Il cacciatore di poltrone Umberto Bossi è insoddisfatto del numero di poltrone accumulato dagli uomini che parlano in dialetto nordico. Urge una registrata.
Attendiamo una risposta da parte dell'UDC (i "democristi")e da quelli che i leghisti chiamano affettuosamente "ANali".
Corriere della Sera, 16.9.02
Il senatur irritato sfida Berlusconi e Fini: serve una registrata al motore
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
VENEZIA - L’irritazione di Umberto Bossi, reale e non tattica, esplode con una richiesta forte: un vertice di maggioranza per concordare contenuti e tempi dell’azione di governo da qui ai prossimi due anni.
Non un vertice allargato ma «un vertice dei leader». Con Berlusconi «che deve smettere di gironzolare e deve occuparsi di più delle intese, quando c’è lui indubbiamente le cose vanno meglio». E con Fini. «Serve una bella registrata del motore», «serve serrare le fila per evitare di entrare nella palude politica», perché i patti e i programmi concordati con la Casa delle Libertà hanno subito un rallentamento che rende la Lega più che nervosa. C’è sul palco di Venezia un Bossi non più ministro, non più mediatore. C’è un Bossi agitatore di folle, arrabbiato. E non per finta.
«Federalismo ora o mai più». Dietro a questo slogan si nasconde l’insoddisfazione del numero uno del Carroccio che prende forma e sostanza nel settimo raduno di Venezia, il primo fu nel 1996 ai tempi dello strappo secessionista. È un discorso che in superficie è a favore della devoluzione ma che prende pretesto dalla devoluzione, riforma mancata o in grave ritardo, per manifestare disagio se non addirittura fastidio nei confronti degli alleati o di una certa parte degli alleati.
Nel mirino ci sono i «vecchi boiardi» dello Stato che insidiano la rivoluzione federalista, i «gattopardi fuggiti dai palazzi quando la Lega faceva crollare tutti gli armadi pieni di scheletri», i «vecchi centralisti romani», i centristi, i democristiani, i nomi Umberto Bossi li fa dire ad Alessandro Cè, il capogruppo alla Camera: «Casini, Giovanardi, Follini». Ma c’è anche Forza Italia. «Noi non possiamo accettare di essere subalterni ad altre forze politiche. Chi ha orecchie per intendere intenda».
Si potrebbe definire ultimatum. O si potrebbe definire in modo più riduttivo richiamo agli alleati ma resta la certezza che Umberto Bossi chiede «una rifasatura politica del programma di governo». Una definizione che magari in altri tempi sarebbe stata esplicitata con la parola "verifica" ma che oggi sta a significare che la Lega chiede un vertice con Forza Italia e con Alleanza Nazionale per dare impegno solenne e tempi certi in Parlamento alla devoluzione, al progetto di Senato delle Regioni, al coordinamento regionale Nord-Centro-Sud, alla riforma della Corte Costituzionale. Progetti da approvare entro il 2003. Per procedere poi con la "ciliegina" del presidenzialismo. Bossi dopo avere alzato nei giorni scorsi la voce sull’immigrazione contro «i buonisti» e «i vescovoni» dà visione a un malessere crescente nella sua base elettorale ma che è prima di tutto il suo malessere.
Non è un caso che i toni usati dal ministro delle Riforme siano i toni del vecchio Bossi che ha sì archiviato la secessione ma che è pronto a smarcarsi se il "sogno federalista" non dovesse realizzarsi. In tutta Europa ci sono stati rivolgimenti istituzionali, «lo Stato italiano è il più refrattario». Ci sono stati fino ad ora «piccoli vagiti di federalismo», il governo ha lavorato molto sul fronte delle riforme sociali ma poco o nulla sul fronte delle riforme istituzionali. «Nei patti con Berlusconi e Fini non c’era la gestione dell’ordinario e dell’esistente ma una vera riforma strutturale».
Mai come in questa occasione, almeno dal giorno delle intese del 1999 con Forza Italia e con Alleanza Nazionale, Bossi si era spinto in profondità contro gli alleati. Un po' per scuotere l’orgoglio della militanza un po’ per sollecitare un chiarimento nella maggioranza il leader del Carroccio va giù pesante. «Noi non siamo soldati di ventura, non siamo mercenari siamo idealisti pronti ad uscire all’assalto dietro alla nostra bandiera». Certo Bossi è abituato agli affondi, è abituato ad agitare il fantasma della piazza, tra l’altro annuncia una manifestazione a Pontida per metà ottobre, ma da Venezia l’avvertimento non è il solito giochino di rilancio.
«Quando sarò in difficoltà», promette e minaccia, «vi chiamerò a scuotere i palazzi farisaici, vi additerò i nomi dei razzisti che dai loro scranni fingono bonomia anche se in realtà sono contro il popolo». Il bersaglio non citato espressamente ma fin troppo evidente non è nell'area dell’opposizione ma proprio all’interno della maggioranza. «Non sfuggono al nostro intuito fenomeni distorsivi e preoccupanti di chi vuole ricostruire sotto nuovi nomi le bande del passato».
Umberto Bossi chiama alla «mobilitazione permanente» a sostegno della riforma federalista. «La Lega decide di irrompere con forza nelle piazze per forzare i tempi morti che ci impongono i rottami della politica». Non può esplicitamente affermare che è una scrollata al governo ma di fatto questa manifestazione di Venezia si rivela alla fine come l’occasione voluta più per attaccare gli alleati, o certi alleati, i centristi e settori di Forza Italia, che per ribadire con le solite frasi ad effetto lo scontro con le opposizioni. È il primo serio campanello d’allarme per la Casa delle Libertà che proviene dal fronte del Carroccio.
fcavalera@corriere.it
Fabio Cavalera




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