Bella analisi delle prossime manifestazioni a cura di Bruno Vespa.
Da Panorama
SCENE DA DUELLI AUTUNNALI
Sei anni fa il Polo portò a Roma un milione di persone contro la Finanziaria di Prodi. Ora l'Ulivo replica con un grande girotondo. La storia si ripete? Sì, ma con qualche differenza. Sostanziale.
di
BRUNO VESPA
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Guardate, guardate!», gridò Silvio Berlusconi con la voce strozzata. Era il pomeriggio del 9 novembre '96, il Polo aveva portato in piazza San Giovanni (sacrario del popolo di sinistra) «un milione di persone» (800 mila, scrissero l'indomani i giornali). Per proteggersi dall'onda del suo stesso corteo, il Cavaliere aveva chiesto e ottenuto rifugio in Palazzo Brancaccio, dove si svolgeva un ricevimento di nozze e dove gli sposi pretesero una foto ricordo in cambio dell'ospitalità.
Fu Rocco Buttiglione ad accendere incautamente un televisore: sotto gli occhi di Berlusconi, Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini apparve, nella diretta che Raitre stava dedicando alla manifestazione, un corteo di naziskin che cantavano inni naziskin. L'ira del Cavaliere, sconvolto all'idea che pure per un solo momento gli spettatori pensassero che egli guidava una manifestazione di estrema destra, diventò irrefrenabile quando il telecronista parlò di «due-trecentomila persone presenti». Lucia Annunziata, che allora dirigeva il Tg3, mandò immediatamente una troupe e la protesta del Cavaliere dilagò sulla stessa emittente.
Non c'è dunque da meravigliarsi se il centrosinistra ricambierà la manifestazione antigovernativa del '96 portando anch'esso in piazza un milione di persone il 14 settembre. Né se farà una durissima opposizione in Parlamento: nel '96 il Polo fece la scelta drammatica (e sbagliata) di allontanarsi dall'aula durante le votazioni della Finanziaria (Massimo D'Alema rimproverò allora riservatamente a Romano Prodi un eccesso di deleghe al governo).
Le differenze di oggi rispetto ad allora sono tuttavia tre. Nessuna di esse consente di mettere in discussione il diritto dell'opposizione di protestare nelle forme più vistose, ma può determinare qualche ricaduta politica e sociale. La prima è che l'iniziativa del '96 fu presa da Berlusconi e da Forza Italia, che vi associò i suoi alleati di governo. Quella del 14 settembre ha come padri Nanni Moretti e il mondo dei girotondi, che vi hanno successivamente associato i partiti di centrosinistra. Anche se i girotondi avessero tutte le ragioni possibili per protestare contro il governo, non deve essere piacevole per un'opposizione forte e socialmente strutturata come quella del centrosinistra sapere che Sergio Cofferati, Nanni Moretti, Pancho Pardi, Michele Santoro e Sandro Ruotolo saranno più applauditi di Piero Fassino, Massimo D'Alema e Francesco Rutelli.
La seconda differenza col '96 è che anche allora (sette mesi dopo la vittoria elettorale dell'Ulivo) tutti i sondaggi davano curiosamente il Polo in vantaggio sul centrosinistra. A Botteghe Oscure restarono di sale quando gli analisti dell'Swg portarono una ricerca commissionata dal Pds dalla quale risultava che la parte più moderna della società italiana, la più europeista e innovativa stava dalla parte di Berlusconi. Oggi, nonostante il calo di popolarità del governo, il centrodestra è ancora saldamente in testa nelle intenzioni di voto.
La terza differenza è che nel '96 il terrorismo era bello e dimenticato. Il centrodestra non contava nulla e il centrosinistra non aveva avuto il tempo di progettare le riforme che due anni e mezzo più tardi sarebbero costate la vita a Massimo D'Antona. I terroristi hanno sempre approfittato dei forti contrasti sociali per colpire e oggi l'allarme dei servizi di sicurezza è al massimo livello.
Il rischio più grosso è che i vantaggi del bipolarismo (la chiarezza di posizioni distinte, il doveroso tentativo dell'opposizione di diventare maggioranza) vengano travolti dalla totale assenza di legittimazione riconosciuta a chi governa. «Molti dei nostri elettori» mi disse Fassino alcuni mesi dopo le elezioni del 2001 «non si rassegnano al fatto che Berlusconi stia a Palazzo Chigi e vorrebbero che Carlo Azeglio Ciampi lo buttasse giù. Ma non è questo il compito del capo dello Stato». Quelle sagge parole un anno dopo sono sopraffatte dalle grida dei girotondi. È lecito aspettarsi dalla piazza un risultato impossibile per via istituzionale? D'Alema è la personalità al tempo stesso più autorevole dell'opposizione (se non altro per essere stato il primo «comunista» diventato presidente del Consiglio) e certamente la più impopolare presso l'opposizione stessa, per non essersi inginocchiato davanti a Nanni Moretti. Ha torto quando sostiene che all'Ulivo non basta strillare contro il perfido Cavaliere per dotarsi di una vera politica?
Si dice: Berlusconi ha superato il limite perché vuole una legge (la Cirami) fatta a sua immagine e somiglianza. Non c'è dubbio che, se il presidente del Consiglio non fosse sotto processo, tanta fretta non sarebbe necessaria. Molti degli scioperanti contro la modifica all'articolo 18 non sapevano in che cosa essa consistesse. Siamo sicuri che un sondaggio fatto in piazza il 14 settembre sul «legittimo sospetto» darebbe risultati migliori? Quanti sanno che una volta varata la legge, ineccepibile come principio generale, sarà la Cassazione a stabilire se un processo deve essere o no dirottato ad altra corte? Quanti sanno che i giudici che compongono le sezioni unite della Cassazione penale sono tutt'altro che «Berlusconidipendenti»?
Durante il governo Prodi fu approvata dal Parlamento una legge (sacrosanta) che riduceva fortemente l'ambito dell'abuso d'ufficio e al tempo stesso il malvezzo di alcuni magistrati che non sapendo come colpire chi non era corrotto, corruttore, concusso o concussore colpiva gli amministratori con l'abuso d'ufficio e gli imprenditori con il falso in bilancio. Quanti sanno che Prodi stesso ne fu tra i beneficiari? Bisognava per questo fermare quella legge?
Nella passata legislatura il Parlamento approvò la giusta incompatibilità tra gip e gup, tra il giudice delle prime indagini e quello del rinvio a giudizio. Quanti sanno che fu inserita una postilla per impedire che il giudice Alessandro Rossato abbandonasse il processo Berlusconi-Previti ritardandone quindi lo svolgimento?
Sotto ogni bandiera, è difficile che chi ha una maggioranza non ne approfitti. Nel '99 Berlusconi stravinse alle elezioni europee. Il centrosinistra ne attribuì il merito agli spot televisivi. Cucì dunque addosso al Cavaliere la famosa legge sulla par condicio, che proibiva di trasmettere spot negli ultimi 30 giorni di campagna elettorale. Come ha ricordato recentemente Il foglio, ci fu un'affannosa corsa che sfiorò la sacralità della chiusura estiva del Parlamento.
«Un blitz a Camere chiuse» strillò il Cavaliere. «Un atto necessario» replicò soavemente D'Alema. «Provvedimento liberticida» gridò il liberista Antonio Marzano. «Una legge per i cittadini» replicò il neosocialista Vincenzo Vita. A Marcello Pera parve di ricordare sedute notturne in commissione. La legge fu finalmente approvata in marzo, giusto in tempo per le elezioni regionali del 2000. Il mondo politico italiano si divide davvero in prevaricatori e prevaricati?




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