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    memoria storica di PoL
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    Predefinito Cari kompagni consolatevi!... certi 'miti' non convincono più nessuno!...

    Recentemente un personaggio di cui non farò il nome ma assai noto in questi fora soprattutto per la sua convinzione di essere stato designato [e da chi?...] custode di 'verità insindacanbili' ha scritto, riferendosi ad un capitolo tratto dal testo di Marco Picone Chiodo In nome della resa- L'Italia nella szeconda guerra mondiale 1940-45 [ed. Mursia 1990], quanto segue...

    ... l'autore non prende neppure in minima considerazione le motivazioni nazional-popolari della guerra di liberazione volte, assieme alla dichiarazione di co-belligeranza del governo Badoglio a fianco degli anglo-americani, a rendere meno pesanti le condizioni post-belliche di paese sconfitto, o addirittura di evitare del tutto questa collocazione… è evidente che la resistenza ha avuto di fatto un'importanza militare irrisoria, ma non così può essere detto del suo significato politico e simbolico…


    Certo che la 'convinzione' di cui sono convinti oltre lui anche molti altri che si professano [a parole] 'anticomunisti', ovvero che il principale merito della 'resistenza' sia stato quello, oltre naturalmente del 'riscatto morale' agli occhi dei 'vincitori', di risparmiare 'infiniti lutti al paese' e garantirgli 'condizioni meno pesanti al tavolo della pace' è davvero dura a morire!...

    Per cominciare la necessaria 'confutazione' di questa ennesima 'stupidaggine' che per decenni ci è stata propinata come 'dogma insindacabile' non vi è nulla di meglio che riprodurre, a beneficio del nostro 'insindacabile' personaggio e degli altri amici del forum, il capitolo conclusivo del testo prima citato...

    buona lettura!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato




    I 'big three' fotografati a Yalta, dove essi decisero l'assetto dell'Europa dopo la sconfitta della Germania e dei suoi alleati. Solo ingenua stupidità può definirsi la convinzione che ebbe qualcuno di vedere in qualche modo 'premiata' l'Italia per aver combattuto dopo l'8 settembre 1943 al fianco degli Alleati contro i nazisti


    Il trattato di pace

    Tre giorni dopo la dichiarazione italiana di guerra al Giappone, il 7 luglio 1945, Truman e Churchill si incontrarono a Potsdam durante la prima seduta della conferenza. Il presidente americano, probabilmente desideroso di dare una soddisfazione ai propri connazionali di origine italiana, propose di accogliere l’Italia nel blocco delle Nazioni Unite., cosa che avrebbe trasformato il nostro paese da ‘cobelligerante’ in ‘alleato’ a tutti gli effetti. La proposta, di per se stessa generosa, incontrò la netta opposizione del premier britannico. Il quale, nonostante nel 1940 avesse indicato nel solo Mussolini il responsabile della dichiarazione di guerra, disse di non poter dimenticare che l’Italia era entrata in guerra il 10 giugno 1940 contro la Gran Bretagna proprio nel momento in cui quest’ultima si trovava in una situazione estremamente difficile.
    A Roma non restò che sperare che il contributo alla vittoria comune [e quindi anche alleata] contro la Germania venisse adeguatamente onorato, tanto da mitigare il più possibile gli effetti della sconfitta del 1943. Con questo spirito gli otto membri della delegazione italiana sarebbero giunti a Parigi per partecipare alla conferenza di pace che iniziò i suoi lavori un anno dopo il colloquio Truman-Churchill, il 29 luglio 1946 [1]. A quella data molte cose, almeno in apparenza, erano mutate in Italia. Innanzitutto il 10 dicembre 1945 Alcide De Gasperi era divenuto capo del governo, facendo del suo partito, la Democrazia Cristiana, il partito egemone della vita politica italiana. Segno inequivocabile che la spinta rivoluzionaria si era già completamente esaurita. In secondo luogo il 1° gennaio 1946 l’occupazione militare alleata [AMG] era cessata in Piemonte, ad Aosta, il Liguria, in Lombardia, in Trentino-Alto Adige, in Veneto, a Ferrara, a Pisa e Livorno, a Napoli, a Pantelleria e nelle Isole Pelagie. Praticamente l’intera penisola, con la Sicilia e la Sardegna, era ormai sotto la diretta amministrazione italiana e l’AMG continuava solo nelle province di Udine-Pordenone e di Gorizia. In terzo luogo Vittorio Emanuele III a mezzogiorno del 9 maggio 1946 si era deciso a firmare a Napoli l’atto formale di abdicazione e con il nome di ‘Conte di Cortelazzo’ era partito con la moglie Elena, a bordo dell’incrociatore Duca degli Abruzzi, alla volta di Alessandria d’Egitto, dove sarebbe morto [a 78 anni] il 28 dicembre 1947 [2]. Non vi è dubbio che la frattura tra lui e il popolo era cominciata il giorno della sua fuga a Brindisi. Infine, ultimo cambiamento, il Regno d’Italia si era trasformato in Repubblica Italiana. Quest’ultima era nata il 2 giugno di quello stesso anno dal plebiscito [stabilito il 25 giugno del 1944] che era stato indetto prima del rimpatrio dei prigionieri di guerra poiché i repubblicani temevano i sentimenti monarchici di questi ultimi [tra questi vi fu il papà del forumista autore del presente 3d, il quale partito alla volta dell’Africa nel 1936, fece ritorno in Italia dieci anni dopo, dei quali sei trascorsi in guerra e quattro in prigionia – n.d.r.]. Il risultato del plebiscito [12.717.923 voti per la Repubblica, 10.719.284 per la Monarchia] ed il modo ambiguo con il quale fu annunciato indusse molti [ e non solo monarchici] a denunciare una manipolazione di voti alla sudamericana. Ad ogni modo, accettando le cifre ufficiali per vere, è evidente che la vittoria della Repubblica fu conseguenza anche della propaganda repubblicana svolta dalla Rsi nel centro e nel nord dal 1943 al 1945. Umberto II dal canto suo, che pure avrebbe potuto tentare un colpo di mano appoggiandosi ai Carabinieri e all’Esercito, per evitare ulteriori spargimenti di sangue preferì andarsene in dignitoso esilio. Alle 16.07 del 13 giugno l’ex-sovrano, con il nome di ‘Conte di Sarre’, partì da Roma [3] su di un SM-95 alla volta del Portogallo, dove trascorse il resto dei suoi anni a Cascais, a Villa Italia, sempre più angustiato dal modo di vita dei suoi figli, uno dei quali è comparso perfino sulla cronaca dei giornali. Umberto II, che in fin dei conti era rimasto vittima degli abissali errori del padre e a cui lui aveva tentato di rimediare, sarebbe poi morto il 18 marzo 1983 a Ginevra. La caduta dei Carignano, anche se irreversibile, fu comunque indolore. Dopo che le mansioni furono assunte per quindici giorni da Alcide De Gasperi, il 28 giugno Enrico De Nicola divenne capo provvisorio dello Stato, i cui poteri, come ha stabilito la Costituzione del 1948, ricalcano in definitiva quelli regi. Il palazzo reale, il Quirinale, divenne il palazzo presidenziale e perfino i corazzieri si trasformarono da ‘regi’ in ‘presidenziali’. Una soluzione tale da mantenere la Repubblica il più possibile ‘monarchica’. Oltretutto lo Stato, non trasformato in una confederazione, rimase unitario, con il risultato che i contrasto tra settentrionali e meridionali invece di essere appianati si accentuarono.
    Furono perciò i rappresentanti di questa repubblica che il pomeriggio del 10 agosto 1946, capeggiati da Alcide De Gasperi, entrarono nella vasta sala del palazzo del Lussemburgo a Parigi. Furono accolti con estrema freddezza dai rappresentanti dei 21 paesi vincitori ivi convenuti [4]. Dopo che gli italiani andarono a sedersi sull’ultimo scranno , dietro le altre delegazioni, George Bidault, presidente della conferenza, invitò De Gasperi a salire sulla tribuna degli oratori. Questi prese la parola e disse tra l’altro:

    ‘… l’Italia è consapevole di dover compiere sacrifici per rientrare nella normalità ed essere riammessa fra le Nazioni libere e democratiche. Mo non ci si deve dimenticare i fini per i quali era stata combattuta la guerra contro Hitler e Mussolini: l’instaurazione della giustizia e dell’uguaglianza non soltanto all’interno delle Nazioni, ma anche nei rapporti tra le Nazioni stesse. L’Italia ad un certo momento è insorta contro il fascismo e gli invasori tedeschi ed ha combattuto anch’essa per questi principi. Non si deve confondere il regime fascista con gli italiani. L’Italia accetterà sì di pagare con dignità le riparazioni che il congresso stabilirà, ma chiede che esse siano intese non come atto punitivo, ma piuttosto come mezzo di cooperazione internazionale…’

    Ciò detto, lasciata la tribuna, egli tornò al suo posto nel silenzio generale. Solo qualche delegato, seguendo l’esempio del Segretario di Stato americano James Byrnes, gli strinse la mano. Il suo fu un discorso superfluo. Quel mondo aveva già accettato come forza naturale l’iniquo regolamento di Yalta che, decidendo con la forza delle armi la sorte di 120 milioni di europei, aveva rinnegato tutti i principi che Franklin Delano Roosvelt il 6 gennaio 1942 aveva enunciato al congresso in questi quattro postulati:

    1. autodeterminazione dei popoli in caso di mutamenti territoriali

    2. libertà ad ogni popolo di scegliersi la forma di governo

    3. libertà e parità di accesso alle materie prime garantite ad ogni
    popolo

    4. conclusione di una pace duratura che assicuri ad ogni essere umano una esistenza libera dal timore e dalla miseria

    Con una tale premessa le condizioni di pace per l’Italia stabilite dalla conferenza [che terminò i suoi lavori il 15 ottobre] non potevano lasciar luogo a speranze e furono dure e dolorose. Esse si componevano di 90 articoli.
    I primi articoli fissarono le clausole territoriali. L’Italia, che il 10 giugno 1940 aveva una superficie di 310.050 kmq [di cui 110 formanti la provincia di Zara], oltre che considerare illegali le annessioni del 1941, doveva cedere alla Jugoslavia 7.390 kmq, la maggior parte della Venezia Giulia con Fiume e le isole di Cherso e Lussino, la città di Zara e le isole di Lagosta e Pelagosa. Gorizia fu tagliata in due dal nuovo confine e Trieste fu posta a capitale di un Territorio Libero [783 kmq], suddiviso in zona A [sotto l’amministrazione anglo-franco-americana] ed in Zona B [sotto amministrazione jugoslava] [5]. Come il confine del 1919 assegnava all’Italia lo spartiacque fino al Monte Nevoso, senza alcun riguardo verso le ampie fette di territorio linguistico sloveno e croato,m così il nuovo confine includeva nella Jugoslavia di Tito territori linguistici squisitamente italiani, come la fascia compresa tra Cittanuova e Pola o Cherso meridionale, e staccava dall’Italia la città di Trieste, assegnando Capodistria all’amministrazione di Belgrado.
    A Gorizia il nuovo confine era così assurdo da dividere in due appartamenti e cimiteri. A favore della Jugoslavia giocò senz’altro il fatto che dall’8 settembre 1943 vi era stato un esodo di popolazione italiana e dalle statistiche appare che, fino a agli anni ’60, ben 330.000 italiani lasciarono la Venezia Giulia e la Dalmazia e, a questi poveri disgraziati [a cui l’Italia ‘ufficiale’ ha sempre guardato come ‘sospetti neofascisti’] si sono aggiunti nello stesso periodo ben 50.000 profughi slavi che di Tito non ne volevano sapere. Le terre abbandonate dagli italiani furono subito ripopolate dal governo jugoslavo con elementi della Bosnia e del Montenegro. Ancora oggi a tanti anni di distanza il rapporto tra Italia e Jugoslavia oscilla tra due poli: il revanscismo [che non ammette che gli slavi siano stati oppressi dagli italiani] ed il servilismo [che non ammette che gli italiani siano stati oppressi dagli slavi]. Non esiste ancora una serena via di mezzo, capace di riconoscere i torti reciproci e capace di creare un rapporto di sincera amicizia con un paese a cui, malgrado tutte le differenze, ci unisce la medesima base di cultura mediterranea. Solo con queste premesse il confine comune potrà essere un giorno rettificato qua e là nell’interesse di ambo le parti.
    Dopo aver stabilito le cessioni territoriali alla Jugoslavia, altri articoli stabilivano quelle alla Francia. Quest’ultima otteneva 710m kmq. L’ospizio del Piccolo San Bernardo, la zona del Moncenisio, la Valle Stretta ad ovest di Bardonecchia, lo Chaberton, le valli superiori dei fiumi Tinea e Vesubia, i comuni di Briga, Tenda, Olivetta [parte] e San Michele [parte]. Inoltre Parigi otteneva gli archivi della Savoia [che furono consegnati nel 1949]. L’abbazia di Altacomba rimase invece sotto la protezione dei Carignano, come lo era dal 18 agosto 1860, dopo che la Savoia divenne francese.
    Atene si annesse, comprensibilmente, le isole italiane dell’Egeo [Dodecanneso], di cui già tre isole [Nisiro, Simi e Sampalia] si erano espresse nel marzo del 1945 con un referendum per l’annessione alla Grecia.
    In base ad altri articoli l’Italia dovette rinunciare a tutti i possedimenti coloniali in Africa [Libia, Eritrea, Somalia] e con l’articolo 25 alla concessione di Tien-Tsin in Cina. Infine l’Italia riconosceva l’indipendenza e la sovranità dell’Albania [a cui cedeva l’isola di Saseno] e dell’Etiopia. Quest’ultima si sarebbe federata nel 1950 con l’Eritrea, che poi Addis Abeba avrebbe ridotta provincia nel 1962. La perdita delle colonie, nel quadro generale di decolonizzazione, non fu di per se stessa illogica o irreparabile, ma per rispetto verso la cobelligeranza ci si sarebbe aspettati un trattamento diverso per quel che riguarda la Tripolitania [non la Cirenaica], l’Eritrea e la Somalia [7].

    Seguivano poi le clausole militari ed economiche. Con le prime, che limitavano l’Esercito a 185.000 uomini, la Marina a 2 corazzate, 4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere e l’Aviazione a 250 aerei, l’Italia veniva radiata dal novero delle potenze. Si imponeva inoltre il divieto di possedere sommergibili, la smilitarizzazione di Pantelleria, delle isole Pelagie e delle isole Tremiti, il divieto di fortificare tutta la fascia confinaria sia con la Francia sia con la Jugoslavia. Il divieto si estendeva alla Gallura, in Sardegna. Il resto di quest’isola, come pure la Sicilia, la Liguria centro-occidentale, la costa veneta e la penisola Salentina non potevano essere fortificate ulteriormente. Si prevedeva inoltre la consegna agli Alleati di 3 corazzate, 4 incrociatori, 6 cacciatorpediniere, 6 torpediniere, 2 sommergibili, una nave scuola, una nave trasporto e una nave coloniale. A queste navi si aggiungevano altre 47 navi minori [16 rimorchiatori, 10 cisterne, 7 dragamine, 5 motosiluranti, 4 motozattere, 3 MAS e 2 vedette]. Ciò che non andava consegnato e che esulava dai limiti concessi dal trattato, doveva essere demolito. Questo era il ringraziamento per i 4.177 marinai della Regia Marina morti dal 1943 al 1945[8].
    Con le clausole economiche [più giustificabili, visto che l’Italia aveva portato morte e distruzione con le sue guerre di aggressione dallo Scioa all’Ucraina] l’Italia veniva condannata a pagare, a titolo di riparazioni, in un periodo di sette anni la somma di 360 milioni di dollari [9]. Erano gli ultimi sacrifici imposti ad un paese già dissanguato da cinque anni di guerra, costati agli italiani 309.453 morti [149.496 civili e 159.957 militari], a cui si aggiungevano 135.070 dispersi [10]. I soli bombardamenti aerei avevano provocato la morte di 60.000 persone [11] e i danni materiali ammontavano a ben 1.878.500 vani di abitazione distrutti e altri 4.951.000 danneggiati, 7.000 km di ferrovie e 42.000 di strade danneggiati o distrutti, 910 acquedotti, 10.000 edifici pubblici, 18.950 ponti colpiti.

    La conferenza di Parigi non tenne conto della cobelligeranza dell’Italia e considerò esclusivamente la guerra 1940-43 come l’unica guerra da essa condotta nell’ambito del secondo conflitto mondiale. Il riconoscimento del contributo dato dall’Italia alla causa delle Nazioni Unite nella guerra 1943-45 fu segregato in un semplice preambolo all’inizio del trattato, assumendo in questo modo un amaro sapore ironico. In questo contesto è di poco conforto il pensare che, senza la cobelligeranza, l’Italia sarebbe stata trattata ancor più duramente, in base al proverbio ‘al peggio non ci sono limitò. In effetti chi sta peggio di un mendicante cieco, sordo e muto, senza braccia e senza gambe, se non un altro ridotto allo stesso modo ma in più sotto la pioggia?!…
    L’idea di neutralizzare ogni futura minaccia dell’Italia nel settore mediterraneo [idea parzialmente giustificata dall’aggressività dimostrata dai dirigenti italiani da Porta Pia alla seconda guerra mondiale] aveva fatto dimenticare sia l’equità nel tracciare i nuovi confini nazionali [specie quelli orientali] sia la misura nello smantellamento delle vecchie colonie e della flotta. Di questa, più che della perdita, fa male la perfidia e la mancanza di diritti morali con cui gli Alleati ce la soffiarono. L’unica consolazione sta nel fatto che, se l’obiettivo della guerra del 1940 era di eliminare la Gran Bretagna dal Mediterraneo, l’Italia lo ha raggiunto in pieno. I vittoriosi britannici hanno infatti dovuto sgomberare Suez nel 1956 e Malta [indipendente dal 1974] nel 1979. Non solo, ma Londra ha perso il suo impero il 15 agosto 1947, neppure sei anni dopo che il tricolore italiano fu ammainato a Gondar!…

    Il Diktat venne firmato, dopo una protesta ufficiale del governo italiano, dall’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna in una breve cerimonia nella Sala degli Orologi al Quai d’Orsay. Il 10 febbraio 1947 e, ratificato dalla costituente, il 31 luglio dello steso anno entrò in vigore. Nello stesso giorno il Governo militare Alleato [AMG] restituì all’amministrazione italiana le province di Udine-Pordenone e di Goriza [inclusa Monfalcone] che Ancora tratteneva come pegno nelle sue mani [12].
    Con la scomparsa della Germania non potè essere firmato un trattato di pace e pertanto l’Italia si limitò a dichiarare nell’estate del 1951 la fine dello stato di guerra con l’ex-nemica [13].
    La pace ‘punitiva’ fu per gli italiani la fine di tutte le illusioni. Particolarmente odioso era stato l’articolo 16 del trattato che vietava all’Italia di perseguitare coloro che [magari per mero opportunismo] avevano fatto la spia per gli Alleati, anche se le loro informazioni avevano causato la morte di innumerevoli soldati e civili italiani. Vittorio Emanuele Orlando, che a Versailles era stato uno dei ‘quattro grandi’ definì questa pace ‘di una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia’. Il professor Messineo espresse l’opinione degli italiani nella rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica con questi termini:

    ‘… le Nazioni Unite hanno tradito l’Italia, giacchè non si può qualificare con un termine meno forte un trattato nel quale i suoi quattro compilatori, lungi dal tenere conto della cobelligeranza e dello sforzo militare ed economico cui si è assoggettato il popolo italiano nei duri mesi della guerra combattuta sul proprio suolo per aiutarli al conseguimento della vittoria, hanno accumulato clausole sopra clausole, una più oppressiva dell’altra, una più umiliante dell’altra, trattandola con una asprezza che non poteva essere maggiore se avesse combattuto fino all’ultimo contro i suoi nemici di prima!…’

    Valse allora la pena di sottoporsi all’armistizio del 3 settembre 1943?… Alla domanda che sorge spontanea la risposta non può essere che pragmatica. Fu a dir poco un errore. Ci si fece bollare di tradimento dai tedeschi [e non solo da loro], ma prima di essere un tradimento ai compagni d’arme fu un tradimento del popolo italiano [perché esso fu abbandonato dal re e da Badoglio alla vendetta hitleriana] e questo tradimento avvenne non perché i dirigenti italiani si fossero improvvisamente convinti della bontà della causa democratica, ma solo perché temevano che il continuare della guerra perduta sarebbe potuto essere fatale a loro stessi, al sistema, alla grande industria. L’armistizio, giustificabilissimo se avesse risparmiato più lutti e rovine all’Italia, ne produsse più di quanti ne sarebbero accaduti se l’Italia avesse combattuto fino alla fine della guerra dalla parte malauguratamente scelta nel 1940. Non solo, ma il modo con cui fu negoziato fece scaturire il disprezzo degli stessi anglo-americani che, per giunta, al momento del trattato di pace di dimostrarono perfino irriconoscenti deludendo le speranze di coloro che credevano di intenerire i vincitori verso l’Italia collaborando con loro contro l’ex-alleato. Oltretutto l’armistizio fu la causa della dolorosa spaccatura della Nazione in due Stati [14] e, se fu la scintilla della guerra partigiana, quest’ultima, proprio perché monopolizzata dagli stalinisti, non ebbe quella forza morale necessaria a dar credibilità alla lotta democratica del popolo italiano contro il nazifascismo e non seppe neppure raggiungere i suoi fini, giacchè alla fine divenne strumento dello ‘stato borghese del sud’ e degli anglo-americani, contro cui non combattè. Essa provocò perciò ulteriori lutti per nulla. Ciò che accadde nel ’43 fu però un errore causato dalla guerra permessa dal Re, ma voluta da Mussolini, che conduceva ormai solamente all’asservimento alla Germania e poi alla totale sconfitta militare. Gli italiani non hanno mai superato del tutto il trauma di quei tragici anni, cosa che hanno pensato di fare gettandosi a capofitto nel consumismo sfrenato, scomposto e svilente che, perché americanizzato, minaccia ormai da vicino la nostra stessa identità nazionale.

    Nel sistema politico repubblicano sorto subito dopo la guerra si perpetua l’antagonismo nato negli anni 1943-45 tra la concezione della continuità dello stato monarchico-fascista, che legittimò i primi governi di partiti, e la concezione rivoluzionaria di ispirazione stalinista perseguita dalla lotta partigiana. Sempre più debolmente però perché nel quarantesimo anniversario della costituzione è evidente ormai che il Pci, con la decisione di Palmiro Togliatti del 1944 e la crescente trasformazione dei comunisti in ‘consumisti’ [specie dopo la svolta del ‘76] è divenuto una colonna portante dello stato sorto nel 1861, uno stato che era caratterizzato dal grande capitalismo [che col Re l’aveva imposto alla nazione]. Oggi, dopo 127 anni, questa caratteristica non è affatto cambiata, proprio come se per essa tutti i capovolgimenti del 1940-45 non fossero neppure avvenuti.

    [1] La scomparsa del Reich impedì un trattato di pace con la Germania. Il suo territorio [quello compreso nei confini del 1941] fu spartito tra Belgio, Lussemburgo, Francia, Austria, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, URSS. Ciò che rimase fu a sua volta ripartito in Berlino [quadripartita], zona britannica, zona americana, zona francese, zona sovietica, Saar, territorio sotto amministrazione polacca, territorio sotto amministrazione sovietica [art. VI della conferenza di Potsdam]. La fine dello stato di guerra con l’ex III Reich venne dichiarata unilateralmente da Londra e da Parigi il 9 luglio 1951, da Washington il 18 ottobre 1951 e da Mosca il 25 gennaio 1955.

    [2] L’uomo di fiducia del sovrano, il duca di Acquarone, sarebbe morto l’anno seguente, nel 1948.

    [3] Maria Josè, sua moglie, aveva già lasciato l’Italia il 6 giugno.

    [4] I vincitori erano: Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Canada, Unione Sudafricana, Australia, Nuova Zelanda, India, Unione Sovietica [con Ucraina e Bielorussia], Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Francia, Belgio, Paesi Bassi [Olanda], Norvegia, Grecia, Cina, Brasile, Etiopia.

    [5] Con il memorandum di Londra [6 ottobre 1954] tra l’Italia e la Jugoslavia, la zona A passò sotto amministrazione italiana. Con il trattato di Osimo [10 novembre 1975] il governo italiano riconobbe definitivamente la zona B come parte integrante dello stato jugoslavo, ottenendo in compenso la rinuncia da parte jugoslava a rivendicare la zona A.
    Nel 1947 il malcontento della popolazione triestina alle imposizioni del trattato di Parigi portò, il giorno stesso della sua firma, all’uccisione del generale britannico De Winton da parte della triestina Maria Pasquinelli. La giovane donna fu condannata all’ergastolo.

    [6] Fino al 1950 rimpatriarono 15.000 coloni italiani dal Dodecanneso. Alla stessa data i rimpatriati dalla Libia e dall’Africa Orientale erano già 135.000.

    [7]L’Onu tentò poi di rimediare, tardi e malamente, prendendo in considerazione la possibilità di assegnare l’amministrazione fiduciaria della Libia e della Somalia all’Italia. Per la Libia la cosa fallì a causa di un solo voto contrario: Haiti. La Somalia [dove nel 1948 furono trucidati 58 italiani a Mogadiscio] passò invece all’amministrazione fiduciaria italiana il 17 gennaio 1950 e tale rimase fino al 1960. Il 1° luglio di quell’anno la Somalia ed il Somaliland divennero entrambi indipendenti e si fusero in un solo stato: la Repubblica Somala.
    Si può anche dire, giudicando da un altro punto di vista, che la perdita delle colonie ci risparmiò probabilmente di impegnarci in una sanguinosa lotta contro i movimenti che certamente sarebbero sorti in quelle terre per reclamare l’indipendenza.

    [8] Simili clausole sono normali nei trattati di pace. Nel 1919 l’Italia ottenne dall’Austria 1 corazzata, 3 corazzate minori, 2 esploratori, 17 caccia torpediniere, 12 torpediniere, 13 sommergibili e 67 altre unità minori. Allo stesso modo ottenne dalla Germania 3 incrociatori leggeri, 1 esploratore, 2 caccia torpediniere, 10 sommergibili e 15 unità minori. La docile resa della Regia Marina nel 1943 dava tuttavia il diritto di sperare in un trattamento migliore.
    Le principali navi consegnate.
    L’URSS ottenne la corazzata Giulio Cesare, l’incrociatore Duca d’Aosta e la nave scuola Cristoforo Colombo [un superbo veliero demolito dai nuovi proprietari perché ritenuto ‘inutile’]. La Giulio Cesare [ribattezzata il 3 febbraio 1949 Novorossijsk] fu di base a Odessa finchè il 29 ottobre 1955 affondò per una mina nel Mar Nero[ per qualcuno si è trattato di sabotaggio, cosa che non si è chiarita definitivamente ancora oggi…- n.d.r.].
    La Francia ottenne gli incrociatori Attilio Regolo e Scipione Africano, oltre alla nave coloniale Eritrea.
    La Grecia ebbe due navi. Una di esse era l’incrociatore Eugenio di Savoia come riconoscimento per l’affondamento dell’incrociatore greco Hellis nel 1940.
    La Gran Bretagna e gli Stati Uniti rinunciarono invece alle corazzate loro assegnate dal trattato di pace [la Vittorio Veneto e l’Italia], ma ne pretesero la demolizione, effettuata la Spezia nel 1948.

    In pratica solo due corazzate, la Caio Duilio e l’Andrea Doria, rimasero all’Italia come pure quattro incrociatori [Giuseppe Garibaldi, Duca degli Abruzzi, Raimondo Montecuccoli e Luigi Cadorna]. Gli incrociatori Pompeo Magno e Giulio Germanico divennero i cacciatorpediniere ‘conduttori’ San Giorgio e San Marco. Le corazzate rimaste furono radiate rispettivamente il 15 settembre e il 1° novembre 1956. Curiosamente una nave omonima, il transatlantico Andrea Doria [29.100 tonnellate], era affondata il 29 luglio di quell’anno.

    [9] La somma di 360 milioni di dollari [100 all’URSS, 5 all’Albania, 25 all’Etiopia, 105 alla Grecia, 125 alla Jugoslavia] andò ad aggiungersi a quanto gli italiani avevano già dovuto sborsare per il mantenimento sul proprio territorio delle truppe alleate e tedesche.

    [10] Questi dati, forniti nel 1957 dall’Istituto Centrale di Statistica, non escludono che la cifra possa elevarsi a 700.000 morti complessivi, tenendo conto dei deceduti in prigion9ia e degli scomparsi.

    [11] In Germania i morti per i bombardamenti aerei furono 593.000 e le case colpite 5.700.000. Solo Berlino era stata colpita 363 volte e i morti furono 50.000…

    [12] Lo stesso giorno della conclusione del trattato di pace con l’Italia furono firmati, sempre a Parigi, i trattati di pace con la Finlandia, l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania. Gli stati firmatari furono 10 con la prima, 12 con la seconda e la terza, 11 con la quarta.

    Con il Giappone fu concluso l’8 settembre 1951 il trattato di pace di San Francisco. Tokio ha ottenuto di ricostruire le proprie forze armate [sciolte nel 1945] il 1° luglio 1954. Si trattava inizialmente di 160.000 uomini. L’URSS non ha messo la propria firma al trattato di pace e si è limitata a dichiarare concluso lo stato di guerra con il Giappone il 19 ottobre 1956.

    Con la Thailandia [Siam dal 1945 al 1949] la Francia ha concluso il 17 novembre 1946 la pace di Washington, con la quale Bangkok ha rinunciato ai territori indocinesi annessi nel 1941.

    [13] Nel territorio tedesco sorsero due nuovi stati. La Repubblica Federale Tedesca [7 settembre 1949] sotto il presidente Theodor Heuss e il cancelliere Konrad Adenauer, e la Repubblica Democratica Tedesca [7 ottobre 1949] sotto Wilhelm Pieck e Otto Grotewohl. Berlino Ovest rimase sotto occupazione alleata. Il governo di Bonn riottenne l’isola di Heligoland nel 1952 e la Saar nel 1957 ed ha ricostruito le sue forze armate [la Bundeswehr] il 12 novembre 1955.

    [14] La tradizione della Rsi fu proseguita dal Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946. Nel gennaio del 1973 tuttavia l’Msi si fuse con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica [PDIUM] dando luogo alla cosiddetta ‘Destra Nazionale’. La fusione con i monarchici ha implicato una riunificazione postuma tra la Repubblica Sociale Italiana e il Regno d’Italia, divenuto poi Repubblica Italiana. Che attualmente anche gli ex-sostenitori della Rsi siano integrati nella repubblica lo dimostra il fatto che poco dopo la morte del settantaduenne Giorgio Almirante [redattore del giornale La difesa della razza di Telesio Interlandi prima della guerra, poi esponente della Rsi e infine capo storico dell’Msi] il presidente Francesco Cossiga gli fece visita in clinica a Roma e quando morì il 22 maggio 1988 lo stesso Pci inviò un telegramma di cordoglio.

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    Predefinito Cari kompagni consolatevi!... certi 'miti' non convincono più nessuno!...

    Recentemente un personaggio di cui non farò il nome ma assai noto in questi fora soprattutto per la sua convinzione di essere stato designato [e da chi?...] custode di 'verità insindacanbili' ha scritto, riferendosi ad un capitolo tratto dal testo di Marco Picone Chiodo In nome della resa- L'Italia nella szeconda guerra mondiale 1940-45 [ed. Mursia 1990], quanto segue...

    ... l'autore non prende neppure in minima considerazione le motivazioni nazional-popolari della guerra di liberazione volte, assieme alla dichiarazione di co-belligeranza del governo Badoglio a fianco degli anglo-americani, a rendere meno pesanti le condizioni post-belliche di paese sconfitto, o addirittura di evitare del tutto questa collocazione… è evidente che la resistenza ha avuto di fatto un'importanza militare irrisoria, ma non così può essere detto del suo significato politico e simbolico…


    Certo che la 'convinzione' di cui sono convinti oltre lui anche molti altri che si professano [a parole] 'anticomunisti', ovvero che il principale merito della 'resistenza' sia stato quello, oltre naturalmente del 'riscatto morale' agli occhi dei 'vincitori', di risparmiare 'infiniti lutti al paese' e garantirgli 'condizioni meno pesanti al tavolo della pace' è davvero dura a morire!...

    Per cominciare la necessaria 'confutazione' di questa ennesima 'stupidaggine' che per decenni ci è stata propinata come 'dogma insindacabile' non vi è nulla di meglio che riprodurre, a beneficio del nostro 'insindacabile' personaggio e degli altri amici del forum, il capitolo conclusivo del testo prima citato...

    buona lettura!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato




    I 'big three' fotografati a Yalta, dove essi decisero l'assetto dell'Europa dopo la sconfitta della Germania e dei suoi alleati. Solo ingenua stupidità può definirsi la convinzione che ebbe qualcuno di vedere in qualche modo 'premiata' l'Italia per aver combattuto dopo l'8 settembre 1943 al fianco degli Alleati contro i nazisti


    Il trattato di pace

    Tre giorni dopo la dichiarazione italiana di guerra al Giappone, il 7 luglio 1945, Truman e Churchill si incontrarono a Potsdam durante la prima seduta della conferenza. Il presidente americano, probabilmente desideroso di dare una soddisfazione ai propri connazionali di origine italiana, propose di accogliere l’Italia nel blocco delle Nazioni Unite., cosa che avrebbe trasformato il nostro paese da ‘cobelligerante’ in ‘alleato’ a tutti gli effetti. La proposta, di per se stessa generosa, incontrò la netta opposizione del premier britannico. Il quale, nonostante nel 1940 avesse indicato nel solo Mussolini il responsabile della dichiarazione di guerra, disse di non poter dimenticare che l’Italia era entrata in guerra il 10 giugno 1940 contro la Gran Bretagna proprio nel momento in cui quest’ultima si trovava in una situazione estremamente difficile.
    A Roma non restò che sperare che il contributo alla vittoria comune [e quindi anche alleata] contro la Germania venisse adeguatamente onorato, tanto da mitigare il più possibile gli effetti della sconfitta del 1943. Con questo spirito gli otto membri della delegazione italiana sarebbero giunti a Parigi per partecipare alla conferenza di pace che iniziò i suoi lavori un anno dopo il colloquio Truman-Churchill, il 29 luglio 1946 [1]. A quella data molte cose, almeno in apparenza, erano mutate in Italia. Innanzitutto il 10 dicembre 1945 Alcide De Gasperi era divenuto capo del governo, facendo del suo partito, la Democrazia Cristiana, il partito egemone della vita politica italiana. Segno inequivocabile che la spinta rivoluzionaria si era già completamente esaurita. In secondo luogo il 1° gennaio 1946 l’occupazione militare alleata [AMG] era cessata in Piemonte, ad Aosta, il Liguria, in Lombardia, in Trentino-Alto Adige, in Veneto, a Ferrara, a Pisa e Livorno, a Napoli, a Pantelleria e nelle Isole Pelagie. Praticamente l’intera penisola, con la Sicilia e la Sardegna, era ormai sotto la diretta amministrazione italiana e l’AMG continuava solo nelle province di Udine-Pordenone e di Gorizia. In terzo luogo Vittorio Emanuele III a mezzogiorno del 9 maggio 1946 si era deciso a firmare a Napoli l’atto formale di abdicazione e con il nome di ‘Conte di Cortelazzo’ era partito con la moglie Elena, a bordo dell’incrociatore Duca degli Abruzzi, alla volta di Alessandria d’Egitto, dove sarebbe morto [a 78 anni] il 28 dicembre 1947 [2]. Non vi è dubbio che la frattura tra lui e il popolo era cominciata il giorno della sua fuga a Brindisi. Infine, ultimo cambiamento, il Regno d’Italia si era trasformato in Repubblica Italiana. Quest’ultima era nata il 2 giugno di quello stesso anno dal plebiscito [stabilito il 25 giugno del 1944] che era stato indetto prima del rimpatrio dei prigionieri di guerra poiché i repubblicani temevano i sentimenti monarchici di questi ultimi [tra questi vi fu il papà del forumista autore del presente 3d, il quale partito alla volta dell’Africa nel 1936, fece ritorno in Italia dieci anni dopo, dei quali sei trascorsi in guerra e quattro in prigionia – n.d.r.]. Il risultato del plebiscito [12.717.923 voti per la Repubblica, 10.719.284 per la Monarchia] ed il modo ambiguo con il quale fu annunciato indusse molti [ e non solo monarchici] a denunciare una manipolazione di voti alla sudamericana. Ad ogni modo, accettando le cifre ufficiali per vere, è evidente che la vittoria della Repubblica fu conseguenza anche della propaganda repubblicana svolta dalla Rsi nel centro e nel nord dal 1943 al 1945. Umberto II dal canto suo, che pure avrebbe potuto tentare un colpo di mano appoggiandosi ai Carabinieri e all’Esercito, per evitare ulteriori spargimenti di sangue preferì andarsene in dignitoso esilio. Alle 16.07 del 13 giugno l’ex-sovrano, con il nome di ‘Conte di Sarre’, partì da Roma [3] su di un SM-95 alla volta del Portogallo, dove trascorse il resto dei suoi anni a Cascais, a Villa Italia, sempre più angustiato dal modo di vita dei suoi figli, uno dei quali è comparso perfino sulla cronaca dei giornali. Umberto II, che in fin dei conti era rimasto vittima degli abissali errori del padre e a cui lui aveva tentato di rimediare, sarebbe poi morto il 18 marzo 1983 a Ginevra. La caduta dei Carignano, anche se irreversibile, fu comunque indolore. Dopo che le mansioni furono assunte per quindici giorni da Alcide De Gasperi, il 28 giugno Enrico De Nicola divenne capo provvisorio dello Stato, i cui poteri, come ha stabilito la Costituzione del 1948, ricalcano in definitiva quelli regi. Il palazzo reale, il Quirinale, divenne il palazzo presidenziale e perfino i corazzieri si trasformarono da ‘regi’ in ‘presidenziali’. Una soluzione tale da mantenere la Repubblica il più possibile ‘monarchica’. Oltretutto lo Stato, non trasformato in una confederazione, rimase unitario, con il risultato che i contrasto tra settentrionali e meridionali invece di essere appianati si accentuarono.
    Furono perciò i rappresentanti di questa repubblica che il pomeriggio del 10 agosto 1946, capeggiati da Alcide De Gasperi, entrarono nella vasta sala del palazzo del Lussemburgo a Parigi. Furono accolti con estrema freddezza dai rappresentanti dei 21 paesi vincitori ivi convenuti [4]. Dopo che gli italiani andarono a sedersi sull’ultimo scranno , dietro le altre delegazioni, George Bidault, presidente della conferenza, invitò De Gasperi a salire sulla tribuna degli oratori. Questi prese la parola e disse tra l’altro:

    ‘… l’Italia è consapevole di dover compiere sacrifici per rientrare nella normalità ed essere riammessa fra le Nazioni libere e democratiche. Mo non ci si deve dimenticare i fini per i quali era stata combattuta la guerra contro Hitler e Mussolini: l’instaurazione della giustizia e dell’uguaglianza non soltanto all’interno delle Nazioni, ma anche nei rapporti tra le Nazioni stesse. L’Italia ad un certo momento è insorta contro il fascismo e gli invasori tedeschi ed ha combattuto anch’essa per questi principi. Non si deve confondere il regime fascista con gli italiani. L’Italia accetterà sì di pagare con dignità le riparazioni che il congresso stabilirà, ma chiede che esse siano intese non come atto punitivo, ma piuttosto come mezzo di cooperazione internazionale…’

    Ciò detto, lasciata la tribuna, egli tornò al suo posto nel silenzio generale. Solo qualche delegato, seguendo l’esempio del Segretario di Stato americano James Byrnes, gli strinse la mano. Il suo fu un discorso superfluo. Quel mondo aveva già accettato come forza naturale l’iniquo regolamento di Yalta che, decidendo con la forza delle armi la sorte di 120 milioni di europei, aveva rinnegato tutti i principi che Franklin Delano Roosvelt il 6 gennaio 1942 aveva enunciato al congresso in questi quattro postulati:

    1. autodeterminazione dei popoli in caso di mutamenti territoriali

    2. libertà ad ogni popolo di scegliersi la forma di governo

    3. libertà e parità di accesso alle materie prime garantite ad ogni
    popolo

    4. conclusione di una pace duratura che assicuri ad ogni essere umano una esistenza libera dal timore e dalla miseria

    Con una tale premessa le condizioni di pace per l’Italia stabilite dalla conferenza [che terminò i suoi lavori il 15 ottobre] non potevano lasciar luogo a speranze e furono dure e dolorose. Esse si componevano di 90 articoli.
    I primi articoli fissarono le clausole territoriali. L’Italia, che il 10 giugno 1940 aveva una superficie di 310.050 kmq [di cui 110 formanti la provincia di Zara], oltre che considerare illegali le annessioni del 1941, doveva cedere alla Jugoslavia 7.390 kmq, la maggior parte della Venezia Giulia con Fiume e le isole di Cherso e Lussino, la città di Zara e le isole di Lagosta e Pelagosa. Gorizia fu tagliata in due dal nuovo confine e Trieste fu posta a capitale di un Territorio Libero [783 kmq], suddiviso in zona A [sotto l’amministrazione anglo-franco-americana] ed in Zona B [sotto amministrazione jugoslava] [5]. Come il confine del 1919 assegnava all’Italia lo spartiacque fino al Monte Nevoso, senza alcun riguardo verso le ampie fette di territorio linguistico sloveno e croato,m così il nuovo confine includeva nella Jugoslavia di Tito territori linguistici squisitamente italiani, come la fascia compresa tra Cittanuova e Pola o Cherso meridionale, e staccava dall’Italia la città di Trieste, assegnando Capodistria all’amministrazione di Belgrado.
    A Gorizia il nuovo confine era così assurdo da dividere in due appartamenti e cimiteri. A favore della Jugoslavia giocò senz’altro il fatto che dall’8 settembre 1943 vi era stato un esodo di popolazione italiana e dalle statistiche appare che, fino a agli anni ’60, ben 330.000 italiani lasciarono la Venezia Giulia e la Dalmazia e, a questi poveri disgraziati [a cui l’Italia ‘ufficiale’ ha sempre guardato come ‘sospetti neofascisti’] si sono aggiunti nello stesso periodo ben 50.000 profughi slavi che di Tito non ne volevano sapere. Le terre abbandonate dagli italiani furono subito ripopolate dal governo jugoslavo con elementi della Bosnia e del Montenegro. Ancora oggi a tanti anni di distanza il rapporto tra Italia e Jugoslavia oscilla tra due poli: il revanscismo [che non ammette che gli slavi siano stati oppressi dagli italiani] ed il servilismo [che non ammette che gli italiani siano stati oppressi dagli slavi]. Non esiste ancora una serena via di mezzo, capace di riconoscere i torti reciproci e capace di creare un rapporto di sincera amicizia con un paese a cui, malgrado tutte le differenze, ci unisce la medesima base di cultura mediterranea. Solo con queste premesse il confine comune potrà essere un giorno rettificato qua e là nell’interesse di ambo le parti.
    Dopo aver stabilito le cessioni territoriali alla Jugoslavia, altri articoli stabilivano quelle alla Francia. Quest’ultima otteneva 710m kmq. L’ospizio del Piccolo San Bernardo, la zona del Moncenisio, la Valle Stretta ad ovest di Bardonecchia, lo Chaberton, le valli superiori dei fiumi Tinea e Vesubia, i comuni di Briga, Tenda, Olivetta [parte] e San Michele [parte]. Inoltre Parigi otteneva gli archivi della Savoia [che furono consegnati nel 1949]. L’abbazia di Altacomba rimase invece sotto la protezione dei Carignano, come lo era dal 18 agosto 1860, dopo che la Savoia divenne francese.
    Atene si annesse, comprensibilmente, le isole italiane dell’Egeo [Dodecanneso], di cui già tre isole [Nisiro, Simi e Sampalia] si erano espresse nel marzo del 1945 con un referendum per l’annessione alla Grecia.
    In base ad altri articoli l’Italia dovette rinunciare a tutti i possedimenti coloniali in Africa [Libia, Eritrea, Somalia] e con l’articolo 25 alla concessione di Tien-Tsin in Cina. Infine l’Italia riconosceva l’indipendenza e la sovranità dell’Albania [a cui cedeva l’isola di Saseno] e dell’Etiopia. Quest’ultima si sarebbe federata nel 1950 con l’Eritrea, che poi Addis Abeba avrebbe ridotta provincia nel 1962. La perdita delle colonie, nel quadro generale di decolonizzazione, non fu di per se stessa illogica o irreparabile, ma per rispetto verso la cobelligeranza ci si sarebbe aspettati un trattamento diverso per quel che riguarda la Tripolitania [non la Cirenaica], l’Eritrea e la Somalia [7].

    Seguivano poi le clausole militari ed economiche. Con le prime, che limitavano l’Esercito a 185.000 uomini, la Marina a 2 corazzate, 4 incrociatori e 4 cacciatorpediniere e l’Aviazione a 250 aerei, l’Italia veniva radiata dal novero delle potenze. Si imponeva inoltre il divieto di possedere sommergibili, la smilitarizzazione di Pantelleria, delle isole Pelagie e delle isole Tremiti, il divieto di fortificare tutta la fascia confinaria sia con la Francia sia con la Jugoslavia. Il divieto si estendeva alla Gallura, in Sardegna. Il resto di quest’isola, come pure la Sicilia, la Liguria centro-occidentale, la costa veneta e la penisola Salentina non potevano essere fortificate ulteriormente. Si prevedeva inoltre la consegna agli Alleati di 3 corazzate, 4 incrociatori, 6 cacciatorpediniere, 6 torpediniere, 2 sommergibili, una nave scuola, una nave trasporto e una nave coloniale. A queste navi si aggiungevano altre 47 navi minori [16 rimorchiatori, 10 cisterne, 7 dragamine, 5 motosiluranti, 4 motozattere, 3 MAS e 2 vedette]. Ciò che non andava consegnato e che esulava dai limiti concessi dal trattato, doveva essere demolito. Questo era il ringraziamento per i 4.177 marinai della Regia Marina morti dal 1943 al 1945[8].
    Con le clausole economiche [più giustificabili, visto che l’Italia aveva portato morte e distruzione con le sue guerre di aggressione dallo Scioa all’Ucraina] l’Italia veniva condannata a pagare, a titolo di riparazioni, in un periodo di sette anni la somma di 360 milioni di dollari [9]. Erano gli ultimi sacrifici imposti ad un paese già dissanguato da cinque anni di guerra, costati agli italiani 309.453 morti [149.496 civili e 159.957 militari], a cui si aggiungevano 135.070 dispersi [10]. I soli bombardamenti aerei avevano provocato la morte di 60.000 persone [11] e i danni materiali ammontavano a ben 1.878.500 vani di abitazione distrutti e altri 4.951.000 danneggiati, 7.000 km di ferrovie e 42.000 di strade danneggiati o distrutti, 910 acquedotti, 10.000 edifici pubblici, 18.950 ponti colpiti.

    La conferenza di Parigi non tenne conto della cobelligeranza dell’Italia e considerò esclusivamente la guerra 1940-43 come l’unica guerra da essa condotta nell’ambito del secondo conflitto mondiale. Il riconoscimento del contributo dato dall’Italia alla causa delle Nazioni Unite nella guerra 1943-45 fu segregato in un semplice preambolo all’inizio del trattato, assumendo in questo modo un amaro sapore ironico. In questo contesto è di poco conforto il pensare che, senza la cobelligeranza, l’Italia sarebbe stata trattata ancor più duramente, in base al proverbio ‘al peggio non ci sono limitò. In effetti chi sta peggio di un mendicante cieco, sordo e muto, senza braccia e senza gambe, se non un altro ridotto allo stesso modo ma in più sotto la pioggia?!…
    L’idea di neutralizzare ogni futura minaccia dell’Italia nel settore mediterraneo [idea parzialmente giustificata dall’aggressività dimostrata dai dirigenti italiani da Porta Pia alla seconda guerra mondiale] aveva fatto dimenticare sia l’equità nel tracciare i nuovi confini nazionali [specie quelli orientali] sia la misura nello smantellamento delle vecchie colonie e della flotta. Di questa, più che della perdita, fa male la perfidia e la mancanza di diritti morali con cui gli Alleati ce la soffiarono. L’unica consolazione sta nel fatto che, se l’obiettivo della guerra del 1940 era di eliminare la Gran Bretagna dal Mediterraneo, l’Italia lo ha raggiunto in pieno. I vittoriosi britannici hanno infatti dovuto sgomberare Suez nel 1956 e Malta [indipendente dal 1974] nel 1979. Non solo, ma Londra ha perso il suo impero il 15 agosto 1947, neppure sei anni dopo che il tricolore italiano fu ammainato a Gondar!…

    Il Diktat venne firmato, dopo una protesta ufficiale del governo italiano, dall’ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna in una breve cerimonia nella Sala degli Orologi al Quai d’Orsay. Il 10 febbraio 1947 e, ratificato dalla costituente, il 31 luglio dello steso anno entrò in vigore. Nello stesso giorno il Governo militare Alleato [AMG] restituì all’amministrazione italiana le province di Udine-Pordenone e di Goriza [inclusa Monfalcone] che Ancora tratteneva come pegno nelle sue mani [12].
    Con la scomparsa della Germania non potè essere firmato un trattato di pace e pertanto l’Italia si limitò a dichiarare nell’estate del 1951 la fine dello stato di guerra con l’ex-nemica [13].
    La pace ‘punitiva’ fu per gli italiani la fine di tutte le illusioni. Particolarmente odioso era stato l’articolo 16 del trattato che vietava all’Italia di perseguitare coloro che [magari per mero opportunismo] avevano fatto la spia per gli Alleati, anche se le loro informazioni avevano causato la morte di innumerevoli soldati e civili italiani. Vittorio Emanuele Orlando, che a Versailles era stato uno dei ‘quattro grandi’ definì questa pace ‘di una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia’. Il professor Messineo espresse l’opinione degli italiani nella rivista dei Gesuiti Civiltà Cattolica con questi termini:

    ‘… le Nazioni Unite hanno tradito l’Italia, giacchè non si può qualificare con un termine meno forte un trattato nel quale i suoi quattro compilatori, lungi dal tenere conto della cobelligeranza e dello sforzo militare ed economico cui si è assoggettato il popolo italiano nei duri mesi della guerra combattuta sul proprio suolo per aiutarli al conseguimento della vittoria, hanno accumulato clausole sopra clausole, una più oppressiva dell’altra, una più umiliante dell’altra, trattandola con una asprezza che non poteva essere maggiore se avesse combattuto fino all’ultimo contro i suoi nemici di prima!…’

    Valse allora la pena di sottoporsi all’armistizio del 3 settembre 1943?… Alla domanda che sorge spontanea la risposta non può essere che pragmatica. Fu a dir poco un errore. Ci si fece bollare di tradimento dai tedeschi [e non solo da loro], ma prima di essere un tradimento ai compagni d’arme fu un tradimento del popolo italiano [perché esso fu abbandonato dal re e da Badoglio alla vendetta hitleriana] e questo tradimento avvenne non perché i dirigenti italiani si fossero improvvisamente convinti della bontà della causa democratica, ma solo perché temevano che il continuare della guerra perduta sarebbe potuto essere fatale a loro stessi, al sistema, alla grande industria. L’armistizio, giustificabilissimo se avesse risparmiato più lutti e rovine all’Italia, ne produsse più di quanti ne sarebbero accaduti se l’Italia avesse combattuto fino alla fine della guerra dalla parte malauguratamente scelta nel 1940. Non solo, ma il modo con cui fu negoziato fece scaturire il disprezzo degli stessi anglo-americani che, per giunta, al momento del trattato di pace di dimostrarono perfino irriconoscenti deludendo le speranze di coloro che credevano di intenerire i vincitori verso l’Italia collaborando con loro contro l’ex-alleato. Oltretutto l’armistizio fu la causa della dolorosa spaccatura della Nazione in due Stati [14] e, se fu la scintilla della guerra partigiana, quest’ultima, proprio perché monopolizzata dagli stalinisti, non ebbe quella forza morale necessaria a dar credibilità alla lotta democratica del popolo italiano contro il nazifascismo e non seppe neppure raggiungere i suoi fini, giacchè alla fine divenne strumento dello ‘stato borghese del sud’ e degli anglo-americani, contro cui non combattè. Essa provocò perciò ulteriori lutti per nulla. Ciò che accadde nel ’43 fu però un errore causato dalla guerra permessa dal Re, ma voluta da Mussolini, che conduceva ormai solamente all’asservimento alla Germania e poi alla totale sconfitta militare. Gli italiani non hanno mai superato del tutto il trauma di quei tragici anni, cosa che hanno pensato di fare gettandosi a capofitto nel consumismo sfrenato, scomposto e svilente che, perché americanizzato, minaccia ormai da vicino la nostra stessa identità nazionale.

    Nel sistema politico repubblicano sorto subito dopo la guerra si perpetua l’antagonismo nato negli anni 1943-45 tra la concezione della continuità dello stato monarchico-fascista, che legittimò i primi governi di partiti, e la concezione rivoluzionaria di ispirazione stalinista perseguita dalla lotta partigiana. Sempre più debolmente però perché nel quarantesimo anniversario della costituzione è evidente ormai che il Pci, con la decisione di Palmiro Togliatti del 1944 e la crescente trasformazione dei comunisti in ‘consumisti’ [specie dopo la svolta del ‘76] è divenuto una colonna portante dello stato sorto nel 1861, uno stato che era caratterizzato dal grande capitalismo [che col Re l’aveva imposto alla nazione]. Oggi, dopo 127 anni, questa caratteristica non è affatto cambiata, proprio come se per essa tutti i capovolgimenti del 1940-45 non fossero neppure avvenuti.

    [1] La scomparsa del Reich impedì un trattato di pace con la Germania. Il suo territorio [quello compreso nei confini del 1941] fu spartito tra Belgio, Lussemburgo, Francia, Austria, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, URSS. Ciò che rimase fu a sua volta ripartito in Berlino [quadripartita], zona britannica, zona americana, zona francese, zona sovietica, Saar, territorio sotto amministrazione polacca, territorio sotto amministrazione sovietica [art. VI della conferenza di Potsdam]. La fine dello stato di guerra con l’ex III Reich venne dichiarata unilateralmente da Londra e da Parigi il 9 luglio 1951, da Washington il 18 ottobre 1951 e da Mosca il 25 gennaio 1955.

    [2] L’uomo di fiducia del sovrano, il duca di Acquarone, sarebbe morto l’anno seguente, nel 1948.

    [3] Maria Josè, sua moglie, aveva già lasciato l’Italia il 6 giugno.

    [4] I vincitori erano: Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Canada, Unione Sudafricana, Australia, Nuova Zelanda, India, Unione Sovietica [con Ucraina e Bielorussia], Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Francia, Belgio, Paesi Bassi [Olanda], Norvegia, Grecia, Cina, Brasile, Etiopia.

    [5] Con il memorandum di Londra [6 ottobre 1954] tra l’Italia e la Jugoslavia, la zona A passò sotto amministrazione italiana. Con il trattato di Osimo [10 novembre 1975] il governo italiano riconobbe definitivamente la zona B come parte integrante dello stato jugoslavo, ottenendo in compenso la rinuncia da parte jugoslava a rivendicare la zona A.
    Nel 1947 il malcontento della popolazione triestina alle imposizioni del trattato di Parigi portò, il giorno stesso della sua firma, all’uccisione del generale britannico De Winton da parte della triestina Maria Pasquinelli. La giovane donna fu condannata all’ergastolo.

    [6] Fino al 1950 rimpatriarono 15.000 coloni italiani dal Dodecanneso. Alla stessa data i rimpatriati dalla Libia e dall’Africa Orientale erano già 135.000.

    [7]L’Onu tentò poi di rimediare, tardi e malamente, prendendo in considerazione la possibilità di assegnare l’amministrazione fiduciaria della Libia e della Somalia all’Italia. Per la Libia la cosa fallì a causa di un solo voto contrario: Haiti. La Somalia [dove nel 1948 furono trucidati 58 italiani a Mogadiscio] passò invece all’amministrazione fiduciaria italiana il 17 gennaio 1950 e tale rimase fino al 1960. Il 1° luglio di quell’anno la Somalia ed il Somaliland divennero entrambi indipendenti e si fusero in un solo stato: la Repubblica Somala.
    Si può anche dire, giudicando da un altro punto di vista, che la perdita delle colonie ci risparmiò probabilmente di impegnarci in una sanguinosa lotta contro i movimenti che certamente sarebbero sorti in quelle terre per reclamare l’indipendenza.

    [8] Simili clausole sono normali nei trattati di pace. Nel 1919 l’Italia ottenne dall’Austria 1 corazzata, 3 corazzate minori, 2 esploratori, 17 caccia torpediniere, 12 torpediniere, 13 sommergibili e 67 altre unità minori. Allo stesso modo ottenne dalla Germania 3 incrociatori leggeri, 1 esploratore, 2 caccia torpediniere, 10 sommergibili e 15 unità minori. La docile resa della Regia Marina nel 1943 dava tuttavia il diritto di sperare in un trattamento migliore.
    Le principali navi consegnate.
    L’URSS ottenne la corazzata Giulio Cesare, l’incrociatore Duca d’Aosta e la nave scuola Cristoforo Colombo [un superbo veliero demolito dai nuovi proprietari perché ritenuto ‘inutile’]. La Giulio Cesare [ribattezzata il 3 febbraio 1949 Novorossijsk] fu di base a Odessa finchè il 29 ottobre 1955 affondò per una mina nel Mar Nero[ per qualcuno si è trattato di sabotaggio, cosa che non si è chiarita definitivamente ancora oggi…- n.d.r.].
    La Francia ottenne gli incrociatori Attilio Regolo e Scipione Africano, oltre alla nave coloniale Eritrea.
    La Grecia ebbe due navi. Una di esse era l’incrociatore Eugenio di Savoia come riconoscimento per l’affondamento dell’incrociatore greco Hellis nel 1940.
    La Gran Bretagna e gli Stati Uniti rinunciarono invece alle corazzate loro assegnate dal trattato di pace [la Vittorio Veneto e l’Italia], ma ne pretesero la demolizione, effettuata la Spezia nel 1948.

    In pratica solo due corazzate, la Caio Duilio e l’Andrea Doria, rimasero all’Italia come pure quattro incrociatori [Giuseppe Garibaldi, Duca degli Abruzzi, Raimondo Montecuccoli e Luigi Cadorna]. Gli incrociatori Pompeo Magno e Giulio Germanico divennero i cacciatorpediniere ‘conduttori’ San Giorgio e San Marco. Le corazzate rimaste furono radiate rispettivamente il 15 settembre e il 1° novembre 1956. Curiosamente una nave omonima, il transatlantico Andrea Doria [29.100 tonnellate], era affondata il 29 luglio di quell’anno.

    [9] La somma di 360 milioni di dollari [100 all’URSS, 5 all’Albania, 25 all’Etiopia, 105 alla Grecia, 125 alla Jugoslavia] andò ad aggiungersi a quanto gli italiani avevano già dovuto sborsare per il mantenimento sul proprio territorio delle truppe alleate e tedesche.

    [10] Questi dati, forniti nel 1957 dall’Istituto Centrale di Statistica, non escludono che la cifra possa elevarsi a 700.000 morti complessivi, tenendo conto dei deceduti in prigion9ia e degli scomparsi.

    [11] In Germania i morti per i bombardamenti aerei furono 593.000 e le case colpite 5.700.000. Solo Berlino era stata colpita 363 volte e i morti furono 50.000…

    [12] Lo stesso giorno della conclusione del trattato di pace con l’Italia furono firmati, sempre a Parigi, i trattati di pace con la Finlandia, l’Ungheria, la Bulgaria e la Romania. Gli stati firmatari furono 10 con la prima, 12 con la seconda e la terza, 11 con la quarta.

    Con il Giappone fu concluso l’8 settembre 1951 il trattato di pace di San Francisco. Tokio ha ottenuto di ricostruire le proprie forze armate [sciolte nel 1945] il 1° luglio 1954. Si trattava inizialmente di 160.000 uomini. L’URSS non ha messo la propria firma al trattato di pace e si è limitata a dichiarare concluso lo stato di guerra con il Giappone il 19 ottobre 1956.

    Con la Thailandia [Siam dal 1945 al 1949] la Francia ha concluso il 17 novembre 1946 la pace di Washington, con la quale Bangkok ha rinunciato ai territori indocinesi annessi nel 1941.

    [13] Nel territorio tedesco sorsero due nuovi stati. La Repubblica Federale Tedesca [7 settembre 1949] sotto il presidente Theodor Heuss e il cancelliere Konrad Adenauer, e la Repubblica Democratica Tedesca [7 ottobre 1949] sotto Wilhelm Pieck e Otto Grotewohl. Berlino Ovest rimase sotto occupazione alleata. Il governo di Bonn riottenne l’isola di Heligoland nel 1952 e la Saar nel 1957 ed ha ricostruito le sue forze armate [la Bundeswehr] il 12 novembre 1955.

    [14] La tradizione della Rsi fu proseguita dal Movimento Sociale Italiano, fondato nel 1946. Nel gennaio del 1973 tuttavia l’Msi si fuse con il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica [PDIUM] dando luogo alla cosiddetta ‘Destra Nazionale’. La fusione con i monarchici ha implicato una riunificazione postuma tra la Repubblica Sociale Italiana e il Regno d’Italia, divenuto poi Repubblica Italiana. Che attualmente anche gli ex-sostenitori della Rsi siano integrati nella repubblica lo dimostra il fatto che poco dopo la morte del settantaduenne Giorgio Almirante [redattore del giornale La difesa della razza di Telesio Interlandi prima della guerra, poi esponente della Rsi e infine capo storico dell’Msi] il presidente Francesco Cossiga gli fece visita in clinica a Roma e quando morì il 22 maggio 1988 lo stesso Pci inviò un telegramma di cordoglio.

  3. #3
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    Predefinito

    E dove sarebbero le...novità? Sono cose risapute, salvo le battute sul cieco, sordo e muto....fortemente risibili.
    Forse si dovrebbe insegnare al forumista che non citerò, ma che tutti conoscono, a distinguere fra motivazioni e effettti, fra aspettative e risultati, se proprio si deve dare credito, oltre al dovuto, al plurilaureato studioso professore in Germania e al suo divulgativo testo novelladuemillesco.
    Il professore italiano in germania che parla dell'inutilità del "tradimento" del nostro Paese nei confronti dell'alleato germanico è poi.....un classico.
    Ricordo che per Renzo De Felice la causa fondamentale della sanguinosa guerra civile che contrappose italiani a italiani fra la fine del 1943 e i primi giorni del maggio 1945 (di fatto....con appendici durature) è da ricercarsi fondamentalmente nella costituzione della Repubblica Sociale Italiana. Repubblica Sociale che pur fu definitiva dallo stesso studioso e dalla sua scuola, non in modo sbagliato....."una repubblica necessaria".
    Io ho aggiunto nei miei post del thread in rilievo....il terrorismo dei gap comunisti come con-causa della guerra civile.

    Saluti liberali

    Shalolm!

  4. #4
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    Predefinito

    E dove sarebbero le...novità? Sono cose risapute, salvo le battute sul cieco, sordo e muto....fortemente risibili.
    Forse si dovrebbe insegnare al forumista che non citerò, ma che tutti conoscono, a distinguere fra motivazioni e effettti, fra aspettative e risultati, se proprio si deve dare credito, oltre al dovuto, al plurilaureato studioso professore in Germania e al suo divulgativo testo novelladuemillesco.
    Il professore italiano in germania che parla dell'inutilità del "tradimento" del nostro Paese nei confronti dell'alleato germanico è poi.....un classico.
    Ricordo che per Renzo De Felice la causa fondamentale della sanguinosa guerra civile che contrappose italiani a italiani fra la fine del 1943 e i primi giorni del maggio 1945 (di fatto....con appendici durature) è da ricercarsi fondamentalmente nella costituzione della Repubblica Sociale Italiana. Repubblica Sociale che pur fu definitiva dallo stesso studioso e dalla sua scuola, non in modo sbagliato....."una repubblica necessaria".
    Io ho aggiunto nei miei post del thread in rilievo....il terrorismo dei gap comunisti come con-causa della guerra civile.

    Saluti liberali

    Shalolm!

  5. #5
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    Predefinito onore a Renzo De Felice!...

    originally posted by rag. PierFrancesco:

    ... si dovrebbe insegnare al forumista che non citerò, ma che tutti conoscono, a distinguere fra motivazioni ed effetti, fra aspettative e risultati, se proprio si deve dare credito, oltre al dovuto, al plurilaureato studioso professore in Germania e al suo divulgativo testo novelladuemillesco...

    E' assai sintomatico di certa mentalità 'antifascista' affermare che una delle 'responsabilità storiche' [anzi la più grave di esse] di Mussolini e del Fascismo sia stata la discesa in geurra a fianco della Germania di Hitler. Orbene le motivazioni e le aspettative di quel fatale 10 giugno del 1940 non furono forse le stesse dell'altrettanto e forse più fatale 8 settembre 1943... ovvero trovarsi alla fine della guerra dalla parte del vincitore?...

    originally posted by rag. PierFrancesco:

    ... ricordo che per Renzo De Felice la causa fondamentale della sanguinosa guerra civile che contrappose italiani a italiani fra la fine del 1943 e i primi giorni del maggio 1945 [di fatto...con appendici durature] è da ricercarsi fondamentalmente nella costituzione della Repubblica Sociale Italiana. Repubblica Sociale che pur fu definitiva dallo stesso studioso e dalla sua scuola, non in modo sbagliato...'una repubblica necessaria'...

    Ringrazio vivamente 'sua insindacabilità' di avermi rivelato il per altro arcinoto pensiero dello 'storico' De Felice. Che la Repubblica Sociale, indipendentemente dal fatto che a capo di essa ci sia stato Mussolini, della cui liberazione dalla prigionia del Gran Sasso Hitler non potè far conto con sicurezza della riuscita, sia stata una 'necessaria conseguenza' del 25 luglio e dell'8 settembre è cosa talmente lapalissiana che non occorre certamente scomodare per essa nè De Felice nè la sua 'scuola'.
    Questa semplice considerazione dimostra tutta l'idiota puerilità di affermazioni del tipo: '... se non ci fosse stata la Repubblica Sociale [ovvero i suoi bandi di arruolamento...] il movimento partigiano non sarebbe sorto o almeno non avrebbe avuto il seguito che invece ha avuto...'.

    La verità è un'altra e assai più semplice: sia la Repubblica Sociale sia il movimento partigiano, la cui strategia mirava sin dall'inizio all'instaurazione in Italia di un regime di tipo sovietico, sono state le ampiamente prevedibili conseguenze del 25 luglio e dell'8 settembre.

    Del resto De Felice di 'intuizioni' tanto 'geniali' quanto non adeguatamente supportate da elementi concreti ne ha avuto più di una. La più nota è la 'tesi' secondo la quale Mussolini e la sua compagna Claretta Petacci siano in realtà stati assassinati dai Servizi Segreti di sua maestà britannica per impadronirsi del famoso 'carteggio'.
    E a questo proposito vorrei proprio porre una domanda a 'sua insindacabilità': che ne pensa di quest'ultima 'defeliciata' l'eccellentissimo 'comitato scientifico' di 'Nuova Storia Contemporanea'?...

    stammi bene egregio!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

    P.S. la 'tesi' di De Felice circa la fine di Mussolini e della Petacci è stata anni fa 'smentita' con elementi incontrovertibili proprio da Giorgio Pisanò, che ha ricostruito in maniera accurata quanto accadde a Giulino di Mezzagra nella notte tra il 28 e il 29 aprile del '45. Non è escluso che un giorno o l'altro il sottoscritto possa pubblicare parte di quel lavoro.

  6. #6
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    Predefinito onore a Renzo De Felice!...

    originally posted by rag. PierFrancesco:

    ... si dovrebbe insegnare al forumista che non citerò, ma che tutti conoscono, a distinguere fra motivazioni ed effetti, fra aspettative e risultati, se proprio si deve dare credito, oltre al dovuto, al plurilaureato studioso professore in Germania e al suo divulgativo testo novelladuemillesco...

    E' assai sintomatico di certa mentalità 'antifascista' affermare che una delle 'responsabilità storiche' [anzi la più grave di esse] di Mussolini e del Fascismo sia stata la discesa in geurra a fianco della Germania di Hitler. Orbene le motivazioni e le aspettative di quel fatale 10 giugno del 1940 non furono forse le stesse dell'altrettanto e forse più fatale 8 settembre 1943... ovvero trovarsi alla fine della guerra dalla parte del vincitore?...

    originally posted by rag. PierFrancesco:

    ... ricordo che per Renzo De Felice la causa fondamentale della sanguinosa guerra civile che contrappose italiani a italiani fra la fine del 1943 e i primi giorni del maggio 1945 [di fatto...con appendici durature] è da ricercarsi fondamentalmente nella costituzione della Repubblica Sociale Italiana. Repubblica Sociale che pur fu definitiva dallo stesso studioso e dalla sua scuola, non in modo sbagliato...'una repubblica necessaria'...

    Ringrazio vivamente 'sua insindacabilità' di avermi rivelato il per altro arcinoto pensiero dello 'storico' De Felice. Che la Repubblica Sociale, indipendentemente dal fatto che a capo di essa ci sia stato Mussolini, della cui liberazione dalla prigionia del Gran Sasso Hitler non potè far conto con sicurezza della riuscita, sia stata una 'necessaria conseguenza' del 25 luglio e dell'8 settembre è cosa talmente lapalissiana che non occorre certamente scomodare per essa nè De Felice nè la sua 'scuola'.
    Questa semplice considerazione dimostra tutta l'idiota puerilità di affermazioni del tipo: '... se non ci fosse stata la Repubblica Sociale [ovvero i suoi bandi di arruolamento...] il movimento partigiano non sarebbe sorto o almeno non avrebbe avuto il seguito che invece ha avuto...'.

    La verità è un'altra e assai più semplice: sia la Repubblica Sociale sia il movimento partigiano, la cui strategia mirava sin dall'inizio all'instaurazione in Italia di un regime di tipo sovietico, sono state le ampiamente prevedibili conseguenze del 25 luglio e dell'8 settembre.

    Del resto De Felice di 'intuizioni' tanto 'geniali' quanto non adeguatamente supportate da elementi concreti ne ha avuto più di una. La più nota è la 'tesi' secondo la quale Mussolini e la sua compagna Claretta Petacci siano in realtà stati assassinati dai Servizi Segreti di sua maestà britannica per impadronirsi del famoso 'carteggio'.
    E a questo proposito vorrei proprio porre una domanda a 'sua insindacabilità': che ne pensa di quest'ultima 'defeliciata' l'eccellentissimo 'comitato scientifico' di 'Nuova Storia Contemporanea'?...

    stammi bene egregio!...

    --------------

    Nobis ardua

    Comandante CC Carlo Fecia di Cossato

    P.S. la 'tesi' di De Felice circa la fine di Mussolini e della Petacci è stata anni fa 'smentita' con elementi incontrovertibili proprio da Giorgio Pisanò, che ha ricostruito in maniera accurata quanto accadde a Giulino di Mezzagra nella notte tra il 28 e il 29 aprile del '45. Non è escluso che un giorno o l'altro il sottoscritto possa pubblicare parte di quel lavoro.

  7. #7
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    Predefinito

    1) l'affermazione che la repubblica sociale fu una "repubblica necessaria" non attiene alla sequenza logico-causale degli eventi, ma...nella concezione del De Felice, ferocemente contrastata da marxisti e comunistoidi (come Nicola Tranfaglia, si veda il suo libro sul "passato scomodo"...), dai moventi psicologici e politici attribuiti dal grande storico al Mussolini. Il Duce avrebbe acconsentito alla creazione della RSI (e a diventarne la guida del "nuovo Stato fascista") al principale fine di attenuare le conseguenze dell'invasione tedesca e della volontà di vendetta di Hitler contro "Il tradimento" italiano. Ossia di evitarne la...polonizzazione;
    2) vi è del vero nella constatazione che tanto la discesa in campo del Mussolini a fianco della Germania, che il cambiamento di fronte "badogliano" hanno fra le loro motivazioni...la "furberia" italica...
    3) De Felice non è il vangelo e sicuramente ha commesso errori o ha espresso tesi sulla base della documantazione esistente alla sua epoca che successivamente non sono state corroborate da ulteriori indagini, o sono state falsificate da nuovi reperti o da nuove ipotesi ricostruttive che meglio rendono conto dei fatti.
    Sull'assassinio di Mussolini e di Claretta il De Felice ha con tutta probabilità formulato delle ipotesi errate.
    4) la tesi della rivoluzione sovietica in Italia nel 1944/45 è priva di fondamento (non nella volontà ideologica ma nella realtà strategica del PCI e del suo padrone), come non ha fondamento, per converso, l'accettazione togliattiana della "democrazia borghese" come scopo finale del movimento comunista in Italia. Le due ipotesi estreme sono completamente smentite dai fatti e soprattutto dai documenti, in primo luogo da quelli di più recente rilevamento, ma anche da quelli più ....antichi.


    Cordiali saluti

  8. #8
    SENATORE di POL
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    Predefinito

    1) l'affermazione che la repubblica sociale fu una "repubblica necessaria" non attiene alla sequenza logico-causale degli eventi, ma...nella concezione del De Felice, ferocemente contrastata da marxisti e comunistoidi (come Nicola Tranfaglia, si veda il suo libro sul "passato scomodo"...), dai moventi psicologici e politici attribuiti dal grande storico al Mussolini. Il Duce avrebbe acconsentito alla creazione della RSI (e a diventarne la guida del "nuovo Stato fascista") al principale fine di attenuare le conseguenze dell'invasione tedesca e della volontà di vendetta di Hitler contro "Il tradimento" italiano. Ossia di evitarne la...polonizzazione;
    2) vi è del vero nella constatazione che tanto la discesa in campo del Mussolini a fianco della Germania, che il cambiamento di fronte "badogliano" hanno fra le loro motivazioni...la "furberia" italica...
    3) De Felice non è il vangelo e sicuramente ha commesso errori o ha espresso tesi sulla base della documantazione esistente alla sua epoca che successivamente non sono state corroborate da ulteriori indagini, o sono state falsificate da nuovi reperti o da nuove ipotesi ricostruttive che meglio rendono conto dei fatti.
    Sull'assassinio di Mussolini e di Claretta il De Felice ha con tutta probabilità formulato delle ipotesi errate.
    4) la tesi della rivoluzione sovietica in Italia nel 1944/45 è priva di fondamento (non nella volontà ideologica ma nella realtà strategica del PCI e del suo padrone), come non ha fondamento, per converso, l'accettazione togliattiana della "democrazia borghese" come scopo finale del movimento comunista in Italia. Le due ipotesi estreme sono completamente smentite dai fatti e soprattutto dai documenti, in primo luogo da quelli di più recente rilevamento, ma anche da quelli più ....antichi.


    Cordiali saluti

 

 

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