Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito Teseo Tesei e Salvatore Todaro. Nel giorno della vergogna il ricordo di due eroi

    TESEO TESEI - SALVATORE TODARO.
    Nel giorno della vergogna il ricordo di due eroi italiani


    Avendo dovuto riesumare e consultare alcuni numeri di Arthos nuova serie, per rispondere dettagliatamente ad alcune domande in un altro thread, sfogliandone distrattamente le pagine mi sono imbattuto in un bellissimo articolo: 'Kshatriya d'Italia (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)' di Sandro Consolato, che già quando lo lessi, alcuni anni fa, non mancò di procurarmi una dignitosa commozione al ricordo dell’esempio di due nostri eroici compatrioti, che seppero veramente incarnare la tensione vitale di quegli anni nella sua forma più sublime ed eccelsa, mostrando al mondo intero, col proprio olocausto, il valore e l'ardimento che da sempre contraddistingue l’autentica stirpe italica. E questo a differenza dei tanti, troppi, che negli eventi luttuosi della seconda guerra mondiale, con la propria vigliaccheria coprirono di vergogna la storia millenaria della nostra nazione.

    Ed è curioso che proprio in questo 7 settembre 2002, a meno di due ore dal funesto anniversario della vergogna del tradimento, intervengano queste pagine ad illuminare per un istante l'orribile realtà dell’Italia moderna. Mi permetto così, al ricorrere di quest'anniversario così funesto per le sorti d'Italia, di copiare e pubblicare alcuni stralci dall'articolo di Sandro Consolato:

    [...]quanti furono i combattenti della seconda guerra mondiale che seppero attingere dalla loro esperienza bellica, pur nel contesto delle moderne, jüngeriane "tempeste d'acciaio", un superiore senso di ciò che sono la vita e la morte, il loro inscindibile nesso nell'eracliteo pólemos, il punto trascendente dove l'una e l'altra sono superate dalla liberazione nello spirito? Si è soliti nominare i kamikaze giapponesi, e certo in molti di essi il sacrificio eroico della vita ebbe i tratti della pura ascesi, cui li educava il buddhismo, mentre lo Shinto ne sollecitava l'amore disinteressato per la patria e per l'imperatore. Ma tra gli europei, chi poté andar oltre il pur nobile, ma umano eroismo da sempre conosciuto? Credo di poter rispondere con certezza che questo fu il caso di due militari italiani entrambi appartenenti ai corpi speciali della Regia Marina: Teseo Tesei e Salvatore Todaro[...]





    TESEO TESEI
    Teseo Tesei nacque nel 1909 a Campo, nell'Isola d'Elba [...] Già nei primi mesi del '40, nelle esercitazioni subacquee con i maiali e i barchini esplosivi, Tesei manifestò quello che il principe Junio Valerio Borghese, poi comandante della X dal maggio '43, chiamerà il "vertice del più sublime e distaccato misticismo". "L'esito della missione - diceva Tesei - non ha molta importanza, e neanche l'esito della guerra. Quello che veramente conta è che vi siano uomini disposti a morire nel tentativo e che realmente muoiano: perché è dal sacrificio nostro che le successive generazioni trarranno l'esempio e la forza per vincere" [...] Borghese ne ricorda il "profilo tagliente addolcito dai profondi occhi scuri in cui si legge la maturità del pensiero e la fermezza del carattere". Chi lo conobbe ne testimonia l'assoluta purezza d'animo, la forza del carattere e l'integrità morale [...] Beppe Pergoli, nel suo Uomini contro navi, scrive: "Un essere straordinario, come se ne può incontrare uno ogni cento anni. Aveva una forza spirituale enorme, era un uomo al di là di tutto. Di fronte a lui sembravano tutti piccoli (...) Avrebbe potuto emergere in ogni campo, sarebbe potuto diventare un santo, tanta era la luminosità del suo spirito". Tali parole si illuminano di verità al racconto fattomi da Del Buono, il quale mi ha confessato che Tesei seguiva da tempo, insieme al cugino Ulisse, pratiche yogiche, accompagnate da regime dietetico vegetariano [...] Col grado di capitano del Genio Navale Tesei partecipò nell'agosto del '40 alla prima spedizione contro Alessandria, nel settembre e nell'ottobre alla prima e alla seconda contro Gibilterra, ottenendo qui la promozione a maggiore per meriti di guerra. Alla vigilia del terzo tentativo italiano di forzare il porto di La Valletta, Tesei, benché la sua salute fosse già seriamente compromessa dalle precedenti azioni, ed essendo di fatto dichiarato inidoneo al servizio di sommozzatore per grave vizio cardiaco, chiese ed ottenne dal suo superiore, il comandante della X Vittorio Moccagatta, di partecipare alla disperata impresa maltese. Volle per sé il compito di aprire col suo maiale un varco nell'ostruzione retale, onde consentire poi ai barchini di penetrare in successione nel porto. Aveva detto al tenente di vascello Costa, l'ultimo compagno d'armi che lo vide vivo: "Presumo che non farò in tempo altro che a portare a rete il mio SLC. Alle 4.30 la rete dovrà saltare e salterà. Se sarà tardi, spoletterò al minuto". Probabilmente fu così, e l’esplosione dilaniò lui e il suo secondo, Alcide Pedretti. Era il 26 luglio '41. A Gino Birindelli Tesei aveva detto già nel '40: "A Malta, spolettando a zero, e saltando tutti per aria, questo s'ha da fare!". Di Tesei non fu ritrovata che la maschera con alcuni brandelli di carne attaccata [...] rende ancora più nobili le parole scritte da Tesei a persona amica poco prima di avviarsi alla morte: “Quando riceverai questa lettera avrò avuto il più alto degli onori, quello di dare la mia vita per il Re e per l’onore della bandiera. Tu sai che questo è il più grande desiderio e la più elevata delle gioie per un uomo...





    SALVATORE TODARO
    Salvatore Todaro nacque a Messina nel 1908 [...] Fin dalla giovinezza si riscontrano in lui tratti che lo avvicinano a Tesei. Un suo compagno di corso, Walter Ghetti, così ne parla: “Todaro era differente da noi, non solo per alcune peculiarità, come la pratica dello yoga, il non mangiare mai carne, il carattere chiuso e un po’ melanconico; tuttavia, provammo per lui una grande amicizia, malgrado questo essere differente, che era superiorità: probabilmente perché lo sentivamo sincero [...] Divenuto sottotenente di vascello, Todaro aspirò a far parte del reparto aerosiluranti e nel ’31 lo troviamo nella 187° Squadriglia Idrovolanti Elmas. Ma il 27 aprile del ’33 un incidente a Cadimare (La Spezia) gli provocò una grave contusione della colonna vertebrale che lo costrinse a portare un busto per tutta la vita e a rinunciare al volo. Ciò nonostante volle rimanere in servizio [...] egli comunicò ai suoi compagni più cari una triste profezia: “Io morirò in guerra – disse – ma non da sveglio. Sarò ucciso mentre starò dormendo” [...] Nel 1936, con il grado di tenente di vascello, Todaro iniziava il suo tirocinio di sommergibilista come ufficiale in seconda sul “Colonna”, partecipando dal ’36 al ’39 alla guerra di Spagna; dal ’37 come comandante [...] Severo ed affettuoso ad un tempo, Todaro era idolatrato dai suoi uomini. Lenzi testimonia che ad ogni partenza del suo sommergibile si scoprivano dei clandestini a bordo, marinai che anelavano a far parte del suo equipaggio. I suoi marinai lo chiamavano affettuosamente “Mago Bakù” (un nome che veniva da un giornale umoristico dell’epoca), per le sue qualità sapide di magia [...] L’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale colse Todaro comandante del sommergibile “Luciano Manara”. Già a fine maggio del 1940, quando l’ingresso dell’Italia nel conflitto era nell’aria, egli aveva scritto alla moglie Rina: “Ho compreso che la morte coglie solo i vili. Per gli altri non esiste. Io sono pronto ad osare ciò che non è mai stato osato, come è nel motto del mio sommergibile [Inausum audet]” [...] Poco più avanti venne destinato a Bordeaux, al Comando Superiore delle Forze subacquee italiane in Atlantico. E lì fu al comando del sommergibile “Cappellini”, col quale dimostrò subito come la sua etica guerriera comportasse l’assoluta disponibilità al sacrificio di sé unitamente all’imperativo di salvare, se possibile, la vita altrui. Furono memorabili, tanto da renderlo famoso e ammirato dal nemico, i suoi affondamenti del piroscafo belga “Kabalo” (ottobre ’40) e del piroscafo armato inglese “Shakespeare” (gennaio ’41). In entrambi i casi egli salvò tutti i naufraghi, rimorchiandone la lancia dopo aver prestato cure mediche ai feriti, e addirittura, perduta tutt’e due le volte la lancia a rimorchio, egli tornò indietro a cercarla, quindi portò col “Cappellini” fino alla terra ferma il nemico beneficato. Venuto a conoscenza delle rimostranze tedesche per il salvataggio dei naufraghi del “Kabalo”, egli, che non conosceva né il servilismo né il conformismo, rispose seccamente a chi si era fatto latore di tali rimostranze: “I Tedeschi non hanno dietro di loro i nostri duemila anni di civiltà”, quindi di congedò con un “Buona sera, signori!” [...] ma i suoi uomini non temevano di morire, perché sapevano che il primo ad esporre la propria vita era il loro comandante. Sul suo sommergibile regnava un cameratesco egualitarismo: uguale vestiario, uguale vitto, uguale tempo libero per tutti, obbligo di ginnastica giornaliera. Scriverà l’ammiraglio tedesco Doenitz sul temperamento e le qualità militari dei sommergibilisti italiani: “Essi sono perfettamente capaci di attaccare il nemico con ardimento e abnegazione. Anzi, in certe circostanze, possono nello slancio dell’azione, comportarsi più audacemente di noi che non ci lasciamo trascinare così dall’entusiasmo della battaglia”. La salute di Todaro era però minata dall’incidente del ’33. Mascherava le sue sofferenze per rimanere al suo posto di combattimento, ma nel dicembre del ’41 veniva dichiarato “disponibile ammalato” e rimpatriato. Aveva affondato nell’Atlantico ben 30.000 tonnellate di naviglio nemico. Mentre cercava a tutti i costi di tornare a combattere, incontrò il suo ex compagno di corso, ora capitano di corvetta, Junio Valerio Borghese, che aveva appena assunto il comando interinale della X Mas [...] Borghese volle Todaro in sostituzione di Giobbe, alla testa del reparto superficie, che venne intitolato a “Vittorio Moccagatta”, mentre quello subacquei lo fu a “Teseo Tesei” [...] Il 4 luglio ’42 Todaro tornava in Italia dal Mar Nero, dove aveva compiuto tredici missioni di guerra. Il comandante Auconi testimonia che Todaro “sentiva” che sarebbe caduto in guerra e che parlava di ciò senza commozione, con assoluta naturalezza. A ottobre visitò per l’ultima volta la famiglia a Sottomarina. Si recò dal monsignor Voltolina e, malgrado anche la sua famiglia stentasse a far quadrare il bilancio, fece, come era solito, generosa beneficenza anonima ai poveri assistiti dal buon prete [...] La mattina del 14 dicembre ’42, nell’isolotto di La Galite, mentre riposava a bordo del “Cefalo”, il piropeschereccio nave-appoggio dei moto-siluranti della X, con i quali si preparava ad attaccare i porto tunisino di Bona, Todaro morì durante l’attacco di due caccia inglesi. Un proiettile trapassò il ponte e una scheggia colpì la sua testa. Lo trovarono nella sua cuccetta, che pareva continuasse a dormire. Si avverava così la sua profezia: “Io morirò quando il mio spirito sarà lontano da me”.



    La morte risparmiò sia a Tesei che a Todaro, ufficiali non fascisti ma monarchici, la vergogna dell’8 settembre. Quando, dopo quella data, Junio Valerio Borghese diede vita alla nuova X repubblicana, si ricordò proprio di Tesei e di Todaro, come si evince da questa testimonianza: “Tutta la storia della decima dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 sta (...) a testimoniare quale forza morale e rivoluzionaria abbia ispirato la condotta dei miei marinai. Un riflesso di tale carica spirituale può essere anche identificato nello “scudetto” da braccio che adoperammo sull’uniforme. la “X” della Decima su campo azzurro, sormontata dal teschio con la rosa in bocca [...] L’idea dello “scudetto” con il teschio e la rosa rossa ci venne ricordando il comandante Todaro, Medaglia d’Oro, una delle figure leggendarie della Decima ante 8 settembre. Todaro, come Teseo Tesei, un altro dei nostri eroi, aveva lasciato in noi della Decima una traccia profonda e indelebile. Todaro era il mistico di un determinato tipo di vita, che cercava più che la vittoria, la bella morte. ”Non importa”, ci diceva, “affondare la nave nemica. Una nave viene ricostruita. Quello che importa è dimostrare al nemico che ci sono degli italiani capaci di morire gettandosi con un carico di esplosivo contro le fiancate del naviglio avversario”. Tra l’altro, prima di cadere, ci aveva parlato del suo desiderio di coniare un distintivo dove apparisse l’emblema di una rosa rossa in bocca a un teschio, “Perché per noi”, ci aveva detto, “la morte in combattimento è una cosa bella, profumata”.

    Quello che mi preme sottolineare in conclusione è che un unico significato racchiude il dono della propria vita di Tesei e di Todaro, e di quanti li ebbero come esempio, e quell’anonima e generosa elemosina fatta dal “sommergibilista-mago” ai bisognosi della sua Laguna. In un mondo dominato dall’etica mercantile [...] in un tale mondo l’economia aristocratica ed ascetica del dono fa proprio il detto dei sufi secondo cui “Dio è un tesoro nascosto che volle essere speso”. Ed io penso che spendendo, donando ciò che avevano, dai beni materiali fino al bene supremo della vita, i guerrieri-asceti come Todaro e Tesei abbiano strappato il velo illusorio che li separava da quel Dio rivolgendosi al quale l’eroe Arjûna nella Bhagavad-gîtâ dice: “Come le farfalle con crescente velocità si precipitano nella fiamma ardente a trovare la loro distruzione, così i viventi con crescente velocità nelle Tue bocche a trovare la distruzione si precipitano. Come le innumerevoli fluide correnti scorrono dirette soltanto al mare, similmente questi eroi del mondo mortale entrano nelle Tue bocche ardenti” (XI, 29, 28).



    Stralci tratti dall’articolo di Sandro Consolato 'Kshatriya d'Italia (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)', da ARTHOS nuova serie n° 6 (luglio-dicembre 1999), ordinabile presso arthos@virgilio.it

  2. #2
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito Teseo Tesei e Salvatore Todaro. Nel giorno della vergogna il ricordo di due eroi

    TESEO TESEI - SALVATORE TODARO.
    Nel giorno della vergogna il ricordo di due eroi italiani


    Avendo dovuto riesumare e consultare alcuni numeri di Arthos nuova serie, per rispondere dettagliatamente ad alcune domande in un altro thread, sfogliandone distrattamente le pagine mi sono imbattuto in un bellissimo articolo: 'Kshatriya d'Italia (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)' di Sandro Consolato, che già quando lo lessi, alcuni anni fa, non mancò di procurarmi una dignitosa commozione al ricordo dell’esempio di due nostri eroici compatrioti, che seppero veramente incarnare la tensione vitale di quegli anni nella sua forma più sublime ed eccelsa, mostrando al mondo intero, col proprio olocausto, il valore e l'ardimento che da sempre contraddistingue l’autentica stirpe italica. E questo a differenza dei tanti, troppi, che negli eventi luttuosi della seconda guerra mondiale, con la propria vigliaccheria coprirono di vergogna la storia millenaria della nostra nazione.

    Ed è curioso che proprio in questo 7 settembre 2002, a meno di due ore dal funesto anniversario della vergogna del tradimento, intervengano queste pagine ad illuminare per un istante l'orribile realtà dell’Italia moderna. Mi permetto così, al ricorrere di quest'anniversario così funesto per le sorti d'Italia, di copiare e pubblicare alcuni stralci dall'articolo di Sandro Consolato:

    [...]quanti furono i combattenti della seconda guerra mondiale che seppero attingere dalla loro esperienza bellica, pur nel contesto delle moderne, jüngeriane "tempeste d'acciaio", un superiore senso di ciò che sono la vita e la morte, il loro inscindibile nesso nell'eracliteo pólemos, il punto trascendente dove l'una e l'altra sono superate dalla liberazione nello spirito? Si è soliti nominare i kamikaze giapponesi, e certo in molti di essi il sacrificio eroico della vita ebbe i tratti della pura ascesi, cui li educava il buddhismo, mentre lo Shinto ne sollecitava l'amore disinteressato per la patria e per l'imperatore. Ma tra gli europei, chi poté andar oltre il pur nobile, ma umano eroismo da sempre conosciuto? Credo di poter rispondere con certezza che questo fu il caso di due militari italiani entrambi appartenenti ai corpi speciali della Regia Marina: Teseo Tesei e Salvatore Todaro[...]





    TESEO TESEI
    Teseo Tesei nacque nel 1909 a Campo, nell'Isola d'Elba [...] Già nei primi mesi del '40, nelle esercitazioni subacquee con i maiali e i barchini esplosivi, Tesei manifestò quello che il principe Junio Valerio Borghese, poi comandante della X dal maggio '43, chiamerà il "vertice del più sublime e distaccato misticismo". "L'esito della missione - diceva Tesei - non ha molta importanza, e neanche l'esito della guerra. Quello che veramente conta è che vi siano uomini disposti a morire nel tentativo e che realmente muoiano: perché è dal sacrificio nostro che le successive generazioni trarranno l'esempio e la forza per vincere" [...] Borghese ne ricorda il "profilo tagliente addolcito dai profondi occhi scuri in cui si legge la maturità del pensiero e la fermezza del carattere". Chi lo conobbe ne testimonia l'assoluta purezza d'animo, la forza del carattere e l'integrità morale [...] Beppe Pergoli, nel suo Uomini contro navi, scrive: "Un essere straordinario, come se ne può incontrare uno ogni cento anni. Aveva una forza spirituale enorme, era un uomo al di là di tutto. Di fronte a lui sembravano tutti piccoli (...) Avrebbe potuto emergere in ogni campo, sarebbe potuto diventare un santo, tanta era la luminosità del suo spirito". Tali parole si illuminano di verità al racconto fattomi da Del Buono, il quale mi ha confessato che Tesei seguiva da tempo, insieme al cugino Ulisse, pratiche yogiche, accompagnate da regime dietetico vegetariano [...] Col grado di capitano del Genio Navale Tesei partecipò nell'agosto del '40 alla prima spedizione contro Alessandria, nel settembre e nell'ottobre alla prima e alla seconda contro Gibilterra, ottenendo qui la promozione a maggiore per meriti di guerra. Alla vigilia del terzo tentativo italiano di forzare il porto di La Valletta, Tesei, benché la sua salute fosse già seriamente compromessa dalle precedenti azioni, ed essendo di fatto dichiarato inidoneo al servizio di sommozzatore per grave vizio cardiaco, chiese ed ottenne dal suo superiore, il comandante della X Vittorio Moccagatta, di partecipare alla disperata impresa maltese. Volle per sé il compito di aprire col suo maiale un varco nell'ostruzione retale, onde consentire poi ai barchini di penetrare in successione nel porto. Aveva detto al tenente di vascello Costa, l'ultimo compagno d'armi che lo vide vivo: "Presumo che non farò in tempo altro che a portare a rete il mio SLC. Alle 4.30 la rete dovrà saltare e salterà. Se sarà tardi, spoletterò al minuto". Probabilmente fu così, e l’esplosione dilaniò lui e il suo secondo, Alcide Pedretti. Era il 26 luglio '41. A Gino Birindelli Tesei aveva detto già nel '40: "A Malta, spolettando a zero, e saltando tutti per aria, questo s'ha da fare!". Di Tesei non fu ritrovata che la maschera con alcuni brandelli di carne attaccata [...] rende ancora più nobili le parole scritte da Tesei a persona amica poco prima di avviarsi alla morte: “Quando riceverai questa lettera avrò avuto il più alto degli onori, quello di dare la mia vita per il Re e per l’onore della bandiera. Tu sai che questo è il più grande desiderio e la più elevata delle gioie per un uomo...





    SALVATORE TODARO
    Salvatore Todaro nacque a Messina nel 1908 [...] Fin dalla giovinezza si riscontrano in lui tratti che lo avvicinano a Tesei. Un suo compagno di corso, Walter Ghetti, così ne parla: “Todaro era differente da noi, non solo per alcune peculiarità, come la pratica dello yoga, il non mangiare mai carne, il carattere chiuso e un po’ melanconico; tuttavia, provammo per lui una grande amicizia, malgrado questo essere differente, che era superiorità: probabilmente perché lo sentivamo sincero [...] Divenuto sottotenente di vascello, Todaro aspirò a far parte del reparto aerosiluranti e nel ’31 lo troviamo nella 187° Squadriglia Idrovolanti Elmas. Ma il 27 aprile del ’33 un incidente a Cadimare (La Spezia) gli provocò una grave contusione della colonna vertebrale che lo costrinse a portare un busto per tutta la vita e a rinunciare al volo. Ciò nonostante volle rimanere in servizio [...] egli comunicò ai suoi compagni più cari una triste profezia: “Io morirò in guerra – disse – ma non da sveglio. Sarò ucciso mentre starò dormendo” [...] Nel 1936, con il grado di tenente di vascello, Todaro iniziava il suo tirocinio di sommergibilista come ufficiale in seconda sul “Colonna”, partecipando dal ’36 al ’39 alla guerra di Spagna; dal ’37 come comandante [...] Severo ed affettuoso ad un tempo, Todaro era idolatrato dai suoi uomini. Lenzi testimonia che ad ogni partenza del suo sommergibile si scoprivano dei clandestini a bordo, marinai che anelavano a far parte del suo equipaggio. I suoi marinai lo chiamavano affettuosamente “Mago Bakù” (un nome che veniva da un giornale umoristico dell’epoca), per le sue qualità sapide di magia [...] L’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale colse Todaro comandante del sommergibile “Luciano Manara”. Già a fine maggio del 1940, quando l’ingresso dell’Italia nel conflitto era nell’aria, egli aveva scritto alla moglie Rina: “Ho compreso che la morte coglie solo i vili. Per gli altri non esiste. Io sono pronto ad osare ciò che non è mai stato osato, come è nel motto del mio sommergibile [Inausum audet]” [...] Poco più avanti venne destinato a Bordeaux, al Comando Superiore delle Forze subacquee italiane in Atlantico. E lì fu al comando del sommergibile “Cappellini”, col quale dimostrò subito come la sua etica guerriera comportasse l’assoluta disponibilità al sacrificio di sé unitamente all’imperativo di salvare, se possibile, la vita altrui. Furono memorabili, tanto da renderlo famoso e ammirato dal nemico, i suoi affondamenti del piroscafo belga “Kabalo” (ottobre ’40) e del piroscafo armato inglese “Shakespeare” (gennaio ’41). In entrambi i casi egli salvò tutti i naufraghi, rimorchiandone la lancia dopo aver prestato cure mediche ai feriti, e addirittura, perduta tutt’e due le volte la lancia a rimorchio, egli tornò indietro a cercarla, quindi portò col “Cappellini” fino alla terra ferma il nemico beneficato. Venuto a conoscenza delle rimostranze tedesche per il salvataggio dei naufraghi del “Kabalo”, egli, che non conosceva né il servilismo né il conformismo, rispose seccamente a chi si era fatto latore di tali rimostranze: “I Tedeschi non hanno dietro di loro i nostri duemila anni di civiltà”, quindi di congedò con un “Buona sera, signori!” [...] ma i suoi uomini non temevano di morire, perché sapevano che il primo ad esporre la propria vita era il loro comandante. Sul suo sommergibile regnava un cameratesco egualitarismo: uguale vestiario, uguale vitto, uguale tempo libero per tutti, obbligo di ginnastica giornaliera. Scriverà l’ammiraglio tedesco Doenitz sul temperamento e le qualità militari dei sommergibilisti italiani: “Essi sono perfettamente capaci di attaccare il nemico con ardimento e abnegazione. Anzi, in certe circostanze, possono nello slancio dell’azione, comportarsi più audacemente di noi che non ci lasciamo trascinare così dall’entusiasmo della battaglia”. La salute di Todaro era però minata dall’incidente del ’33. Mascherava le sue sofferenze per rimanere al suo posto di combattimento, ma nel dicembre del ’41 veniva dichiarato “disponibile ammalato” e rimpatriato. Aveva affondato nell’Atlantico ben 30.000 tonnellate di naviglio nemico. Mentre cercava a tutti i costi di tornare a combattere, incontrò il suo ex compagno di corso, ora capitano di corvetta, Junio Valerio Borghese, che aveva appena assunto il comando interinale della X Mas [...] Borghese volle Todaro in sostituzione di Giobbe, alla testa del reparto superficie, che venne intitolato a “Vittorio Moccagatta”, mentre quello subacquei lo fu a “Teseo Tesei” [...] Il 4 luglio ’42 Todaro tornava in Italia dal Mar Nero, dove aveva compiuto tredici missioni di guerra. Il comandante Auconi testimonia che Todaro “sentiva” che sarebbe caduto in guerra e che parlava di ciò senza commozione, con assoluta naturalezza. A ottobre visitò per l’ultima volta la famiglia a Sottomarina. Si recò dal monsignor Voltolina e, malgrado anche la sua famiglia stentasse a far quadrare il bilancio, fece, come era solito, generosa beneficenza anonima ai poveri assistiti dal buon prete [...] La mattina del 14 dicembre ’42, nell’isolotto di La Galite, mentre riposava a bordo del “Cefalo”, il piropeschereccio nave-appoggio dei moto-siluranti della X, con i quali si preparava ad attaccare i porto tunisino di Bona, Todaro morì durante l’attacco di due caccia inglesi. Un proiettile trapassò il ponte e una scheggia colpì la sua testa. Lo trovarono nella sua cuccetta, che pareva continuasse a dormire. Si avverava così la sua profezia: “Io morirò quando il mio spirito sarà lontano da me”.



    La morte risparmiò sia a Tesei che a Todaro, ufficiali non fascisti ma monarchici, la vergogna dell’8 settembre. Quando, dopo quella data, Junio Valerio Borghese diede vita alla nuova X repubblicana, si ricordò proprio di Tesei e di Todaro, come si evince da questa testimonianza: “Tutta la storia della decima dal settembre del ’43 all’aprile del ’45 sta (...) a testimoniare quale forza morale e rivoluzionaria abbia ispirato la condotta dei miei marinai. Un riflesso di tale carica spirituale può essere anche identificato nello “scudetto” da braccio che adoperammo sull’uniforme. la “X” della Decima su campo azzurro, sormontata dal teschio con la rosa in bocca [...] L’idea dello “scudetto” con il teschio e la rosa rossa ci venne ricordando il comandante Todaro, Medaglia d’Oro, una delle figure leggendarie della Decima ante 8 settembre. Todaro, come Teseo Tesei, un altro dei nostri eroi, aveva lasciato in noi della Decima una traccia profonda e indelebile. Todaro era il mistico di un determinato tipo di vita, che cercava più che la vittoria, la bella morte. ”Non importa”, ci diceva, “affondare la nave nemica. Una nave viene ricostruita. Quello che importa è dimostrare al nemico che ci sono degli italiani capaci di morire gettandosi con un carico di esplosivo contro le fiancate del naviglio avversario”. Tra l’altro, prima di cadere, ci aveva parlato del suo desiderio di coniare un distintivo dove apparisse l’emblema di una rosa rossa in bocca a un teschio, “Perché per noi”, ci aveva detto, “la morte in combattimento è una cosa bella, profumata”.

    Quello che mi preme sottolineare in conclusione è che un unico significato racchiude il dono della propria vita di Tesei e di Todaro, e di quanti li ebbero come esempio, e quell’anonima e generosa elemosina fatta dal “sommergibilista-mago” ai bisognosi della sua Laguna. In un mondo dominato dall’etica mercantile [...] in un tale mondo l’economia aristocratica ed ascetica del dono fa proprio il detto dei sufi secondo cui “Dio è un tesoro nascosto che volle essere speso”. Ed io penso che spendendo, donando ciò che avevano, dai beni materiali fino al bene supremo della vita, i guerrieri-asceti come Todaro e Tesei abbiano strappato il velo illusorio che li separava da quel Dio rivolgendosi al quale l’eroe Arjûna nella Bhagavad-gîtâ dice: “Come le farfalle con crescente velocità si precipitano nella fiamma ardente a trovare la loro distruzione, così i viventi con crescente velocità nelle Tue bocche a trovare la distruzione si precipitano. Come le innumerevoli fluide correnti scorrono dirette soltanto al mare, similmente questi eroi del mondo mortale entrano nelle Tue bocche ardenti” (XI, 29, 28).



    Stralci tratti dall’articolo di Sandro Consolato 'Kshatriya d'Italia (Teseo Tesei - Salvatore Todaro)', da ARTHOS nuova serie n° 6 (luglio-dicembre 1999), ordinabile presso arthos@virgilio.it

  3. #3
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito

    Per riallacciarmi poi ad un discorso fatto in precedenza, è interessante notare come alle non comuni doti spirituali di Tesei e Todaro si unisse una sensibilità particolare unita all'adozione di una dieta vegetariana, scelta quest'ultima che da sempre contraddistingue le menti elevate e gli spiriti più puri, da Leonardo da Vinci a Pitagora e Tolstoy, passando per Thoreau, Barry Horne, Buddha e mille altri ancora. Un passaggio essenziale per la creazione dell'uomo nuovo, colui che vorrà opporsi e vincere contro le forze oscure che stanno portando Gaia alla rovina.

  4. #4
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito

    Per riallacciarmi poi ad un discorso fatto in precedenza, è interessante notare come alle non comuni doti spirituali di Tesei e Todaro si unisse una sensibilità particolare unita all'adozione di una dieta vegetariana, scelta quest'ultima che da sempre contraddistingue le menti elevate e gli spiriti più puri, da Leonardo da Vinci a Pitagora e Tolstoy, passando per Thoreau, Barry Horne, Buddha e mille altri ancora. Un passaggio essenziale per la creazione dell'uomo nuovo, colui che vorrà opporsi e vincere contro le forze oscure che stanno portando Gaia alla rovina.

 

 

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