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    SENATORE di POL
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    Predefinito Al di là di ogni ragionevole dubbio....

    da www.corriere.it

    "PROGETTO PITTELLI / Pecorella: se fosse già stata legge Sofri sarebbe libero. Bruti Liberati (Anm): è solo propaganda

    Riforma «all’americana», niente condanne se c’è un «ragionevole dubbio»

    Il giudice non potrà più chiedere «d’ufficio» nuovi mezzi di prova


    ROMA - Finora l’abbiamo visto nei film americani, quei legal-thriller dove a un certo punto il giudice si rivolge ai giurati e dice con aria solenne: «Dovete decidere se l’imputato è colpevole o innocente al di là di ogni ragionevole dubbio». Ma, se passerà la riforma del Codice di procedura penale in discussione alla Camera, quelle parole magiche entreranno anche nelle nostre aule di giustizia. Al pubblico ministero spetterà dimostrare la colpevolezza dell’imputato «al di là di ogni ragionevole dubbio», e solo in questo caso il giudice potrà emettere una sentenza di condanna. È scritto negli articoli 13, 15 e 25 dell’ormai famoso disegno di legge che porta il nome del deputato di Forza Italia Giancarlo Pittelli, l’avvocato di Catanzaro insignito della Medaglia d’oro per meriti professionali dall’«Associazione calabresi nel mondo» che ha riscritto alcune norme-chiave del codice prendendo spunto da diversi progetti di riforma depositati in Parlamento. Il presidente dell’Associazione magistrati Edmondo Bruti Liberati, che al pari della grande maggioranza dei suoi colleghi vede la «Pittelli» come il fumo negli occhi, su questo punto della riforma si limita a dire che «è solo propaganda, nella sostanza non cambia nulla; i guasti provocati da quella legge sarebbero ben altri». Come dire che già ora, pure in Italia, i giudici condannano solo se non hanno dubbi sulla colpevolezza dell’imputato. Candidamente, Pittelli ammette che anche secondo lui la nuova formula non aggiungerebbe granché e, per ulteriori delucidazioni, rimanda al vero ideatore della riforma, l’avvocato e deputato Gaetano Pecorella. Il quale sostiene che invece la riforma aggiungerebbe eccome: «Vogliamo introdurre il principio per cui il giudice, quando ha davanti a sé elementi di prova anche forti a carico di una persona ma resta un margine di dubbio, deve assolvere. Oggi invece, secondo me, in quella situazione il giudice condanna».
    Quella che Pecorella vuole avviare sarebbe, quindi, una sorta di rivoluzione culturale: «L’atteggiamento mentale del giudice è molto importante, perché il dubbio da eliminare non dev’essere né grave né serio, né ben fondato né argomentato, ma semplicemente non immaginario. Se supera quella soglia, il giudice deve assolvere». E se gli chiedi di scendere nel concreto e dire quale processo, con la nuova regola, sarebbe finito in modo diverso, l’avvocato di Berlusconi e presidente della commissione Giustizia della Camera risponde sicuro: «Quello che ha condannato Sofri per il delitto del commissario Calabresi. Di fronte alle ricostruzioni del pentito Marino che contrastavano con quelle di tanti testimoni, è impossibile che nei giudici non sia rimasto qualche dubbio».
    L’avvocato Luigi Li Gotti, che in quel processo ha rappresentato la parte civile, ribatte: «Contro gli imputati le prove c’erano. Naturalmente qualcuno può sostenere che non erano soddisfacenti, ma lo direbbe qualunque condannato anche in presenza della norma sul ragionevole dubbio. Inoltre nel tanto osannato sistema anglosassone le sentenze non sono motivate, mentre da noi il giudice ha l’obbligo di spiegare come e perché arriva a una decisione. E contro le sentenze, a differenza che in America, si può ricorrere in appello e in Cassazione; addirittura si può continuare anche dopo certe decisioni della Corte suprema, e i presupposti per chiedere la revisione di una condanna definitiva sono stati ulteriormente ampliati: queste sono vere garanzie, non una formuletta presa a prestito da un contesto totalmente diverso ».
    Ma i giudici che cosa ne dicono? Per Luigi Scotti, presidente del Tribunale di Roma, con l’introduzione del «ragionevole dubbio» si finirebbe per condannare «soltanto gli imputati colti in flagranza e, forse, quelli che confessano. Tutti gli altri dovrebbero essere assolti, i processi indiziari non avrebbero più ragione di essere». Questo vuol dire che oggi, con qualche dubbio residuo, Tribunali e Corti d’assise possono condannare? «Certo - risponde convinto Scotti - e secondo me è giusto, visto che contro le sentenze ritenute sbagliate ci sono molte altre garanzie. Un giudice condanna quando si forma il libero convincimento della colpevolezza anche sulla base di prove indirette che però sono basate su indizi gravi, precisi e concordanti; chiaro che un margine di incertezza può rimanere, ma l’obiettivo da raggiungere dev’essere la verità storica, non solo quella dialettica derivante dal confronto tra le parti» .
    Mentre si celebrava il processo ai presunti responsabili di Marta Russo, la ragazza uccisa all’Università di Roma da un misterioso proiettile vagante, Scotti disse che in quel dibattimento se n’erano viste talmente tante che comunque fosse andato a finire il dubbio sarebbe rimasto. La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello che aveva confermato la condanna inflitta in primo grado agli imputati Scattone e Ferraro e, ora, si dovrà celebrare un nuovo processo. Secondo il presidente del Tribunale di Roma col «ragionevole dubbio» sarebbero già scattate le assoluzioni, ma il giudice Giancarlo De Cataldo - estensore della sentenza di primo grado - sorride: «Introdurre quella formula equivale a dire che la ricerca della prova dev’essere molto rigorosa. Quale magistrato direbbe che oggi segue altri criteri?».
    Anche l’avvocato Franco Coppi ritiene che nella cultura giuridica italiana sia già ben radicato il principio di civiltà per cui se resta un’incognita sulla colpevolezza si assolve: «Non vedo la necessità di inserire norme esortatorie nel codice». Tuttavia la «Pittelli» prevede che la soglia del «ragionevole dubbio» debba valere anche nella fase delle indagini preliminari, quando il pm chiede il rinvio a giudizio e il giudice lo decide. «Ora è in vigore la ragionevole probabilità di arrivare a una condanna - dice Coppi - ben sapendo però che in dibattimento possono arrivare ulteriori elementi di prova a carico o discarico dell’imputato. Altrimenti tanto vale trasformare l’udienza preliminare nel primo grado di giudizio».
    Il codice attuale prevede che il giudice possa decidere «d’ufficio» di acquisire «nuovi mezzi di prova» (attraverso un interrogatorio, una perizia o qualunque altro atto) mentre la «Pittelli» cancella questa facoltà. « Certo - spiega ancora l’ispiratore Pecorella - perché il giudice non deve accertare la verità, ma stabilire se essa è stata dimostrata dall’accusa al di là del ragionevole dubbio. Quando va a cercare una prova in proprio, non è più terzo rispetto alle parti ». Il giudice Scotti contesta questa visione dell’arbitro imparziale che assiste immobile al duello tra accusa e difesa: «Significa trasformare ancor più il processo penale in un processo per ricchi; che cosa può provare o contestare un povero cristo con l’avvocato d’ufficio? E se il tribunale ha un dubbio, per l’appunto, perché non dovrebbe decidere di levarselo ascoltando questo o quel testimone?».
    Perché in America si fa così, potrebbe rispondere qualcuno. Ma il presidente dell’Associazione magistrati, Bruti Liberati, replica amaro: «Non mi pare un grande parallelo, con tutti gli esempi di condannati a morte che sono risultati innocenti...».
    "

    Saluti liberali

  2. #2
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    "PROGETTO PITTELLI / Pecorella: se fosse già stata legge Sofri sarebbe libero. Bruti Liberati (Anm): è solo propaganda

    Riforma «all’americana», niente condanne se c’è un «ragionevole dubbio»

    Il giudice non potrà più chiedere «d’ufficio» nuovi mezzi di prova


    ROMA - Finora l’abbiamo visto nei film americani, quei legal-thriller dove a un certo punto il giudice si rivolge ai giurati e dice con aria solenne: «Dovete decidere se l’imputato è colpevole o innocente al di là di ogni ragionevole dubbio». Ma, se passerà la riforma del Codice di procedura penale in discussione alla Camera, quelle parole magiche entreranno anche nelle nostre aule di giustizia. Al pubblico ministero spetterà dimostrare la colpevolezza dell’imputato «al di là di ogni ragionevole dubbio», e solo in questo caso il giudice potrà emettere una sentenza di condanna. È scritto negli articoli 13, 15 e 25 dell’ormai famoso disegno di legge che porta il nome del deputato di Forza Italia Giancarlo Pittelli, l’avvocato di Catanzaro insignito della Medaglia d’oro per meriti professionali dall’«Associazione calabresi nel mondo» che ha riscritto alcune norme-chiave del codice prendendo spunto da diversi progetti di riforma depositati in Parlamento. Il presidente dell’Associazione magistrati Edmondo Bruti Liberati, che al pari della grande maggioranza dei suoi colleghi vede la «Pittelli» come il fumo negli occhi, su questo punto della riforma si limita a dire che «è solo propaganda, nella sostanza non cambia nulla; i guasti provocati da quella legge sarebbero ben altri». Come dire che già ora, pure in Italia, i giudici condannano solo se non hanno dubbi sulla colpevolezza dell’imputato. Candidamente, Pittelli ammette che anche secondo lui la nuova formula non aggiungerebbe granché e, per ulteriori delucidazioni, rimanda al vero ideatore della riforma, l’avvocato e deputato Gaetano Pecorella. Il quale sostiene che invece la riforma aggiungerebbe eccome: «Vogliamo introdurre il principio per cui il giudice, quando ha davanti a sé elementi di prova anche forti a carico di una persona ma resta un margine di dubbio, deve assolvere. Oggi invece, secondo me, in quella situazione il giudice condanna».
    Quella che Pecorella vuole avviare sarebbe, quindi, una sorta di rivoluzione culturale: «L’atteggiamento mentale del giudice è molto importante, perché il dubbio da eliminare non dev’essere né grave né serio, né ben fondato né argomentato, ma semplicemente non immaginario. Se supera quella soglia, il giudice deve assolvere». E se gli chiedi di scendere nel concreto e dire quale processo, con la nuova regola, sarebbe finito in modo diverso, l’avvocato di Berlusconi e presidente della commissione Giustizia della Camera risponde sicuro: «Quello che ha condannato Sofri per il delitto del commissario Calabresi. Di fronte alle ricostruzioni del pentito Marino che contrastavano con quelle di tanti testimoni, è impossibile che nei giudici non sia rimasto qualche dubbio».
    L’avvocato Luigi Li Gotti, che in quel processo ha rappresentato la parte civile, ribatte: «Contro gli imputati le prove c’erano. Naturalmente qualcuno può sostenere che non erano soddisfacenti, ma lo direbbe qualunque condannato anche in presenza della norma sul ragionevole dubbio. Inoltre nel tanto osannato sistema anglosassone le sentenze non sono motivate, mentre da noi il giudice ha l’obbligo di spiegare come e perché arriva a una decisione. E contro le sentenze, a differenza che in America, si può ricorrere in appello e in Cassazione; addirittura si può continuare anche dopo certe decisioni della Corte suprema, e i presupposti per chiedere la revisione di una condanna definitiva sono stati ulteriormente ampliati: queste sono vere garanzie, non una formuletta presa a prestito da un contesto totalmente diverso ».
    Ma i giudici che cosa ne dicono? Per Luigi Scotti, presidente del Tribunale di Roma, con l’introduzione del «ragionevole dubbio» si finirebbe per condannare «soltanto gli imputati colti in flagranza e, forse, quelli che confessano. Tutti gli altri dovrebbero essere assolti, i processi indiziari non avrebbero più ragione di essere». Questo vuol dire che oggi, con qualche dubbio residuo, Tribunali e Corti d’assise possono condannare? «Certo - risponde convinto Scotti - e secondo me è giusto, visto che contro le sentenze ritenute sbagliate ci sono molte altre garanzie. Un giudice condanna quando si forma il libero convincimento della colpevolezza anche sulla base di prove indirette che però sono basate su indizi gravi, precisi e concordanti; chiaro che un margine di incertezza può rimanere, ma l’obiettivo da raggiungere dev’essere la verità storica, non solo quella dialettica derivante dal confronto tra le parti» .
    Mentre si celebrava il processo ai presunti responsabili di Marta Russo, la ragazza uccisa all’Università di Roma da un misterioso proiettile vagante, Scotti disse che in quel dibattimento se n’erano viste talmente tante che comunque fosse andato a finire il dubbio sarebbe rimasto. La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello che aveva confermato la condanna inflitta in primo grado agli imputati Scattone e Ferraro e, ora, si dovrà celebrare un nuovo processo. Secondo il presidente del Tribunale di Roma col «ragionevole dubbio» sarebbero già scattate le assoluzioni, ma il giudice Giancarlo De Cataldo - estensore della sentenza di primo grado - sorride: «Introdurre quella formula equivale a dire che la ricerca della prova dev’essere molto rigorosa. Quale magistrato direbbe che oggi segue altri criteri?».
    Anche l’avvocato Franco Coppi ritiene che nella cultura giuridica italiana sia già ben radicato il principio di civiltà per cui se resta un’incognita sulla colpevolezza si assolve: «Non vedo la necessità di inserire norme esortatorie nel codice». Tuttavia la «Pittelli» prevede che la soglia del «ragionevole dubbio» debba valere anche nella fase delle indagini preliminari, quando il pm chiede il rinvio a giudizio e il giudice lo decide. «Ora è in vigore la ragionevole probabilità di arrivare a una condanna - dice Coppi - ben sapendo però che in dibattimento possono arrivare ulteriori elementi di prova a carico o discarico dell’imputato. Altrimenti tanto vale trasformare l’udienza preliminare nel primo grado di giudizio».
    Il codice attuale prevede che il giudice possa decidere «d’ufficio» di acquisire «nuovi mezzi di prova» (attraverso un interrogatorio, una perizia o qualunque altro atto) mentre la «Pittelli» cancella questa facoltà. « Certo - spiega ancora l’ispiratore Pecorella - perché il giudice non deve accertare la verità, ma stabilire se essa è stata dimostrata dall’accusa al di là del ragionevole dubbio. Quando va a cercare una prova in proprio, non è più terzo rispetto alle parti ». Il giudice Scotti contesta questa visione dell’arbitro imparziale che assiste immobile al duello tra accusa e difesa: «Significa trasformare ancor più il processo penale in un processo per ricchi; che cosa può provare o contestare un povero cristo con l’avvocato d’ufficio? E se il tribunale ha un dubbio, per l’appunto, perché non dovrebbe decidere di levarselo ascoltando questo o quel testimone?».
    Perché in America si fa così, potrebbe rispondere qualcuno. Ma il presidente dell’Associazione magistrati, Bruti Liberati, replica amaro: «Non mi pare un grande parallelo, con tutti gli esempi di condannati a morte che sono risultati innocenti...».
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    Saluti liberali

  3. #3
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    Predefinito

    dunque una pessima legge, aldila' di ogni ragionevole dubbio..
    e il fatto che sofri sarebbe fuori non fa che confermare quanto sopra, infatti il suddetto si e' avvalso di tutti i gradi di giudizio che la legislazione italiana garantisce ai cittadini..ed'e' stata confermata la condanna che il tribunale di Milano, che qualcuno dipinge come un "covo di eversori" aveva gia' emesso...
    non meraviglia che tale deteriore garantismo filoterrorista, che un tempo connotava certi ambienti dell'estrema gauche in combutta con settori non minoritari del PSI di Craxi, che volevano Lo Stato piegarsi alla trattative con le BR, alberghi ora nelle stanze, non sgombre di armadi e di scheletri, della cosidetta Casa della Liberta'...
    Antonio

  4. #4
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    dunque una pessima legge, aldila' di ogni ragionevole dubbio..
    e il fatto che sofri sarebbe fuori non fa che confermare quanto sopra, infatti il suddetto si e' avvalso di tutti i gradi di giudizio che la legislazione italiana garantisce ai cittadini..ed'e' stata confermata la condanna che il tribunale di Milano, che qualcuno dipinge come un "covo di eversori" aveva gia' emesso...
    non meraviglia che tale deteriore garantismo filoterrorista, che un tempo connotava certi ambienti dell'estrema gauche in combutta con settori non minoritari del PSI di Craxi, che volevano Lo Stato piegarsi alla trattative con le BR, alberghi ora nelle stanze, non sgombre di armadi e di scheletri, della cosidetta Casa della Liberta'...
    Antonio

 

 

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