprio lui ha già individuato nel suo delfino il volto pulito cui lasciare le sorti della fiamma: «Ma lei pensa davvero che io continui a fare politica per guidare un partito destinato comunque a morire perché una generazione va al cimitero e un’altra in galera», confida a un giornalista nel 1980 ed ecco al vertice lui, Fini, «giovane, non fascista, non nostalgico. Solo così il Msi può avere un futuro». Ci aveva visto bene. Ma di dibattiti, votazioni, discussioni, botte da orbi interne, neppure l’ombra. Dopo una brevissima parentesi in cui a guidare il Msi è Pino Rauti, 1990, Fini ritrova scettro e trono della fiamma, ridotta a lumicino alle amministrative di quell’anno. Anche in questa occasione non è certo un congresso a ripiazzarlo in cima. È un comitato centrale a riportalo lì.
    Una poltrona tenuta stretta, strettissima, a prescindere dai movimenti tellurici che ne scuotono le gambe. Eppure ce ne sono di motivi su cui discutere: lo sdoganamento del 1993, la discesa in campo di Berlusconi, la vittoria del 1994, il ripensare una nuova destra, il fare i conti col proprio passato. Roba da scannarsi, politicamente s’intende, per un bel po’. Tolta la microscissione di Rauti, Staiti di Cuddia e pochi altri anche in questa occasione è il capo a decidere. D’imperio, come è sempre stato. A Fiuggi si lavano via un po’ di scorie poco presentabili e avanti march. Le dissidenze vengono attutite, smorzate, cloroformizzate. La preparazione al congresso è fatta col bilancino: questo sì, questo no. Così la linea già decisa è al sicuro, certa, blindata. Fedeli alla tradizione di una struttura piramidale e gerarchica, anche in An resta il capo e sotto tutti gli altri. Si parla di colonnelli, come si conviene a una caserma. Verranno le cantonate dell’Elefantino e le liaison con il patto Segni, il «fascismo male assoluto del XX secolo» ad abiurare il «Mussolini il più grande statista del secolo». Verranno i dissensi della Mussolini e di Storace, il «gay non può fare il maestro» e il «garantire le coppie di fatto». Verranno gli strappi con Berlusconi e le ricucite. Zigo-zago, insomma, ma al vertice sempre lui. Pure le correnti, le anime del partito, vengono cancellate d’imperio, così, per decreto. Come tradizione, poco democratica, vuole.

    C’era una volta il «dittatore» del partito. Fini - Interni - ilGiornale.it del 11-09-2009

    Questo qui dovrebbe sconfiggere la " dittatura" di Berlusconi nel PDL?


    carlomartello
    Ultima modifica di carlomartello; 11-09-09 alle 13:52

  10. #10
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    Predefinito Rif: Fini è criticabile, ma Berlusconi (lui sì) è “ridicolo”

    Citazione Originariamente Scritto da carlomartello Visualizza Messaggio
    Nel MSI si facevano congressi, ci si batteva sulle mozioni. Si votava. In AN questo non è più stato più possibile. Comandava Fini e chi si opponeva veniva costretto ad abbandonare il partito.


    C’era una volta il «dittatore» del partito. Fini

    di Francesco Cramer


    Roma - Per una sorta di grottesca legge del contrappasso ora Gianfranco Fini lamenta quello che da sempre gli è stato rinfacciato: essere leader di un partito in cui non c’era, perché non c’è mai stato, diritto di parola. Peggio: nemmeno diritto di mugugno. Un borbottio sulla linea del capo? Fuori. Un lamento sulla democrazia di facciata del Msi-An? Kaputt. In fondo il partito della fiamma non ha mai brillato per dialogo interno. E pure quando ha cambiato pelle in Alleanza nazionale, di congressi ne ha fatti ben pochi: soltanto tre in quattordici anni. Fiuggi (1995), quello della nascita di An; Bologna (2002), quello dell’adesione alla Casa delle libertà; Roma (2009), quello della fusione nel Partito della libertà. Tutte, più o meno, passerelle. Niente di più. D’altronde la discussione, il dibattito e la scelta non sono mai stati nel Dna del partito in cui è nato e cresciuto Fini. Dove vigeva la cooptazione, l’investitura dall’alto, la nomina di stile feudale.
    È così pure nel lontano 1977 quando Fini, 25enne, è al vertice del Fronte della gioventù. Messo lì da Giorgio Almirante, non certo acclamato dai giovani missini, anzi. Il brillante Gianfranco, a quel congresso, arriva quinto su sette eletti nella segreteria. Ma l’autorità del capo non si discute: farà lui il capo. Meccanismo bizantino ma d’altronde così prevede il «democratico» statuto missino. E pure nel 1987, Gianfranco è già entrato a Montecitorio, sarà sempre Almirante, alla festa di Mirabello, a investirlo pubblicamente come suo successore alla segreteria del partito.
    Congressi bulgari, liste per nominare i delegati blindatissime, dibattiti che restano nei retrobottega di sezione. A decidere, a scegliere, a stabilire linea e uomini è il vertice della piramide: Almirante. Secondo un recente retroscena, proprio lui ha già individuato nel suo delfino il volto pulito cui lasciare le sorti della fiamma: «Ma lei pensa davvero che io continui a fare politica per guidare un partito destinato comunque a morire perché una generazione va al cimitero e un’altra in galera», confida a un giornalista nel 1980 ed ecco al vertice lui, Fini, «giovane, non fascista, non nostalgico. Solo così il Msi può avere un futuro». Ci aveva visto bene. Ma di dibattiti, votazioni, discussioni, botte da orbi interne, neppure l’ombra. Dopo una brevissima parentesi in cui a guidare il Msi è Pino Rauti, 1990, Fini ritrova scettro e trono della fiamma, ridotta a lumicino alle amministrative di quell’anno. Anche in questa occasione non è certo un congresso a ripiazzarlo in cima. È un comitato centrale a riportalo lì.
    Una poltrona tenuta stretta, strettissima, a prescindere dai movimenti tellurici che ne scuotono le gambe. Eppure ce ne sono di motivi su cui discutere: lo sdoganamento del 1993, la discesa in campo di Berlusconi, la vittoria del 1994, il ripensare una nuova destra, il fare i conti col proprio passato. Roba da scannarsi, politicamente s’intende, per un bel po’. Tolta la microscissione di Rauti, Staiti di Cuddia e pochi altri anche in questa occasione è il capo a decidere. D’imperio, come è sempre stato. A Fiuggi si lavano via un po’ di scorie poco presentabili e avanti march. Le dissidenze vengono attutite, smorzate, cloroformizzate. La preparazione al congresso è fatta col bilancino: questo sì, questo no. Così la linea già decisa è al sicuro, certa, blindata. Fedeli alla tradizione di una struttura piramidale e gerarchica, anche in An resta il capo e sotto tutti gli altri. Si parla di colonnelli, come si conviene a una caserma. Verranno le cantonate dell’Elefantino e le liaison con il patto Segni, il «fascismo male assoluto del XX secolo» ad abiurare il «Mussolini il più grande statista del secolo». Verranno i dissensi della Mussolini e di Storace, il «gay non può fare il maestro» e il «garantire le coppie di fatto». Verranno gli strappi con Berlusconi e le ricucite. Zigo-zago, insomma, ma al vertice sempre lui. Pure le correnti, le anime del partito, vengono cancellate d’imperio, così, per decreto. Come tradizione, poco democratica, vuole.

    C’era una volta il «dittatore» del partito. Fini - Interni - ilGiornale.it del 11-09-2009

    Questo qui dovrebbe sconfiggere la " dittatura" di Berlusconi nel PDL?


    carlomartello
    Ecco. Esattamente quello che ho pensato io ieri sera, esterrefatto davanti alle dichiarazioni del Gianfranchino.

    Una faccia da tolla infinita.
    “Pray as thougheverything depended on God. Work as though everything depended on you.”

 

 
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