È una forza dalla portata storica irresistibile, più forte di qualsiasi governo o di qualsiasi partito politico. È una forza nata dal desiderio dell’uomo di abbattere ogni barriera di natura geografica, eco-nomica, politica che divide l’umanità. È una forza che negli ultimissimi anni ha radicalmente cambiato il nostro modo di produrre e commerciare. È la globalizzazione.
Recentemente, tuttavia, questo processo economico inarrestabile è stato posto sotto processo: colpevole secondo i suoi accusatori dei mali e delle disgrazie del nostro pianeta.
“Global or not to global” avrebbe detto sarcasticamente Shakspear se avesse avuto la possibilità di partecipare a questo acceso dibattito.
In realtà la globalizzazione non è di per se stessa negativa o positiva. La globalizzazione non è un fine dell’economia mondiale ma un mezzo. E in quanto mezzo è sostanzialmente neutra.
Prendiamo ad esempio un coltello da cucina. Il coltello in se stesso non è né buono né cattivo. Certo, se usato correttamente per tagliare i pasti della nostra tavola può rivelarsi uno strumento di stra-ordinaria utilità; ma se adoperato da un bambino piccolo e inesperto può trasformarsi in un pericolo innanzitutto per la sua incolumità.
Ebbene, la globalizzazione è più o meno un coltello da cucina che può essere adoperato per miglio-rare le condizioni di vita della popolazione mondiale o viceversa per alimentare nuove ingiustizie.
La globalizzazione, come confermano inequivocabilmente i dati economici, ha accresciuto la ric-chezza dei paesi occidentali perché in quei paesi i diritti dei lavoratori (e delle imprese) sono tutelati costantemente. Perché in quei paesi vige un sistema economico liberista. Perché in quei paesi i cittadini hanno il diritto e il dovere di scegliere le proprie classi dirigenti.
La globalizzazione ha avuto effetti negativi in una parte dei paesi del “terzo mondo”. Guarda caso in quei paesi in cui i diritti dei lavoratori non esistono e il potere politico è accentrato nelle mani di qualche giunta militare o religiosa.
Potremmo giungere alla conclusione quindi che se per questi ultimi paesi si è globalizzato troppo, per i primi, il mondo occidentale, si è globalizzato troppo poco.
In realtà, ripeto, il problema non è la globalizzazione ma la mancanza di classi dirigenti oneste e capaci, la mancanza di libertà economica e politica, la mancanza di democrazia e pace. Questi sono i reali problemi dei paesi in via di sviluppo.
Se India e Pakistan non vivono un periodo particolarmente felice per le loro rispettive economie i rispettivi popoli non devono ringraziare la globalizzazione bensì i rispettivi governi che utilizzano quantità spropositate di risorse per finanziare una guerra assurda.
Come intervenire allora? È indubbio che nei prossimi anni alla globalizzazione dell’economia deve fare seguito quella dei diritti. Diritti per i lavoratori nel caso dei paesi in via di sviluppo. E diritti per le imprese nel caso di alcuni stati del mondo occidentale, come nel caso dell’Italia, dove la libera iniziativa economica è ancora troppo frenata da una legislazione obsoleta e per alcuni versi assurda (non è un caso che il Governatore della Banca d’Italia abbia chiesto recentemente riforme importanti anche per ciò che riguarda lo Statuto dei Lavoratori).
Utopia? Non credo. La storia ci insegna che anche le battaglie più disperate possono ottenere risultati positivi. Se dunque nel XIX Secolo il mondo operaio ha raggiunto straordinari obiettivi non ve-do perché il nuovo millennio non possa essere dedicato alla lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori nel terzo mondo.
I movimenti no-global accusano la stessa globalizzazione di essere la causa del forte squilibrio economico mondiale: il 20% della popolazione del nostro pianeta controlla l’80% circa delle risorse della Terra.
Anche in questo caso possiamo dire che una vasta parte dell’opinione pubblica e della società civile ha sbagliato a inquadrare il problema.
In primo luogo gli economisti hanno stilato un indice di globalizzazione tenendo conto tre fattori: grado di alfabetizzazione, speranza di vita e PNL. Ebbene ai primi tre posti di questa “classifica” troviamo Stati Uniti, Giappone e Germania, le tre nazioni più ricche della Terra. Agli ultimi tre po-sti Afganistam, Sudan e Somalia, i tre paesi più poveri della Terra. È più che evidente che democra-zia, pace e libertà economica si associno con ricchezza. Totalitarismo, guerra e controllo da parte dello stato dei mezzi di produzione si associno con povertà. La globalizzazione di per se stessa non c’entra.
In secondo luogo l’accusa in questione è sbagliata già nella sua formulazione. Argomentare dicendo che il 20% della popolazione del nostro pianeta controlla l’80% circa delle risorse della Terra è più o meno come cercare una tradiva e assurda riabilitazione storica del marxismo in nome del “sacro” principio dell’uguaglianza sociale.
Gli economisti liberisti, e indubbiamente la storia del Novecento ha dato loro ragione, ci hanno spiegato che il problema non è la disuguaglianza sociale in se stessa. Il vero problema è che tale di-suguaglianza derivi da ragioni di merito (la meritocrazia).
Spieghiamoci meglio. Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, non può certo lamentarsi di quello che gli ha dato la collettività: soldi, benessere, prestigio. Ma nemmeno la collettività si può lamentare di quello che gli ha dato Bill Gates: una rivoluzione tecnologica che, attraverso il “personal computer” ha radicalmente cambiato (in meglio) le nostre abitudini facilitandoci in quasi tutte le attività della nostra vita.
Anche Silvio Berlusconi è un caso di disuguaglianza sociale ma ha dato all’Italia tre reti televisive, alcuni capolavori dell’urbanistica e una squadra di calcio che con le sue vittorie ha tenuto in alto l’onore dello sport italiano.
Sarebbe mai nato un Bill Gates o un Silvio Berlusconi nel mondo comunista? Probabilmente no. O comunque ne sarebbero nati molti di meno. Che vantaggio avrebbe una persona a lavorare di più o meglio per la sua impresa se a fine mese è destinato comunque a ottenere la stessa paga?
Il comunismo in questo senso ha ucciso le speranze di milioni di lavoratori trasformandoli in numeri da un punto di vista economico e sudditi dal punto di vista politico.
Da queste considerazioni deduciamo che il vero problema non è lo squilibrio mondiale in se stesso (con una piccola porzione di popolazione mondiale che controlla la maggior parte delle risorse) ma il fatto che tale squilibrio sia giustificato da ragioni di merito. Ebbene, io credo che il successo degli Stati Uniti, per fare un esempio, sia ampiamente giustificato da ragioni precise:
- economia: presenza di poche imprese pubbliche, autonomia della Banca Centrale, boom del settore tecnologico, velocità delle procedure;
- istruzione: ingenti risorse finanziano la scuola e la formazione.
Ma c’è soprattutto una grande motivazione del successo americano. Una motivazione di fondo che trova le sue radici nel sistema liberista, indubbiamente il meno imperfetto di tutti: il capitalismo.
Dice bene Socci: «la realtà ha clamorosamente sconfessato Marx perché il capitalismo ha migliorarato le condizioni di vita e di lavoro, non per “carità”, ma proprio perché per far funzionare la legge del profitto è necessario innalzare il potere d’acquisto delle masse. Se le paghe quindi aumentano troppo i profitti svaniscono, ma se le paghe aumentano troppo poco svaniscono lo stesso.»
Ebbene, se gli americani sono il paese più ricco della Terra è ingiusto fargliene una colpa. Come è ingiusto accusare la globalizzazione di essere la causa della povertà degli altri. Gli americani sono stati più furbi, più saggi. Il “terzo mondo” anziché dispregiare “l’imperialismo” americano dovrebbe chiedersi: perché non ci abbiamo pensato anche noi? Perché invece di finanziare regimi teocrati-ci e guerre per mucchi di sassi non abbiamo pensato a finanziare l’istruzione, a lottare contro la cor-ruzione delle classi dirigenti, a sviluppare un processo democratico che inevitabilmente avrebbe portato benessere e prosperità?
Devo altresì aggiungere che con questo non voglio dire che la povertà e la fame non sono problemi di grandissimo rilievo nel panorama mondiale. Ma semplicemente che i movimenti contrari alla globalizzazione, pur in buona fede, hanno sbagliato a analizzarne le cause.
L’economista liberista invece non ha come nemico la disuguaglianza sociale bensì la povertà. È sempre valida quindi la ricetta di uno dei più grandi statisti della storia (guarda caso americano): Abraham Lincoln.
Non si può arrivare alla prosperità scoraggiando l’impresa.
Non si può rafforzare il debole indebolendo il forte.
Non si può aiutare chi è piccolo abbattendo chi è grande.
Non si può aiutare il povero distruggendo il ricco.
Non si possono aumentare le paghe rovinando i datori di lavoro.
Non si può progredire serenamente spendendo più del guadagno.
Non si può promuovere la fratellanza umana predicando l’odio di classe.
Non si può instaurare la sicurezza sociale adoperando denaro imprestato.
Non si può formare carattere e coraggio togliendo iniziativa e sicurezza.
Non si può aiutare continuamente la gente facendo in sua vece quello che potrebbe e dovrebbe fare da sola.
È da queste parole che i paesi in via di sviluppo debbono ripartire per dare una speranza ai loro popoli. Non certo dalla lotta contro la globalizzazione.




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