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    Predefinito De Benoist ai giovani leghisti: difendete le identità

    SEMINARI / Il filosofo ai giovani leghisti: difendete le identità

    De Benoist dà lezione ai padani: Berlusconi è un populista


    DAL NOSTRO INVIATO
    VARESE - I giovani padani sono sul piede di guerra. A loro, e lo dicono chiaro e tondo, il berlusconismo non piace. Lo sopportano a mala pena.
    Si sentono come schiacciati. E allora si chiedono in quale modo sia possibile conciliare la fedeltà assoluta al grande capo, ministro delle Riforme e segretario del Carroccio, con il desiderio di dare battaglia in piazza e di cercare una via tutta diversa dalle mediazioni obbligate nel recinto della Casa delle Libertà.
    Le nuove leve di Umberto Bossi, una sessantina di ragazzi con sacco a pelo che rappresentano i vertici di un movimento giovanile in crescita fuori dalle grandi città del Nord, per lo più si tratta di studenti universitari, riuniti per seminari di scuola politica nel rifugio Cai al Passo del Cuvignone fra il lago Maggiore e il lago di Varese, hanno nel sangue un po’ di destra estrema, un po’ di destra moderata, un po’ di sinistra moderata, un po’ di sinistra estrema. C’è chi sta con i no global di Genova contro poliziotti e carabinieri «che hanno bastonato e basta», c’è chi vorrebbe cacciare i marocchini senza tanto andare per il sottile o per le sanatorie. C’è chi parla di cultura delle diversità e di rispetto delle diversità ma c’è chi ancora straparla di serbi, di Milosevic, e rifiuta le infamie sicure delle pulizia etnica operata dal regime.
    Poiché le contraddizioni sono evidenti si cerca di riflettere sul modo migliore di espellere le tensioni xenofobe e al tempo stesso di rivendicare il diritto all’identità e alla tradizione. Su un paio di passaggi i giovani padani si trovano sulla medesima lunghezza d’onda: Forza Italia piace poco, pochissimo, «perché è una scatola vuota»; l’alleanza con Berlusconi e Fini è sopportata «ma non all’infinito» e «se non ci danno il federalismo dobbiamo lasciare il governo». Bossi resta il leader «amato», l’unico che può permettersi il lusso di difendere coalizioni altrimenti rifiutate.
    A questi ragazzi del movimento padano, sulla carta i futuri dirigenti della Lega, è riuscito il colpo di portare quassù al passo del Cuvignone uno dei teorici francesi, Alain de Benoist, che una certa pubblicistica indica come uno dei pensatori, dei filosofi della "nuova destra" europea, etichetta che all’interessato non fa venire brividi di gioia. Anzi. «Io non sono di destra, la destra europea non mi piace». Alain de Benoist è più che altro un convintissimo assertore del trasversalismo dei valori, del federalismo e di un’Europa dei popoli e delle Regioni, è autonomista ma non indipendentista, rifiuta le superficialità populiste («non un valore ma uno stile sbagliato»), avversa il liberismo economico che ha «delocalizzato il capitale e accelerato la globalizzazione», dice che «la differenza in sé è un dato positivo, che esiste il diritto alla differenza e che, difendendo la propria identità, si difende anche l'identità degli altri». La lezione di Alain de Benoist piace ai giovani della Lega perché dietro alla critica feroce del liberalismo politico e del liberismo economico c’è l’affermazione che gli uomini della destra europea sono tutti o quasi inadeguati alla sfida. Pessimo Le Pen. Pessimo Chirac.
    «Gli uomini della destra francese sono gli stessi dell’era brezneviana». Meglio Berlusconi e Fini? «Berlusconi è un populista liberale, troppo filoamericano e la sua politica antisociale non è per niente condivisibile. Un tempo esisteva la teoria liberale della piramide. Più capitale accumulato più capitale distribuito. Al vertice la ricchezza che scende a cascata verso la base. Non funziona più: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Oggi c’è una nuova forma di capitalismo. Il capitalismo delle multinazionali che preme sulle condizioni sociali ed economiche di ogni singolo Paese dell’Occidente». I giovani padani entusiasti hanno applaudito. Anti global, anti immigrati, ancora di più anti berlusconiani hanno alla fine ripreso un vecchio cavallo di battaglia e prima di sciogliersi hanno urlato in coro: «Secessione, secessione».
    fcavalera@corriere.it
    Fabio Cavalera


    Politica
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    De Benoist dà lezione ai padani: Berlusconi è un populista


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    VARESE - I giovani padani sono sul piede di guerra. A loro, e lo dicono chiaro e tondo, il berlusconismo non piace. Lo sopportano a mala pena.
    Si sentono come schiacciati. E allora si chiedono in quale modo sia possibile conciliare la fedeltà assoluta al grande capo, ministro delle Riforme e segretario del Carroccio, con il desiderio di dare battaglia in piazza e di cercare una via tutta diversa dalle mediazioni obbligate nel recinto della Casa delle Libertà.
    Le nuove leve di Umberto Bossi, una sessantina di ragazzi con sacco a pelo che rappresentano i vertici di un movimento giovanile in crescita fuori dalle grandi città del Nord, per lo più si tratta di studenti universitari, riuniti per seminari di scuola politica nel rifugio Cai al Passo del Cuvignone fra il lago Maggiore e il lago di Varese, hanno nel sangue un po’ di destra estrema, un po’ di destra moderata, un po’ di sinistra moderata, un po’ di sinistra estrema. C’è chi sta con i no global di Genova contro poliziotti e carabinieri «che hanno bastonato e basta», c’è chi vorrebbe cacciare i marocchini senza tanto andare per il sottile o per le sanatorie. C’è chi parla di cultura delle diversità e di rispetto delle diversità ma c’è chi ancora straparla di serbi, di Milosevic, e rifiuta le infamie sicure delle pulizia etnica operata dal regime.
    Poiché le contraddizioni sono evidenti si cerca di riflettere sul modo migliore di espellere le tensioni xenofobe e al tempo stesso di rivendicare il diritto all’identità e alla tradizione. Su un paio di passaggi i giovani padani si trovano sulla medesima lunghezza d’onda: Forza Italia piace poco, pochissimo, «perché è una scatola vuota»; l’alleanza con Berlusconi e Fini è sopportata «ma non all’infinito» e «se non ci danno il federalismo dobbiamo lasciare il governo». Bossi resta il leader «amato», l’unico che può permettersi il lusso di difendere coalizioni altrimenti rifiutate.
    A questi ragazzi del movimento padano, sulla carta i futuri dirigenti della Lega, è riuscito il colpo di portare quassù al passo del Cuvignone uno dei teorici francesi, Alain de Benoist, che una certa pubblicistica indica come uno dei pensatori, dei filosofi della "nuova destra" europea, etichetta che all’interessato non fa venire brividi di gioia. Anzi. «Io non sono di destra, la destra europea non mi piace». Alain de Benoist è più che altro un convintissimo assertore del trasversalismo dei valori, del federalismo e di un’Europa dei popoli e delle Regioni, è autonomista ma non indipendentista, rifiuta le superficialità populiste («non un valore ma uno stile sbagliato»), avversa il liberismo economico che ha «delocalizzato il capitale e accelerato la globalizzazione», dice che «la differenza in sé è un dato positivo, che esiste il diritto alla differenza e che, difendendo la propria identità, si difende anche l'identità degli altri». La lezione di Alain de Benoist piace ai giovani della Lega perché dietro alla critica feroce del liberalismo politico e del liberismo economico c’è l’affermazione che gli uomini della destra europea sono tutti o quasi inadeguati alla sfida. Pessimo Le Pen. Pessimo Chirac.
    «Gli uomini della destra francese sono gli stessi dell’era brezneviana». Meglio Berlusconi e Fini? «Berlusconi è un populista liberale, troppo filoamericano e la sua politica antisociale non è per niente condivisibile. Un tempo esisteva la teoria liberale della piramide. Più capitale accumulato più capitale distribuito. Al vertice la ricchezza che scende a cascata verso la base. Non funziona più: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Oggi c’è una nuova forma di capitalismo. Il capitalismo delle multinazionali che preme sulle condizioni sociali ed economiche di ogni singolo Paese dell’Occidente». I giovani padani entusiasti hanno applaudito. Anti global, anti immigrati, ancora di più anti berlusconiani hanno alla fine ripreso un vecchio cavallo di battaglia e prima di sciogliersi hanno urlato in coro: «Secessione, secessione».
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