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    La Lupa romana è una cagna bastarda che muore allattando 2 figli di puttana
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    Thumbs down Trento, folle in chiesa minaccia di farla saltare

    Trento tre ore col fiato sospeso per un sedicente sudafricano «anti-Usa». Prima in ospedale, ora è in carcere
    Folle in chiesa, paura in centro
    Barricato in S. Pietro minaccia di farsi esplodere: bloccato



    TRENTO. Tre ore di paura hanno paralizzato ieri sera il centro storico di Trento. Uno squilibrato si è barricato nella chiesa di S. Pietro, minacciando di farla saltare in aria. Dopo una lunga trattativa le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nell'Aula del Piccolo Simone, dove il folle si era rifugiato. Lo hanno immobilizzato e portato al S. Chiara. Dice di essere sudafricano, le ragioni del gesto non sono state chiarite. Secondo quanto dichiarato avrebbe agito per protestare contro «l'imperialismo americano», in occasione del vertice di Johannesburg. Nella notte l'ipotesi più verosimile appariva però quella di una esplosione di pazzia. Non si tratterebbe dunque del tentativo di un attentato, o di un gesto collegabile all'anniversario dell'11 settembre. Tutto è iniziato alle 18.50. La sacrestana di S. Pietro, accompagnando due turisti in visita alla Cappella del Simonino, scopre l'uomo. Grida frasi sconnesse in lingue diverse, a torso nudo e con un pareo sulle gambe. Il folle indica un'imbottitura, come se si trattasse di una cintura piena di esplosivo. Scatta l'allarme. Il centro viene circondato e isolato da quasi un centinaio di uomini di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Sul luogo si raduna la folla. Arrivano anche il sindaco Pacher e il questore De Luca. L'uomo chiede di avere due birre e rifiuta di uscire. Mentre il pm Alessandra Liverani autorizza un'irruzione con i gas lacrimogeni scatta il blitz. L'uomo viene trascinato fuori. Grida frasi sconnesse. Sono le 21.50. La sera di paura del centro storico di Trento è finita.
    --------------------------------------------------------------------------------
    TRENTO. L'incubo del terrorista. Per tre ore, ieri sera, uno sconosciuto ha sequestrato la chiesa di San Pietro, in pieno centro storico, minacciando di farsi saltare in aria. Un intero quartiere è rimasto paralizzato, con le persone per strada. Per fortuna, era un bluff. L'uomo, rivelatosi poi un sudafricano di 40 anni con vaghi sentimenti antiamericani, non aveva con sé né armi né esplosivo. Alle 21.50 le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nella cappella del Simonino, in cui il pazzo si era barricato. L'hanno tirato fuori a forza. Era visibilmente alterato e continuava a farneticare in tre, quattro lingue diverse. L'hanno portato all'ospedale per un primo controllo. Poi è stato posto in stato di fermo. Seminudo, non aveva documenti. In serata, si è saputo il nome: Neal Donaldson, 40 anni, sudafricano.
    Per qualche minuto si era temuto il peggio, quando in via san Pietro erano piombati i cecchini armati di mitra. E i carabinieri avevano cominciato a far sfollare passanti, negozianti e residenti, transennando la strada dall'incrocio con via Manci fino a pochi metri da largo Carducci. Scene più adatte a film come "Al vertice della tensione", proiettato al vicino cinema Vittoria, che non alla tranquilla Trento. Il passare dei minuti, un dispiegamento di mezzi senza precedenti, contribuivano ad alimentare l'angoscia.
    Intanto, dentro la chiesa, lo sconosciuto rifiutava ogni trattativa con le forze dell'ordine. «Non parlo con quelli in divisa», urlava. A niente sembravano valere le parole dei negoziatori, il comandante dei Carabinieri Antonio La Bianca, il capo della Squadra mobile Roberto Giacomelli, quello della Guardia di Finanza Luciano Ciechi, il magistrato Alessandra Liverani e persino il questore, Antonio De Luca, accorso sul posto alle 20.30, a riprova della delicatezza della situazione.
    Poi l'uomo ha cominciato a dettare le condizioni. Niente di politico: solo due birre, tanto per cominciare. Gli agenti gliele hanno portate per davvero. «Volevamo fare di tutto per accontentarlo», spiegherà poi il comandante dei Carabinieri. Ma lui non le ha nemmeno bevute. Nel frattempo gli artificieri lo studiavano, attraverso lo spioncino di vetro da cui si mostrava.
    «In quel cinturone non c'è niente, nessuna bomba», sentenzia l'esperto di esplosivi, poco prima delle 21. A quel punto il pubblico ministero dà il via libera all'azione di forza. Si tratterà di stanarlo con le cattive, visto che con le buone non è servito a niente. I vigili del fuoco, bardati con casco e bombole d'ossigeno, azionano le seghe circolari. Tagliano un quadrato di legno, 40 centimetri di lato, da applicare allo spioncino, per impedire al recluso di vedere quello che sta succedendo dall'altra parte della porta. Il comandante della Mobile e altri tre uomini, già provvisti di giubbotto antiproiettile, indossano le maschere antigas. L'operazione dura un attimo, appena quindici secondi, il tempo necessario a segare la porta della cappella del Sinmonino e a fare irruzione. Saltano i vetri, l'uomo rovescia la birra e si dimena, ma tutto si conclude senza feriti. Alle 21.50 lo portano a braccia fuori dalla chiesa. E lo caricano su una macchina di Trentino Emergenza.
    Lo conducono all'ospedale Santa Chiara, per un primo accertamento sulle sue condizioni psico-fisiche. Qui l'uomo comincia a sciogliersi. Fornisce un nome e cognome, dice di essere sudafricano (con parenti e conoscenze in Germania), di Johannesburg. Guarda caso, proprio la città in cui si sta svolgendo il meeting internazionale. E lui professa proprio le idee degli ambientalisti. Dice di lottare contro la fame nel mondo, di avercela con l'imperialismo americano di Bush. Spiega che la sua voleva essere solo un'azione dimostrativa, eclatante. Dice di aver scelto una chiesa perché credeva nel diritto d'asilo e nell'extraterritorialità dell'edificio di culto.
    E' stato tratto in arresto e, nella notte, portato in carcere. Dovrà rispondere di svariati reati di danneggiamento, occupazione di luogo di culto, resistenza a pubblico ufficiale, minacce.
    Ad accorgersi dello sconosciuto in chiesa era stata la perpetua, alle 18.45. Doveva far visitare l'aula del piccolo Simone a una coppia di turisti tedeschi. Ed era per questo che la porta della cappella, altrimenti chiusa, stavolta era aperta.
    La turista straniera ha dato l'allarme. I primi due carabinieri e un vigile urbano hanno cominciato a cercare di dialogare con il pazzo, che rispondeva a insulti. In pochi minuti, attorno alle 19, la strada si è trasformata in una specie di set da film di guerra. Senza spargimenti di sangue, per fortuna.

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    Folle in chiesa, paura in centro
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    TRENTO. Tre ore di paura hanno paralizzato ieri sera il centro storico di Trento. Uno squilibrato si è barricato nella chiesa di S. Pietro, minacciando di farla saltare in aria. Dopo una lunga trattativa le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nell'Aula del Piccolo Simone, dove il folle si era rifugiato. Lo hanno immobilizzato e portato al S. Chiara. Dice di essere sudafricano, le ragioni del gesto non sono state chiarite. Secondo quanto dichiarato avrebbe agito per protestare contro «l'imperialismo americano», in occasione del vertice di Johannesburg. Nella notte l'ipotesi più verosimile appariva però quella di una esplosione di pazzia. Non si tratterebbe dunque del tentativo di un attentato, o di un gesto collegabile all'anniversario dell'11 settembre. Tutto è iniziato alle 18.50. La sacrestana di S. Pietro, accompagnando due turisti in visita alla Cappella del Simonino, scopre l'uomo. Grida frasi sconnesse in lingue diverse, a torso nudo e con un pareo sulle gambe. Il folle indica un'imbottitura, come se si trattasse di una cintura piena di esplosivo. Scatta l'allarme. Il centro viene circondato e isolato da quasi un centinaio di uomini di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Sul luogo si raduna la folla. Arrivano anche il sindaco Pacher e il questore De Luca. L'uomo chiede di avere due birre e rifiuta di uscire. Mentre il pm Alessandra Liverani autorizza un'irruzione con i gas lacrimogeni scatta il blitz. L'uomo viene trascinato fuori. Grida frasi sconnesse. Sono le 21.50. La sera di paura del centro storico di Trento è finita.
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    TRENTO. L'incubo del terrorista. Per tre ore, ieri sera, uno sconosciuto ha sequestrato la chiesa di San Pietro, in pieno centro storico, minacciando di farsi saltare in aria. Un intero quartiere è rimasto paralizzato, con le persone per strada. Per fortuna, era un bluff. L'uomo, rivelatosi poi un sudafricano di 40 anni con vaghi sentimenti antiamericani, non aveva con sé né armi né esplosivo. Alle 21.50 le forze dell'ordine hanno fatto irruzione nella cappella del Simonino, in cui il pazzo si era barricato. L'hanno tirato fuori a forza. Era visibilmente alterato e continuava a farneticare in tre, quattro lingue diverse. L'hanno portato all'ospedale per un primo controllo. Poi è stato posto in stato di fermo. Seminudo, non aveva documenti. In serata, si è saputo il nome: Neal Donaldson, 40 anni, sudafricano.
    Per qualche minuto si era temuto il peggio, quando in via san Pietro erano piombati i cecchini armati di mitra. E i carabinieri avevano cominciato a far sfollare passanti, negozianti e residenti, transennando la strada dall'incrocio con via Manci fino a pochi metri da largo Carducci. Scene più adatte a film come "Al vertice della tensione", proiettato al vicino cinema Vittoria, che non alla tranquilla Trento. Il passare dei minuti, un dispiegamento di mezzi senza precedenti, contribuivano ad alimentare l'angoscia.
    Intanto, dentro la chiesa, lo sconosciuto rifiutava ogni trattativa con le forze dell'ordine. «Non parlo con quelli in divisa», urlava. A niente sembravano valere le parole dei negoziatori, il comandante dei Carabinieri Antonio La Bianca, il capo della Squadra mobile Roberto Giacomelli, quello della Guardia di Finanza Luciano Ciechi, il magistrato Alessandra Liverani e persino il questore, Antonio De Luca, accorso sul posto alle 20.30, a riprova della delicatezza della situazione.
    Poi l'uomo ha cominciato a dettare le condizioni. Niente di politico: solo due birre, tanto per cominciare. Gli agenti gliele hanno portate per davvero. «Volevamo fare di tutto per accontentarlo», spiegherà poi il comandante dei Carabinieri. Ma lui non le ha nemmeno bevute. Nel frattempo gli artificieri lo studiavano, attraverso lo spioncino di vetro da cui si mostrava.
    «In quel cinturone non c'è niente, nessuna bomba», sentenzia l'esperto di esplosivi, poco prima delle 21. A quel punto il pubblico ministero dà il via libera all'azione di forza. Si tratterà di stanarlo con le cattive, visto che con le buone non è servito a niente. I vigili del fuoco, bardati con casco e bombole d'ossigeno, azionano le seghe circolari. Tagliano un quadrato di legno, 40 centimetri di lato, da applicare allo spioncino, per impedire al recluso di vedere quello che sta succedendo dall'altra parte della porta. Il comandante della Mobile e altri tre uomini, già provvisti di giubbotto antiproiettile, indossano le maschere antigas. L'operazione dura un attimo, appena quindici secondi, il tempo necessario a segare la porta della cappella del Sinmonino e a fare irruzione. Saltano i vetri, l'uomo rovescia la birra e si dimena, ma tutto si conclude senza feriti. Alle 21.50 lo portano a braccia fuori dalla chiesa. E lo caricano su una macchina di Trentino Emergenza.
    Lo conducono all'ospedale Santa Chiara, per un primo accertamento sulle sue condizioni psico-fisiche. Qui l'uomo comincia a sciogliersi. Fornisce un nome e cognome, dice di essere sudafricano (con parenti e conoscenze in Germania), di Johannesburg. Guarda caso, proprio la città in cui si sta svolgendo il meeting internazionale. E lui professa proprio le idee degli ambientalisti. Dice di lottare contro la fame nel mondo, di avercela con l'imperialismo americano di Bush. Spiega che la sua voleva essere solo un'azione dimostrativa, eclatante. Dice di aver scelto una chiesa perché credeva nel diritto d'asilo e nell'extraterritorialità dell'edificio di culto.
    E' stato tratto in arresto e, nella notte, portato in carcere. Dovrà rispondere di svariati reati di danneggiamento, occupazione di luogo di culto, resistenza a pubblico ufficiale, minacce.
    Ad accorgersi dello sconosciuto in chiesa era stata la perpetua, alle 18.45. Doveva far visitare l'aula del piccolo Simone a una coppia di turisti tedeschi. Ed era per questo che la porta della cappella, altrimenti chiusa, stavolta era aperta.
    La turista straniera ha dato l'allarme. I primi due carabinieri e un vigile urbano hanno cominciato a cercare di dialogare con il pazzo, che rispondeva a insulti. In pochi minuti, attorno alle 19, la strada si è trasformata in una specie di set da film di guerra. Senza spargimenti di sangue, per fortuna.

 

 

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