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Discussione: L’israele Padano

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    L’ISRAELE PADANO

    "LETTERA D'INFORMAZIONE"
    30 agosto 2002 - a. I, n. 11
    di Andrea Tordin

    Uno strano collaboratore de «La Padania»

    Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la «lettera al direttore» di un lettore de «La Padania», il quale esprimeva forte disappunto per quel che, in un articolo dedicato ai “pregiudizi su Israele”, aveva scritto un collaboratore di quel giornale sul conto dei tradizionalisti cattolici. Il lettore, dichiaratosi appunto tradizionalista cattolico, si diceva particolarmente indignato perché la weltanschauung ‘libertina’ del giornalista in questione (dei Radicali di Pannella, egli documentava), finirebbe per tradire le battaglie del movimento leghista. Che riporto per intero come elencate dal lettore: “…contro l'invasione allogena; contro l'islam; contro droga, aborto, eutanasia, gay pride; contro i Poteri Forti; per una Europa delle piccole Patrie, basata sull'Identità dei Popoli e sulla loro millenaria Tradizione; lotta per la difesa e la tutela delle nostre Identità etniche, storiche, linguistiche, culturali; lotta per la difesa della nostra Tradizione di Popoli Europei; lotta per la difesa della famiglia tradizionale contro i tentativi di distruggere quello che è il «nucleo fondante» di ogni vera etno-comunità organica (lotta quindi certi disvalori come l'aborto, l'eutanasia, la droga libera, le «famigle allargate» o le coppie gay ed altre amenità moderniste...”.

    Considerato che il giornalista ‘monitorato’ si è da tempo specializzato nella produzione di articoli smaccatamente antipalestinesi (su «La Padania» e altri che si possono immaginare) sulla base del falso presupposto che questi ultimi sarebbero tutti musulmani, la protesta di quel lettore, che qui – come il giornalista – resterà anonimo perché non è mia intenzione scadere nel personalismo, offre interessanti spunti per approfondire un discorso che invece è unicamente di sostanza.

    Premetto per onestà che non sono un cattolico tradizionalista (né tradizionalista di qualsiasi orientamento) ma che neppure nutro pregiudizi verso chicchessia; per cui anche alcuni temi sollevati dal cattolicesimo integrale possono trovarmi interessato. Penso a «Sodalitium», rivista ben fatta, nel suo genere.
    Ciascun gruppo o persona può pensarla come vuole, soprattutto sulle cose ritenute importanti. Ma quel che pretendo è che ogni posizione, una volta chiaritasi nella testa di chi se ne fa promotore (e questo è in ogni caso già molto), venga assunta in maniera onesta e soprattutto coerente, fatta salva l’imprescindibile e salutare dose di senso critico. Ciò premesso, aggiungo che ogni qualvolta si ritenga di avere una qualche ragione, non ci si dovrebbe mai fermare di fronte a niente e a nessuno, anche se ciò costasse rotture insanabili con ‘icone’ e ambienti cari o intoccabili.

    Ma l’atteggiamento di diversi cattolici tradizionalisti ai quali schizza il sangue agli occhi al solo parlare di Islam per poi fare orecchie da mercante di fronte a scempi di simboli della Cristianità operati dagli israeliani, sinceramente mi pare come minimo contraddittorio. Per non parlare della mezza verità che si racconta quando in Pakistan, o in altre zone calde, dei fanatici musulmani ammazzano cristiani locali: fatti molto gravi conditi però da sottili falsificazioni, perché non viene mai divulgato che nella maggior parte dei casi le vittime erano protestanti, che a differenza dei cattolici o degli ortodossi (che hanno salde radici in molti Paesi arabo-musulmani), praticano un proselitismo forsennato che irrita i musulmani locali e si prestano a fungere a cavallo di Troia degli Usa. Oppure ci si interroghi sul perché un mondo «cristiano» che si indigna davanti al cannoneggiamento dei Buddha di Bamyan non trova niente di deprecabile nella distruzione di antiche moschee indiane da parte di estremisti indù o - quel che sicuramente dovrebbe far trasalire dei cristiani coerenti - nella demolizione della più antica chiesa di Palestina da parte dell'esercito dello Stato d'Israele, quella di Santa Barbara.

    Esiste dunque un tipo di cattolico tradizionalista che, messa da parte la coerenza, ha sacrificato pure l'intransigenza (che è un’altra dote), e di compromesso in compromesso si è ridotto a condurre guerre culturali per conto terzi. Lungi da me pensare che anche quel lettore de «La Padania» rientri in questa disonorata categoria, ma non credo di prendere abbagli se affermo che diverse persone che acquistano i giornali più accesamente antislamici (e perciò antipalestinesi, anche se vedremo che tale deduzione è falsa) si definiscono «cattolici tradizionalisti».

    Detto questo, torniamo a questo giornalista che scrive regolarmente su «La Padania» cose assolutamente irragionevoli, illogiche ed irriflessive sulla tragedia in atto in Palestina; non mi permetto di dire indegne perché ciascuno può scrivere e pensare, fortunatamente, quel che vuole. Oddio, forse no, se si pensa a quel che è capitato al professore di Storia dell’arte e ai suoi amici marocchini a Bologna. Ma che quel giornalista de «La Padania» scriva cose false, o mezze verità omettendone altre, il che è lo stesso, questo lo si può dire. Come che sia, va fatta chiarezza sull’apparentemente incomprensibile collaborazione di alcune persone a «La Padania» e ad altri quotidiani che simpatizzano con le posizioni del cattolicesimo integrale.

    Il lettore de «La Padania» sembra non sapere che il giornalista in oggetto, autore di articoli che con buona probabilità alimentano un clima di maccartismo antislamico che dalle parole – come abbiamo accennato - sta passando ai fatti [1], non solo è dei Radicali, ma è anche attivo nell’Associazione Italia-Israele. In poche parole, quando scrive dei palestinesi, non ha le carte in regola, quanto meno sotto l'aspetto dell’imparzialità professionale. Che mi pare una cosa importante, poiché un giornalista è sì uomo con le sue sacrosante preferenze, ma deve sforzarsi di capire, almeno un po', le ragioni di tutti.

    In Palestina c’è un «popolo» solo

    Ma l'America sta con Israele e quindi «La Padania», organo di un partito che sta in un governo che non perde occasione per dimostrare - come del resto tutti i recenti governi italiani - il suo servilismo verso il padrone americano, si allinea [2]. Con buona pace della lotta di liberazione di un popolo che va avanti da decenni. Sì, perché in ballo c'è la liberazione da un'occupazione e l'autodeterminazione di un popolo (che vede sia cristiani che musulmani, e, a ben vedere, anche israeliti autoctoni e addirittura alcuni immigrati che hanno detto apertamente: “Io sono palestinese” [3]) contro un'impresa utopica sorretta in armi, soldi e sostegno propagandistico dagli angloamericani, la quale, per dare l'esito auspicato dai suoi sostenitori, deve cooptare in vario modo individui provenienti da ogni parte del pianeta; individui che, a parte un afflato di carattere religioso, non sentono di condividere, l'uno con l'altro, assolutamente niente: a partire dalla lingua, che è quella dei vari paesi di provenienza.

    Alcuni partono perché sono convinti - e si tratta di quelli che vanno a dar man forte agli avamposti armati della colonizzazione; altri ci vanno per spirito di servizio; altri ancora vengono invogliati (se non addirittura turlupinati) con promesse allettanti; infine ci sono quelli che non sono neppure di religione israelita. In poche parole, un popolo, dalle tante anime politiche e religiose come lo sono tutti i popoli, opposto a quello che lo scrittore Israel Shamir ha felicemente definito un “popolo di filatelici” [4]. Cioè un insieme di persone unite da un’ipnotica passione (quella per Sion), ma che «popolo» non è. Del resto, alla luce delle definizioni di popolo fornite dagli antropologi, ha senso parlare di «popolo buddista», di «popolo induista» eccetera? Secondo chi ha diretto lo smembramento della Federazione jugoslava parrebbe di sì, tant’è vero che si è data dignità di popolo ai bosniaci di religione musulmana. Ma di questo passo si vedrà attribuire lo status di popolo anche al «popolo di Seattle» o al «popolo della sinistra».

    I «popoli» sono invece una cosa più seria e complessa delle forzature incoraggiate dai vari fautori dello «scontro di civiltà», che non a caso sono degli esperti di geopolitica. In un certo senso, in Palestina avviene in scala ridotta, ma certamente più devastante, lo scontro esiziale tra i veri «popoli», che a garanzia della varietà nel mondo sono radicati su un territorio e in una lingua, e la violenza prevaricatrice della cosiddetta società «multietnica» o «multirazziale», cosmopolita per definizione, rappresentata nel caso specifico dalle decine e decine di aggregati umani calamitatisi in Palestina per scoprire di non condividere alcun valore reale e che per questo si mettono a discriminarsi l’un l’altro e si rinserrano in tanti piccoli ghetti; i quali però, per non innescare la guerra civile permanente, hanno una tragica necessità di individuare l’(illusorio) collante che manca loro nella cieca volontà di cancellare ogni traccia della presenza autoctona. Che li tormenta come una cattiva coscienza.
    Detto questo, ciascuno può cogliere nello sradicamento delle piante d'olivo per far posto alle villette a schiera dei coloni un valore profondamente simbolico. Il senso profondo del conflitto in Palestina è dunque quello che oppone il radicamento allo sradicamento, l’omogeneizzazione del mondo alla varietà delle comunità umane.

    Ora, la Lega Nord, che - a torto o a ragione non è qui il punto - dell'autodeterminazione della Padania (talvolta spinta fino all'idea di secedere dall'Italia) ha fatto la sua ragion d'essere, e che simpatizza coerentemente con le lotte «nazionalitarie» di tutti popoli del mondo (si vedano in proposito le ricchissime serie di links, ospitate sui siti leghisti, che rinviano ai siti ufficiali dei popoli più disparati), non si capisce perché, con palese incoerenza, nel caso del popolo palestinese essa dimostra non dico indifferenza – che sarebbe già incomprensibile -, bensì un astio particolarmente viscerale. La cosa è tanto più sorprendente se si pensa che in Palestina le distruzioni di case e di villaggi interi, la pulizia etnica e gli assassini «mirati» o di massa ai danni dei palestinesi hanno libero corso da decenni, mentre nel caso di numerose battaglie per l'autodeterminazione dei popoli condivise dalla Lega Nord al massimo si tratta (o pare trattarsi) di colonizzazione culturale. Si sa che la soglia della percezione dell'ingiustizia può variare, ma un conto è essere cacciati dalla propria terra con l'unica alternativa di restare per vivere in casa propria da ospiti indesiderati, un altro è sentirsi schiacciati dal «centralismo».

    Questo per dire che, alla fine, anche il partito di Bossi, e nella fattispecie il suo quotidiano, non sviluppano il loro amore dichiarato per le lotte dei popoli in maniera onesta e soprattutto coerente, il che - come precisavo all'inizio - comporta che non ci si dovrebbe mai fermare di fronte a niente e a nessuno, anche se ciò costasse rotture insanabili con ‘icone’ e ambienti cari o intoccabili. Invece qui l'intoccabile deve esserci, altrimenti non si spiegherebbe l'incoerenza del quotidiano leghista.

    Lo «scontro di civiltà» e i «perseguitati» della Storia

    Si possono fare alcune ipotesi, e a questo punto riflettere sulla collaborazione del giornalista radicale e filo-israeliano aiuta parecchio nell'individuare quella più verosimile.
    Se ci si pensa bene, i mass media - che di certo non vengono controllati dai palestinesi (anche se qualche ambiente smaccatamente pro-Israele sostiene il contrario) - evitano accuratamente di veicolare l'impressione che la lotta dei palestinesi abbia il carattere di una lotta di liberazione nazionale. Da una parte perché di fatto è passata una versione totalmente falsa secondo la quale neppure esisterebbe un'occupazione [5], dall'altra - ed è il punto più importante - perché c'è da inculcare un concetto semplice e perfido, quello dello «scontro di civiltà». Ecco che una lotta tra due popoli (ma uno è “di filatelici”, ricordiamocelo sempre), viene gabellato per un attacco fanatico dell'Islam all'Ebraismo. Con gli anatemi dell’oleografico Bin Laden delle videocassette rivolti a “crociati [che per i mass media equivale a «cristiani»] ed ebrei” va in scena l’agognato «scontro di civiltà». Attenzione, ho detto che va in scena, non che c’è.

    Un solo «scontro» tra due religioni sarebbe già abbastanza, ma non avendo accontentato la casta sacerdotale di «esperti» che definisce la presenza americana nel mondo [6], gli araldi di uno «scontro» che, come la «globalizzazione», non è una descrizione dello stato del mondo bensì la prescrizione di ciò in cui esso deve credere per fare il gioco dell’Angloamerica, insistono sull'altro «inevitabile scontro» tra religioni, quello tra Islam e Cristianesimo, e ricamando a non finire sulle radici giudaico-cristiane dell'Europa non fanno altro che dirci questo: Ebraismo e Cristianesimo contro Islam, Occidente contro Oriente. Se si è in grado di rendersi conto che scambiare l'Occidente per l'Europa significa possedere di quest'ultima una percezione che ne fa un enorme bue aggiogato al carro degli americani, il gioco è fatto.

    E' per questo che gli opinionisti filo-americani (o «filo-occidentali», che è la stessa cosa) di orientamento cattolico che sparano addosso ai palestinesi (qualsiasi cosa questi facciano) sono traditori della loro stessa idea. E doppiamente.
    Primo perché negano - in nome di non meglio precisate e mai dimostrate affinità elettive (è quasi il caso di dirlo!) con gli israeliti e i protestanti Wasp (White Anglo-Saxon Protestants) - quale dovrebbe essere il significato della Terrasanta per un cattolico. Che dovrebbe quanto meno adoperarsi per evitare che una qualsiasi entità statuale la ponga sotto l’ipoteca di un’identità esclusiva. Foss’anche islamica, sia chiaro [7].

    Secondo, perché per tal via questi opinionisti si trasformano in giudaizzanti di fatto. E’ per questo che si compilano storie delle «persecuzioni anticristiane», veri libri a tesi che astraggono dalla complessa interrelazione di fatti e personaggi omettendo tutto ciò che non si sposa con la semplificazione secondo cui i cristiani «soffrirebbero» sempre e ovunque, tranne che in Palestina [8], ci si mette a fare del mero piagnisteo vittimistico. Che non è affatto nello stile del cattolico [9]. Secondo questo tipo di lettura, ogni conflitto, disputa, attrito viene letto in chiave religiosa, non esistendo più frizioni di natura politica, economica o sociale. Dai leoni del Colosseo alla «rivolta» dei Boxer c'è sempre la medesima spiegazione: l'odio «anticristiano». Niente di nuovo sotto il sole, lo schema essendo ricalcato su quello del perpetuo «antisemitismo», dove solo gli altri sono aggressivi, per di più senza motivo se non l'odio atavico, preconcetto e irrazionale. L’effetto sperato è quello di innescare un circolo vizioso senza via di scampo, con un copione che vediamo svolgersi regolarmente: la pretestuosa attribuzione di una colpa infame, la speranza dell'autoflagellazione da parte degli incolpati, il perdono che non arriva mai, e quindi l'obbligo di «ricordare» e continuare a macerarsi e sperare invano di essere perdonati e così via.

    Piccoli ‘filatelici’ crescono

    A questo punto si sarà capita anche la ragione profonda della deriva filo-Israeliana della Lega Nord e del suo quotidiano. Non tutto si spiega con l’inveterato vizio di porsi sempre dalla parte dei più forti. Che poi t’impongono il giornalista dei Radicali e filo-Israeliano. [10]

    L’imbarazzante verità è che il «popolo padano» è da poco che colleziona francobolli, e la più grande ed antica Unione di filatelici del mondo desta in lui una sconfinata ammirazione.

    “Io sono Palestinese”, ha dichiarato Israel Shamir di fronte ad un’ingiustizia assurda. Cosa risponderemo tra un po’ noialtri, gente «normale», all’Israele Padano?

    Note:

    [1] ANTISEMITISMO / In un saggio di Julian Schvindlerman, la storia che oggi nessuno ricorda. Camerati in nome di Allah. Da Hitler fino ad oggi, la “naturale alleanza” tra l’Islam e il nazismo («La Padania», 21 luglio 2002); Link antisemiti nel sito palestinese. Gli imbarazzanti collegamenti di Rania, figlia dell’ambasciatore Olp a Roma («La Padania», 23 luglio 2002).
    [2] Se il capolavoro del centro-sinistra resta l’aggressione alla Jugoslavia, quello del centro-destra è l’Usa-day in Piazza del Popolo del 10 novembre 2001.
    [3] Cfr. Israel Shamir, Carri armati e ulivi della Palestina. Il fragore del silenzio, Crt, Pistoia 2002.
    [4] Ibidem, p. 156.
    [5] Non per niente i tg, riferendosi alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza parlano semplicemente di «territori».
    [6] Zbigniew Brzezinski, Samuel Huntington, Henry Kissinger, solo per citare i più noti.
    [7] L’opinione, in merito, del tradizionalismo cattolico, ci pare comunque sintetizzata da questo passo della lettera di un lettore di «Programma Asefi”, il bollettino dell’omonima casa editrice: “Il Vaticano II ha operato una giudaizzazione della fede cattolica che tra i suoi frutti ha portato il riconoscimento (inaudito, dal punto di vista teologico) dello stato d'Israele e l'odierno complesso d'inferiorità verso gli ebrei di personalità «cattoliche» […]. Gli imbarazzi del Vaticano sui fatti di Betlemme sono reali […]”. Ciascuno potrà valutare la distanza siderale tra queste considerazioni e la posizione del quotidiano leghista sulle vicende di Palestina. Cfr. il n. 21 del «Programma» su www.asefi.it.
    [8] Che cosa di meglio, per negare l’evidenza delle vessazioni israeliane, che adombrare il dubbio secondo cui i palestinesi cristiani sarebbero dei «neomarcionisti», ovverosia dei criptomusulmani? Il loro peccato capitale? Quello di non riconoscere il Vecchio Testamento e quindi i «fratelli maggiori». Lo «scontro di civiltà» è dunque salvo. Cfr. Enzo Bettiza, Per la nuova jihad il nostro continente coincide con la “dimora della tregua provvisoria”, mentre l´America è la “dimora della guerra”, «La Stampa», 7 luglio 2002.
    [9] Non ho alcuna difficoltà a rilevare che recentemente anche alcuni musulmani si sono attrezzati in tal senso, allorché, in Francia, hanno invocato a loro difesa le cosiddette «leggi antirazziste».
    [10] Sull’altare dell’allineamento de «La Padania» è finito l’antiamericano John Kleeves, che non vi scrive più da lunga data, mentre all’epoca dell’attacco della Nato alla Jugoslavia ne venivano pubblicati gli articoli.

    Gli articoli della "Lettera d'Informazione" sono stati riprodotti dalle fonti indicate per un uso assolutamente gratuito. Gli scritti redazionali (Red.) e quelli senza alcun riferimento specifico possono essere ripubblicati a condizione che non si cambi nulla, che se ne specifichi la fonte ("Lettera d'Informazione") e che si pubblichi anche questa precisazione.


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    L’ISRAELE PADANO

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    30 agosto 2002 - a. I, n. 11
    di Andrea Tordin

    Uno strano collaboratore de «La Padania»

    Alcuni giorni fa mi è capitato di leggere la «lettera al direttore» di un lettore de «La Padania», il quale esprimeva forte disappunto per quel che, in un articolo dedicato ai “pregiudizi su Israele”, aveva scritto un collaboratore di quel giornale sul conto dei tradizionalisti cattolici. Il lettore, dichiaratosi appunto tradizionalista cattolico, si diceva particolarmente indignato perché la weltanschauung ‘libertina’ del giornalista in questione (dei Radicali di Pannella, egli documentava), finirebbe per tradire le battaglie del movimento leghista. Che riporto per intero come elencate dal lettore: “…contro l'invasione allogena; contro l'islam; contro droga, aborto, eutanasia, gay pride; contro i Poteri Forti; per una Europa delle piccole Patrie, basata sull'Identità dei Popoli e sulla loro millenaria Tradizione; lotta per la difesa e la tutela delle nostre Identità etniche, storiche, linguistiche, culturali; lotta per la difesa della nostra Tradizione di Popoli Europei; lotta per la difesa della famiglia tradizionale contro i tentativi di distruggere quello che è il «nucleo fondante» di ogni vera etno-comunità organica (lotta quindi certi disvalori come l'aborto, l'eutanasia, la droga libera, le «famigle allargate» o le coppie gay ed altre amenità moderniste...”.

    Considerato che il giornalista ‘monitorato’ si è da tempo specializzato nella produzione di articoli smaccatamente antipalestinesi (su «La Padania» e altri che si possono immaginare) sulla base del falso presupposto che questi ultimi sarebbero tutti musulmani, la protesta di quel lettore, che qui – come il giornalista – resterà anonimo perché non è mia intenzione scadere nel personalismo, offre interessanti spunti per approfondire un discorso che invece è unicamente di sostanza.

    Premetto per onestà che non sono un cattolico tradizionalista (né tradizionalista di qualsiasi orientamento) ma che neppure nutro pregiudizi verso chicchessia; per cui anche alcuni temi sollevati dal cattolicesimo integrale possono trovarmi interessato. Penso a «Sodalitium», rivista ben fatta, nel suo genere.
    Ciascun gruppo o persona può pensarla come vuole, soprattutto sulle cose ritenute importanti. Ma quel che pretendo è che ogni posizione, una volta chiaritasi nella testa di chi se ne fa promotore (e questo è in ogni caso già molto), venga assunta in maniera onesta e soprattutto coerente, fatta salva l’imprescindibile e salutare dose di senso critico. Ciò premesso, aggiungo che ogni qualvolta si ritenga di avere una qualche ragione, non ci si dovrebbe mai fermare di fronte a niente e a nessuno, anche se ciò costasse rotture insanabili con ‘icone’ e ambienti cari o intoccabili.

    Ma l’atteggiamento di diversi cattolici tradizionalisti ai quali schizza il sangue agli occhi al solo parlare di Islam per poi fare orecchie da mercante di fronte a scempi di simboli della Cristianità operati dagli israeliani, sinceramente mi pare come minimo contraddittorio. Per non parlare della mezza verità che si racconta quando in Pakistan, o in altre zone calde, dei fanatici musulmani ammazzano cristiani locali: fatti molto gravi conditi però da sottili falsificazioni, perché non viene mai divulgato che nella maggior parte dei casi le vittime erano protestanti, che a differenza dei cattolici o degli ortodossi (che hanno salde radici in molti Paesi arabo-musulmani), praticano un proselitismo forsennato che irrita i musulmani locali e si prestano a fungere a cavallo di Troia degli Usa. Oppure ci si interroghi sul perché un mondo «cristiano» che si indigna davanti al cannoneggiamento dei Buddha di Bamyan non trova niente di deprecabile nella distruzione di antiche moschee indiane da parte di estremisti indù o - quel che sicuramente dovrebbe far trasalire dei cristiani coerenti - nella demolizione della più antica chiesa di Palestina da parte dell'esercito dello Stato d'Israele, quella di Santa Barbara.

    Esiste dunque un tipo di cattolico tradizionalista che, messa da parte la coerenza, ha sacrificato pure l'intransigenza (che è un’altra dote), e di compromesso in compromesso si è ridotto a condurre guerre culturali per conto terzi. Lungi da me pensare che anche quel lettore de «La Padania» rientri in questa disonorata categoria, ma non credo di prendere abbagli se affermo che diverse persone che acquistano i giornali più accesamente antislamici (e perciò antipalestinesi, anche se vedremo che tale deduzione è falsa) si definiscono «cattolici tradizionalisti».

    Detto questo, torniamo a questo giornalista che scrive regolarmente su «La Padania» cose assolutamente irragionevoli, illogiche ed irriflessive sulla tragedia in atto in Palestina; non mi permetto di dire indegne perché ciascuno può scrivere e pensare, fortunatamente, quel che vuole. Oddio, forse no, se si pensa a quel che è capitato al professore di Storia dell’arte e ai suoi amici marocchini a Bologna. Ma che quel giornalista de «La Padania» scriva cose false, o mezze verità omettendone altre, il che è lo stesso, questo lo si può dire. Come che sia, va fatta chiarezza sull’apparentemente incomprensibile collaborazione di alcune persone a «La Padania» e ad altri quotidiani che simpatizzano con le posizioni del cattolicesimo integrale.

    Il lettore de «La Padania» sembra non sapere che il giornalista in oggetto, autore di articoli che con buona probabilità alimentano un clima di maccartismo antislamico che dalle parole – come abbiamo accennato - sta passando ai fatti [1], non solo è dei Radicali, ma è anche attivo nell’Associazione Italia-Israele. In poche parole, quando scrive dei palestinesi, non ha le carte in regola, quanto meno sotto l'aspetto dell’imparzialità professionale. Che mi pare una cosa importante, poiché un giornalista è sì uomo con le sue sacrosante preferenze, ma deve sforzarsi di capire, almeno un po', le ragioni di tutti.

    In Palestina c’è un «popolo» solo

    Ma l'America sta con Israele e quindi «La Padania», organo di un partito che sta in un governo che non perde occasione per dimostrare - come del resto tutti i recenti governi italiani - il suo servilismo verso il padrone americano, si allinea [2]. Con buona pace della lotta di liberazione di un popolo che va avanti da decenni. Sì, perché in ballo c'è la liberazione da un'occupazione e l'autodeterminazione di un popolo (che vede sia cristiani che musulmani, e, a ben vedere, anche israeliti autoctoni e addirittura alcuni immigrati che hanno detto apertamente: “Io sono palestinese” [3]) contro un'impresa utopica sorretta in armi, soldi e sostegno propagandistico dagli angloamericani, la quale, per dare l'esito auspicato dai suoi sostenitori, deve cooptare in vario modo individui provenienti da ogni parte del pianeta; individui che, a parte un afflato di carattere religioso, non sentono di condividere, l'uno con l'altro, assolutamente niente: a partire dalla lingua, che è quella dei vari paesi di provenienza.

    Alcuni partono perché sono convinti - e si tratta di quelli che vanno a dar man forte agli avamposti armati della colonizzazione; altri ci vanno per spirito di servizio; altri ancora vengono invogliati (se non addirittura turlupinati) con promesse allettanti; infine ci sono quelli che non sono neppure di religione israelita. In poche parole, un popolo, dalle tante anime politiche e religiose come lo sono tutti i popoli, opposto a quello che lo scrittore Israel Shamir ha felicemente definito un “popolo di filatelici” [4]. Cioè un insieme di persone unite da un’ipnotica passione (quella per Sion), ma che «popolo» non è. Del resto, alla luce delle definizioni di popolo fornite dagli antropologi, ha senso parlare di «popolo buddista», di «popolo induista» eccetera? Secondo chi ha diretto lo smembramento della Federazione jugoslava parrebbe di sì, tant’è vero che si è data dignità di popolo ai bosniaci di religione musulmana. Ma di questo passo si vedrà attribuire lo status di popolo anche al «popolo di Seattle» o al «popolo della sinistra».

    I «popoli» sono invece una cosa più seria e complessa delle forzature incoraggiate dai vari fautori dello «scontro di civiltà», che non a caso sono degli esperti di geopolitica. In un certo senso, in Palestina avviene in scala ridotta, ma certamente più devastante, lo scontro esiziale tra i veri «popoli», che a garanzia della varietà nel mondo sono radicati su un territorio e in una lingua, e la violenza prevaricatrice della cosiddetta società «multietnica» o «multirazziale», cosmopolita per definizione, rappresentata nel caso specifico dalle decine e decine di aggregati umani calamitatisi in Palestina per scoprire di non condividere alcun valore reale e che per questo si mettono a discriminarsi l’un l’altro e si rinserrano in tanti piccoli ghetti; i quali però, per non innescare la guerra civile permanente, hanno una tragica necessità di individuare l’(illusorio) collante che manca loro nella cieca volontà di cancellare ogni traccia della presenza autoctona. Che li tormenta come una cattiva coscienza.
    Detto questo, ciascuno può cogliere nello sradicamento delle piante d'olivo per far posto alle villette a schiera dei coloni un valore profondamente simbolico. Il senso profondo del conflitto in Palestina è dunque quello che oppone il radicamento allo sradicamento, l’omogeneizzazione del mondo alla varietà delle comunità umane.

    Ora, la Lega Nord, che - a torto o a ragione non è qui il punto - dell'autodeterminazione della Padania (talvolta spinta fino all'idea di secedere dall'Italia) ha fatto la sua ragion d'essere, e che simpatizza coerentemente con le lotte «nazionalitarie» di tutti popoli del mondo (si vedano in proposito le ricchissime serie di links, ospitate sui siti leghisti, che rinviano ai siti ufficiali dei popoli più disparati), non si capisce perché, con palese incoerenza, nel caso del popolo palestinese essa dimostra non dico indifferenza – che sarebbe già incomprensibile -, bensì un astio particolarmente viscerale. La cosa è tanto più sorprendente se si pensa che in Palestina le distruzioni di case e di villaggi interi, la pulizia etnica e gli assassini «mirati» o di massa ai danni dei palestinesi hanno libero corso da decenni, mentre nel caso di numerose battaglie per l'autodeterminazione dei popoli condivise dalla Lega Nord al massimo si tratta (o pare trattarsi) di colonizzazione culturale. Si sa che la soglia della percezione dell'ingiustizia può variare, ma un conto è essere cacciati dalla propria terra con l'unica alternativa di restare per vivere in casa propria da ospiti indesiderati, un altro è sentirsi schiacciati dal «centralismo».

    Questo per dire che, alla fine, anche il partito di Bossi, e nella fattispecie il suo quotidiano, non sviluppano il loro amore dichiarato per le lotte dei popoli in maniera onesta e soprattutto coerente, il che - come precisavo all'inizio - comporta che non ci si dovrebbe mai fermare di fronte a niente e a nessuno, anche se ciò costasse rotture insanabili con ‘icone’ e ambienti cari o intoccabili. Invece qui l'intoccabile deve esserci, altrimenti non si spiegherebbe l'incoerenza del quotidiano leghista.

    Lo «scontro di civiltà» e i «perseguitati» della Storia

    Si possono fare alcune ipotesi, e a questo punto riflettere sulla collaborazione del giornalista radicale e filo-israeliano aiuta parecchio nell'individuare quella più verosimile.
    Se ci si pensa bene, i mass media - che di certo non vengono controllati dai palestinesi (anche se qualche ambiente smaccatamente pro-Israele sostiene il contrario) - evitano accuratamente di veicolare l'impressione che la lotta dei palestinesi abbia il carattere di una lotta di liberazione nazionale. Da una parte perché di fatto è passata una versione totalmente falsa secondo la quale neppure esisterebbe un'occupazione [5], dall'altra - ed è il punto più importante - perché c'è da inculcare un concetto semplice e perfido, quello dello «scontro di civiltà». Ecco che una lotta tra due popoli (ma uno è “di filatelici”, ricordiamocelo sempre), viene gabellato per un attacco fanatico dell'Islam all'Ebraismo. Con gli anatemi dell’oleografico Bin Laden delle videocassette rivolti a “crociati [che per i mass media equivale a «cristiani»] ed ebrei” va in scena l’agognato «scontro di civiltà». Attenzione, ho detto che va in scena, non che c’è.

    Un solo «scontro» tra due religioni sarebbe già abbastanza, ma non avendo accontentato la casta sacerdotale di «esperti» che definisce la presenza americana nel mondo [6], gli araldi di uno «scontro» che, come la «globalizzazione», non è una descrizione dello stato del mondo bensì la prescrizione di ciò in cui esso deve credere per fare il gioco dell’Angloamerica, insistono sull'altro «inevitabile scontro» tra religioni, quello tra Islam e Cristianesimo, e ricamando a non finire sulle radici giudaico-cristiane dell'Europa non fanno altro che dirci questo: Ebraismo e Cristianesimo contro Islam, Occidente contro Oriente. Se si è in grado di rendersi conto che scambiare l'Occidente per l'Europa significa possedere di quest'ultima una percezione che ne fa un enorme bue aggiogato al carro degli americani, il gioco è fatto.

    E' per questo che gli opinionisti filo-americani (o «filo-occidentali», che è la stessa cosa) di orientamento cattolico che sparano addosso ai palestinesi (qualsiasi cosa questi facciano) sono traditori della loro stessa idea. E doppiamente.
    Primo perché negano - in nome di non meglio precisate e mai dimostrate affinità elettive (è quasi il caso di dirlo!) con gli israeliti e i protestanti Wasp (White Anglo-Saxon Protestants) - quale dovrebbe essere il significato della Terrasanta per un cattolico. Che dovrebbe quanto meno adoperarsi per evitare che una qualsiasi entità statuale la ponga sotto l’ipoteca di un’identità esclusiva. Foss’anche islamica, sia chiaro [7].

    Secondo, perché per tal via questi opinionisti si trasformano in giudaizzanti di fatto. E’ per questo che si compilano storie delle «persecuzioni anticristiane», veri libri a tesi che astraggono dalla complessa interrelazione di fatti e personaggi omettendo tutto ciò che non si sposa con la semplificazione secondo cui i cristiani «soffrirebbero» sempre e ovunque, tranne che in Palestina [8], ci si mette a fare del mero piagnisteo vittimistico. Che non è affatto nello stile del cattolico [9]. Secondo questo tipo di lettura, ogni conflitto, disputa, attrito viene letto in chiave religiosa, non esistendo più frizioni di natura politica, economica o sociale. Dai leoni del Colosseo alla «rivolta» dei Boxer c'è sempre la medesima spiegazione: l'odio «anticristiano». Niente di nuovo sotto il sole, lo schema essendo ricalcato su quello del perpetuo «antisemitismo», dove solo gli altri sono aggressivi, per di più senza motivo se non l'odio atavico, preconcetto e irrazionale. L’effetto sperato è quello di innescare un circolo vizioso senza via di scampo, con un copione che vediamo svolgersi regolarmente: la pretestuosa attribuzione di una colpa infame, la speranza dell'autoflagellazione da parte degli incolpati, il perdono che non arriva mai, e quindi l'obbligo di «ricordare» e continuare a macerarsi e sperare invano di essere perdonati e così via.

    Piccoli ‘filatelici’ crescono

    A questo punto si sarà capita anche la ragione profonda della deriva filo-Israeliana della Lega Nord e del suo quotidiano. Non tutto si spiega con l’inveterato vizio di porsi sempre dalla parte dei più forti. Che poi t’impongono il giornalista dei Radicali e filo-Israeliano. [10]

    L’imbarazzante verità è che il «popolo padano» è da poco che colleziona francobolli, e la più grande ed antica Unione di filatelici del mondo desta in lui una sconfinata ammirazione.

    “Io sono Palestinese”, ha dichiarato Israel Shamir di fronte ad un’ingiustizia assurda. Cosa risponderemo tra un po’ noialtri, gente «normale», all’Israele Padano?

    Note:

    [1] ANTISEMITISMO / In un saggio di Julian Schvindlerman, la storia che oggi nessuno ricorda. Camerati in nome di Allah. Da Hitler fino ad oggi, la “naturale alleanza” tra l’Islam e il nazismo («La Padania», 21 luglio 2002); Link antisemiti nel sito palestinese. Gli imbarazzanti collegamenti di Rania, figlia dell’ambasciatore Olp a Roma («La Padania», 23 luglio 2002).
    [2] Se il capolavoro del centro-sinistra resta l’aggressione alla Jugoslavia, quello del centro-destra è l’Usa-day in Piazza del Popolo del 10 novembre 2001.
    [3] Cfr. Israel Shamir, Carri armati e ulivi della Palestina. Il fragore del silenzio, Crt, Pistoia 2002.
    [4] Ibidem, p. 156.
    [5] Non per niente i tg, riferendosi alla Cisgiordania e alla Striscia di Gaza parlano semplicemente di «territori».
    [6] Zbigniew Brzezinski, Samuel Huntington, Henry Kissinger, solo per citare i più noti.
    [7] L’opinione, in merito, del tradizionalismo cattolico, ci pare comunque sintetizzata da questo passo della lettera di un lettore di «Programma Asefi”, il bollettino dell’omonima casa editrice: “Il Vaticano II ha operato una giudaizzazione della fede cattolica che tra i suoi frutti ha portato il riconoscimento (inaudito, dal punto di vista teologico) dello stato d'Israele e l'odierno complesso d'inferiorità verso gli ebrei di personalità «cattoliche» […]. Gli imbarazzi del Vaticano sui fatti di Betlemme sono reali […]”. Ciascuno potrà valutare la distanza siderale tra queste considerazioni e la posizione del quotidiano leghista sulle vicende di Palestina. Cfr. il n. 21 del «Programma» su www.asefi.it.
    [8] Che cosa di meglio, per negare l’evidenza delle vessazioni israeliane, che adombrare il dubbio secondo cui i palestinesi cristiani sarebbero dei «neomarcionisti», ovverosia dei criptomusulmani? Il loro peccato capitale? Quello di non riconoscere il Vecchio Testamento e quindi i «fratelli maggiori». Lo «scontro di civiltà» è dunque salvo. Cfr. Enzo Bettiza, Per la nuova jihad il nostro continente coincide con la “dimora della tregua provvisoria”, mentre l´America è la “dimora della guerra”, «La Stampa», 7 luglio 2002.
    [9] Non ho alcuna difficoltà a rilevare che recentemente anche alcuni musulmani si sono attrezzati in tal senso, allorché, in Francia, hanno invocato a loro difesa le cosiddette «leggi antirazziste».
    [10] Sull’altare dell’allineamento de «La Padania» è finito l’antiamericano John Kleeves, che non vi scrive più da lunga data, mentre all’epoca dell’attacco della Nato alla Jugoslavia ne venivano pubblicati gli articoli.

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