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    Thumbs up Il coraggio della libertà

    Riporto la recensione del libro Il coraggio della libertà (a cura di Enrico Colombatto e Alberto Mingardi) pubblicata oggi dal quotidiano Il Tempo.

    ---

    UN CONVEGNO A TORINO DEDICATO ALL’ILLUSTRE STUDIOSO
    Sergio Ricossa, l’economia liberale tradotta in coscienza morale

    LE IDEE vivono di vita propria, ma camminano sulle gambe degli uomini. In Italia, il liberalismo ha pesato per molti, troppi anni esclusivamente sulle spalle di Sergio Ricossa. È questa la ragione per cui amici ed estimatori si sono sentiti in dovere di ringraziarlo dell'immenso lavoro svolto, della titanica e solitaria difesa dei diritti individuali.
    Martedì prossimo, studiosi, accademici e giornalisti si confronteranno sul tema «Gli intellettuali e il libero mercato: l'esempio di Sergio Ricossa» (ore 10,00, Centro Congressi dell'Unione Industriale, Via Fanti 17, Torino).
    Ralph Raico, professore di storia presso il Buffalo State College (University of New York), darà il via alle danze, seguito da molti fra quanti hanno contribuito al volume «Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa» (Rubbettino, pp.600 pagine, 30 euro), che verrà qui presentato per la prima volta. Curato da Enrico Colombatto (allievo e in un certo qual modo «successore» di Ricossa presso la facoltà di economia dell'Università di Torino) e Alberto Mingardi, esso non è solo un doveroso tributo a un maestro, ma una fotografia fedele delle idee e dei «nomi» oggi di maggior spicco nell'arcipelago liberale.
    Ne esce un quadro assai diverso rispetto a quando Ricossa intraprese la sua opera di divulgatore e studioso. Agli esordi del proprio percorso intellettuale, infatti, egli accettava pienamente i dettami dell'economia neoclassica - forse per mancanza di alternative sulla piazza. In seguito, ha abbandonato l'economia «matematizzata» e si è mosso verso un approccio diverso allo studio delle scienze sociali.
    Ha fatto proprio l'insegnamento di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek: il fondamento stesso dell'analisi neoclassica - la nozione di «equilibrio» - è privo di senso, perché «presuppone un mondo uniforme, prevedibile, senza rischi, senza fallimenti, senza disoccupazione, un mondo in cui il futuro è trasparente, e i dati di partenza, in base ai quali decidiamo, si mantengono costanti, non mutano all'improvviso, e tutt'al più seguono regole ben conosciute. Questo mondo non esisteva, non esiste, e comunque non è il capitalismo».
    Per Ricossa, «il soggetto dell'economia è l'uomo - spiega Mingardi nel suo corposo saggio introduttivo - e l'uomo non è un ente le cui azioni obbediscano inevitabilmente ai pretesi equivalenti economici della legge di gravità. Questa prospettiva potrebbe essere giudicata sbrigativamente come una visione pessimistica dell'uomo (incapace di prevedere il proprio domani) ed invece, esattamente all'opposto, è una visione esaltante dell'esperienza umana. L'economia imperfettistica non è una laicizzazione dell'idea di "piano della Provvidenza" ed anzi riconosce l'uomo come faber fortunae suae, nei limiti impostigli dall'esistenza dei suoi simili».
    L'economista torinese, d'altronde, una volta identificato il nemico ha fatto ampio uso del suo naturale talento comunicativo per combatterlo su ogni campo. Così, la lotta al marxismo e al «perfettismo» è anche guerra aperta al catastrofismo ecologista, lo scetticismo nei confronti del progetto europeista fa il paio con la diffidenza verso la democrazia. Avversare lo Stato, negare che il «pubblico» debba o possa legittimamente intervenire in sostituzione del privato, non significa d'altra parte aspirare a un mondo senza regole, privo di ordine.
    Ciò a cui i libertari tendono «non è la libertà dei delinquenti, la licenza, la libertà positiva di fare qualcosa agli altri; è la libertà negativa di non subire il potere degli altri, di riuscire a mantenere le proprie scelte ampie il più possibile. Vivere è scegliere, e il liberalismo è l'ideologia della vita».
    Sono posizioni ruvide, nette, pagate a caro prezzo, che hanno guadagnato allo studioso torinese epiteti infamanti e bizzarri. Qualcuno lo ha addirittura definito un «liberista alla destra di Gengis Khan». Eppure, la sua visione è profondamente realista. Egli sa bene che l'uomo non è perfetto e, pertanto, ogni progetto di ingegneria sociale - non importa quanto ben intenzionato - è votato al fallimento. Di più: implica una soppressione della libertà, cioè del bene più prezioso e più scarso di cui gli uomini dispongano. Consegnare i propri diritti, chiavi in mano, al governo è una decisione suicida: «L'uomo politico non è di razza superiore, più lungimirante e meno fallibile dell'uomo comune». Anzi, il meccanismo democratico sembra essere congegnato in modo tale da selezionare gli individui peggiori, più inclini alla menzogna, al furto, al tradimento. Accordare loro un potere grande, enorme, assoluto, significa condannarsi con le proprie stesse mani a un sistema di taglieggiamento e oppressione virtualmente senza confini.
    Mingardi, che del professore ha già curato l'antologia «Da liberale a libertario» (Leonardo Facco Editore, 1999), sottolinea che «per molto tempo, dopo la morte di Luigi Einaudi e la prematura scomparsa di Bruno Leoni, Ricossa è stato l'unica voce autenticamente liberale (e quindi anche "liberista") ad alzarsi in questo Paese. Egli ha tenuto accesa la fiaccola del liberalismo in un periodo per molti versi oscuro, nel quale ben altre erano le idee dominanti e l'élite culturale ostentava una presuntuosa indifferenza verso un pensiero sbrigativamente liquidato come l'insostenibile eredità di certi economisti settecenteschi».
    Del resto, gli autori dei saggi raccolti ne «Il coraggio della libertà» non sono certo restii a dichiarare il proprio debito, intellettuale e umano, verso l'economista piemontese.
    Lorenzo Infantino sottolinea come egli sia stato tra quanti hanno saputo ricostruire, sulle orme di Hayek, il filo sottile che lega i moralisti scozzesi (Mandeville, Hume, Smith) agli economisti della scuola austriaca. Antonio Martino vede in lui un «maestro» e un liberale da sempre in prima fila nella battaglia delle idee. Per Angelo Maria Petroni, egli ha saputo sfidare fieramente l'impopolarità. Lord Harris of High Cross, fondatore dell'IEA di Londra e in un certo senso «padre nobile» del thatcherismo, non si stanca di ricordare che l'amico Sergio è anzitutto «un vero studioso».
    Dario Antiseri racconta che Ricossa non si è mai stancato di porre l'accento sulla società aperta «come ideale», più che come fatto. Il che spiega la bella citazione posta da Carlo Lottieri ad epigrafe del suo scritto, e ripresa in terza di copertina: «È probabile che, oggi come oggi, il più urgente compito della cultura libertaria sia analizzare la distinzione tra ciò che è legale, costituzionale, maggioritario, e ciò che è moralmente difendibile». Non sempre l'obbedienza allo Stato risponde all'esigenza di libertà che alberga nel cuore dell'uomo. Ricossa ha rappresentato, per tanti anni, la buona coscienza di un'Italia in mano agli arroganti conquistadores dell'ideologia.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    UN CONVEGNO A TORINO DEDICATO ALL’ILLUSTRE STUDIOSO
    Sergio Ricossa, l’economia liberale tradotta in coscienza morale

    LE IDEE vivono di vita propria, ma camminano sulle gambe degli uomini. In Italia, il liberalismo ha pesato per molti, troppi anni esclusivamente sulle spalle di Sergio Ricossa. È questa la ragione per cui amici ed estimatori si sono sentiti in dovere di ringraziarlo dell'immenso lavoro svolto, della titanica e solitaria difesa dei diritti individuali.
    Martedì prossimo, studiosi, accademici e giornalisti si confronteranno sul tema «Gli intellettuali e il libero mercato: l'esempio di Sergio Ricossa» (ore 10,00, Centro Congressi dell'Unione Industriale, Via Fanti 17, Torino).
    Ralph Raico, professore di storia presso il Buffalo State College (University of New York), darà il via alle danze, seguito da molti fra quanti hanno contribuito al volume «Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa» (Rubbettino, pp.600 pagine, 30 euro), che verrà qui presentato per la prima volta. Curato da Enrico Colombatto (allievo e in un certo qual modo «successore» di Ricossa presso la facoltà di economia dell'Università di Torino) e Alberto Mingardi, esso non è solo un doveroso tributo a un maestro, ma una fotografia fedele delle idee e dei «nomi» oggi di maggior spicco nell'arcipelago liberale.
    Ne esce un quadro assai diverso rispetto a quando Ricossa intraprese la sua opera di divulgatore e studioso. Agli esordi del proprio percorso intellettuale, infatti, egli accettava pienamente i dettami dell'economia neoclassica - forse per mancanza di alternative sulla piazza. In seguito, ha abbandonato l'economia «matematizzata» e si è mosso verso un approccio diverso allo studio delle scienze sociali.
    Ha fatto proprio l'insegnamento di Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek: il fondamento stesso dell'analisi neoclassica - la nozione di «equilibrio» - è privo di senso, perché «presuppone un mondo uniforme, prevedibile, senza rischi, senza fallimenti, senza disoccupazione, un mondo in cui il futuro è trasparente, e i dati di partenza, in base ai quali decidiamo, si mantengono costanti, non mutano all'improvviso, e tutt'al più seguono regole ben conosciute. Questo mondo non esisteva, non esiste, e comunque non è il capitalismo».
    Per Ricossa, «il soggetto dell'economia è l'uomo - spiega Mingardi nel suo corposo saggio introduttivo - e l'uomo non è un ente le cui azioni obbediscano inevitabilmente ai pretesi equivalenti economici della legge di gravità. Questa prospettiva potrebbe essere giudicata sbrigativamente come una visione pessimistica dell'uomo (incapace di prevedere il proprio domani) ed invece, esattamente all'opposto, è una visione esaltante dell'esperienza umana. L'economia imperfettistica non è una laicizzazione dell'idea di "piano della Provvidenza" ed anzi riconosce l'uomo come faber fortunae suae, nei limiti impostigli dall'esistenza dei suoi simili».
    L'economista torinese, d'altronde, una volta identificato il nemico ha fatto ampio uso del suo naturale talento comunicativo per combatterlo su ogni campo. Così, la lotta al marxismo e al «perfettismo» è anche guerra aperta al catastrofismo ecologista, lo scetticismo nei confronti del progetto europeista fa il paio con la diffidenza verso la democrazia. Avversare lo Stato, negare che il «pubblico» debba o possa legittimamente intervenire in sostituzione del privato, non significa d'altra parte aspirare a un mondo senza regole, privo di ordine.
    Ciò a cui i libertari tendono «non è la libertà dei delinquenti, la licenza, la libertà positiva di fare qualcosa agli altri; è la libertà negativa di non subire il potere degli altri, di riuscire a mantenere le proprie scelte ampie il più possibile. Vivere è scegliere, e il liberalismo è l'ideologia della vita».
    Sono posizioni ruvide, nette, pagate a caro prezzo, che hanno guadagnato allo studioso torinese epiteti infamanti e bizzarri. Qualcuno lo ha addirittura definito un «liberista alla destra di Gengis Khan». Eppure, la sua visione è profondamente realista. Egli sa bene che l'uomo non è perfetto e, pertanto, ogni progetto di ingegneria sociale - non importa quanto ben intenzionato - è votato al fallimento. Di più: implica una soppressione della libertà, cioè del bene più prezioso e più scarso di cui gli uomini dispongano. Consegnare i propri diritti, chiavi in mano, al governo è una decisione suicida: «L'uomo politico non è di razza superiore, più lungimirante e meno fallibile dell'uomo comune». Anzi, il meccanismo democratico sembra essere congegnato in modo tale da selezionare gli individui peggiori, più inclini alla menzogna, al furto, al tradimento. Accordare loro un potere grande, enorme, assoluto, significa condannarsi con le proprie stesse mani a un sistema di taglieggiamento e oppressione virtualmente senza confini.
    Mingardi, che del professore ha già curato l'antologia «Da liberale a libertario» (Leonardo Facco Editore, 1999), sottolinea che «per molto tempo, dopo la morte di Luigi Einaudi e la prematura scomparsa di Bruno Leoni, Ricossa è stato l'unica voce autenticamente liberale (e quindi anche "liberista") ad alzarsi in questo Paese. Egli ha tenuto accesa la fiaccola del liberalismo in un periodo per molti versi oscuro, nel quale ben altre erano le idee dominanti e l'élite culturale ostentava una presuntuosa indifferenza verso un pensiero sbrigativamente liquidato come l'insostenibile eredità di certi economisti settecenteschi».
    Del resto, gli autori dei saggi raccolti ne «Il coraggio della libertà» non sono certo restii a dichiarare il proprio debito, intellettuale e umano, verso l'economista piemontese.
    Lorenzo Infantino sottolinea come egli sia stato tra quanti hanno saputo ricostruire, sulle orme di Hayek, il filo sottile che lega i moralisti scozzesi (Mandeville, Hume, Smith) agli economisti della scuola austriaca. Antonio Martino vede in lui un «maestro» e un liberale da sempre in prima fila nella battaglia delle idee. Per Angelo Maria Petroni, egli ha saputo sfidare fieramente l'impopolarità. Lord Harris of High Cross, fondatore dell'IEA di Londra e in un certo senso «padre nobile» del thatcherismo, non si stanca di ricordare che l'amico Sergio è anzitutto «un vero studioso».
    Dario Antiseri racconta che Ricossa non si è mai stancato di porre l'accento sulla società aperta «come ideale», più che come fatto. Il che spiega la bella citazione posta da Carlo Lottieri ad epigrafe del suo scritto, e ripresa in terza di copertina: «È probabile che, oggi come oggi, il più urgente compito della cultura libertaria sia analizzare la distinzione tra ciò che è legale, costituzionale, maggioritario, e ciò che è moralmente difendibile». Non sempre l'obbedienza allo Stato risponde all'esigenza di libertà che alberga nel cuore dell'uomo. Ricossa ha rappresentato, per tanti anni, la buona coscienza di un'Italia in mano agli arroganti conquistadores dell'ideologia.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    Predefinito Torino celebra Sergio Ricossa

    Di Diego Gabutti
    (da
    Il Nuovo )

    MILANO - Martedì 10 settembre alle ore 10, presso il Centro congressi dell'Unione industriale di Torino, parte il convegno Gl'intellettuali e il libero mercato. L'esempio di Sergio Ricossa . Interveranno Ralph Raico della State University di New York, Raimondo Cubeddu dell'Università di Pisa, Domenico Da Empoli della Sapienza di Roma, Enrico Di Robilant dell'Università di Torino, Carlo Lottieri dell'Università di Siena, Luciano Pellicani della Luiss di Roma e Andrea Pininfarina, presidente dell'Unione industriale di Torino. Nel pomeriggio, alle 14,45, ci sarà una prima tavola rotonda sul tema Comunicare le idee liberali: l'esempio di Sergio Ricossa con la partecipazione di Pierluigi Battista, Anthony De Jasays, Aldo Canovari, Renato Farina, Lorenzo Infantino e Alberto Pasolini Zanelli. Seguirà una seconda tavola rotonda sul tema Sergio Ricossa: studioso, amico, maestro alla quale parteciperanno Lord Harris od High Cross, Vittorio Mathieu, Anacleto Verrecchia, Enrico Colombatto e Antonio Martino, ministro della difesa. In occasione del convegno verrà presentato anche il volume Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa, a cura d'Enrico Colombatto e Alberto Mingardi, Rubbettino, Soveria Manelli 2002, pp. 578, € 30,00.

    Sergio Ricossa insegna economia a Torino e da pochi mesi (auguri) ha festeggiato il settantacinquesimo compleanno. È l'occasione giusta per celebrare la sua opera d'economista disincantato e inattuale. È anche l'occasione, volendo, di celebrare la sua opera di filosofo volterriano, di grande scrittore, di brillante corsivista, di vecchio signore senza devozioni né guinzagli. Si comincia con un libro in suo onore, Il coraggio della libertà, curato da Enrico Colombatto e Alberto Mingardi, che le edizioni Rubettino stanno distribuendo in libreria, e si prosegue con un importante convegno che si tiene a Torino, davanti a una platea internazionale d'amici e di colleghi.

    Sergio Ricossa, a differenza di quasi tutti gli altri economisti in cattedra, non s'accontenta né s'adatta a insegnare semplicemente le "scienze economiche". A chiamarle così gli viene anzi un po' da ridere. Perciò più che altro le contrasta o, meglio ancora, le sbertuccia giudicandole per quel che sono e sembrano: pseudoscienze, come il freudismo e la chiromanzia. Un suo libro straordinario, Maledetti economisti, uscito qualche anno fa da Rizzoli, è il distillato in aneddoti, aforismi e citazioni di quasi tre secoli di storia dell'economia politica, da Adamo Smith ai keynesiani e oltre. Un libro da leggere e rileggere. È la storia dell'infinito "vaniloquio" di cui parlava Vilfredo Pareto (un economista, "e che economista") prima di farla finita con gli abracadabra dell'economia politica e di passar oltre, alla teoria politica e alla sociologia. (Prima o poi, se ce lo meriteremo, altri Ricossa metteranno in burletta anche l'"esattezza" delle altre scienze, dall'astrofisica romanzesca alle matematiche passepartout, che si pavoneggiano come elegantoni e danzano cheek-to-cheek nei bal-tabarin della modernità).

    Liberale e liberista, anzi "libertario" come s'è dichiarato di recente, Sergio Ricossa è un vecchio signore smagato, come si diceva più sopra, e dunque sa riconoscere una stravaganza o un dogma quando ne vede uno. Con la perizia e la determinazione d'un entomologo, il professor Ricossa va a caccia di questi speciali insetti: i "bug" che proliferano nelle teste degl'intellettuali e degli scienziati per autoproclamazione e che da qui si diffondono come virus del computer nei programmi scolastici, nelle terze pagine dei giornali, nei discorsi a pera dei politici e nelle chiacchiere tra vicini di casa, infettando l'universo mondo.

    Sono i "bug", sempre gli stessi, che hanno inceppato ogni software culturale fin dalla notte dei tempi: idee fisse, conti della spesa taroccati, pregiudizi, ambizioni malriposte, vanità, buoni e cattivi propositi. È di questa materia imperfetta che sono fatti i sogni della modernità: l'economia politica dei consiglieri del principe, la genetica da dibattito parlamentare, la psicologia da assistenza sociale, la medicina moralistica e tutte le altre ginnastiche metafisiche che, partendo magari da un assunto vagamente razionale, subito se lo scordano e via per la tangente, alimentando il caos. È qui che nascono i moderni incubi e le moderne chimere: l'effetto serra, la mucca pazza, il buco nell'ozono, il socialismo, la baby sitter cannibale, la divina provvidenza, la mano invisibile del mercato, il Panda del WWF. Sergio Ricossa, se insegna una materia, è proprio questa: il bestiario medievale della modernità.

    È una materia difficile, per la quale non sono previste cattedre particolari e che per lo più s'insegna sottobanco, con battute di spirito e libri divertenti, ma è anche la sola materia che, sotto queste lune, abbia ancora senso imparare: l'arte di distinguere tra i mondi fantastici delle pseudoscienze e il mondo reale, tra le cose come stanno e l'ideologia che le maschera per il carnevale perenne delle tivù, della scuola pubblica, dei giornali.

    Sergio Ricossa, in economia, è un liberista, come i suoi maestri, da Pareto a Einaudi, ma il liberismo economico è naturalmente soltanto una metafora: sta per libertà pura e semplice, libertà di scelta e d'opinione, libertà di vivere come ci pare o come ci vien meglio, senza che turbe di sbirri e di burocrati ci sciamino intorno frugandoci nelle tasche e fin dentro l'anima. Non è soltanto ai capitalisti e agl'imprenditori che si devono spiegare i vantaggi del laissez faire. Tutti dobbiamo essere lasciati fare. Eccolo qui, tutto il segreto. È questo, in soldoni, parlando cioè da economisti, il senso dell'opera di Sergio Ricossa, professore e libertario, grande scrittore, uomo liberissimo.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    Predefinito Torino celebra Sergio Ricossa

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    MILANO - Martedì 10 settembre alle ore 10, presso il Centro congressi dell'Unione industriale di Torino, parte il convegno Gl'intellettuali e il libero mercato. L'esempio di Sergio Ricossa . Interveranno Ralph Raico della State University di New York, Raimondo Cubeddu dell'Università di Pisa, Domenico Da Empoli della Sapienza di Roma, Enrico Di Robilant dell'Università di Torino, Carlo Lottieri dell'Università di Siena, Luciano Pellicani della Luiss di Roma e Andrea Pininfarina, presidente dell'Unione industriale di Torino. Nel pomeriggio, alle 14,45, ci sarà una prima tavola rotonda sul tema Comunicare le idee liberali: l'esempio di Sergio Ricossa con la partecipazione di Pierluigi Battista, Anthony De Jasays, Aldo Canovari, Renato Farina, Lorenzo Infantino e Alberto Pasolini Zanelli. Seguirà una seconda tavola rotonda sul tema Sergio Ricossa: studioso, amico, maestro alla quale parteciperanno Lord Harris od High Cross, Vittorio Mathieu, Anacleto Verrecchia, Enrico Colombatto e Antonio Martino, ministro della difesa. In occasione del convegno verrà presentato anche il volume Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa, a cura d'Enrico Colombatto e Alberto Mingardi, Rubbettino, Soveria Manelli 2002, pp. 578, € 30,00.

    Sergio Ricossa insegna economia a Torino e da pochi mesi (auguri) ha festeggiato il settantacinquesimo compleanno. È l'occasione giusta per celebrare la sua opera d'economista disincantato e inattuale. È anche l'occasione, volendo, di celebrare la sua opera di filosofo volterriano, di grande scrittore, di brillante corsivista, di vecchio signore senza devozioni né guinzagli. Si comincia con un libro in suo onore, Il coraggio della libertà, curato da Enrico Colombatto e Alberto Mingardi, che le edizioni Rubettino stanno distribuendo in libreria, e si prosegue con un importante convegno che si tiene a Torino, davanti a una platea internazionale d'amici e di colleghi.

    Sergio Ricossa, a differenza di quasi tutti gli altri economisti in cattedra, non s'accontenta né s'adatta a insegnare semplicemente le "scienze economiche". A chiamarle così gli viene anzi un po' da ridere. Perciò più che altro le contrasta o, meglio ancora, le sbertuccia giudicandole per quel che sono e sembrano: pseudoscienze, come il freudismo e la chiromanzia. Un suo libro straordinario, Maledetti economisti, uscito qualche anno fa da Rizzoli, è il distillato in aneddoti, aforismi e citazioni di quasi tre secoli di storia dell'economia politica, da Adamo Smith ai keynesiani e oltre. Un libro da leggere e rileggere. È la storia dell'infinito "vaniloquio" di cui parlava Vilfredo Pareto (un economista, "e che economista") prima di farla finita con gli abracadabra dell'economia politica e di passar oltre, alla teoria politica e alla sociologia. (Prima o poi, se ce lo meriteremo, altri Ricossa metteranno in burletta anche l'"esattezza" delle altre scienze, dall'astrofisica romanzesca alle matematiche passepartout, che si pavoneggiano come elegantoni e danzano cheek-to-cheek nei bal-tabarin della modernità).

    Liberale e liberista, anzi "libertario" come s'è dichiarato di recente, Sergio Ricossa è un vecchio signore smagato, come si diceva più sopra, e dunque sa riconoscere una stravaganza o un dogma quando ne vede uno. Con la perizia e la determinazione d'un entomologo, il professor Ricossa va a caccia di questi speciali insetti: i "bug" che proliferano nelle teste degl'intellettuali e degli scienziati per autoproclamazione e che da qui si diffondono come virus del computer nei programmi scolastici, nelle terze pagine dei giornali, nei discorsi a pera dei politici e nelle chiacchiere tra vicini di casa, infettando l'universo mondo.

    Sono i "bug", sempre gli stessi, che hanno inceppato ogni software culturale fin dalla notte dei tempi: idee fisse, conti della spesa taroccati, pregiudizi, ambizioni malriposte, vanità, buoni e cattivi propositi. È di questa materia imperfetta che sono fatti i sogni della modernità: l'economia politica dei consiglieri del principe, la genetica da dibattito parlamentare, la psicologia da assistenza sociale, la medicina moralistica e tutte le altre ginnastiche metafisiche che, partendo magari da un assunto vagamente razionale, subito se lo scordano e via per la tangente, alimentando il caos. È qui che nascono i moderni incubi e le moderne chimere: l'effetto serra, la mucca pazza, il buco nell'ozono, il socialismo, la baby sitter cannibale, la divina provvidenza, la mano invisibile del mercato, il Panda del WWF. Sergio Ricossa, se insegna una materia, è proprio questa: il bestiario medievale della modernità.

    È una materia difficile, per la quale non sono previste cattedre particolari e che per lo più s'insegna sottobanco, con battute di spirito e libri divertenti, ma è anche la sola materia che, sotto queste lune, abbia ancora senso imparare: l'arte di distinguere tra i mondi fantastici delle pseudoscienze e il mondo reale, tra le cose come stanno e l'ideologia che le maschera per il carnevale perenne delle tivù, della scuola pubblica, dei giornali.

    Sergio Ricossa, in economia, è un liberista, come i suoi maestri, da Pareto a Einaudi, ma il liberismo economico è naturalmente soltanto una metafora: sta per libertà pura e semplice, libertà di scelta e d'opinione, libertà di vivere come ci pare o come ci vien meglio, senza che turbe di sbirri e di burocrati ci sciamino intorno frugandoci nelle tasche e fin dentro l'anima. Non è soltanto ai capitalisti e agl'imprenditori che si devono spiegare i vantaggi del laissez faire. Tutti dobbiamo essere lasciati fare. Eccolo qui, tutto il segreto. È questo, in soldoni, parlando cioè da economisti, il senso dell'opera di Sergio Ricossa, professore e libertario, grande scrittore, uomo liberissimo.
    "Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviate la maggioranza, per falsare la giustizia. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo" (Esodo 23: 1-3)

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    Uno dei saggi contenuti nel libro è disponibile online in formato PDF.
    Si tratta de "Lo stato terapeutico" di Thomas Szasz, ed è disponibile per merito di Forces.
    Lo si può scaricare cliccando qui

 

 

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