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    Exclamation IL CARDINAL MARTINI: un libro spiega perchè e per conto di chi faceva politica

    Oggi su "La Padania" viene recensito da Savoini un libro dal titolo " IL CARDINALE di Marco Garzonio-Mondadori"
    In questo incredibile libro si svelano molti retroscena dell'episcopato di Carlo Maria Martini tra i quali il fatto che Scalfaro ordinò a Martini di "fermare" Bossi e la Lega..e tale richiesta venne accolta da Martini.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Exclamation IL CARDINAL MARTINI: un libro spiega perchè e per conto di chi faceva politica

    Oggi su "La Padania" viene recensito da Savoini un libro dal titolo " IL CARDINALE di Marco Garzonio-Mondadori"
    In questo incredibile libro si svelano molti retroscena dell'episcopato di Carlo Maria Martini tra i quali il fatto che Scalfaro ordinò a Martini di "fermare" Bossi e la Lega..e tale richiesta venne accolta da Martini.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    Predefinito

    SETTEMBRE ’96, UN LIBRO SVELA UN INCREDIBILE RETROSCENA
    «Fermate Bossi e la Lega»... E la richiesta
    di Scalfaro venne accolta dal card. Martini
    di Gianluca Savoini

    Carlo Maria Martini come Ildefonso Schuster, il vescovo della Milano bombardata dagli aerei anglo-americani e insanguinata dalla guerra civile. Non è un nuovo film, quello di cui parla il giornalista Marco Garzonio nel suo ultimo libro (Il Cardinale, Mondadori, 18.60 euro). Trattasi invece del pensiero del cardinal Martini alla vigilia della grande manifestazione indipendentista della metà di settembre del 1996. Quella dei milioni di padani assiepati lungo il Po, definiti “quattro gatti” dagli esponenti dell’Ulivo al governo, le cui bugie furono però smascherate da un dettagliato reportage della tv svizzera, che documentò da un elicottero l’enorme folla “verde” che fece tremare l’establishmen romanocentrico e guadagnò le pagine dei giornali di tutto il mondo.
    L’autore del libro è persona che conosce a fondo l’ex arcivescovo di Milano, per esserne stato a lungo collaboratore al seguito, come viene ricordato in terza di copertina. Quanto scritto da Garzonio, quindi, ha il suo peso, eccome.
    In questa pagina pubblichiamo integralmente il brano del libro che riguarda la dura presa di posizione del cardinale contro la battaglia della Lega Nord di sei anni fa. Un eminente prelato come Martini che prende posizioni “politiche” in maniera ufficiale, criticando l’azione politica (e pacifica, non dimentichiamolo mai) di un partito rappresentato in parlamento e nei consigli regionali del Nord, non può essere presa sotto gamba. Soprattutto se è vero, come sembra leggendo il libro di Garzonio, che Martini, dopo essere stato a lungo al telefono con il presidente della Cei (Conferenza espiscopale italiana), cardinale Camillo Ruini, tanto da arrivare in ritardo ad una conferenza stampa, attaccò senza mezzi termini la “secessione” della Padania.
    Citiamo dal volume: “È alla vigilia della manifestazione del 15 settembre (1996, ndr) che Martini interviene direttamente in modo molto critico sulla Lega a proposito della secessione”.
    “L’incontro con i giornalisti - continua Garzonio - subisce un insolito ritardo. Martini è trattenuto nel suo ufficio da una lunga telefonata. Dall’altro capom del filo c’è il cardinale Ruini. Alla presidenza della Cei sono arrivate le preoccupazioni di molto mondo politico - istituzionale e in particolare del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro in vista della manifestazione organizzata dalla Lega. C’è il desiderio diffuso che una personalità autorevole, ma fuori dalla contesa perché al di sopra, esprime una posizione netta, chiara su quanto sta per accadere”. Quindi, un particolare molto significativo: “Quando giunge davanti ai giornalisti, Martini ha davanti a sè cinque cartelle, in cui ha pesato ogni parola, ogni aggettivo. E - fatto straordinario per un incontro quale quello che tiene - legge: non era mai accaduto”.
    Ricordiamo che la conferenza stampa venne organizzata per presentare la nuova Lettera pastorale. Le parole di Martini sono dure come pietre. “Ammonisce Bossi - scrive Garzonio - a smetterla di parlare di secessione, se gli sta a cuore davvero l’autonomia, a meno che, invece, il leader del Carroccio non sia alla frutta e non «copra il vuoto di veri progetti», ricorrendo a «ricette, formule magiche, slogan»”.
    Martini ribadirà ai microfoni della Rai e poi anche in un articolo sull’ Osservatore Romano le sue preoccupazioni. O meglio, le “loro”. Intendendo per “loro”, quelle del presidente della Repubblica Scalfaro e del cardinal Ruini.
    Come è possibile che un prelato tanto stimato dall’opinione pubblica abbia consentito a fare da “amplificatore” di posizioni politiche provenienti da un ben determinato schieramento, quello del centrosinistra? È una domanda che giriamo all’interessato, con il dovuto rispetto. Sottolineando però che scomodare la figura di Schuster, alle prese con una delle pagine storiche più terribili e controverse della storia recente (la Seconda guerra mondiale), ci sembra veramente troppo. Ed è la storia della Lega, di un movimento che mai ha esercitato alcun tipo di violenza (avendola semmai subita a più riprese) a dimostrare che i timori del cardinale sono state assolutamente immotivate.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    SETTEMBRE ’96, UN LIBRO SVELA UN INCREDIBILE RETROSCENA
    «Fermate Bossi e la Lega»... E la richiesta
    di Scalfaro venne accolta dal card. Martini
    di Gianluca Savoini

    Carlo Maria Martini come Ildefonso Schuster, il vescovo della Milano bombardata dagli aerei anglo-americani e insanguinata dalla guerra civile. Non è un nuovo film, quello di cui parla il giornalista Marco Garzonio nel suo ultimo libro (Il Cardinale, Mondadori, 18.60 euro). Trattasi invece del pensiero del cardinal Martini alla vigilia della grande manifestazione indipendentista della metà di settembre del 1996. Quella dei milioni di padani assiepati lungo il Po, definiti “quattro gatti” dagli esponenti dell’Ulivo al governo, le cui bugie furono però smascherate da un dettagliato reportage della tv svizzera, che documentò da un elicottero l’enorme folla “verde” che fece tremare l’establishmen romanocentrico e guadagnò le pagine dei giornali di tutto il mondo.
    L’autore del libro è persona che conosce a fondo l’ex arcivescovo di Milano, per esserne stato a lungo collaboratore al seguito, come viene ricordato in terza di copertina. Quanto scritto da Garzonio, quindi, ha il suo peso, eccome.
    In questa pagina pubblichiamo integralmente il brano del libro che riguarda la dura presa di posizione del cardinale contro la battaglia della Lega Nord di sei anni fa. Un eminente prelato come Martini che prende posizioni “politiche” in maniera ufficiale, criticando l’azione politica (e pacifica, non dimentichiamolo mai) di un partito rappresentato in parlamento e nei consigli regionali del Nord, non può essere presa sotto gamba. Soprattutto se è vero, come sembra leggendo il libro di Garzonio, che Martini, dopo essere stato a lungo al telefono con il presidente della Cei (Conferenza espiscopale italiana), cardinale Camillo Ruini, tanto da arrivare in ritardo ad una conferenza stampa, attaccò senza mezzi termini la “secessione” della Padania.
    Citiamo dal volume: “È alla vigilia della manifestazione del 15 settembre (1996, ndr) che Martini interviene direttamente in modo molto critico sulla Lega a proposito della secessione”.
    “L’incontro con i giornalisti - continua Garzonio - subisce un insolito ritardo. Martini è trattenuto nel suo ufficio da una lunga telefonata. Dall’altro capom del filo c’è il cardinale Ruini. Alla presidenza della Cei sono arrivate le preoccupazioni di molto mondo politico - istituzionale e in particolare del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro in vista della manifestazione organizzata dalla Lega. C’è il desiderio diffuso che una personalità autorevole, ma fuori dalla contesa perché al di sopra, esprime una posizione netta, chiara su quanto sta per accadere”. Quindi, un particolare molto significativo: “Quando giunge davanti ai giornalisti, Martini ha davanti a sè cinque cartelle, in cui ha pesato ogni parola, ogni aggettivo. E - fatto straordinario per un incontro quale quello che tiene - legge: non era mai accaduto”.
    Ricordiamo che la conferenza stampa venne organizzata per presentare la nuova Lettera pastorale. Le parole di Martini sono dure come pietre. “Ammonisce Bossi - scrive Garzonio - a smetterla di parlare di secessione, se gli sta a cuore davvero l’autonomia, a meno che, invece, il leader del Carroccio non sia alla frutta e non «copra il vuoto di veri progetti», ricorrendo a «ricette, formule magiche, slogan»”.
    Martini ribadirà ai microfoni della Rai e poi anche in un articolo sull’ Osservatore Romano le sue preoccupazioni. O meglio, le “loro”. Intendendo per “loro”, quelle del presidente della Repubblica Scalfaro e del cardinal Ruini.
    Come è possibile che un prelato tanto stimato dall’opinione pubblica abbia consentito a fare da “amplificatore” di posizioni politiche provenienti da un ben determinato schieramento, quello del centrosinistra? È una domanda che giriamo all’interessato, con il dovuto rispetto. Sottolineando però che scomodare la figura di Schuster, alle prese con una delle pagine storiche più terribili e controverse della storia recente (la Seconda guerra mondiale), ci sembra veramente troppo. Ed è la storia della Lega, di un movimento che mai ha esercitato alcun tipo di violenza (avendola semmai subita a più riprese) a dimostrare che i timori del cardinale sono state assolutamente immotivate.
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    Dalle pagine di Garzonio si capisce
    chi fosse il “burattinaio” del porporato: Oscar Luigi
    Parole romane contro i padani
    Pubblichiamo uno stralcio del libro di Marco Garzonio relativo alle prese di posizioni dell’arcivescovo Carlo Maria Martini sul raduno padano del 15 settembre 1996.
    A chi domanda a Martini che cosa farebbe nel caso in cui si svegliasse una mattina con la Padania «separata», il cardinale risponde con un’immagine che contiene un forte giudizio dal punto di vista politico, ricorre alla metafora dei tempi in cui si produsse la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la spaccatura del Paese: «Rimarrei al mio posto, come Schuster è rimasto al suo posto quando ha dovuto reggere la diocesi praticamente separata dal resto d’Italia nel ’43, cercando di tenere saldi valori di ogni tipo: carità, solidarietà, onestà, di relazione con il resto del mondo». Ma è alla vigilia della manifestazione del 15 settembre che Martini interviene direttamente in modo molto critico sulla Lega a proposito della secessione. L’arcivescovo ha in programma di presentare la nuova Lettera pastorale, Parlo al tuo cuore. Si tratta, dice il sottotitolo, di «una regola di vita per il cristiano ambrosiano». È il modo della diocesi e del cardinale di prepararsi alle celebrazioni del centenario della morte di sant’Ambrogio, il vescovo che seppe affrontare e superò tempi difficili di transizione, riferimento etico per cristiani e pagani nel tenere assieme i valori del vecchio che muore e del nuovo che stenta a nascere. L’incontro con i giornalisti subisce un insolito ritardo. Martini è trattenuto nel suo ufficio da una lunga telefonata. Dall’altro capo del filo c’è il cardinale Ruini. Alla presidenza della Cei sono arrivate le preoccupazioni di molto mondo politico-istituzionale e in particolare del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro in vista della manifestazione organizzata dalla Lega. C’è il desiderio diffuso che una personalità autorevole, ma fuori dalla contesa perché al di sopra, esprima una posizione netta, chiara su quanto sta per accadere. Quando giunge davanti ai giornalisti, Martini ha davanti a sé cinque cartelle, in cui ha pesato ogni parola, ogni aggettivo. E - fatto straordinario per un incontro quale quello che tiene - legge: non era mai accaduto. Circostanza che trasmette ai presenti la serietà delle preoccupazioni. È un testo graffiante, che spiazza molto quieto vivere accomodante del sistema dei partiti. Parte da una considerazione concreta, indirizzata a tutti (forze sociali, economiche, politiche), perché facciano meno chiacchiere e creino occupazione, in quanto l’assenza di occasioni di impiego è la fonte di un maggiore disagio sociale e civile. Presenta al governo il conto delle promesse fatte, sostenendo che il criterio di valutazione resta «come viene affrontata e avviata a soluzioni concrete la crescente povertà del lavoro». Ammonisce Bossi (anche se non ne fa il nome) a smetterla di parlare di secessione, se gli sta a cuore davvero l’autonomia, a meno che, invece, il leader del Carroccio non sia alla frutta e non «copra il vuoto di veri progetti» ricorrendo a «ricette, formule magiche, slogan». Il cardinale avverte poi che «dentro un processo gravido di inquietudini, di tensioni, di spinte emotive, di eccessi la prima buona regola è di preservare mente lucida, nervi saldi, autonomia di giudizio, attenzione ai dati, rifiuto di ogni forma di demagogia e di populismo». E soprattutto invoca «responsabilità». L’obbligo di «prevedere, calcolare e di rispondere, moralmente e politicamente, delle conseguenze dei propri atti e delle proprie parole» è il punto forse più tagliente del messaggio di Martini a Bossi e ai dirigenti della Lega. Se talune iniziative degenerassero, non potranno dire che non lo sapevano, precisa l’arcivescovo. Egli parla di «conseguenze che potrebbero essere gravi ancorché si dichiarino non volute. Qui si distingue il politico responsabile che ha il senso della misura, da chi si lascia tentare dalla demagogia e dall’avventurismo». E a condanna della secessione, il cardinale dice: «Non possono essere accettati modelli culturali o istituzionali che producono o sanzionano l’esclusione di gruppi sociali o di aree territoriali». C’è anche una sfida alla democraticità interna della Lega: «I movimenti politici che brandiscono la bandiera dell’autonomia, intesa quale espressione di libertà, devono testimoniarla e praticarla al proprio interno».
    Il monito di Martini si estende quindi all’intera classe politica: gli altri non credano di scaricare su Bossi colpe, inadempienze, ritardi. Certo occorrono «tempo e gradualità» per riforme istituzionali, ma «è urgente cominciare subito a elaborare soluzioni operative ad alcuni problemi più generali del nostro assetto», un modo per Martini di riprendere il documento sul federalismo solidale. Perdere ancora tempo, «rimandare, o sorvolare su tali problemi, rischia di lasciar scatenare le richieste di soluzioni drastiche, che incantano per la loro semplicità, ma che possono essere rovinose per il futuro». Il grido d’allarme di Martini nasce dalla percezione che egli ha di un’oscillazione inquietante e rischiosissima tra «importanti valori etico-civili» e «pericolosi disvalori, come gli egoismi che, in vari modi e sostenuti da ragioni anche legittime, giungono a mobilitare e strumentalizzare sentimenti e umori che tendono al ripiegamento su di sé e alla chiusura alla solidarietà». Un’ultima impennata del cardinale allude al post-Tangentopoli. Non basta più a proposito dei politici «il solo rispetto della legalità». Devono spendersi «nel servizio della cosa pubblica, in campo sociale e politico», secondo la «volontà del Signore e il bene più grande del prossimo», fino al punto di «seguire Gesù nella via della solitudine e dell’abbandono, se egli lo richiedesse».
    L’intervento di Martini fa scalpore. Trova commenti molto positivi e anche qualche critica, seppure isolata. Ma è l’intera realtà ambrosiana che vuole comprendere la portata di ciò che sta succedendo. Così viene chiesto a un esperto di aiutare l’opinione pubblica della Chiesa a capire i motivi della protesta politica, che sembra il volano dei consensi della Lega, e i mutamenti profondi del tessuto sociale, che possono influire. Il sociologo Aldo Bonomi è chiamato a commentare gli episodi del settembre 1996 sulle pagine dei settimanali della diocesi ambrosiana. Spiega Bonomi che la protesta leghista è il diretto prodotto della crisi, nel Nord Italia, del cosiddetto «blocco sociale dominante», alla cui base stava il «modello fordista, e cioè la grande fabbrica, la centralità del lavoro, le forti appartenenze». Secondo Bonomi, «al capitalismo centrale (imperniato sull’impresa) ha fatto seguito un capitalismo pervasivo. Al posto della fabbrica è venuta la centralità del territorio, al posto del lavoro ci sono i lavori al plurale (e il lavoro autonomo in particolare), e dalle appartenenze si è passati alle identità». In un contesto di tale incertezza, prosegue Bonomi, «la politica non riesce ancora a parlare alla nuova composizione sociale in campo. Dapprima dietro al fenomeno leghista, e poi dietro al berlusconismo c’è la cultura del lavoro autonomo, del “fai da te”, delle partite iva». Bossi invece, pur nella sua stravaganza, di fronte alla crisi delle ideologie riesce a costruire identità attorno a simboli - come quello del grande fiume Po - capaci di mobilitare passioni. Si badi, precisa Bonomi: si tratta di identità «fittizie». Lo stesso concetto di Padania è privo di fondamenti storici.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    chi fosse il “burattinaio” del porporato: Oscar Luigi
    Parole romane contro i padani
    Pubblichiamo uno stralcio del libro di Marco Garzonio relativo alle prese di posizioni dell’arcivescovo Carlo Maria Martini sul raduno padano del 15 settembre 1996.
    A chi domanda a Martini che cosa farebbe nel caso in cui si svegliasse una mattina con la Padania «separata», il cardinale risponde con un’immagine che contiene un forte giudizio dal punto di vista politico, ricorre alla metafora dei tempi in cui si produsse la nascita della Repubblica Sociale Italiana e la spaccatura del Paese: «Rimarrei al mio posto, come Schuster è rimasto al suo posto quando ha dovuto reggere la diocesi praticamente separata dal resto d’Italia nel ’43, cercando di tenere saldi valori di ogni tipo: carità, solidarietà, onestà, di relazione con il resto del mondo». Ma è alla vigilia della manifestazione del 15 settembre che Martini interviene direttamente in modo molto critico sulla Lega a proposito della secessione. L’arcivescovo ha in programma di presentare la nuova Lettera pastorale, Parlo al tuo cuore. Si tratta, dice il sottotitolo, di «una regola di vita per il cristiano ambrosiano». È il modo della diocesi e del cardinale di prepararsi alle celebrazioni del centenario della morte di sant’Ambrogio, il vescovo che seppe affrontare e superò tempi difficili di transizione, riferimento etico per cristiani e pagani nel tenere assieme i valori del vecchio che muore e del nuovo che stenta a nascere. L’incontro con i giornalisti subisce un insolito ritardo. Martini è trattenuto nel suo ufficio da una lunga telefonata. Dall’altro capo del filo c’è il cardinale Ruini. Alla presidenza della Cei sono arrivate le preoccupazioni di molto mondo politico-istituzionale e in particolare del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro in vista della manifestazione organizzata dalla Lega. C’è il desiderio diffuso che una personalità autorevole, ma fuori dalla contesa perché al di sopra, esprima una posizione netta, chiara su quanto sta per accadere. Quando giunge davanti ai giornalisti, Martini ha davanti a sé cinque cartelle, in cui ha pesato ogni parola, ogni aggettivo. E - fatto straordinario per un incontro quale quello che tiene - legge: non era mai accaduto. Circostanza che trasmette ai presenti la serietà delle preoccupazioni. È un testo graffiante, che spiazza molto quieto vivere accomodante del sistema dei partiti. Parte da una considerazione concreta, indirizzata a tutti (forze sociali, economiche, politiche), perché facciano meno chiacchiere e creino occupazione, in quanto l’assenza di occasioni di impiego è la fonte di un maggiore disagio sociale e civile. Presenta al governo il conto delle promesse fatte, sostenendo che il criterio di valutazione resta «come viene affrontata e avviata a soluzioni concrete la crescente povertà del lavoro». Ammonisce Bossi (anche se non ne fa il nome) a smetterla di parlare di secessione, se gli sta a cuore davvero l’autonomia, a meno che, invece, il leader del Carroccio non sia alla frutta e non «copra il vuoto di veri progetti» ricorrendo a «ricette, formule magiche, slogan». Il cardinale avverte poi che «dentro un processo gravido di inquietudini, di tensioni, di spinte emotive, di eccessi la prima buona regola è di preservare mente lucida, nervi saldi, autonomia di giudizio, attenzione ai dati, rifiuto di ogni forma di demagogia e di populismo». E soprattutto invoca «responsabilità». L’obbligo di «prevedere, calcolare e di rispondere, moralmente e politicamente, delle conseguenze dei propri atti e delle proprie parole» è il punto forse più tagliente del messaggio di Martini a Bossi e ai dirigenti della Lega. Se talune iniziative degenerassero, non potranno dire che non lo sapevano, precisa l’arcivescovo. Egli parla di «conseguenze che potrebbero essere gravi ancorché si dichiarino non volute. Qui si distingue il politico responsabile che ha il senso della misura, da chi si lascia tentare dalla demagogia e dall’avventurismo». E a condanna della secessione, il cardinale dice: «Non possono essere accettati modelli culturali o istituzionali che producono o sanzionano l’esclusione di gruppi sociali o di aree territoriali». C’è anche una sfida alla democraticità interna della Lega: «I movimenti politici che brandiscono la bandiera dell’autonomia, intesa quale espressione di libertà, devono testimoniarla e praticarla al proprio interno».
    Il monito di Martini si estende quindi all’intera classe politica: gli altri non credano di scaricare su Bossi colpe, inadempienze, ritardi. Certo occorrono «tempo e gradualità» per riforme istituzionali, ma «è urgente cominciare subito a elaborare soluzioni operative ad alcuni problemi più generali del nostro assetto», un modo per Martini di riprendere il documento sul federalismo solidale. Perdere ancora tempo, «rimandare, o sorvolare su tali problemi, rischia di lasciar scatenare le richieste di soluzioni drastiche, che incantano per la loro semplicità, ma che possono essere rovinose per il futuro». Il grido d’allarme di Martini nasce dalla percezione che egli ha di un’oscillazione inquietante e rischiosissima tra «importanti valori etico-civili» e «pericolosi disvalori, come gli egoismi che, in vari modi e sostenuti da ragioni anche legittime, giungono a mobilitare e strumentalizzare sentimenti e umori che tendono al ripiegamento su di sé e alla chiusura alla solidarietà». Un’ultima impennata del cardinale allude al post-Tangentopoli. Non basta più a proposito dei politici «il solo rispetto della legalità». Devono spendersi «nel servizio della cosa pubblica, in campo sociale e politico», secondo la «volontà del Signore e il bene più grande del prossimo», fino al punto di «seguire Gesù nella via della solitudine e dell’abbandono, se egli lo richiedesse».
    L’intervento di Martini fa scalpore. Trova commenti molto positivi e anche qualche critica, seppure isolata. Ma è l’intera realtà ambrosiana che vuole comprendere la portata di ciò che sta succedendo. Così viene chiesto a un esperto di aiutare l’opinione pubblica della Chiesa a capire i motivi della protesta politica, che sembra il volano dei consensi della Lega, e i mutamenti profondi del tessuto sociale, che possono influire. Il sociologo Aldo Bonomi è chiamato a commentare gli episodi del settembre 1996 sulle pagine dei settimanali della diocesi ambrosiana. Spiega Bonomi che la protesta leghista è il diretto prodotto della crisi, nel Nord Italia, del cosiddetto «blocco sociale dominante», alla cui base stava il «modello fordista, e cioè la grande fabbrica, la centralità del lavoro, le forti appartenenze». Secondo Bonomi, «al capitalismo centrale (imperniato sull’impresa) ha fatto seguito un capitalismo pervasivo. Al posto della fabbrica è venuta la centralità del territorio, al posto del lavoro ci sono i lavori al plurale (e il lavoro autonomo in particolare), e dalle appartenenze si è passati alle identità». In un contesto di tale incertezza, prosegue Bonomi, «la politica non riesce ancora a parlare alla nuova composizione sociale in campo. Dapprima dietro al fenomeno leghista, e poi dietro al berlusconismo c’è la cultura del lavoro autonomo, del “fai da te”, delle partite iva». Bossi invece, pur nella sua stravaganza, di fronte alla crisi delle ideologie riesce a costruire identità attorno a simboli - come quello del grande fiume Po - capaci di mobilitare passioni. Si badi, precisa Bonomi: si tratta di identità «fittizie». Lo stesso concetto di Padania è privo di fondamenti storici.
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    Il vescovo ambrosiano “scomodò“ l’illustre predecessore
    «Resterò, come fece Schuster»
    di Gianluca Savoini

    «Ci sono sempre nelle genti degli umori che tendono un po’ al proprio interesse personale, ma, quando vengono cavalcati e strumentalizzati fino a diventare appunto un moto popolare, allora la cosa può diventare rischiosa ed è per questo che sento il dovere di additare all’attenzione critica questo fenomeno». Così parlo Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, il 9 settembre ’96, ai microfoni del Tg3. Si era alla vigilia della grande manifestazione indipendentista della Lega Nord, che, incarnando lo “spirito del tempo” e il malessere dei popoli padani nei confronti del centralismo di Roma, riuscì a portare milioni di persone sulle rive del Po, dalla sorgente di Pian del Re alla Laguna di Venezia. Una grande manifestazione democratica e assolutamente pacifica che venne documentata nel migliore dei modi dalla tv svizzera e naturalmente diffamata dalla Rai dell’Ulivo e da tutto il mondo politico di allora. Ma anche da certi importanti settori della Chiesa, di cui Martini fu la punta di lancia.
    In caso di secessione della Padania, il cardinale spiegò che sarebbe comunque rimasto al suo posto, a Milano. Utilizzando un paragone francamente esagerato. «Un pastore della Chiesa ambrosiana deve sempre stare al suo posto, qualunque cosa avvenga - dichiarò Martini -. Il cardinale Schuster è rimasto qui a Milano nella guerra, sotto i bombardamenti e ogni pastore deve imitare il suo esempio».
    Il 12 settembre sull’Osservatore Romano lo stesso Martini ritorna sull’argomento, tanto per essere ancora più chiaro.
    «Non possono essere accettati modelli culturali o istituzionale - scrive il cardinale - che producono o sanzionano l’esclusione di gruppi sociali o di aree territoriali. La Chiesa, per sua natura e missione, non può che favorire un processo di integrazione tra uomini, popoli e culture».
    Dimenticando che fu proprio la Chiesa cattolica la più acerrima nemica dell’unità nazionale italiana, Martini lancia un forte allarme contro la manifestazione secessionista del Carroccio. Dalla Lega giunse peraltro una pacata, ma precisa risposta: fu proprio il Vaticano a sostenere con determinazione la secessione della Slovenia dalla Jugoslavia, quindi perché nel ’96 qualcuno pensò di difendere ad oltranza il centralismo dello stato italiano in salsa ulivista?
    Una domanda rimasta senza risposta. E furono milioni i padani che festeggiarono quelle tre grandi giornate indipendentiste, lungo il fiume Po, alla faccia dell’anatema di qualche alto prelato.
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    «Resterò, come fece Schuster»
    di Gianluca Savoini

    «Ci sono sempre nelle genti degli umori che tendono un po’ al proprio interesse personale, ma, quando vengono cavalcati e strumentalizzati fino a diventare appunto un moto popolare, allora la cosa può diventare rischiosa ed è per questo che sento il dovere di additare all’attenzione critica questo fenomeno». Così parlo Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, il 9 settembre ’96, ai microfoni del Tg3. Si era alla vigilia della grande manifestazione indipendentista della Lega Nord, che, incarnando lo “spirito del tempo” e il malessere dei popoli padani nei confronti del centralismo di Roma, riuscì a portare milioni di persone sulle rive del Po, dalla sorgente di Pian del Re alla Laguna di Venezia. Una grande manifestazione democratica e assolutamente pacifica che venne documentata nel migliore dei modi dalla tv svizzera e naturalmente diffamata dalla Rai dell’Ulivo e da tutto il mondo politico di allora. Ma anche da certi importanti settori della Chiesa, di cui Martini fu la punta di lancia.
    In caso di secessione della Padania, il cardinale spiegò che sarebbe comunque rimasto al suo posto, a Milano. Utilizzando un paragone francamente esagerato. «Un pastore della Chiesa ambrosiana deve sempre stare al suo posto, qualunque cosa avvenga - dichiarò Martini -. Il cardinale Schuster è rimasto qui a Milano nella guerra, sotto i bombardamenti e ogni pastore deve imitare il suo esempio».
    Il 12 settembre sull’Osservatore Romano lo stesso Martini ritorna sull’argomento, tanto per essere ancora più chiaro.
    «Non possono essere accettati modelli culturali o istituzionale - scrive il cardinale - che producono o sanzionano l’esclusione di gruppi sociali o di aree territoriali. La Chiesa, per sua natura e missione, non può che favorire un processo di integrazione tra uomini, popoli e culture».
    Dimenticando che fu proprio la Chiesa cattolica la più acerrima nemica dell’unità nazionale italiana, Martini lancia un forte allarme contro la manifestazione secessionista del Carroccio. Dalla Lega giunse peraltro una pacata, ma precisa risposta: fu proprio il Vaticano a sostenere con determinazione la secessione della Slovenia dalla Jugoslavia, quindi perché nel ’96 qualcuno pensò di difendere ad oltranza il centralismo dello stato italiano in salsa ulivista?
    Una domanda rimasta senza risposta. E furono milioni i padani che festeggiarono quelle tre grandi giornate indipendentiste, lungo il fiume Po, alla faccia dell’anatema di qualche alto prelato.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Il Martini Rosso vuole farsi seppellire nella sua amata Gerusalemme.
    Noi ci auguriamo caldamente che questo suo desiderio possa essere esaudito al più presto possibile.

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    Noi ci auguriamo caldamente che questo suo desiderio possa essere esaudito al più presto possibile.

 

 
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