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  1. #1
    Qoelèt
    Ospite

    Post Eresie ecumeniche & CO.

    DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE SULLE RELAZIONI DELLA CHIESA CON LE RELIGIONI NON-CRISTIANE

    Introduzione

    1. Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l'interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.

    I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l'intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.

    Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l'origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.

    Le diverse religioni

    2. Dai tempi più antichi fino ad oggi presso i vari popoli si trova una certa sensibilità a quella forza arcana che è presente al corso delle cose e agli avvenimenti della vita umana, ed anzi talvolta vi riconosce la Divinità suprema o il Padre. Questa sensibilità e questa conoscenza compenetrano la vita in un intimo senso religioso.

    Quanto alle religioni legate al progresso della cultura, esse si sforzano di rispondere alle stesse questioni con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato. Così, nell'induismo gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza. Nel buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, siano capaci di acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi o con l'aiuto venuto dall'alto. Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare, in vari modi, l'inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri.

    La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

    Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è " via, verità e vita " (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose.

    Essa perciò esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano in essi.

    La religione musulmana

    3. La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.

    Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà.

    La religione ebraica

    4. Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.

    La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.

    Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: " ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne" (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine.

    Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.

    Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata; gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Tuttavia secondo l'Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e " lo serviranno sotto uno stesso giogo " (Sof 3,9).

    Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.

    E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.

    E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.

    La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.

    Fraternità universale

    5. Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L'atteggiamento dell'uomo verso Dio Padre e quello dell'uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: " Chi non ama, non conosce Dio " (1 Gv 4,8).

    Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano.

    In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, " mantenendo tra le genti una condotta impeccabile " (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli .

    28 ottobre 1965

  2. #2
    Qoelèt
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    Predefinito

    Giovanni Paolo II

    Euntes in mundum

    I. Uniti nella grazia sacramentale

    1. Andate in tutto il mondo, ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (cf. Mc 16,15; Mt 28,19).

    Dalla tomba dei santi apostoli Pietro e Paolo in Roma, la Chiesa cattolica desidera esprimere a Dio Uno e Trino la propria profonda gratitudine, perché queste parole del Salvatore hanno trovato mille anni fa il loro compimento sulle rive del Dniepr, a Kiev, capitale della Rus’, i cui abitanti - sulle orme della principessa Olga e del principe Vladimiro - furono "innestati" in Cristo mediante il sacramento del Battesimo.

    Seguendo il mio predecessore Pio XII di venerata memoria, il quale volle celebrare solennemente il 950° anniversario del Battesimo della Rus’ (cf. Pii XII "Epistula ad Cardinalem Eugenium Tisserant, Sacrae Congregationis pro Ecclesia Orientali Secretarium", die 12 maii 1939: AAS 31 [1939] 258-259), desidero con questa lettera esprimere lode e gratitudine all’ineffabile Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, per aver chiamato alla fede e alla grazia i figli e le figlie di molti popoli e nazioni, che hanno accolto il retaggio cristiano del Battesimo amministrato a Kiev. Essi appartengono prima di tutto alle nazioni russa, ucraina e bielorussa nelle regioni orientali del continente europeo. Mediante il servizio della Chiesa che ebbe inizio nel Battesimo a Kiev, questo retaggio è giunto oltre gli Urali a molti popoli dell’Asia settentrionale, fino alle coste del Pacifico ed anche più lontano. Davvero, fino ai confini della terra è corsa la loro voce (cf. Rm 10,18).

    Rendendo grazie allo Spirito della Pentecoste per tale estensione di un retaggio cristiano risalente all’anno del Signore 988, vogliamo prima di tutto concentrare la nostra attenzione sul mistero salvifico dello stesso Battesimo. E questo - come insegna Cristo Signore - il sacramento della rinascita "da acqua e da Spirito" Santo (Gv 3,5), che introduce l’uomo, fatto figlio adottivo di Dio, nel regno eterno. E san Paolo parla dell’"immersione nella morte" del redentore per "risorgere" insieme a lui ad una nuova vita in Dio (cf. Rm 6,4). Così dunque i popoli slavi orientali che abitavano nel grande principato della Rus’ di Kiev, scendendo nell’acqua del santo Battesimo, si affidarono - quando venne per loro la pienezza del tempo (Gal 4,4) - al piano salvifico di Dio. Giunse così ad essi la notizia delle "grandi opere di Dio" e, come una volta a Gerusalemme, venne anche per loro la Pentecoste (cf. At 2,37-39): immergendosi nell’acqua del Battesimo, essi sperimentarono "l’abluzione della rinascita" (cf. Tt 3,5).

    Quanto è eloquente, nel rito bizantino, l’antica preghiera per la benedizione dell’acqua battesimale, che la teologia orientale si compiace di assimilare alle acque del Giordano, nelle quali entrò il Redentore dell’uomo, per ricevere il battesimo di penitenza, come facevano gli abitanti della Giudea e di Gerusalemme (cf. Mc 1,5): "Concedi ad essa... Ia benedizione del Giordano; rendila sorgente d’incorruzione, dono di santità, assoluzione di peccati.... Tu, Signore di tutte le cose, dimostrala acqua di redenzione, acqua di santificazione, purificazione del corpo e dello spirito, liberazione dai vincoli, remissione delle colpe, illuminazione delle anime, lavacro di rigenerazione, rinnovamento dello spirito, grazia di adozione, veste di incorruzione, fonte di vita... Mostrati, o Signore, anche in quest’acqua e trasforma chi in essa sta per essere battezzato, affinché deponga l’uomo vecchio... e rivesta l’uomo nuovo, che si rinnova ad immagine di colui che lo ha creato; affinché a lui completamente unito mediante il Battesimo con una morte simile alla sua, diventi partecipe della sua risurrezione e, avendo custodito il dono del tuo Santo Spirito..., possa ricevere il premio della celeste vocazione e sia annoverato tra i primogeniti ascritti nel cielo" (Preghiera di benedizione dell’acqua battesimale, la cui più antica testimonianza si trova nel Cod. Vat. Barberini greco 336, p. 201. Si veda, inoltre "Trebnik" la benedizione solenne dell’acqua battesimale nel giorno dell’Epifania)

    Coloro che erano lontani si sono trovati immersi, mediante il Battesimo, in quel circuito di vita, nel quale la Santissima Trinità - Padre, Figlio e Spirito Santo - fa dono di sé all’uomo e crea in lui un cuore nuovo, liberato dal peccato e capace di obbedienza filiale al disegno eterno dell’amore. Al tempo stesso quei popoli e i loro singoli componenti sono entrati nell’ambito della grande famiglia della Chiesa, nella quale possono partecipare alla sacra Eucaristia, ascoltare la Parola di Dio e renderle testimonianza, vivere nell’amore fraterno e condividere in reciproco scambio i beni spirituali. Ciò era simbolicamente espresso negli antichi riti del santo Battesimo, quando i neobattezzati, avvolti in bianche vesti, si recavano in processione dal battistero verso l’assemblea dei fedeli radunati nella cattedrale. Tale processione era insieme l’introito liturgico e il simbolo del loro ingresso nella comunità eucaristica della Chiesa, Corpo di Cristo (Cfr. il "Tipico della Grande Chiesa", ed. J. Mateos in "Orientalia Christiana Analecta" 116, Roma 1963, pp. 86-88. Non minore era lo splendore del rito del Battesimo a Roma, come si può vedere negli "Ordines Romani" dell’Alto Medio Evo).

    2. In questo spirito e con tali sentimenti desideriamo prendere parte alle celebrazioni e alla gioia per il millennio del Battesimo della Rus’ di Kiev. Ricordiamo quell’avvenimento secondo il modo di pensare proprio della Chiesa di Cristo, cioè in spirito di fede. Fu, quello, un evento di enorme importanza. Le parole del Signore in Geremia: "Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà" (Ger 31,3), hanno trovato piena attuazione in rapporto a quei nuovi popoli e alle loro terre. La Rus’ di Kiev è entrata nel contesto della salvezza ed è diventata essa stessa tale contesto. Il suo Battesimo ha dato inizio ad una nuova ondata di santità. È divenuto un momento significativo dell’impegno missionario della Chiesa, una nuova importante tappa nello sviluppo del cristianesimo: l’intera Chiesa cattolica volge il suo sguardo a tale evento e partecipa spiritualmente alla gioia degli eredi di quel Battesimo.

    Rendiamo grazie a Dio misericordioso, Dio unico nella Santissima Trinità, Dio vivo, Dio dei padri nostri; rendiamo grazie a Dio Padre di Gesù Cristo, e a Cristo stesso, che nel sacramento del santo Battesimo dona lo Spirito Santo allo spirito umano. Rendiamo grazie a Dio per il suo piano salvifico di amore, lo ringraziamo per l’obbedienza che gli è stata prestata da parte dei popoli, delle nazioni, delle terre e dei continenti. È naturale che questa obbedienza abbia avuto condizionamenti storici, geografici, umani. È compito degli studiosi esaminare ed approfondire tutti gli aspetti politici, sociali, culturali, economici dell’accettazione della fede cristiana. Sì, sappiamo e sottolineiamo che, quando si riceve Cristo mediante la fede e si fa esperienza della sua presenza nella comunità e nella vita individuale, si producono frutti in tutti i campi dell’umana esistenza. Infatti il legame vivificante con Cristo non è un’appendice alla vita, né un suo ornamento superfluo, ma è la sua definitiva verità. Ogni uomo, per il fatto stesso di essere tale, è chiamato a partecipare ai frutti della redenzione di Cristo, alla sua stessa vita.

    Con somma venerazione ci chiniamo, dopo questi mille anni, davanti a questo mistero e ne meditiamo la profondità e la forza, prima in coloro che sono stati i "protagonisti" del Battesimo della Rus’ e successivamente in ognuno e in tutti coloro che hanno seguito le loro orme, accogliendo nel Battesimo la potenza santificatrice del Paraclito.



    II. Quando venne la pienezza del tempo...

    3. "Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna" (Gal 4,4).

    La pienezza del tempo viene da Dio, ma la preparano gli uomini e viene per gli uomini e mediante gli uomini. Ciò vale per la "pienezza del tempo" nella generale economia della salvezza, che ha, pure essa, il suo condizionamento umano e la sua storia concreta. Ma ciò vale anche per il momento dell’approdo dei singoli popoli al porto della fede salvifica: per la loro "pienezza del tempo". Anche il millennio del Battesimo e della conversione della Rus’ ha una sua storia. Il processo di cristianizzazione dei singoli popoli e nazioni è un fenomeno complesso e richiede molto tempo. Nel territorio della Rus’ esso fu preparato dai tentativi compiuti nel secolo IX dalla Chiesa di Costantinopoli (Cfr. la lettera enciclica con cui il Patriarca Fozio, nell’867, annunzia che la gente chiamata "Rhos" aveva accolto un vescovo. Ep. I, 13: PG 102, 736-737; cf. anche "Les regestes des actes du patriarcat de Costantinople I", II a cura di V. Grumel, Paris 1936, n. 481, pp. 88-89). Successivamente, nel corso del secolo X, la fede cristiana cominciò a penetrare nella regione grazie ai missionari, che venivano non solo da Bisanzio, ma anche dai territori dei vicini slavi occidentali - i quali celebravano la liturgia in lingua slava secondo il rito instaurato dai santi Cirillo e Metodio - e dalle terre dell’Occidente latino. Come attesta l’antica Cronaca cosiddetta di Nestor ("Povest’ Vremennykh Let"), nel 944 esisteva a Kiev una chiesa cristiana, dedicata al profeta Elia ("Povest’ Vremennykh Let", ed D.C. Likhacev, Mosca-Leningrado 1950, pp. 235ss). In questo ambiente, già preparato, la principessa Olga si fece liberamente e pubblicamente battezzare verso il 955, rimanendo poi sempre fedele alle promesse battesimali. A lei, nel corso della visita a Costantinopoli del 957, il patriarca Poliecto avrebbe rivolto un saluto in qualche modo profetico: "Benedetta sei tu tra le donne russe, perché amasti la luce e cacciasti via le tenebre. Perciò ti benediranno i figli russi fino all’ultima generazione" (Cfr. Filaret Gumilevskyj, "Vite dei Santi", t. luglio, Pietroburgo 1900, p.106 . Olga, però, non ebbe la gioia di vedere cristiano il figlio Svjatoslav. La sua spirituale eredità fu raccolta dal nipote Vladimiro, il protagonista del Battesimo del 988, il quale accettò la fede cristiana e promosse la conversione, stabile e definitiva, del popolo della Rus’. Vladimiro ed i nuovi convertiti sentirono la bellezza della liturgia e della vita religiosa della Chiesa di Costantinopoli (Si veda, a riguardo, il racconto della Povest’ Vremennykh Letm sopra citata). Fu così che la nuova Chiesa della Rus’ attinse da Costantinopoli l’intero patrimonio dell’Oriente cristiano e tutte le ricchezze ad esso proprie nel campo della teologia, della liturgia, della spiritualità, della vita ecclesiale, dell’arte.

    Tuttavia, il carattere bizantino di questo retaggio fu sin dall’inizio trasferito in una nuova dimensione: la lingua e la cultura slave diventarono un nuovo contesto per ciò che finora trovava la propria espressione bizantina nella capitale dell’Impero d’Oriente ed anche in tutto il territorio che ad esso fu unito attraverso i secoli. Agli slavi orientali la parola di Dio e la grazia ad essa unita giunsero così in una forma a loro più vicina dal punto di vista culturale e geografico. Quegli slavi, accogliendo la parola con tutta l’obbedienza della fede, desideravano al tempo stesso esprimerla nelle proprie forme di pensiero e con la propria lingua. In questo modo si realizzò quella particolare "inculturazione slava" del Vangelo e del cristianesimo, che si ricollega alla grande opera dei santi Cirillo e Metodio, i quali, da Costantinopoli, portarono il cristianesimo, nella versione slava, nella Grande Moravia e, grazie ai loro discepoli, ai popoli della Penisola Balcanica.

    Fu così che san Vladimiro e gli abitanti della Rus’ di Kiev ricevettero il Battesimo da Costantinopoli, dal più grande centro dell’Oriente cristiano, e, grazie a questo, la giovane Chiesa fece il proprio ingresso nell’ambito del ricchissimo patrimonio bizantino, della sua eredità di fede, di vita ecclesiale, di cultura. Tale patrimonio divenne subito accessibile alle vaste moltitudini degli slavi orientali e poté essere assimilato più facilmente, poiché la sua trasmissione sin dall’inizio fu favorita dall’opera dei due santi fratelli di Tessalonica. La Scrittura e i libri liturgici vennero dai centri culturali religiosi degli slavi, che avevano accolto la lingua liturgica da essi introdotta.

    Vladimiro, grazie alla sua saggezza e alla sua intuizione, mosso dalla sollecitudine per il bene della Chiesa e del popolo, accettò nella liturgia, in luogo del greco, la lingua paleoslava, "facendone uno strumento efficace per avvicinare le verità divine a quanti parlavano in tale lingua". ("Slavorum Apostoli", 12). Come ho scritto nella Epistola Enciclica "Slavorum Apostoli", (cf. "Slavorum Apostoli", 11-13), i santi Cirillo e Metodio, anche se consapevoli della superiorità culturale e teologica della eredità greco-bizantina che portavano con sé, ebbero tuttavia il coraggio, per il bene dei popoli slavi, di servirsi di un’altra lingua ed anche di un’altra cultura per l’annuncio della fede.

    In tal modo la lingua paleoslava costituì nel Battesimo della Rus’ un importante strumento, anzitutto per la evangelizzazione e, in seguito, per l’originale sviluppo del futuro patrimonio culturale di quei popoli, sviluppo divenuto in molti settori una ricchezza della vita e della cultura dell’intero genere umano.

    Bisogna, infatti, sottolineare con tutta fermezza, per fedeltà alla verità storica, che secondo la concezione dei due santi fratelli di Tessalonica, con la lingua slava si introdusse nella Rus’ lo stile della Chiesa bizantina, che a quel tempo era ancora in piena comunione con Roma. E questa tradizione in seguito è stata sviluppata in modo originale e forse irripetibile, in base alla cultura indigena ed anche grazie ai contatti con i vicini popoli di Occidente.

    4. La pienezza del tempo per il Battesimo del popolo della Rus’ venne, dunque, alla fine del primo millennio, quando la Chiesa era indivisa. Dobbiamo ringraziare insieme il Signore per questo fatto, che rappresenta oggi un auspicio ed una speranza. Dio ha voluto che la madre Chiesa, visibilmente unita, accogliesse nel suo grembo, già ricco di Nazioni e di popoli, ed in un momento di espansione missionaria sia in Occidente sia in Oriente, questa sua nuova figlia, nata sulle rive del Dniepr. C’era la Chiesa di Oriente e c’era la Chiesa d’Occidente, ognuna sviluppatasi secondo proprie tradizioni teologiche, disciplinari liturgiche, con differenze anche notevoli, ma esisteva la piena comunione tra l’Oriente e l’Occidente, tra Roma e Costantinopoli, con relazioni reciproche.

    Ed è stata la Chiesa indivisa di Oriente e di Occidente che ha ricevuto ed ha aiutato la Chiesa di Kiev. Già la principessa Olga aveva chiesto all’imperatore Ottone I, ed ottenuto nel 961, un Vescovo "qui ostenderet eis viam veritatis", il monaco Adalberto di Treviri, il quale si recò effettivamente a Kiev, dove tuttavia il permanente paganesimo gli impedì di svolgere la sua missione. (La notizia è data da alcune fonti tedesche: così "Lamperti Monachi Hersfeldensis opera", ed. O. Holter-Egger, 1894, p. 38). Il principe Vladimiro avvertì che c’era questa unità della Chiesa e dell’Europa, perciò intrattenne rapporti non solo con Costantinopoli, ma anche con l’ Occidente e con Roma, il cui Vescovo era riconosciuto come colui che presiedeva la comunione di tutta la Chiesa. Secondo la "Cronaca di Nikon", vi sarebbero state legazioni tra VIadimiro ed i Papi del tempo: Giovanni XV (che gli avrebbe mandato in dono, proprio l’anno del Battesimo del 988, alcune reliquie di san Clemente papa, con chiaro riferimento alla missione dei santi Cirillo e Metodio, i quali da Cherson avevano portato a Roma quelle reliquie) e Silvestro II. (cf. la "Nikonoskaja Letopis" ad 6494, in "Polnoe sobranie russkich letopisej", IX, Sti Petersburg 1862, p.57). Bruno di Querfurt, dallo stesso Silvestro II mandato a predicare col titolo di "archiepiscopus gentium", verso il 1007 visitò Vladimiro, chiamato "rex Russorum" (cf. Petri Damiani "Vita beati Romualdi", c. XXVII: PL 144, 978 , in "Fonti per la storia d’Italia", 94, Roma, 1957, p. 58). Più tardi, anche il Papa san Gregorio VII diede il titolo regale ai principi di Kiev nella sua lettera del 17 aprile 1075, indirizzata a "Demetrio (Isjaslaw) regi Ruscorum et reginae uxori eius", i quali avevano mandato il figlio, Jaropolk, in pellegrinaggio ad "limina Apostolorum", ottenendo che il regno fosse posto sotto la protezione di san Pietro (cf. Gregorii VII Registrum, II, 74, ed. E. Caspar, in "Epistulae selectae in usum scholarum ex Monumentis Germaniae Historicis" separatim editae, t. II, ristampa 1955, pp.236-237). Merita di essere sottolineato questo riconoscimento, da parte di un Pontefice romano, della sovranità acquistata dal principato di VIadimiro, il quale grazie al Battesimo del 988 aveva consolidato anche politicamente il suo Stato, favorendone lo sviluppo e facilitando l’integrazione dei popoli abitanti entro i suoi confini di quel tempo e quelli successivi. Questo gesto profetico di entrare nella Chiesa e di introdurre il proprio principato nell’orbita delle Nazioni cristiane, gli portò il lodevole titolo di santo e di Padre delle Nazioni, che da quel principato trassero la loro origine.

    Così Kiev, col Battesimo, divenne crocevia privilegiato di culture diverse, terreno di penetrazione religiosa anche dell’Occidente, come attesta il culto di alcuni santi venerati nella Chiesa latina, e, col decorrere del tempo, un importante centro di vita ecclesiale e di irradiazione missionaria con un vastissimo campo di influenza: verso Occidente fino ai monti Carpazi, dalle sponde meridionali del Dniepr sino a Novgorod e dalle rive settentrionali del Volga - come già detto - fino alle sponde dell’Oceano Pacifico ed oltre. In breve, attraverso il nuovo centro di vita ecclesiale, quale divenne Kiev dal momento in cui ricevette il Battesimo, il Vangelo e la grazia della fede raggiunsero quelle popolazioni e quelle terre che oggi sono legate al Patriarcato di Mosca, per quanto riguarda la Chiesa ortodossa, ed alla Chiesa cattolica ucraina, la cui piena comunione con la sede di Roma fu rinnovata a Brest.



    III. Fede e cultura

    5. Il Battesimo della Rus’ di Kiev segna, dunque, l’inizio di un lungo processo storico, in cui si sviluppa e si espande l’originale profilo bizantino-slavo del cristianesimo nella vita sia della Chiesa sia della società e delle Nazioni, che trovano in esso, lungo i secoli ed anche oggi, il fondamento della propria identità spirituale.

    Nel corso successivo della storia, quando tempestose vicende colpirono ripetutamente e profondamente questa identità, proprio il Battesimo e la cultura cristiana - attinta dalla Chiesa universale e sviluppata in base alle innate ricchezze spirituali - divennero le forze che decisero della sua sopravvivenza.

    Vladimiro ricevette il Battesimo aprendosi, insieme col suo popolo, alla potenza salvifica di Cristo, conformemente alle parole di Pietro riferite dagli Atti degli Apostoli: "In nessun altro c’è salvezza; non vi è, infatti, altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati" (At 4,12). Accogliendo questo nome, che è "al di sopra di ogni altro nome" ed invitando i missionari della Chiesa ad iscrivere questo nome nel cuore degli slavi della Rus’ di Kiev, perché "ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre" (Fil 2,11), egli vedeva in esso anche un elemento decisivo per quel progresso civile ed umano, che tanta importanza riveste per l’esistenza e per lo sviluppo di ogni Nazione e di ogni Stato. Egli, perciò, si ricollegò alla decisione della nonna, sant’Olga, e diede forma definitiva e stabile alla di lei opera.

    Il Battesimo di VIadimiro il Grande e, successivamente, del Paese da lui dipendente, ebbe una grande importanza per l’intero sviluppo spirituale di questa parte d’Europa e della Chiesa, come per tutta la cultura e la civiltà bizantino-slava.

    L’accoglimento del Vangelo non equivaleva soltanto all’introduzione di un nuovo e prezioso elemento nella struttura di quella determinata cultura; era, piuttosto, l’immissione di un seme destinato a germogliare e a svilupparsi sulla terra, nella quale era stato gettato, e a trasformarla nella misura del proprio sviluppo, rendendola capace di generare nuovi frutti. Tale è la dinamica del Regno dei cieli: esso è simile "a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami" (Mt 13,31-32).

    In tal modo il patrimonio spirituale della Chiesa bizantina, introdotto nella Rus’ di Kiev mediante la lingua slava, divenuta lingua liturgica, si arricchì via via sulla base del locale patrimonio culturale grazie ai contatti con i paesi cristiani limitrofi, e venne adeguandosi progressivamente ai bisogni e alla mentalità dei popoli abitanti di quel grande principato.

    6. L’utilizzazione della lingua slava come strumento di trasmissione del messaggio di Cristo e di reciproca comprensione ebbe influssi positivi sulla stessa sua diffusione e sviluppo.

    Essa ne trasse la spinta per una trasformazione dall’interno e per un progressivo nobilitarsi, divenendo lingua letteraria, e perciò uno dei più importanti fattori capaci di decidere della cultura di una Nazione, della sua identità e della sua forza spirituale. Sul territorio della Rus’ questo processo si è dimostrato quanto mai duraturo, ed ha portato frutti copiosissimi. Il cristianesimo in tal modo è venuto incontro alle aspirazioni degli uomini alla verità, al sapere e allo sviluppo autonomo sulla base dell’aspirazione evangelica e del dinamismo della rivelazione.

    Grazie all’eredità cirillo-metodiana lì è avvenuto l’incontro dell’Oriente con l’Occidente, l’incontro dei valori ereditati con quelli nuovi. Gli elementi del retaggio cristiano sono penetrati nella vita e nella cultura di quelle Nazioni. Essi hanno offerto ispirazione alla creatività letteraria, filosofica, teologica ed artistica, dando luogo ad una forma del tutto originale della cultura europea, anzi della cultura semplicemente umana. Anche oggi la dimensione universale dei problemi degli individui e delle società, presentata dalla letteratura e dall’arte di quelle Nazioni, suscita nel mondo un’incessante ammirazione. Essa nasce e cresce dalla concezione cristiana della vita e trova in questa un punto fermo di riferimento quanto al modo di pensare e di parlare riguardo all’uomo, ai suoi problemi e al suo destino.

    A questo comune patrimonio, a questo bene comune gli slavi orientali hanno portato durante i secoli il proprio contributo originale, specialmente riguardo alla vita spirituale e alla devozione loro proprie. A questo contributo la Chiesa di Roma riserva lo stesso rispetto ed amore che essa nutre per il ricco patrimonio di tutto l’Oriente cristiano. Gli slavi orientali hanno elaborato una storia, una spiritualità, tradizioni liturgiche ed usanze disciplinari loro proprie, in sintonia con la tradizione delle Chiese di Oriente, come pure alcune forme di riflessione teologica sulla verità rivelata che, mentre si diversificano da quelle in uso nell’Occidente, sono allo stesso tempo ad esse complementari.

    7. Tale realtà è attentamente considerata dal Concilio Vaticano II. Il decreto sull’ecumenismo, infatti, afferma tra l’altro: "Non si deve parimenti dimenticare che le Chiese d’Oriente hanno fin dall’origine un tesoro, dal quale la Chiesa d’Occidente ha preso molte cose nel campo della liturgia, della tradizione spirituale e dell’ordine giuridico" ("Unitatis Redintegratio", 14). E stimolanti spunti di riflessione sono pure offerti da quanto il Decreto conciliare afferma circa la ricchezza della liturgia e della tradizione spirituale della Chiesa di Oriente: "È pure noto a tutti con quanto amore i cristiani d’Oriente celebrino la sacra liturgia, specialmente quella eucaristica, fonte della vita della Chiesa e pegno della gloria futura, con la quale i fedeli uniti col Vescovo hanno accesso a Dio Padre per mezzo del Figlio, Verbo incarnato, morto e glorificato, nell’effusione dello Spirito Santo, ed entrano in comunione con la Santissima Trinità, fatti "partecipi della natura divina" (2Pt 1,4). Perciò con la celebrazione dell’Eucaristia del Signore in queste singole Chiese, la Chiesa di Dio è edificata e cresce, e con la concelebrazione si manifesta la loro comunione" ("Unitatis Redintegratio", 15).

    Inoltre, le tradizioni teologiche dei cristiani d’Oriente sono "eccellentemente radicate nella Sacra Scrittura, sono coltivate ed espresse dalla vita liturgica, sono nutrite dalla viva tradizione apostolica, dagli scritti dei Padri e dagli scrittori ascetici Orientali e tendono ad una retta impostazione della vita, anzi alla piena contemplazione della verità cristiana" ("Unitatis Redintegratio", 17).

    La spiritualità degli slavi orientali, che è una particolare testimonianza della fecondità dell’incontro dello spirito umano con i misteri cristiani, non cessa di esercitare un influsso salutare sulla coscienza della Chiesa intera. Degna di particolare menzione è la loro caratteristica devozione per la passione di Cristo, la sensibilità per il mistero della sofferenza collegata con l’efficacia redentrice della croce. Forse all’affermarsi di tale spiritualità non fu estraneo il ricordo della morte innocente di Boris e di Gleb, figli di Vladimiro, uccisi dal loro fratello Svjatopolk (cf. "Acta Sanctorum", sept. 2, Venetis 1756, pp.633-644).

    Questa spiritualità trova la sua più completa espressione nella lode resa al "dolcissimo" ("sladcajsi") nostro Signore Gesù Cristo nel mistero della sofferenza e della "kenosi", che egli ha fatto sue nell’incarnazione e nella morte in croce (cf. Fil 2,5-8). Allo stesso tempo, però, essa s’illumina, nella liturgia, della luce del Cristo risorto, anticipata in qualche misura dallo splendore della trasfigurazione sul monte Tabor, manifestata pienamente nella gloria del giorno della risurrezione ("voskresienie"), rivelata al mondo dallo Spirito disceso sugli apostoli sotto forma di lingue di fuoco nella Pentecoste. Tale esperienza diventa incessantemente porzione di coloro che ricevono il Battesimo. Come non menzionare, in questo contesto, i cristiani che sono vissuti e vivono in tutte quelle regioni, i quali nella morte e risurrezione di Cristo hanno tante volte trovato, nel corso di questi mille anni, forza e sostegno per offrire la loro testimonianza di fedeltà al Vangelo non solo con la quotidiana coerenza della vita, ma anche con le sofferenze coraggiosamente affrontate non di rado fino alla prova suprema del sangue?

    Questa forma della "kenosi" di Cristo, nella concezione della Chiesa di Kiev, si è impressa profondamente nel cuore degli slavi orientali, è stata ed è per loro fonte di grande forza nelle molteplici contrarietà che sono insorte sul loro cammino.

    8. Nell’opera di consolidamento della Chiesa e di "inculturazione" del cristianesimo tra gli slavi orientali - come, del resto, in tutta la Chiesa di Oriente - è stato inestimabile l’influsso della vita monastica. Kiev si è distinta relativamente presto con la famosa "Pecerskaja Lavra" (Monastero delle Grotte), fondata dai santi Altonio (+ 1073) e Teodosio (+ 1074).

    Non a caso, dunque, il monaco, specialmente il cosiddetto "starec" (anziano), era considerato guida spirituale sia dai grandi scrittori russi che dai semplici contadini. I monasteri divennero centri di vita liturgica, spirituale, sociale e persino economica. I sovrani si rivolgevano ai monaci come a consiglieri, giudici, diplomatici e maestri.

    Le parole "culto" e "cultura" hanno la stessa radice. Anche tra gli slavi d’Oriente il culto cristiano ha suscitato uno straordinario sviluppo della cultura in tutte le sue forme.

    L’arte religiosa risulta pervasa da profonda spiritualità e da alta ispirazione mistica. Chi nel mondo non conosce oggi le famose e venerate icone delle Chiese orientali, le magnifiche Cattedrali di santa Sofia a Kiev e a Novgorod risalenti all’XI secolo, le chiese e i monasteri così caratteristici nel paesaggio di quelle terre? La letteratura di Kiev è in grandissima parte religiosa. I nuovi inni e canti ecclesiali sono quasi un’emanazione delle forme native della tradizione musicale. Né deve essere dimenticato che le prime scuole nella Rus’ sono sorte proprio nell’XI secolo. Tutto questo, sia pur menzionato in modo così breve, costituisce un’incancellabile testimonianza della straordinaria fioritura religiosa e culturale, generata dal Battesimo della Rus’ di Kiev.

    Quanto pertinente appare, dunque, l’osservazione del Concilio Vaticano II: "La Chiesa... nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce ed accoglie tutta la dovizia di capacità e consuetudini dei popoli, in quanto sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida ed eleva" ("Lumen Gentium", 13).



    IV. Verso la piena comunione

    9. Il Battesimo della Rus’ si compì - come ho già rilevato - in un tempo in cui erano ormai sviluppate le due forme del cristianesimo: l’orientale, collegata con Bisanzio e l’occidentale, collegata con Roma, mentre la Chiesa continuava a rimanere una e indivisa. Questa considerazione, in noi che celebriamo il millennio del Battesimo ricevuto dai popoli orientali slavi a Kiev, non può non accendere ancor maggiormente il desiderio della piena comunione in Cristo di queste Chiese sorelle e spingerci a intraprendere nuove ricerche e a fare nuovi passi per favorirla. Questo anniversario non è soltanto un ricordo storico e un’occasione per preparare elaborazioni scientifiche e per fare bilanci, ma è anche, e soprattutto, un incentivo per volgere la nostra sensibilità pastorale ed ecumenica dal passato verso l’avvenire, per rafforzare la nostra nostalgia dell’unità ed intensificare la nostra preghiera.

    Sì, ambedue le Chiese, la Cattolica e l’Ortodossa, oggi più che mai decise a ritrovare, nonostante le difficoltà nate da secolari malintesi, la comunione intorno alla mensa eucaristica, guardano con particolare attenzione e speranza, in questo millennio, a tutti i figli e le figlie spirituali di san Vladimiro.

    D’altra parte, il graduale ritorno all’armonia tra Roma e Costantinopoli, come pure fra le Chiese che rimangono in piena comunione con questi centri - e come non pensare ai molteplici incontri bilaterali così ricchi di suggestioni per la densità dello scambio dei rispettivi doni spirituali, nutriti da tradizioni cosi diverse e feconde? - non potrà che influire positivamente, in particolar modo oggi, sugli eredi ortodossi e cattolici del Battesimo di Kiev. E forse il ricordo di tale evento, che sta all’origine della loro vita nuova nello Spirito Santo, contribuirà ad affrettare, con l’aiuto di Dio, l’ora del "bacio di pace", scambiato reciprocamente come frutto di una decisione matura, nata nella libertà e nella buona volontà dallo spirito originario che animava la Chiesa indivisa, segnata dal genio cristiano dei santi Cirillo e Metodio. Quale vantaggio costituirebbe per l’intero Popolo di Dio, se gli eredi ortodossi e cattolici del Battesimo di Kiev, scossi dalla rinnovata coscienza della comunione iniziale, sapessero raccoglierne la sfida e ripetere ai cristiani del nostro tempo il messaggio ecumenico che ne promana, sollecitandoli ad accelerare il passo verso la meta della piena unità, voluta da Cristo! Ciò, oltretutto, eserciterebbe un benefico influsso anche in quel processo di distensione nel campo civile, che tante speranze suscita in quanti operano per la convivenza pacifica nel mondo.

    10. La dimensione universale e quella particolare costituiscono due sorgenti coessenziali nella vita della Chiesa: la comunione e la diversità, la tradizione e i tempi nuovi, le antiche terre cristiane e i nuovi popoli che approdano alla fede. La Chiesa è riuscita ad essere una e insieme differenziata. Accettando l’unità come primo principio (cf. Gv 17,21s.), essa è stata pluriforme nelle singole parti del mondo. Ciò vale in modo peculiare per la Chiesa occidentale e per quella orientale prima della reciproca progressiva estraniazione. In rapporto a quel periodo, il Concilio Vaticano II osserva: "Le Chiese d’Oriente e d’Occidente hanno seguito per molti secoli una propria via, unite però dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale sotto la direzione della Sede romana di comune consenso accettata, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina" ("Unitatis Redintegratio", 14).

    Ed anche quando la piena comunione fu infranta, ambedue le Chiese conservarono fondamentalmente integro il deposito della fede apostolica. L’universalità e la pluriformità non hanno cessato, malgrado la tensione esistente, di scambiarsi a vicenda doni inestimabili.

    Consapevole di tale realtà, il Concilio Vaticano II ha aperto, in materia di ecumenismo, una fase nuova, che sta arrecando frutti promettenti. Il decreto conciliare sull’ecumenismo, già citato più volte, è espressione della stima e dell’amore che la Chiesa cattolica nutre per la ricca eredità dell’oriente cristiano, del quale mette in rilievo l’originalità, la diversità e, nello stesso tempo, la legittimità. Esso dice tra l’altro: "Fin dai primi tempi le Chiese d’Oriente seguivano discipline proprie, sancite dai santi Padri e dai Concili, anche ecumenici. E siccome una certa diversità di usi e consuetudini, sopra ricordata, non si oppone minimamente all’unità della Chiesa, anzi ne accresce il decoro e contribuisce non poco al compimento della sua missione, il sacro Concilio, onde togliere ogni dubbio, dichiara che le Chiese d’Oriente, memori della necessaria unità di tutta la Chiesa, hanno potestà di regolarsi secondo le proprie discipline, come più consone all’indole dei loro fedeli e più adatte a provvedere al bene delle anime" (Unitatis Redintegratio", 16).

    Dal decreto risulta chiaramente la caratteristica autonomia disciplinare, di cui godono le Chiese orientali: essa non è conseguenza di privilegi concessi dalla Chiesa di Roma, ma della legge stessa che tali Chiese possiedono sin dai tempi apostolici.

    11. Nell’ora del dialogo, che si sta sviluppando ed è in costante progresso, fra le Chiese e le comunità ecclesiali di fronte al solenne Millennio del Battesimo della Rus’ - un fatto che ci rimanda con tanta nostalgia alla Chiesa indivisa, comprendente tutte le Chiese particolari sia dell’Oriente che dell’Occidente, ed alla fervida preghiera di Cristo nel cenacolo per l’unità di tutti i credenti (cf. Gv 17,20) -, dobbiamo ricordare che la piena comunione è un dono e non sarà soltanto frutto degli sforzi e desideri puramente umani, benché questi siano indispensabili e condizionino tante cose.

    Il peccato è entrato nel mondo a causa dell’uomo, ma "la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza in tutti gli uomini" (cf. Rm 5,12.15). L’assiduità "nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera" (At 2,42), è un dono di Dio, perché è un nuovo modo di esistere dell’uomo. È un pieno "essere insieme" nella Santissima Trinità. La prima sorgente di tale comunione è la grazia del Battesimo: mediante il Battesimo noi entriamo nell’unità della Chiesa disseminata in tutto il mondo, nell’unità voluta e fondata da Cristo, la quale, malgrado le differenze e le difficoltà, è rimasta sostanzialmente in vigore nell’arco dei primi dieci secoli; entriamo in quell’unità, di cui ci parla oggi il Battesimo della Rus’. Che tutti i cristiani ritornino ad essa e diventino una comunità di uomini i quali, rimanendo in piena comunione con Cristo, offrono questa loro ricchezza a tutti i membri dell’intera umanità. Questo chiediamo allo Spirito Santo, datore dei doni innumerevoli, grazie ai quali le singole persone e le comunità umane entrano in comunione con Cristo. In lui, nello Spirito Santo, la vita della Chiesa raggiunge profondità e dimensioni inaspettate. Il sentire e vivere la presenza del Paraclito e dei suoi doni è peculiare caratteristica della tradizione orientale, la cui profonda dottrina pneumatologica costituisce una ricchezza preziosa per tutta la Chiesa.

    È in questa luce che vediamo svilupparsi i multiformi, diversificati e fruttuosi contatti nei quali ha trovato espressione, in questo periodo post-conciliare, il nostro comune impegno di attiva obbedienza alla volontà di Dio percepita nel suo Spirito.

    La ricca esperienza della piena comunione, vissuta nel primo millennio, ma dimenticata durante tanti secoli da ambedue le parti, sia per noi e per i nostri sforzi ecumenici una luce, un incoraggiamento e un costante punto di riferimento.



    V. L’unità della Chiesa e l’unità del continente europeo

    12. Percorrendo la via dell’ecumenismo, la Chiesa cattolica fissa lo sguardo sulla missione dei santi fratelli di Tessalonica, come ho detto nella epistola enciclica "Slavorum Apostoli".

    Significativo nella loro missione è un particolare "profetismo ecumenico", benché tutti e due abbiano operato nel periodo in cui la cristianità era indivisa. La loro missione ebbe inizio in Oriente, ma i suoi sviluppi permisero di mettere in rilievo il legame e l’unità con Roma, con la Sede di Pietro. La loro intuizione apostolica della "koinonia", nella Chiesa è oggi intesa sempre più profondamente, in questa epoca di crescente nostalgia per l’unità di tutti i cristiani e per il dialogo ecumenico. Essi hanno presentito che le nuove Chiese dovevano - dinanzi alle differenze e alle discussioni sempre più accentuate - salvare e rafforzare la piena e visibile comunione dell’unica Chiesa di Cristo. Infatti queste nascevano sul terreno dell’originalità propria dei vari popoli e delle rispettive aree culturali, ma dovevano nello stesso tempo conservare fra loro l’unità essenziale, in conformità con la volontà del divino fondatore. Per questo la Chiesa, nata dalla missione dei santi Cirillo e Metodio, avrebbe portato come iscritto in se stessa uno speciale sigillo di quella vocazione ecumenica, che i due santi fratelli avevano così intensamente vissuto. Nello stesso spirito nasceva anche - come ho già detto - la Chiesa di Kiev.

    Quasi all’inizio del mio pontificato, nell’anno 1980, ebbi la gioia di proclamare i santi Cirillo e Metodio patroni d’Europa, accanto a san Benedetto.

    L’Europa è cristiana nelle sue stesse radici. Le due forme della grande tradizione della Chiesa, l’occidentale e l’orientale, le due forme di cultura si integrano reciprocamente come i due "polmoni" di un solo organismo (cf. "Redemptoris Mater", 24). Tale è l’eloquenza del passato; tale è l’eredità dei popoli che vivono nel nostro continente. Si potrebbe dire che le due correnti, l’orientale e l’occidentale, sono diventate simultaneamente le prime grandi forme dell’inculturazione della fede, nell’ambito delle quali l’unica e indivisa pienezza, affidata da Cristo alla Chiesa, ha trovato la sua espressione storica. Nelle diverse culture delle nazioni europee, sia in Oriente sia in Occidente, nella musica, nella letteratura, nelle arti figurative e nell’architettura, come anche nei modi di pensare, scorre una comune linfa attinta ad un’unica fonte.

    13. Al tempo stesso tale eredità diventa, in questo scorcio del XX secolo, una sfida particolarmente pressante all’unità dei cristiani. Una sincera aspirazione all’unità è presente oggi negli animi, quale presupposto di quella convivenza pacifica tra i popoli, in cui sta il bene di tutti. È un’aspirazione che muove la coscienza dei cittadini, compenetra la politica e l’economia. I cristiani devono essere consapevoli delle sorgenti religiose e morali di tale sfida: Cristo "è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia" (Ef 2,14). Dio "ci ha riconciliati con sé mediante Cristo ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione" (2Cor 5,18). Questa realtà, quest’opera di Cristo ha oggi un suo particolare riflesso nella viva nostalgia dell’umanità per l’unità e la fraternità universale. Il desiderio dell’unità e della pace, del superamento delle diverse barriere e della composizione dei contrasti - così come il richiamo stesso del passato dell’Europa - diventa un segno stimolante dei nostri tempi.

    Non esiste vera pace, se non sulla base di un processo di unificazione nel quale ogni popolo possa scegliere, nella libertà e nella verità, le vie del proprio sviluppo. D’altra parte, un tale processo è impossibile, se manca un accordo circa l’unità originaria e fondamentale, che si manifesta in diverse forme non antagoniste ma complementari, le quali hanno bisogno l’una dell’altra e si cercano reciprocamente. Perciò, siamo profondamente convinti che la via verso la vera pace può essere raddrizzata in modo incomparabile nelle menti, nei cuori e nelle coscienze umane, mediante la presenza e il servizio di quel segno di pace che è - per sua natura - la Chiesa obbediente a Cristo e fedele alla sua vocazione.

    Esprimiamo piena fiducia in tutti gli sforzi umani, che mirano a togliere di mezzo le occasioni di tensioni e di conflitti mediante la via pacifica del dialogo paziente, degli accordi, della comprensione e del rispetto reciproci.

    È vocazione dell’Europa, nata su fondamenti cristiani, una particolare sollecitudine per la pace nel mondo intero. In molte zone del mondo la pace manca, oppure è gravemente minacciata. È necessaria, perciò, una costante e concorde cooperazione del continente europeo con tutte le nazioni in favore della pace e del bene, al quale ogni uomo e ogni comunità umana hanno un sacrosanto diritto.



    VI. Uniti nella gioia del millenio con Maria Madre di Gesù

    14. I misteri e gli avvenimenti brevemente ricordati nella presente lettera, visti e meditati alla luce delle indicazioni del Concilio Vaticano II e nella prospettiva storica del Millennio, diventano per noi una sorgente di gioia e di consolazione nello Spirito Santo.

    Tenendo conto dell’importanza del Battesimo della Rus’ di Kiev nella storia dell’evangelizzazione e della cultura umana, ben si comprende come io abbia desiderato richiamare su di esso l’attenzione dell’intera Chiesa cattolica, invitando tutti i fedeli a comune preghiera. La Chiesa di Roma, costruita sul fondamento della fede apostolica di Pietro e di Paolo, si rallegra di questo Millennio e di tutti i frutti maturati nel corso delle generazioni: i frutti della fede e della vita, dell’unione e della testimonianza fino alla persecuzione e al martirio in conformità con l’annuncio di Cristo stesso. La nostra partecipazione spirituale alle solennità del Millennio si riferisce all’intero Popolo di Dio: fedeli e pastori, che vivono ed operano in quelle terre santificate mille anni or sono dal lavacro battesimale. Nella gioia di questa festa ci uniamo a tutti coloro che nel Battesimo, ricevuto dai loro antenati, riconoscono la sorgente della propria identità religiosa, culturale e nazionale; ci uniamo a tutti gli eredi di questo Battesimo, a prescindere dalla confessione religiosa, dalla nazionalità e dal luogo di abitazione; a tutti i fratelli e le sorelle ortodossi e cattolici. In particolare, ci uniamo a tutti i diletti figli e figlie delle nazioni russa, ucraina, bielorussa: a quelli che vivono nella loro patria, come anche a quelli che risiedono in America, in Europa occidentale e in altre parti del mondo.

    15. In maniera speciale questa è certo la festa della Chiesa ortodossa russa, avente il suo centro a Mosca e che noi chiamiamo con gioia "Chiesa sorella". Proprio essa ha assunto in gran parte l’eredità dell’antica Rus’ cristiana, legandosi e rimanendo fedele alla Chiesa di Costantinopoli. Questa Chiesa, così come le altre Chiese ortodosse, ha veri sacramenti, segnatamente - in virtù della successione apostolica - l’Eucarestia e il Sacerdozio, grazie ai quali rimane unita alla Chiesa cattolica con legami strettissimi (cf. "Unitatis Redintegratio", 15). E insieme con le Chiese menzionate essa intraprende intensi sforzi per "conservare, nella comunione della fede e della carità, quelle fraterne relazioni, che, come tra sorelle, ci devono essere tra le Chiese locali" ("Unitatis Redintegratio", 14).

    In questo solenne momento storico la comunità cattolica partecipa alla preghiera e alla meditazione sulle "grandi opere di Dio" (cf. At 2,11) ed invia alla millenaria Chiesa sorella, mediante il Vescovo di Roma, il bacio di pace, come manifestazione dell’ardente desiderio di quella perfetta comunione che è voluta da Cristo ed è iscritta nella natura della Chiesa.

    Le celebrazioni millenarie di tutti gli eredi del Battesimo di Vladimiro e la nostra partecipazione, che nasce da un bisogno del cuore, alla loro gioia e al loro ringraziamento, porteranno a tutti - è nostra profonda convinzione - una luce nuova, capace di penetrare le tenebre del difficile, secolare passato: la luce stessa, che sempre di nuovo nasce e giunge a noi dal mistero pasquale, dal mattino della Pasqua e della Pentecoste.

    16. Una speciale espressione della nostra unione e partecipazione al Millennio del Battesimo della Rus’, come anche dell’ardente desiderio di arrivare alla piena e perfetta comunione con le Chiese sorelle orientali, è costituita dalla proclamazione stessa dell’anno mariano, come è esplicitamente detto nell’enciclica "Redemptoris Mater": "Anche se ancora sperimentiamo i dolorosi effetti della separazione, avvenuta più tardi..., possiamo dire che davanti alla Madre di Cristo ci sentiamo veri fratelli e sorelle nell’ambito di quel popolo messianico, chiamato ad essere un’unica famiglia di Dio sulla terra" ("Redemptoris Mater", 50).

    Il Verbo incarnato, da lei dato alla luce, rimane per sempre nel suo cuore, come ben manifesta la famosa icona "Znamenie", la quale presenta la Vergine orante col Verbo di Dio inciso sul cuore. La preghiera di Maria attinge in modo singolare alla potenza stessa di Dio: essa è un aiuto e una forza di ordine superiore per la salvezza dei cristiani. "Perché, dunque, non guardare a lei tutti insieme come alla nostra Madre comune, che prega per l’unità della famiglia di Dio e che tutti "precede" alla testa del lungo corteo dei testimoni della fede nell’unico Signore, il Figlio di Dio, concepito nel suo seno verginale per opera dello Spirito Santo?" ("Redemptoris Mater", 30).

    Ai nostri fratelli e sorelle nella fede auguriamo che il patrimonio del Vangelo della croce, della Risurrezione e della Pentecoste non cessi di essere "via, verità e vita" (cf. Gv 14,6) per tutte le generazioni future.

    Eleviamo per questo con tutto il cuore la nostra preghiera alla Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.

    Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 gennaio - nella festa della conversione di san Paolo - dell’anno 1988, decimo di pontificato.

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    Giovanni Paolo II

    Lettera apostolica per il quarto centenario dell'unione di Brest

    Carissimi Fratelli e Sorelle!

    1. Si fa vicino il giorno nel quale la Chiesa greco-cattolica di Ucraina celebrerà il quarto centenario dell’unione tra i Vescovi della Metropolia della Rus’ di Kiev e la Sede Apostolica. L’unione fu attuata nell’incontro dei rappresentanti della Metropolia di Kiev con il Papa, che ebbe luogo il 23 dicembre 1595 e venne solennemente proclamata a Brest-Litovsk sul fiume Bug il 16 ottobre 1596. Papa Clemente VIII, con la Costituzione apostolica Magnus Dominus et laudabilis nimis , ne diede l’annuncio alla Chiesa intera e con la Lettera apostolica Benedictus sit Pastor si rivolse ai Vescovi della Metropolia, comunicando loro l’avvenuta unione.

    I Papi seguirono con sollecitudine ed affetto il cammino, spesso drammatico e doloroso, di questa Chiesa. Vorrei qui ricordare, in modo particolare, la Lettera enciclica Orientales omnes di Papa Pio XII, il quale, nel dicembre 1945, scrisse parole indimenticabili, per ricordare il 350 anniversario del ristabilimento della piena comunione con la Sede di Roma .

    L’Unione di Brest aprì una nuova pagina della storia di quella Chiesa . Oggi essa vuole cantare con gioia l’inno di ringraziamento e di lode a Colui che, ancora una volta, l’ha riportata dalla morte alla vita e rimettersi in cammino con slancio rinnovato sulla strada segnata dal Concilio Vaticano II. Ai fedeli della Chiesa greco-cattolica ucraina si uniscono, nell’azione di grazie e nella supplica, le Chiese greco-cattoliche dell’emigrazione che si richiamano all’Unione di Brest, insieme con le altre Chiese orientali cattoliche e con tutta la Chiesa. Ai cattolici di tradizione bizantina di quelle terre voglio unirmi anch’io, Vescovo di Roma, che per tanti anni, al tempo del mio ministero pastorale in Polonia, ho sentito la vicinanza fisica, oltre che spirituale, con quella Chiesa allora così duramente provata e che, dopo la mia elezione alla Sede di Pietro, ho avvertito pressante il dovere, in continuità con i miei Predecessori, di levare la voce per difendere il suo diritto all’esistenza ed alla libera professione della fede, quando entrambe le erano negate. Ora ho il privilegio di celebrare assieme ad essa con commozione i giorni della riacquistata libertà.

    Alla ricerca dell’unità

    2. Le celebrazioni dell’Unione di Brest vanno collocate nel contesto del Millennio del Battesimo della Rus’. Sette anni fa, nel 1988, quell’evento fu celebrato con grande solennità. Per l’occasione pubblicai due documenti: la Lettera apostolica Euntes in mundum, del 25 gennaio 1988 , per l’intera Chiesa, e il Messaggio Magnum Baptismi donum, del 14 febbraio dello stesso anno , indirizzato ai cattolici ucraini. Si trattava infatti di celebrare un momento fondamentale per l’identità cristiana e culturale di quei popoli, con un valore del tutto particolare derivante dal fatto che le Chiese di tradizione bizantina e la Chiesa di Roma vivevano ancora in piena comunione.

    Dal tempo della divisione che ferì l’unità fra Occidente ed Oriente bizantino, furono frequenti ed intensi gli sforzi per ricostituire la comunione piena. Voglio ricordare due avvenimenti particolarmente significativi: il Concilio di Lione nel 1274 e soprattutto il Concilio di Firenze nel 1439, quando furono sottoscritti protocolli d’unione con le Chiese Orientali. Purtroppo, varie cause impedirono che le potenzialità contenute in tali accordi portassero il frutto sperato.

    I Vescovi della Metropolia di Kiev, nel ristabilire la comunione con Roma, si riferirono esplicitamente alle decisioni del Concilio di Firenze, dunque ad un Concilio che aveva la partecipazione diretta, fra gli altri, dei rappresentanti del Patriarcato di Costantinopoli.

    In questo contesto, risplende la figura del metropolita Isidoro di Kiev che, fedele interprete ed assertore delle decisioni di quel Concilio, ebbe a sopportare l’esilio per le sue convinzioni.

    Nei Vescovi che promossero l’unione e nella loro Chiesa rimaneva molto viva la coscienza dello stretto legame originario con i loro fratelli ortodossi, oltreché la consapevolezza piena dell’identità orientale della loro Metropolia, da salvaguardare anche dopo l’unione. Nella storia della Chiesa cattolica è di grande valore il fatto che tale giusto desiderio sia stato rispettato e che l’atto di unione non abbia significato il passaggio alla tradizione latina, come pure alcuni pensavano dovesse avvenire: la loro Chiesa vide riconosciuto il diritto di essere governata da una propria gerarchia con una specifica disciplina e di mantenere il patrimonio liturgico e spirituale orientali.

    Tra persecuzione e fioritura

    3. Dopo l’unione, la Chiesa greco-cattolica ucraina visse un periodo di fioritura delle strutture ecclesiastiche, con riflessi benefici sulla vita religiosa, sulla formazione del clero, sull’impegno spirituale dei fedeli. Grande importanza fu attribuita, con notevole lungimiranza, all’educazione. Con il prezioso contributo dell’Ordine basiliano e di altre Congregazioni religiose, mirabile incremento fu dato allo studio delle discipline sacre e della cultura patria. Nel secolo attuale, una figura di straordinario prestigio fu, in questo senso oltre che nella testimonianza della sofferenza patita per Cristo, il metropolita Andrea Szeptyckyj, che alla preparazione ed alla finezza spirituale della persona, seppe unire eccellenti doti di organizzatore, fondando scuole e accademie, sostenendo gli studi teologici e le scienze umane, la stampa, l’arte sacra, la custodia delle memorie.

    Eppure, tanta vitalità ecclesiale fu sempre percorsa dal dramma dell’incomprensione e dell’opposizione. Ne fu vittima illustre l’arcivescovo di Polock e Vitebsk, Giosafat Kuncevyc, il cui martirio fu coronato con l’immarcescibile corona della gloria eterna. Ora il suo corpo riposa nella Basilica vaticana, ove di continuo riceve l’omaggio commosso e grato di tutta la cattolicità.

    Le difficoltà e i travagli si ripeterono senza sosta. Pio XII li ha ricordati nella Lettera enciclica Orientales omnes, nella quale, dopo essersi soffermato sulle persecuzioni precedenti, già presagisce quella drammatica del regime ateistico .

    Tra gli eroici testimoni non solo dei diritti della fede, ma anche della coscienza umana, che si distinsero in quegli anni difficili, spicca la figura dell’allora metropolita Josyf Slipyj: il suo coraggio nel sopportare l’esilio e la prigionia per diciotto anni e l’indomita fiducia nella risurrezione della sua Chiesa ne fanno una delle figure più possenti di confessori della fede del nostro tempo. Né vanno dimenticati i suoi numerosi compagni di pena, in particolare i vescovi Gregorio Chomyszyn e Giosafat Kocylowskyj.

    Questi tempestosi eventi travolsero la Chiesa nella Madrepatria. Ma già da tempo la Provvidenza divina aveva predisposto che numerosi figli di quella Chiesa potessero trovare una via d’uscita per sé e per il loro popolo: essi, a partire dal secolo XIX, cominciarono infatti a diffondersi numerosi oltre oceano, in flussi migratori che li portarono soprattutto in Canada, negli Stati Uniti d’America, in Brasile, in Argentina e in Australia. La Santa Sede volle essere loro vicina, assistendoli e istituendo per loro strutture pastorali nelle nuove dimore, fino a costituire vere e proprie Eparchie. Nel momento della prova, durante la persecuzione atea nella terra d’origine, la voce di questi credenti poté così levarsi, in piena libertà, con forza e coraggio. Il loro grido rivendicò nel forum internazionale il diritto alla libertà religiosa per i fratelli perseguitati, rafforzando in tal modo l’appello che si è levato dal Concilio Vaticano II a favore della libertà religiosa e l’azione svolta in questo senso dalla Santa Sede.

    4. Alle vittime di tante sofferenze va il ricordo commosso dell’intera Comunità cattolica: i martiri e i confessori della fede della Chiesa in Ucraina ci offrono una stupenda lezione di fedeltà a prezzo della vita. E noi, testimoni privilegiati del loro sacrificio, siamo coscienti che essi hanno contribuito a mantenere nella dignità un mondo che sembrava travolto dalla barbarie. Essi hanno conosciuto la verità, e la verità li ha resi liberi. I cristiani d’Europa e del mondo, chini in preghiera sul limitare dei campi di concentramento e delle prigioni, devono essere riconoscenti per quella loro luce: era la luce di Cristo, che essi hanno fatto risplendere nelle tenebre. Queste, agli occhi del mondo, sono apparse per lunghi anni vincenti, ma non hanno potuto spegnere quella luce, che era luce di Dio e luce dell’uomo offeso ma non piegato.

    Tale eredità di sofferenza e di gloria si trova oggi ad una svolta storica: cadute le catene della prigionia, la Chiesa greco-cattolica in Ucraina è tornata a respirare l’aria della libertà ed a riacquistare in pieno il proprio ruolo attivo nella Chiesa e nella storia. Questo compito, delicato e provvidenziale, richiede oggi una riflessione particolare, perché sia svolto con sapienza e lungimiranza.

    Sulla scia del Concilio Vaticano II

    5. La celebrazione dell’Unione di Brest va vissuta e interpretata alla luce degli insegnamenti del Concilio Vaticano II. È questo forse l’aspetto più importante per la comprensione della portata di tale ricorrenza.

    È noto che il Concilio Vaticano II si è soffermato a riflettere soprattutto sul mistero della Chiesa, sì che uno dei documenti più importanti da esso elaborati è stata la Costituzione Lumen gentium. Proprio in ragione di questo approfondimento, il Concilio riveste una particolare rilevanza ecumenica. Ne è conferma il Decreto Unitatis redintegratio, che elabora un programma molto illuminato circa l’azione da svolgere in vista dell’unità dei cristiani. Su tale programma mi è parso opportuno ritornare, a trent’anni dalla conclusione del Concilio, con la Lettera enciclica Ut unum sint, pubblicata il 25 maggio dell’anno corrente . Essa delinea i passi ecumenici che hanno avuto luogo dopo il Concilio Vaticano II e, allo stesso tempo, nella prospettiva del Terzo Millennio dell’era cristiana, cerca di aprire nuove possibilità per il futuro.

    Collocando le celebrazioni del prossimo anno nel contesto della riflessione sulla Chiesa, promossa dal Concilio, mi preme soprattutto di invitare ad approfondire la funzione propria che la Chiesa greco-cattolica ucraina è chiamata a svolgere oggi nel movimento ecumenico.

    6. Vi è chi vede nell’esistenza delle Chiese orientali cattoliche una difficoltà per il cammino dell’ecumenismo. Il Concilio Vaticano II non ha omesso di affrontare tale problema, indicandone le prospettive di soluzione sia nel Decreto Unitatis redintegratio sull’ecumenismo, che nel Decreto Orientalium ecclesiarum, ad esse specificamente dedicato. Entrambi i documenti si pongono nella prospettiva del dialogo ecumenico con le Chiese orientali non in piena comunione con la Sede di Roma, in modo che sia valorizzata la ricchezza che le altre Chiese hanno in comune con la Chiesa cattolica e sia fondata su tale ricchezza condivisa la ricerca di una comunione sempre più piena e profonda. Infatti "l’ecumenismo intende precisamente far crescere la comunione parziale esistente tra i cristiani verso la piena comunione nella verità e nella carità" .

    Per promuovere il dialogo con l’Ortodossia bizantina, si è costituita, dopo il Concilio Vaticano II, un’apposita commissione mista, che ha annoverato tra i suoi membri anche rappresentanti delle Chiese orientali cattoliche.

    In vari documenti si è cercato di approfondire lo sforzo per una maggior comprensione fra Chiese ortodosse e Chiese orientali cattoliche, non senza risultati positivi. Nella Lettera apostolica Orientale lumen e nella Lettera enciclica Ut unum sint ho già trattato degli elementi di santificazione e di verità , comuni all’Oriente e all’Occidente cristiano, e del metodo che è desiderabile seguire nella ricerca della piena comunione tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse, alla luce dell’approfondimento ecclesiologico compiuto dal Concilio Vaticano II: "Oggi sappiamo che l’unità può essere realizzata dall’amore di Dio solo se le Chiese lo vorranno insieme, nel pieno rispetto delle singole tradizioni e della necessaria autonomia. Sappiamo che questo può compiersi solo a partire dall’amore di Chiese che si sentono chiamate a manifestare sempre maggiormente l’unica Chiesa di Cristo, nata da un solo battesimo e da una sola Eucaristia, e che vogliono essere sorelle" . L’approfondimento nella conoscenza della dottrina sulla Chiesa, operato dal Concilio e dal dopo Concilio, ha tracciato una via che si può definire nuova per il cammino dell’unità: la via del dialogo della verità nutrito e sostenuto dal dialogo della carità (cf. Ef 4,15).

    7. L’uscita dalla clandestinità ha significato un cambiamento radicale nella situazione della Chiesa greco-cattolica ucraina: essa si è trovata di fronte ai gravi problemi della ricostruzione delle strutture delle quali era stata completamente privata e, più in generale, ha dovuto impegnarsi a riscoprire pienamente se stessa, non soltanto al proprio interno, ma anche in rapporto con le altre Chiese.

    Siano rese grazie al Signore per averle concesso di celebrare questo giubileo in condizione di riacquistata libertà religiosa. Gli siano rese altresì grazie per la crescita del dialogo della carità, in virtù del quale si sono compiuti passi significativi nel cammino verso l’auspicata riconciliazione con le Chiese ortodosse.

    Migrazioni e deportazioni molteplici hanno ridisegnato la geografia religiosa di quelle terre; tanti anni di ateismo di Stato hanno segnato profondamente le coscienze; il clero non basta ancora a rispondere agli immensi bisogni della ricostruzione religiosa e morale: sono queste alcune delle sfide più drammatiche con le quali tutte le Chiese si trovano a confrontarsi.

    Dinanzi a queste difficoltà si richiede una comune testimonianza della carità, perché la predicazione del Vangelo non sia ostacolata. Come ho detto nella Lettera apostolica Orientale lumen, "oggi possiamo cooperare per l’annuncio del Regno o divenire fautori di nuove divisioni" . Voglia il Signore guidare i nostri passi sulla via della pace.

    Il sangue dei martiri

    8. Nella libertà ritrovata non possiamo dimenticare la persecuzione ed il martirio che le Chiese di quella regione, cattoliche e ortodosse, subirono nella loro carne. Si tratta di una dimensione importante per la Chiesa di tutti i tempi, come ho ricordato nella Lettera apostolica Tertio millennio adveniente . Si tratta di un’eredità particolarmente significativa per le Chiese d’Europa, che ne restano profondamente segnate: su di essa si dovrà riflettere alla luce della Parola di Dio.

    Parte integrante di questa nostra memoria religiosa è dunque il dovere di richiamare alla mente il significato del martirio, per additare alla venerazione di tutti le figure concrete di quei testimoni della fede, nella consapevolezza che anche oggi conserva piena validità il detto di Tertulliano: "Sanguis martyrum, semen christianorum" . Noi cristiani abbiamo già un martirologio comune nel quale Dio mantiene e realizza fra i battezzati la comunione nell’esigenza suprema della fede, manifestata con il sacrificio della vita. La comunione reale, sebbene imperfetta, già esistente tra cattolici ed ortodossi nella loro vita ecclesiale, giunge alla sua perfezione in tutto ciò che "noi consideriamo l’apice della vita di grazia, la martyria fino alla morte, la comunione più vera che ci sia con Cristo che effonde il suo sangue e, in questo sacrificio, fa diventare vicini coloro che un tempo erano lontani (cf. Ef 2,13)" .

    Il ricordo dei martiri non può essere cancellato dalla memoria della Chiesa e dell’umanità: siano essi vittime di ideologie d’Oriente o d’Occidente, tutti sono accomunati dalla violenza che, per odio alla fede, è stata apportata alla dignità della persona umana, creata da Dio "a sua immagine e somiglianza".

    La Chiesa di Cristo è una

    9. "Credo unam, sanctam, catholicam et apostolicam Ecclesiam". Questa professione di fede contenuta nel Simbolo niceno-costantinopolitano è comune ai cristiani sia cattolici che ortodossi: ciò mette in evidenza che essi non soltanto credono nell’unità della Chiesa, ma che vivono e vogliono vivere nella Chiesa una ed indivisibile, quale è stata fondata da Gesù Cristo. Le differenze che nacquero e si svilupparono fra cristianesimo d’Oriente e d’Occidente nel corso della storia sono in gran parte diversità di origine culturale e di tradizioni. In questo senso, "la legittima diversità non si oppone affatto all’unità della Chiesa, anzi ne accresce il decoro e contribuisce non poco al compimento della sua missione" .

    Papa Giovanni XXIII amava ripetere: "È molto più forte ciò che ci unisce di ciò che ci divide". Sono certo che questo spirito può essere di grande giovamento per tutte le Chiese. Più di trent’anni sono passati da quando il Papa pronunciò queste parole. Molti indizi ci spingono a pensare che in tale periodo i cristiani abbiano progredito su questa strada. Ne sono segni eloquenti gli incontri fraterni fra il Papa Paolo VI ed il Patriarca ecumenico Atenagora I e quelli che io stesso ho avuto con i Patriarchi ecumenici Dimitrios e, recentemente, Bartolomeo e con altri venerati Patriarchi delle Chiese d’Oriente. Tutto questo, insieme alle numerose iniziative di incontro e di dialogo che sono favorite ovunque nella Chiesa, ci incoraggia alla speranza: lo Spirito Santo, lo Spirito di unità, non cessa di operare fra i cristiani ancora separati tra loro.

    Eppure la debolezza umana e il peccato continuano a opporre resistenza allo Spirito di unità. Talora si ha persino l’impressione che vi siano forze pronte a tutto pur di frenare, e persino annientare, il processo di unione fra i cristiani. Ma non possiamo desistere: dobbiamo trovare ogni giorno il coraggio e la fortezza, ad un tempo dono dello Spirito e frutto dello sforzo umano, per continuare sulla strada intrapresa.

    10. Ripensando all’Unione di Brest ci chiediamo quale sia oggi il significato di questo evento. Si trattò di un’unione che riguardò soltanto una specifica area geografica, tuttavia l’importanza di essa è rilevante per l’intero quadro ecumenico. Le Chiese orientali cattoliche possono arrecare un contributo molto importante all’ecumenismo. Lo ricorda il Decreto conciliare Orientalium ecclesiarum: "Alle Chiese orientali che sono in comunione con la Sede Apostolica Romana, compete lo speciale compito di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo i principi del decreto sull’ecumenismo promulgato da questo Santo Concilio, in primo luogo con la preghiera, l’esempio della vita, la scrupolosa fedeltà alle antiche tradizioni orientali, la mutua e più profonda conoscenza, la collaborazione e la fraterna stima delle cose e degli animi" [N. 24]. Ne viene ad esse un impegno a vivere con intensità quanto è qui delineato. Da esse si richiede una confessione piena di umiltà e di gratitudine verso lo Spirito Santo, il quale guida la Chiesa verso il fine che le è stato assegnato dal Redentore del mondo.

    Tempo di preghiera

    11. L’elemento fondamentale che dovrà caratterizzare la celebrazione di questo giubileo sarà dunque la preghiera. Essa è anzitutto rendimento di grazie per quanto si è raggiunto, nel corso dei secoli, nell’impegno per l’unità della Chiesa e, in particolare, per l’impulso che a tale impegno è venuto dal Concilio Vaticano II.

    Essa è azione di grazie al Signore che guida il cammino della storia, per il clima di ritrovata libertà religiosa in cui si celebra questo giubileo. Essa è pure supplica allo Spirito Paraclito, perché faccia crescere tutto ciò che favorisce l’unità e dia coraggio e fortezza a quanti si impegnano, secondo gli orientamenti del Decreto conciliare Unitatis redintegratio, in quest’opera benedetta da Dio. È supplica per ottenere l’amore fraterno, il perdono delle offese e delle ingiustizie subite nella storia. È supplica perché la potenza del Dio vivente tragga il bene persino da quel male così crudele e multiforme causato dalla malizia degli uomini. La preghiera è anche speranza per il futuro del cammino ecumenico: la potenza di Dio è più grande di tutte le debolezze umane antiche e nuove. Se questo giubileo della Chiesa greco-cattolica ucraina, alle soglie del Terzo Millennio, segnerà qualche passo in avanti verso la piena unità dei cristiani, ciò sarà prima di tutto opera dello Spirito Santo.

    Tempo di riflessione

    12. Le celebrazioni giubilari, inoltre, saranno un momento di riflessione. La Chiesa greco-cattolica ucraina si interrogherà prima di tutto su ciò che ha significato per essa la piena comunione con la Sede Apostolica e su quanto dovrà significare in avvenire. Essa darà gloria a Dio, con atteggiamento di umile gratitudine, per la sua eroica fedeltà al Successore di Pietro e, sotto l’azione dello Spirito Santo, comprenderà che quella stessa fedeltà la pone oggi sul cammino dell’impegno per l’unità di tutte le Chiese. Tale fedeltà le è costata sofferenze e martirio nel passato: è questo un sacrificio offerto a Dio per implorare la desiderata unione.

    La fedeltà alle antiche tradizioni orientali è uno dei mezzi a disposizione delle Chiese orientali cattoliche per promuovere l’unità dei cristiani . Il Decreto conciliare Unitatis redintegratio è molto esplicito quando dichiara: "Tutti sappiamo che il conoscere, venerare, conservare e sostenere il ricchissimo patrimonio liturgico e spirituale degli orientali è di somma importanza per custodire fedelmente la pienezza della tradizione cristiana e per condurre a termine la riconciliazione dei cristiani d’Oriente e d’Occidente" [N. 15]

    Una memoria affidata a Maria

    13. Non cessiamo di affidare l’anelito verso la piena unità dei cristiani alla Madre di Cristo, sempre presente nell’opera del Signore e della sua Chiesa. Il capitolo VIII della Costituzione dogmatica Lumen gentium la indica come Colei che ci precede nel nostro cammino di fede sulla terra, teneramente presente alla Chiesa la quale, al termine del secondo millennio, si adopera a ristabilire tra tutti i credenti in Cristo quell’unità che il Signore vuole per loro. Ella è Madre dell’unità, perché Madre dell’unico Cristo. Se per opera dello Spirito Santo ha dato alla luce il Figlio di Dio, che da Lei ha ricevuto il corpo umano, Maria desidera ardentemente l’unità visibile anche di tutti i credenti che formano il Corpo mistico di Cristo. La venerazione a Maria, che unisce con tanta forza Oriente e Occidente, opererà, ne siamo certi, a favore dell’unità.

    La Vergine Santissima, già presente dovunque in mezzo a noi, in tanti edifici sacri come nella vita di fede di tante famiglie, parla incessantemente di unità, per la quale intercede senza sosta. Se oggi, nel commemorare l’Unione di Brest, ricordiamo quali meravigliosi tesori di venerazione abbia saputo riservare alla Madre di Dio il popolo cristiano dell’Ucraina, non possiamo non trarre da questa ammirazione per la storia, la spiritualità, la preghiera di quei popoli le conseguenze per l’unità che a tali tesori sono tanto strettamente connesse.

    Maria, che ha ispirato nella prova padri e madri, giovani, malati e anziani; Maria, colonna di fuoco capace di guidare tanti martiri della fede, è sicuramente all’opera per preparare la desiderata unione di tutti i cristiani: in vista di essa la Chiesa greco-cattolica in Ucraina ha certamente un suo ruolo da svolgere.

    A Maria la Chiesa dice il suo grazie e la prega di farci partecipi della sua sollecitudine per l’unità: abbandoniamoci a Lei con fiducia filiale, per ritrovarci con Lei dove Dio sarà tutto in tutti.

    A voi, Fratelli e Sorelle carissimi, la mia Benedizione Apostolica.

    Dal Vaticano, il 12 Novembre, memoria di San Giosafat dell’anno 1995, diciottesimo di Pontificato.

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    IL DIALOGO INTERRELIGIOSO ALLA LUCE DELL'ECONOMIA SALVIFICA

    1. Il dialogo interreligioso: una nuova attitudine della Chiesa.
    1.1. Un po’ di storia.
    Un momento intenso nella storia ecclesiale del dialogo, lo segnala Paolo VI con la presentazione, durante lo sviluppo del Concilio Vaticano II -il 6.8.1964-, della sua prima lettera enciclica Ecclesiam suam. Dopo essersi riferito all’approfondimento dell’autocoscienza della Chiesa e del suo rinnovamento, presenta il dialogo come "l’attitudine" propria della Chiesa nelle sue relazioni con il mondo nell’ora presente (3). Consiste in un dialogo di salvezza che ha la sua origine trascendente in Dio (4); e che la Chiesa deve portare avanti con tutti gli uomini, dentro e fuori del proprio ambito, e quindi anche con le diverse religioni (5).

    Il Concilio Vaticano II, dalla sua parte, si è orientato verso una valorizzazione positiva delle religioni –fondamento necessario per la pratica del dialogo interreligioso - ed ha esortato al dialogo e alla collaborazione (6), in un’attitudine di stima e di rispetto sincero per le tradizioni religiose (7).



    Giovanni Paolo II eredita coscientemente tutta la ricchezza del Concilio Vaticano II, che descrive come "un grande dono per la Chiesa" (8).

    Prese parte al Concilio dall’inizio alla fine; ed è da sottolineare che appartenne al gruppo che preparò il cosiddetto "Schema XIII" che si è poi trasformato nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes. Approfittando della sua esperienza conciliare scriverà più tardi Alle fonti del rinnovamento (9).

    Nel suo libro-intervista Varcare la soglia della speranza, il Papa esprime la necessità di applicare il Concilio:

    "...c’è sempre il bisogno di richiamarsi a esso, che è divenuto un compito e una sfida per la Chiesa e per il mondo. Si avverte l’esigenza di parlare del Concilio, per interpretarlo in modo adeguato e difenderlo dalle interpretazioni tendenziose" (10).

    Secondo il parere del Papa questo Concilio continuerà ad essere per molto tempo una sfida ed un dovere, appunto per il suo "stile" proprio e particolare che lo distingue dagli altri concili. Questo consiste in "uno stile ecumenico, caratterizzato da una grande apertura al dialogo, che il papa Paolo VI qualificava come il ‘dialogo della salvezza’"; che non si limita al mondo cristiano ma si lancia in un’apertura universale per "aprirsi anche alle religioni non cristiane, e raggiungere l’intero mondo della cultura e della civiltà, compreso quello di coloro che non credono" (11).

    1.2. Alcuni motivi.
    Questa nuova attitudine e impulso al dialogo con le religioni da parte della Chiesa è stata favorita dalla cosiddetta globalizzazione, con la conseguente interrelazione di popoli e culture. In detto contesto è più facile prendere coscienza della realtà del pluralismo religioso, che non è passato inosservato ai padri conciliari.

    Nel nostro tempo, in cui il genere umano si riunisce di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina più attentamente quale sia la sua relazione con le religioni non cristiane (12).

    Con il passare degli anni si sono intensificati tali vincoli e l’interdipendenza dei popoli. Alcuni fattori che hanno influito in questo processo sono: la rapidità delle comunicazioni e un accesso maggiore all’informazione; la mobilità e le migrazioni di grandi masse di persone; gli interscambi fra le nazioni dovuti alla tecnologia e all’industria; una politica che pretende di essere sempre più internazionale.

    Per quanto riguarda il nostro tema, il nuovo contesto interreligioso pluralista spinge la Chiesa ad una più prudente, chiara e profonda presa di coscienza della sua missione evangelizzatrice in rapporto a questo grande mondo delle religioni.

    Presa di coscienza che appare tanto più urgente a seconda di quanto si tenga in considerazione l’importanza delle religioni, nelle quali gli uomini e le donne cercano la risposta alle domande essenziali della loro esistenza umana, particolarmente in ciò che si riferisce alla relazione con l’Assoluto: "Quell'ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde traiamo la nostra origine e dove tendiamo" (13). In questo senso le religioni costituiscono quasi "l’anima" più profonda della concezione e del modo di vivere, e quindi della cultura dei popoli. Sono esse delle fonti ispiratrici che influiscono profondamente nella coscienza e nell’agire umano.

    All’importanza fondamentale delle religioni, si somma il fatto che sono milioni gli uomini, diremmo la maggioranza, che professano un credo distinto da quello cristiano; inoltre per molti di essi, al dire del Papa, "è concretamente impossibile ... accedere al messaggio cristiano". Situazione che, per quanto si possa prevedere, difficilmente prenderà un’altra svolta in futuro, incluso in quello lontano: "...questa impossibilità pratica sembrerebbe destinata a durare ancora a lungo, forse anche fino al compimento finale dell’opera di evangelizzazione" (14).

    Perciò l’urgenza, in seguito a quanto ha iniziato il Vaticano II, di continuare ad approfondire le relazioni della fede cristiana e della Chiesa con le diverse religioni del mondo. Questa è una volontà chiara della Chiesa:

    ...questa fede però non sfugge, specialmente nel mondo contemporaneo, a un rapporto consapevole con le religioni non cristiane, in quanto in ognuna di esse se esprime in qualche modo "ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino"(NA 1). La Chiesa non sfugge a tale rapporto, anzi, lo desidera e lo cerca (15).

    Si tratta di un cammino già iniziato ma di cui resta ancora molto da percorrere. Giovanni Paolo II, riferendosi al "mistero dell’unità", menziona il decreto Unitatis Redintegratio e la dichiarazione Nostra Aetate e, considerando le due dimensioni rispettive dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso, afferma che questa seconda dimensione è "ancora assai nuova" rispetto alla prima (16). In quanto tale contiene degli aspetti che ancora devono essere messi in evidenza, chiariti e valorizzati. D’altra parte, in concreto, non è esenta da problemi che devono essere risolti.

    Il documento Dialogo e Annuncio afferma:

    Solo gradualmente s'inizia a capire in che cosa consista il dialogo interreligioso tra cristiani e seguaci di altre tradizioni religiose, così come è stato delineato dal concilio Vaticano II. In alcuni luoghi la pratica ne è tuttora incerta (...). Un esame più approfondito della questione potrebbe aiutare a incentivare un dialogo (17).



    2. Il dialogo si "fonda" sull’Economia salvifica Trinitaria.
    2.1. Il dialogo interreligioso e la storia della salvezza.
    Il dialogo interreligioso è parte del dialogo di salvezza inaugurato, offerto e stabilito con l’umanità a partire, come fonte prima, da Dio Padre, mediante Gesù Cristo, nello Spirito Santo (18). Si fonda e si fa possibile in una visione ampia dell’opera salvifica della Trinità, che trapassa i confini visibili della Chiesa e che raggiunge i membri e perfino le tradizioni religiose a cui appartengono.

    I Padri dei primi secoli, come Giustino, Ireneo, Clemente, "parlano in modo esplicito o in maniera equivalente dei ‘germi’ sparsi dalla parola di Dio tra le nazioni" (19). Questi Padri presentarono una teologia della storia. Una storia che si converte in storia della salvezza nella misura in cui ospita la manifestazione e la comunicazione di Dio agli uomini, il cui vertice si raggiunge con l’incarnazione del Figlio di Dio. Il concilio Vaticano II s'intreccia in questa visione - utilizzando incluso la stessa terminologia - e Giovanni Paolo II continua in questa direzione (20).

    Il concilio Vaticano II afferma in concreto la presenza del "bene" seminato non solo nel cuore degli uomini ma anche "nei riti e nelle culture proprie dei popoli" (LG 17) (21); del "vero e santo" nelle religioni, che riflettono "un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini" (NA 2). Il decreto Ad Gentes utilizza il termine impegnativo di "grazia": "Ogni elemento di verità e di grazia che già si trovava presso i popoli, quasi come una presenza nascosta di Dio" (AG 9); questo stesso decreto menziona i "germi del Verbo" e indica "quali ricchezze il Dio generoso ha dispensato ai popoli" (AG 11). La realtà di tutti questi valori positivi si deve all’azione e presenza di Dio per mezzo del suo Verbo, sono i suoi germi e il suo riflesso, e dello Spirito Santo che "senza dubbio ... operava nel mondo già prima che Cristo fosse glorificato" (AG 4). Il riconoscimento da parte della Chiesa di tutto ciò che di buono ha operato Dio nei popoli e che si trova specialmente condensato nelle religioni, costituisce un impulso ed un invito efficace al dialogo e alla collaborazione (cfr. NA 2) (22).

    La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes riafferma la dottrina tradizionale dell’offerta della salvezza di Gesù Cristo a tutti gli uomini di buona volontà per mezzo di cammini misteriosi: "dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo offra a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, a questo mistero pasquale" (GS 22; cfr. LG 16) (23).

    Il papa Giovanni Paolo II, come dicevamo, ha continuato in questa stessa linea. Insegna con un vigore ed una chiarezza eccezionali la presenza attiva ed universale dello Spirito Santo. Così per esempio nella sua prima Enciclica Redemptor Hominis, scrive che "la ferma credenza dei seguaci delle religioni non cristiane" è un "effetto anche essa dello Spirito di verità, operante oltre i confini visibili del corpo mistico" (24); o nel discorso alla curia romana dopo la Giornata di preghiera ad Assisi afferma che: "possiamo ritenere che ogni preghiera autentica è suscitata dallo Spirito Santo, il quale è misteriosamente presente nel cuore di ogni uomo" (25). E’ un’azione che comprende ogni tempo e ogni luogo, non solo i duemila anni a partire dalla redenzione di Cristo, poiché "bisogna risalire indietro, abbracciare tutta l’azione dello Spirito Santo anche prima di Cristo, sin dal principio, in tutto il mondo e, specialmente, nell’economia dell’Antica Alleanza", e nell’attualità "anche ‘al di fuori’ del corpo visibile della Chiesa" (26).

    Dobbiamo però considerare che tale azione dello Spirito possa essere interpretata e a volte lo è di fatto, secondo modi che sono essenzialmente contrari gli uni agli altri. Poiché alcuni teologi considerano l’azione di Dio per mezzo del suo Verbo e dello Spirito nelle religioni come un’economia diversa e più ampia di quella che si sviluppa nel ed a partire dal mistero di Gesù Cristo. A queste teorie si riferisce Giovanni Paolo II quando insegna che:

    "Gli uomini, quindi, non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l’azione dello Spirito. Questa sua mediazione unica e universale, lungi dall’essere di ostacolo al cammino verso Dio, è la via stabilita da Dio stesso, e di ciò Cristo ha piena coscienza. Se non sono escluse mediazioni partecipate di vario tipo e ordine, esse tuttavia attingono significato e valore unicamente da quella di Cristo e non possono essere intese come parallele e complementari" (27).

    2.2.Diverse interpretazioni.
    Ci sono diverse interpretazioni della comprensione del piano salvifico divino, che costituendo il fondamento del dialogo interreligioso (28), influiranno nella visione circa la funzione soteriologica delle religioni e in conseguenza del luogo e del modo della pratica ecclesiale del dialogo interreligioso nella missione evangelizzatrice della Chiesa. D’altra parte dobbiamo considerare che alcune non sono legittime in quanto contengono "‘idee false’ (EN 80) rispetto al piano divino di salvezza" (29).

    Giovanni Paolo II non ha tralasciato di segnalarle in diverse opportunità:

    "Eppure, anche a causa dei cambiamenti moderni e del diffondersi di nuove idee teologiche, alcuni si chiedono: E’ ancora attuale la missione tra i non cristiani? Non è forse sostituita dal dialogo inter-religioso? Non è un suo obiettivo sufficiente la promozione umana? Il rispetto della coscienza e della libertà non esclude ogni proposta di conversione? Non ci si può salvare in qualsiasi religione? Perché quindi la missione?" (30).

    La Redemptoris Missio menzionerà fra i motivi più gravi del declino dell’interesse missionario alcune teologie erronee delle religioni: "Ma una delle ragioni più gravi dello scarso interesse per l’impegno missionario è la mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra i cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntata ad un relativismo religioso che porta a ritenere che ‘una religione vale l’altra’", e ricorda quanto scrisse Paolo VI nella Evangelii nuntiandi, circa l’esistenza di "alibi che possono sviare dall’evangelizzazione. I più insidiosi sono certamente quelli, per i quali si pretende di trovare appoggio nel tale o tal altro insegnamento del Concilio (EN 80) " (31).

    Queste diverse interpretazioni non possono essere tralasciate, poiché si riferiscono a delle realtà vitali (32) per il cristianesimo in quanto alla sua identità e alla sua missione. Si tratta della stessa verità e universalità del cristianesimo, e del valore delle religioni non cristiane. Alcune di queste interpretazioni sono inconciliabili con un’autentica ecclesiologia secondo la visione del concilio Vaticano II (33).

    Inoltre è necessaria la loro considerazione, poiché da esse dipende, come abbiamo già notato, il luogo del dialogo nella missione. Come conseguenza di una comprensione diversa del piano salvifico alcuni riducono la missione al dialogo, e perfino a volte lo comprendono solo a livello di una promozione sociale; altri minimizzano al massimo il dovere dell’annuncio; neanche mancano coloro che non ne comprendono l’importanza.

    Le diverse interpretazioni vanno da - ciò che viene chiamato nello sforzo di schematizzare le posizioni - l’ecclesiocentrismo -ormai difeso da nessuno- fino al soteriocentrismo, passando per il cristocentrismo e il teocentrismo. A loro volta ognuna di queste contiene le proprie affermazioni e le proprie differenze. Cerchiamo di presentare l’elemento comune della concezione del piano divino che sotto giace in alcune di queste teologie del dialogo e specialmente la concezione cristologica che ne occupa il posto centrale.

    Il punto di partenza, soprattutto nella posizione pluralista teocentrica, è poter superare ogni pretesa di esclusività o superiorità del cristianesimo in relazione alle altre religioni, rendendo possibile in questo modo, a livello di parità, un dialogo legittimo e incluso "etico".

    Nel caso del teocentrismo si accetta un pluralismo di mediazioni salvifiche legittime e vere (34), quindi "parallele" alla mediazione di Gesù Cristo, in rapporto tra loro e complementari. Per esempio scrive al rispetto Paul Knitter :

    Secondo questa nuova prospettiva, perché le religioni siano valide non occorre che Cristo sia all’interno di esse; né esse sono necessariamente orientate ad una preparazione della rivelazione cristiana. Questa prospettiva cerca di considerare le altre tradizioni come vie indipendenti di salvezza. Cristo, perciò, non è la causa costitutiva della grazia salvifica, né la chiesa è necessaria alla salvezza. Lo scopo primario della Chiesa non è quello di portare, ma è quello di rivelare e promuovere il Regno di Dio, che è andato formandosi fin dal primo momento della creazione. E poiché può darsi che Dio abbia da dire e da fare più di quanto non sia stato detto e fatto in Cristo, i cristiani entrano in dialogo con altre religioni non soltanto per insegnare, ma per apprendere, possibilmente, quanto non hanno mai appreso prima (35).

    Secondo lo stesso autore "questa comprensione del Cristo che non è contro le religioni, né si trova dentro le religioni, ma sta al di sopra delle religioni, è diventata -credo- una prospettiva comune tra i teologi cattolici oggi. In forme diverse essa è rappresentata da H. Küng, H.R. Schlette, M. Hellwing, W. Bühlmann, A. Camps, P. Schoonenberg" (36).

    Per poter affermare l’esistenza di vie salvifiche autonome, con un proprio valore indipendente da Gesù Cristo, è necessario relativizzare, come è ovvio, la verità dell’unicità ed esclusività della sua mediazione (37). In questo modo si lascia aperta la strada all’affermazione di "un’uguaglianza" salvifica delle religioni.

    Così questi teologi (i teologi del Cristo insieme alle religioni) stanno proponendo un modello teologico che vede Cristo insieme con altre religioni e altre figure religiose. Ancor più che nel modello precedente, essi insistono nel dire che è possibile / probabile che, con Cristo e il cristianesimo, altre tradizioni abbiano la loro validità propria e indipendente e un loro posto al sole. Come suggerisce il mito della torre di Babele, il pluralismo può essere volontà di Dio. Il verum (la verità) può non essere identico all’unum (l’unità) (Panikkar). Più concretamente e scomodamente, può darsi che il buddismo e l’induismo siano tanto importanti per la storia della salvezza quanto lo è il cristianesimo, oppure che altri rivelatori e salvatori siano tanto importanti quanto Gesù di Nazaret. Ecco, è questo il crocevia (38).

    Si giunge perfino, coerentemente ai propri principi, a relativizzare la concezione cristiana di Dio in quello che ha di dogmatico e vincolante (39).

    L’evoluzione nella teologia cattolica delle religioni, menzionata sopra, deve quindi andare al di là del teocentrismo, verso il soteriocentrismo. Tale movimento prende sul serio la critica, giustificata, fatta alle teologie teocentriche: sostenendo che Dio è la base comune per il dialogo i cristiani, implicitamente ma ancora imperialisticamente, impongono le proprie nozioni della Divinità ad altre religioni che (come il buddismo) possono non nutrire alcun desiderio di parlare di Dio o della trascendenza (40).

    Torniamo al tema di Gesù Cristo. Alcuni pretendono di fondare la legittimità di una pluralità di mediazioni salvifiche nella differenza tra il Logos – in quanto maggiore- e Gesù. Per questo si dice che Gesù Cristo "è totus Deus, poiché è l’amore attivo di Dio su questa terra, ma non è totum Dei, poiché non esaurisce in sé l’amore di Dio. Potremmo anche dire: totum Verbum, sed non totum Verbi. Il Logos, è più grande di Gesù, può incarnarsi anche nei fondatori di altre religioni" (41).

    La stessa problematica si presenta quando "si afferma che Gesù è il Cristo, ma il Cristo è più che Gesù" (42). Così per esempio R. Panikkar "fa uso dell’antica cristologia del Logos e pone l’accento sulla distinzione tra il Cristo universale (o Logos) e il Gesù storico. Certamente, i cristiani possono e devono proclamare che Gesù è il Cristo; ma non possono affermare semplicemente che il Cristo è Gesù. C’è più nel Cristo / Logos che nel Gesù storico. Il Cristo può comparire, in modi diversi ma reali, in altre tradizioni e figure storiche, all’infuori di Gesù" (43).

    In questo modo si pensa di facilitare "l’universalizzazione dell’azione del Logos nelle religioni" (44).

    Un altro modo di argomentare nella stessa linea della distinzione Verbo-Gesù, consiste nell’attribuire allo Spirito Santo un’azione salvifica universale di Dio, che non porterebbe necessariamente alla fede in Gesù Cristo (45).

    Altri autori, sostengono che Gesù è il salvatore costitutivo – giustamente -, ma inteso in un senso specifico –non esclusivo -, cioè in quanto manifestazione decisiva di Dio e quindi garanzia della multiforme automanifestazione ed autocomunicazione divina all’umanità. Ossia una sola Economia divina ma con delle molteplici modalità di autocomunicazione di Dio per mezzo del Verbo e dello Spirito, modalità che devono essere considerate in relazione fra loro, che convergono nell’assoluto Mistero divino (46). Nonostante la funzione insostituibile dell’evento Cristo nel disegno divino "esso non può tuttavia mai essere preso isolatamente, ma deve essere sempre visto all’interno della molteplice modalità dell’autorivelazione e dell’automanifestazione divina per mezzo del Verbo e dello Spirito" (47).

    In questa prospettiva entra in gioco nuovamente la mediazione unica ed universale di Gesù Cristo, poiché si afferma la sua relatività e limitazione in rapporto ad una rivelazione divina per mezzo di altre figure:

    Come la serietà del dialogo proibisce di ammorbidire il tono delle convinzioni profonde che caratterizzano le due parti, così la sua apertura richiede che ciò che è relativo non venga assolutizzato, vuoi per incomprensione, vuoi per intransigenza. In ogni fede e convinzione religiosa vi è il rischio, ed un rischio reale, di assolutizzare il relativo. Ne abbiamo visto un esempio concreto nel cristianesimo a proposito della ‘pienezza’ della rivelazione in Gesù Cristo. Questa pienezza - abbiamo messo in evidenza- non è quantitativa, ma qualitativa: non una pienezza estensiva ed onnicomprensiva, ma una pienezza di intensità. Essa non si oppone in alcun modo alla natura limitata della consapevolezza umana di Gesù, e tanto meno, dunque, a quella della rivelazione cristiana espressa in una cultura particolare, relativa. Tale pienezza non esaurisce - né lo potrebbe - il mistero del Divino; e neppure nega la verità della rivelazione divina per mezzo delle figure profetiche di altre tradizioni religiose (48).

    Questo A. cita immediatamente Cl. Geffré che afferma con chiarezza, nonostante la "non dissociazione" del Verbo eterno e del Verbo Incarnato, un’economia del Verbo più ampia - ed in conseguenza distinta ed ‘al di fuori’, nonostante la sua interrelazionabilità- di quella di Gesù Cristo:

    Perché mai si dovrebbe pensare che soltanto un teocentrismo radicale possa far fronte alle esigenze del dialogo interreligioso? Sembra che una cristologia approfondita possa spalancare strade più feconde, capaci di rendere giustizia allo stesso tempo alle esigenze di un vero pluralismo e all’identità cristiana. Senza produrre una rovinosa dissociazione fra il Verbo eterno e il Verbo incarnato, è legittimo...considerare l’economia di quest’ultimo come il sacramento di un’economia più vasta, quella del Verbo eterno, che coincide con la storia religiosa dell’umanità (49).

    Con la risposta di un Cristo sempre costitutivo della salvezza, ma nello stesso tempo relativo, non esclusivo e relazionale, si vuole superare l’obiezione di un’impossibilità per il cristocentrismo di un autentico dialogo senza dover ricorrere ad un teocentrismo. Si pretende salvare in questo modo l’impatto universale dell’evento salvifico di Gesù Cristo ma in rapporto ad un’Economia che lascia posto ad altre figure salvifiche e tradizioni religiose dove Dio è anche presente ed attivo per mezzo del Verbo e dello Spirito (50).

    2.3.Un unico piano di salvezza il cui centro è Gesù Cristo.

    Il Papa si riferisce in modo particolare a queste posizioni nella Redemptoris Missio che secondo A. Amato costituisce la "magna carta della missione nella Chiesa contemporanea", e che contiene delle affermazioni che "offrono precise linee di soluzione a problematiche e interrogativi sorti recentemente nell’ambito del dialogo teorico-pratico tra cristianesimo e religioni non cristiane" (51).

    La Redemptoris Missio nel contesto della missione evangelizzatrice della Chiesa, nella sua specificità "ad gentes", insegna chiaramente che per la fede cristiana, è impossibile realizzare una separazione tra il Verbo e Gesù Cristo, che è ontologicamente una persona unica e indivisibile: il Verbo incarnato. Dello stesso modo non si può parlare di un Gesù – della storia- diverso dal Cristo –della fede-:

    E’ contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo. San Giovanni afferma chiaramente che il Verbo, che "era in principio presso Dio", è lo stesso che "si fece carne" (Gv 1,2.14): Gesù è il Verbo incarnato, persona una e indivisibile. Non si può separare Gesù da Cristo, né parlare di un "Gesù della storia", che sarebbe diverso dal "Cristo della fede". La chiesa conosce e confessa Gesù come "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,6): Cristo non è altro che Gesù di Nazaret, e questi è il Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. In Cristo "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9) e "dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto" (Gv 1,16). "Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre" (Gv 1,18), è "il Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione...Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli" (Col 1,13-14.19-20). E’ proprio questa singolarità unica di Cristo che a lui conferisce un significato assoluto e universale, per cui, mentre è nella storia, è il primo e l’ultimo, il principio e la fine" (Ap 22,13) (52).

    Partendo dalla singolarità unica ontologica di Cristo, accogliamo il suo significato assoluto ed universale, che fa di Lui, l’unico Salvatore (53) e il centro della storia della salvezza, al quale si ordina tutto e "’nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a sé tutte le cose’ (NA 2) " (54).

    Essendo Gesù Cristo il centro della storia della salvezza, l’opera universale dello Spirito si realizza da sempre unita al mistero dell’incarnazione e della redenzione (55).

    Ma, seguendo questo motivo del Giubileo, non è possibile limitarsi ai duemila anni trascorsi dalla nascita di Cristo. Bisogna risalire indietro, abbracciare tutta l’azione dello Spirito Santo anche prima di Cristo - sin dal principio, in tutto il mondo e, specialmente, nell’economia dell’Antica Alleanza. Questa azione, infatti, in ogni luogo e in ogni tempo, anzi in ogni uomo, si è svolta secondo l’eterno piano di salvezza, per il quale essa è strettamente unita al mistero dell’incarnazione e della redenzione, che a sua volta esercitò il suo influsso nei credenti in Cristo venturo. Ciò è attestato in modo particolare nella Lettera agli Efesini (cfr. Ef 1,3-14) (56).

    L’economia dello Spirito non è alternativa a quella di Cristo, come neppure esiste un vuoto o una separazione tra il Cristo e il Logos, né a livello ontologico, né come conseguenza a livello dell’economia. Non ci sono diverse economie salvifiche: quella del Verbo – nella sua autocomunicazione nella storia religiosa dell’umanità- e quella realizzata in Gesù Cristo; né quella dello Spirito diversa da quella di Gesù Cristo (e del Verbo). Tutta l’opera della Trinità, passa attraverso la mediazione di Gesù Cristo (57). Ciò che lo Spirito - Persona - Amore e Dono, in cui Dio uno e Trino si autocomunica agli uomini - ha operato ed opererà nei popoli, nelle culture e nelle religioni lungo i secoli, anche se in diversi modi, ha il suo centro in Gesù Cristo ed è in relazione a Lui:

    Questo Spirito è lo stesso che ha operato nell’incarnazione, nella vita, morte e risurrezione di Gesù ed opera nella Chiesa. Non è, dunque, alternativo a Cristo, né riempie una specie di vuoto, come talvolta s'ipotizza esserci tra Cristo e il Logos. Quanto lo Spirito opera nel cuore degli uomini e nella storia dei popoli, nelle culture e religioni, assume un ruolo di preparazione evangelica (cfr. LG 16) e non può non avere riferimento a Cristo, Verbo fatto carne per l’azione dello Spirito, "per operare lui, l’Uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale (GS 45; DV 54) (58).

    Per tanto, la via della salvezza passa sempre per Gesù Cristo.

    "Quanto sopra ho detto non giustifica però la posizione relativistica di chi ritiene che in qualsiasi religione si possa trovare una via di salvezza, anche indipendentemente dalla fede in Cristo Redentore, e che su questa ambigua concezione debba basarsi il dialogo interreligioso. Non è qui la soluzione conforme al Vangelo del problema della salvezza di chi non professa il Credo cristiano. Dobbiamo invece sostenere che la strada della salvezza passa sempre per Cristo, e che quindi spetta alla Chiesa e ai suoi missionari il compito di farlo conoscere ed amare in ogni tempo, in ogni luogo e in ogni cultura. Al di fuori di Cristo non "vi è salvezza". Come proclamava Pietro davanti al Sinedrio, fin dall’inizio della predicazione apostolica..." (59).

    Questo vale anche per tutti gli uomini, incluso per quelli che ignorano il vangelo:

    "E’ importante sottolineare che la via della salvezza percorsa da quanti ignorano il Vangelo non è una via fuori di Cristo e della Chiesa. La volontà salvifica universale è legata all’unica mediazione di Cristo. Lo afferma la Prima Lettera a Timoteo: "Dio nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio, e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1 Tm 2,3-6). Lo proclama Pietro quando dice che "in nessun altro c’è salvezza", e chiama Gesù "testata d’angolo" (At 4,11-12), ponendo in evidenza il ruolo necessario di Cristo a fondamento della Chiesa" (60).

    I cristiani sono coscienti di questo, gli altri uomini lo ignorano, ma la salvezza sempre si realizza per l’azione dello Spirito che è lo Spirito di Cristo e per la partecipazione al mistero pasquale.

    Le religioni aiutano i loro membri, attraverso il bene seminato in esse dallo Spirito – i germi del Verbo- a rispondere positivamente alla chiamata di Dio (61).

    Cristo è venuto nel mondo per tutti questi popoli, li ha redenti tutti e ha certamente le Sue vie per giungere a ciascuno di essi, nell’attuale tappa escatologica della storia della salvezza. Di fatto, in quelle religioni, molti Lo accettano e molti di più hanno una fede implicita (cfr. Eb 11,6) (62).



    3. Il dialogo interreligioso e la missione evangelizzatrice.
    3.1.Il dialogo interreligioso, "parte" della misione evangelizzatrice.
    La Chiesa approfondendo il suo essere sacramento universale di salvezza (LG 48) e partendo da una visione del mondo "come di una ‘mappa’ di varie religioni" (RH 11), in consonanza alle urgenze, necessità e sensibilità presenti nel mondo contemporaneo, rinnova l’impegno della sua missione evangelizzatrice, caratterizzata da un’attitudine di apertura e di dialogo.

    Il fondamento, come già abbiamo segnalato, lo costituisce il piano di Dio, per cui:

    Dio chiama a sé tutte le genti in Cristo, volendo loro comunicare la pienezza della sua rivelazione e del suo amore; né manca di rendersi presente in tanti modi non solo ai singoli individui, ma anche ai popoli mediante le loro ricchezze spirituali, di cui le religioni sono precipua ed essenziale espressione, pur contenendo ‘lacune, insufficienze ed errori’ (63).

    Alla luce di questa economia salvifica, considerata in quanto dialogo di salvezza di Dio con tutti gli uomini, si può acquisire una concezione più ampia della missione evangelizzatrice della Chiesa, di cui forma parte il dialogo interreligioso.

    Quest’affermazione, nel modo in cui viene espressa, è un’acquisizione importantissima del magistero di Giovanni Paolo II per la teologia del dialogo interreligioso, ricca di virtualità e conseguenze.

    Il Papa vi si riferisce in diverse opportunità. Nella plenaria del Segretariato per i non cristiani, in occasione dello studio sul tema "Missione e Dialogo" che la plenaria aveva approfondito dando origine al documento "L’atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni. Riflessioni e orientamenti su dialogo e missione" del 10.5.1984, ha insegnato che "il dialogo si inserisce nella missione salvifica della Chiesa; per questo è un dialogo di salvezza" (64). Ripete poi la stessa idea, sempre in una riunione con suddetta plenaria, il 28.4.1987, questa volta nel contesto dell’elezione del tema "Dialogo e Annuncio del Vangelo" per essere studiato da questo Segretariato (65) e dice che "se il dialogo è un elemento nella missione della Chiesa, la proclamazione dell’azione di salvezza di Dio nel nostro Signore Gesù Cristo è un altro" (66). Infine menzioniamo il testo più importante contenuto nella lettera enciclica Redemptoris missio del 7.12.1990: "Il dialogo interreligioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa" (67).

    Se il dialogo interreligioso forma parte della missione evangelizzatrice della Chiesa, si derivano due conseguenze fondamentali:

    - che il dialogo partecipa allo stesso fondamento della missione evangelizzatrice, cioè l’opera salvifica Trinitaria, e consiste quindi in un dialogo di salvezza. Mediante lo sviluppo del dialogo interreligioso la Chiesa continua e collabora con il dialogo salvifico divino (68).

    - che il dialogo interreligioso partecipa in modo intrinseco allo stesso ed unico dinamismo della missione evangelizzatrice, che tende alla comunicazione della verità salvifica; inquadrando precisamente la sua relazione con l’annuncio e con le altre componenti di quest’unica missione ecclesiale unitaria e complessa allo stesso tempo.

    3.2. Elementi integranti del dialogo interreligioso:
    Il contatto della Chiesa con il mondo delle religioni, fondato sulla presenza universale dello Spirito, si deve convertire in dialogo. Questo dialogo significa in modo più generale un’atteggiamento di rispetto e di amicizia, che deve imbevere tutta la missione evangelizzatrice (69), cioè uno ‘spirito dialogico’.

    In senso più specifico, quando si parla di dialogo interreligioso come parte della missione evangelizzatrice, s’intende "‘l’insieme dei rapporti interreligiosi, positivi e costruttivi, con persone e comunità di altre fedi per una mutua conoscenza e un reciproco arricchimento’ (DM 3), nell’obbedienza alla verità e nel rispetto della libertà. Ciò include sia la testimonianza che la scoperta delle rispettive convinzioni religiose" (70).

    L’elemento essenziale del dialogo interreligioso per tanto lo costituisce l’essere un "metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco…" (71), che include la testimonianza mutua.

    Il documento Nostra Aetate, che possiede un valore di fonte in questo tema, nonostante sia conciso, contiene delle affermazioni precise sull’essenza del dialogo: la chiesa cattolica guarda con un rispetto sincero il bene e il vero delle religioni, e allo stesso tempo annuncia Gesù Cristo; ed esorta i suoi figli a che "per mezzo dei colloqui e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, testimoniando la fede e la vita cristiana, riconoscano, conservino e promuovano quei beni spirituali e morali e quei valori socio-culturali che in essi si trovano" (72).

    Tutto ciò che lo Spirito Santo opera nell’uomo richiede un profondo rispetto (73). La chiesa mediante il dialogo scopre e riconosce nelle religioni "la presenza di Cristo e dell’azione dello Spirito" (74) e collabora con l’opera universale dello Spirito di Cristo (75).

    S’impegna nella protezione dei valori religiosi, con "la testimonianza reciproca per un comune progresso nel cammino di ricerca e di esperienza religiosa" (76). E’ un compito fondamentale del dialogo interreligioso che i credenti si aiutino per approfondire il loro impegno religioso e per rispondere all’appello personale di Dio, che "passa sempre, come lo proclama la nostra fede, attraverso la mediazione di Gesù Cristo e l’opera del suo Spirito" (77).

    Attraverso il dialogo, i credenti delle diverse religioni danno una testimonianza reciproca, aiutandosi per vivere i propri valori umani e spirituali, per l’edificazione di un mondo più umano, giusto e fraterno (78).

    Non poche volte la Chiesa trova nel dialogo l’unico modo di testimoniare Cristo: Sapendo che non pochi missionari e comunità cristiane trovano nella via difficile e spesso incompresa del dialogo l’unica maniera di rendere sincera testimonianza a Cristo e generoso servizio all’uomo (79).

    E’ vasto il campo che si apre davanti al dialogo interreligioso, che ha valore in se stesso e che nelle circostanze attuali acquisisce un’urgenza speciale.

    3.3. Il dialogo e il suo rapporto con l’annuncio.
    In ultimo nello sforzo di "presentare" gli elementi fondamentali e principali del dialogo, dobbiamo fare un riferimento al rapporto che esiste tra il dialogo e l’annuncio.

    La Nostra Aetate, nel contesto delle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, subito dopo aver riconosciuto il valore delle religioni ed il rispetto che ne segue, afferma la necessità dell’annuncio:

    Essa però annunzia ed è tenuta ad annunziare incessantemente il Cristo, che è la ‘la via, la verità e la vita’ (Gv 14,6), nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa, nel quale Dio ha riconciliato con sé tutte le cose (80).

    Dello stesso modo il Papa nella Redemptoris Missio, nei numeri dedicati al dialogo interreligioso e subito dopo averlo definito, tratta del suo rapporto con l’evangelizzazione. Questi non si "contrappongono", ma al contrario conservano dei "legami speciali" giacché il dialogo costituisce una delle loro espressioni: "Il dialogo fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa...esso non è in contrapposizione con la missione ad gentes, anzi ha speciali legami con essa e n'è un’espressione.

    ...Tutto ciò il concilio e il successivo magistero hanno ampiamente sottolineato, mantenendo sempre fermo che la salvezza viene da Cristo e il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione" (81).

    Viene quindi precisato con chiarezza il rapporto che ci deve essere tra il dialogo e l’annuncio:

    Alla luce dell’economia di salvezza, la chiesa non vede un contrasto fra l’annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell’ambito della sua missione ad gentes. Occorre, infatti, che questi due elementi mantengano il loro legame intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non vanno né confusi, né strumentalizzati, né giudicati equivalenti come se fossero intercambiabili (82).

    Non c’è un "contrasto", che escluderebbe l’uno dall’altro: o dialogo o annuncio, ma entrambi sono degli elementi che "compongono" la missione evangelizzatrice, che è dialogo ed annuncio.

    Il Papa spiega, più concretamente, che pur essendoci un "legame intimo", conservano la loro "differenza". In quanto diversi: non possono essere "confusi", l’uno non è l’altro; né vengono "strumentalizzati", poiché tanto il dialogo come l’annuncio possiedono il proprio status, il proprio valore e il proprio obiettivo; né sono "equivalenti", poiché sebbene entrambi siano degli elementi autentici, legittimi e necessari della missione evangelizzatrice, non si trovano sullo stesso livello (83).

    Di conseguenza la missione della chiesa non può trascurare il dialogo, né d’altra parte ridursi ad esso: "il dialogo...non costituisce l’intera missione della chiesa, che non può semplicemente sostituire l’annuncio" (84). Alcuni teologi hanno preteso di realizzare questa sostituzione, o al meno di diminuire il valore dell’annuncio a favore del dialogo. "Negli anni passati, da parte di qualcuno si è opposto il dialogo con gli uomini religiosi all’annuncio, dovere primario della missione salvifica della Chiesa" (85).

    La Redemptoris Missio fondamenta la necessità dell’annuncio da parte della Chiesa sul fatto che la salvezza viene da Cristo e per questo "il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione", perciò il fatto della presenza di valori positivi nelle diverse religioni e incluso della possibilità che i loro membri partecipino alla salvezza di Cristo, non "diminuisce il suo dovere e la sua determinazione a proclamare senza esitazioni Gesù Cristo, che è ‘la via, la verità e la vita’" e non si "cancella affatto l’appello alla fede e al battesimo che Dio vuole per tutti i popoli" (86).

    Abbiamo detto che si distinguono, ma conservando nello stesso tempo un intimo legame, poiché sono parti componenti dell’unica missione della Chiesa. Partecipano per tanto al processo dinamico della missione evangelizzatrice, il cui vertice e pienezza lo costituisce sempre l’annuncio. Scriveva Paolo VI nella Evangelii Nuntiandi: "l’evangelizzazione conterrà sempre anche - come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo- una chiara proclamazione che in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risuscitato, la salvezza è offerta a ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso" (87). Per cui il dialogo resta aperto, si "orienta" all’annuncio: "resta orientato verso l’annuncio" (88) e senza di esso, giustamente come base, centro e vertice, tutte le altre forme autentiche di evangelizzazione "perderebbero la loro coesione e vitalità" (89).

    La Redemptoris Missio ci offre un dato preziosissimo per comprendere che tipo di relazione corrisponda al dialogo e all’annuncio: deve essere considerata "alla luce dell’economia di salvezza" (90).

    Da una parte, il dialogo dei cristiani con gli uomini religiosi di credo diverso, come abbiamo già detto, si fonda "nella convinzione che Dio stia effettivamente preparando tutti gli uomini alla salvezza" (91). Giacché Dio non "manca di rendersi presente in tanti modi non solo ai singoli individui, ma anche ai popoli mediante le loro ricchezze spirituali, di cui le religioni sono precipua ed essenziale espressione, pur contenendo ‘lacune, insufficienze ed errori’" (92).

    Dall’altra, l’annuncio si fonda sul fatto che "Dio chiama a sé tutte le genti in Cristo, volendo loro comunicare la pienezza della sua rivelazione e del suo amore", poiché "la salvezza viene da Cristo" (93).

    Ma il compito del dialogo anche se diverso non è separato dall’annuncio, come neanche lo è l’opera di Dio nelle religioni da quella che realizza specificamente nella Chiesa. Ma più precisamente il dialogo tende all’annuncio, che è il vertice dell’opera evangelizzatrice, in modo analogo a come l’azione universale di Dio mediante i germi del Verbo e la presenza dello Spirito, si ordina a Gesù Cristo.

    I germi del Verbo sono una "traccia" oggettiva negli uomini, della misteriosa unità del genere umano che esiste in ragione al piano divino, per cui tutti gli uomini partecipano alla creazione e alla redenzione (94). L’ordinamento di tutti gli uomini all’unità del Popolo di Dio in Gesù Cristo, possiede un "valore reale e oggettivo" (95).

    Il dialogo interreligioso implica quindi una scoperta e un sostegno all’opera dello Spirito mediante i germi del Verbo nei membri delle tradizioni religiose. Rimanendo però intatta la sua differenza e il suo obiettivo immediato, il dialogo interreligioso in quanto parte di un tutto che ha il suo proprio centro, è orientato all’annuncio, analogamente a come i germi del Verbo lo sono a Gesù Cristo.

    In modo che: Si potrebbe dunque dire che credere in modo cristiano significa accettare, professare ed annunziare Cristo che è "la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6), tanto più pienamente quanto più si rilevano nei valori delle altre religioni dei segni, dei riflessi e quasi dei presagi di Lui (96).

    Così "nel dialogo interreligioso non si tratta perciò di abdicare all’annuncio, ma di rispondere ad un appello divino perché lo scambio e la condivisione conducano ad una mutua testimonianza della propria visione religiosa, ad una approfondita conoscenza delle rispettive convinzioni e ad un’intesa su taluni valori fondamentali" (97).



    Conclusione
    Crediamo che nella nuova attitudine del dialogo interreligioso sia necessario mantenere innanzitutto lo "spirito" del concilio Vaticano II, con il suo duplice aspetto di fedeltà e di apertura, come insegna Giovanni Paolo II nell’offrire un’interpretazione della famosa Giornata Mondiale di preghiera per la pace realizzata ad Assisi il 27.10.1986:

    Infatti, la chiave appropriata di lettura per un avvenimento così grande scaturisce dall’insegnamento del Concilio Vaticano II, il quale associa in maniera stupenda la rigorosa fedeltà alla rivelazione biblica e alla tradizione della Chiesa, con la consapevolezza dei bisogni e delle inquietudini del nostro tempo, espressi in tanti ‘segni’ eloquenti (cfr. GS 4).

    A partire dalla sua identità e fondata in essa, la Chiesa si deve compromettere ancora di più nel dialogo interreligioso "che ha assunto una nuova ed immediata urgenza nelle attuali circostanze storiche" (98). Il Giubileo ce ne offre un’occasione preziosa.



    Note:
    1 Cfr. Tertio Millennio adveniente, 52-53.

    2 Scrive il Cardinal F. ARINZE: "In questa ricerca teologica vi sono tentazioni a cui resistere, documenti e azioni del Magistero di cui tener conto, punti fermi della fede cattolica a cui ci si deve attenere fedelmente"; "Le religioni nel mondo. Una sfida alla teologia", Rassegna di Teologia 38 (1997) 725.

    3 Cfr. Ecclesiam Suam III, 2.6. In seguito ES.

    4 Cfr. ES III, 4-5.

    5 Cfr. ES III, 10.16.

    6 Cfr. Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane Nostra Aetate, 2. In seguito NA.

    7 Cfr. NA 1.

    8 GIOVANNI PAOLO II, Varcare la Soglia della Speranza, Mondadori ed., Milano 1994, 171. In seguito Varcare la soglia...

    9 WOJTYLA K., Alle fonti del rinnovamento, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1981.

    10 Varcare la Soglia... 171.

    11 Varcare la Soglia... 177.

    12 NA 1.

    13 NA 1.

    14 GIOVANNI PAOLO II, Catechesi 31.5.1995, 1. In seguito Catech...

    15 Catech... 5.6.1985, 1.

    16 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Curia Romana, 22.12.1986, 8.

    17 PONTIFICIO CONSIGLIO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO-CONGREGAZIONE PER L’EVANGELIZZAZIONE DEI POPOLI, Dialogo e Annuncio. Riflessione e Orientamenti sul Dialogo interreligioso e l’Annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, Città del Vaticano 19.5.1991, 4. In seguito DA.

    18 Cfr. ES III,4-5.

    19 DA 24.

    20 Cfr. DA 24-26.

    21 Il concilio superando una prospettiva individuale afferma la presenza e l’azione dello Spirito nelle stesse tradizioni religiose, che si manifesta negli elementi veri e buoni che contengono.

    22 Cfr. DA 17.

    23 Cfr. DA 15.

    24 GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptor Hominis, 4.3.1979, 6. In seguito RH.

    25 GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Curia Romana, 22.12.1986, 11.

    26 GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Dominum et Vivificantem, 19.5.1986, 53. In seguito DV.

    27 GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Redemptoris missio 7.12.1990, 5. In seguito RM.

    28 Cfr. COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Il cristianesimo e le religioni, Città del Vaticano 30.9.1996, 25. In seguito CR. Cfr. DA 27.28.

    29 DA 73.

    30 RM 4; Cfr. Catech... 10.5.1995, 1; Cfr. Catech...31.5.1995, 2.

    31 RM 36.

    32 Cfr. Catech... 10.5.1995, 2: "Si tratta di alcune verità fondamentali: Dio vuole la salvezza di tutti; Gesù Cristo è il "solo mediatore", il quale "ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1 Tm 2, 5-6),...".

    33 Cfr. Catech... 10.5.1995, 2.

    34 Cfr. CR 19.

    35 P. KNITTER, "La teologia cattolica delle religioni ha un crocevia", Concilium 1 (1986) 136-137. In seguito La teologia cattolica...

    36 La teologia cattolica.37-138.

    37 Cfr. CR 21: "La conseguenza più importante di tale concezione è che Gesù Cristo non può essere considerato l’unico ed esclusivo mediatore."

    38 La teologia cattolica.38-139.

    39 Cfr. CR 16.

    40 La teologia cattolica.42.

    41 CR 21.

    42 CR 22.

    43 La teologia cattolica..., 139-140.

    44 CR 22.

    45 Cfr. CR 22.

    46 Cfr. J. DUPUIS, Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso, Queriniana, Brescia 1998, 275-284. In seguito Verso una teologia...

    47 Verso una teologia...283.

    48 Verso una teologia...508-509.

    49 CL. GEFFRÉ, "Théologie chrétienne et dialogue interreligieux", Revue de l’Institut Catholique de Paris 38 (1993) 72; citato in Verso una teologia...509.

    50 Verso una teologia...500-501. In questo punto viene presentato come una domanda e quindi come un cammino possibile che deve essere dimostrato. Ma è la risposta dell’A. che fonda in ultimo il dialogo interreligioso in un regnocentrismo. Cfr. Verso una teologia...481.

    51 A. AMATO, "Missione cristiana e centralità di Gesù Cristo", La missione del Redentore, Elle di Ci, Torino 1992, 13.

    52 RM 6.

    53 Cfr. RM 5.

    54 GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Curia Romana, 22.12.1986, 4; Cfr. DA 28; Cfr. CR 5.

    55 Cfr. CR 58-60.

    56 DV 53.

    57 Cfr. CR 36-39. Il documento esamina la mediazione unica di Gesù nel Nuovo Testamento e conclude: "Né una limitazione della volontà salvatrice di Dio, né l’ammissione di mediazioni parallele a quella di Gesù, né un’attribuzione di questa mediazione universale al Logos eterno non identificato con Gesù risultano compatibili con il messaggio neotestamentario". CR 39.

    58 RM 29.

    59 Catech... 31.5.1995, 2.

    60 Catech... 31.5.1995, 3. Cfr. Ai fedeli in udienza generale 22.10.1986, 1: "Ma poiché, fin dall’inizio dalla storia, tutti sono ordinati a Cristo...".

    61 Cfr. DA 29.

    62 Varcare la soglia...91. Cfr. Catech.9.5.1999, 4: "...anche con la consapevolezza che l’azione di Cristo e del suo Spirito è già misteriosamente presente in quanti vivono sinceramente la loro esperienza religiosa".

    63 RM 55.

    64 GIOVANNI PAOLO II, Alla plenaria del Segretariato per i non cristiani, 3.3.1984, 5; Cfr. DA 2.

    65 Darà origine al documento già menzionato Dialogo e Annuncio.

    66 GIOVANNI PAOLO II, Alla plenaria del Segretariato per i non cristiani, 28.4.1987, 5.

    67 RM 55.

    68 Cfr. DA 38-39.

    69 Cfr. DA 9.

    70 DA 9.

    71 RM 55.

    72 NA 2; Cfr. DM 28-34.

    73 Cfr. RM 56.

    74 RM 56.

    75 Cfr. DA 40.

    76 RM 56.

    77 DA 40.

    78 Cfr. RM 57; Cfr. Ai fedeli in udienza generale, 22.10.1986, 4.

    79 RM 57.

    80 NA 2.

    81 RM 55.

    82 RM 55.

    83 Cfr. DA 77.

    84 DA 82.

    85 Catech...21.4.1999, 3.

    86 RM 55.

    87 EN 27; Cfr. DA 75.

    88 DA 82.

    89 DA 76.

    90 RM 55.

    91 Catech... 21.4.1999, 3.

    92 RM 55.

    93 RM 55.

    94 Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Curia Romana, 22.12.1986, 5.

    95 GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla Curia Romana,22.12.1986, 7.

    96 Catech... 5.6.1985, 4.

    97 Catech... 21.4.1999, 3.

    98 GIOVANNI PAOLO II, Alla plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso 13.11.1992, 2.

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    Predefinito

    Paolo VI
    Ecclesiam suam

    Prologo

    Gesù Cristo ha fondato la sua chiesa, perché sia nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza; appare quindi evidente la ragione per cui ad essa abbiano dato prove di particolare amore, e ad essa abbiano dedicato particolari cure tutti coloro che hanno avuto a cuore sia la gloria di Dio sia la salvezza eterna degli uomini: tra i quali, com’era giusto, rifulsero i vicari in terra dello stesso Cristo, un numero immenso di vescovi e di sacerdoti ed una mirabile schiera di santi cristiani.



    La dottrina del vangelo e la grande famiglia umana

    A tutti, pertanto, sembrerà quasi naturale che noi, indirizzando al mondo questa nostra prima enciclica dopo che, per inscrutabile disegno di Dio, siamo stati chiamati al soglio pontificio, rivolgiamo il nostro pensiero amoroso e reverente alla santa chiesa. Per tali motivi, ci proporremo, in questa enciclica, di sempre più chiarire a tutti quanto, da una parte, sia importante per la salvezza dell’umana società, e dall’altra quanto stia a cuore alla chiesa che ambedue s’incontrino, si conoscano, si amino. Quando, per grazia di Dio, noi avremmo la fortuna di rivolgere a viva voce la nostra parola, all’apertura della seconda sessione del concilio ecumenico Vaticano II, nella festa di san Michele Arcangelo dello scorso anno, a voi tutti adunati nella basilica di s. Pietro, manifestammo il proposito di rivolgervi altresì per iscritto, com’è costume all’inizio d’ogni pontificato, il nostro fraterno e paterno discorso, per manifestarvi alcuni nostri pensieri, che sovrastano agli alti dell’animo nostro e che ci sembrano utili a guidare praticamente gli inizi del nostro pontificale ministero. Veramente ci è difficile determinare tali pensieri, perché dobbiamo attingerli alla più diligente meditazione della divina dottrina, memori noi stessi delle parole di Cristo: "La mia dottrina non è mia ma di colui che mi ha mandato"; dobbiamo, inoltre, commisurarli alle presenti condizioni della chiesa stessa, in un’ora di vivacità e di travaglio sia della sua interiore esperienza spirituale, sia del suo esteriore sforzo apostolico; e dobbiamo, infine, non ignorare lo stato, in cui oggi si trova l’umanità, in mezzo alla quale si svolge la nostra missione.



    Triplice impegno della chiesa

    Ma non è nostra ambizione dire cose nuove né complete; il concilio ecumenico è là per questo; la sua opera non deve essere turbata da questa nostra semplice conversazione epistolare, ma quasi onorata ed incoraggiata. Non vuole questa nostra enciclica rivestire carattere solenne e propriamente dottrinale, né proporre insegnamenti determinati, morali o sociali, ma semplicemente vuol essere un messaggio fraterno e familiare. Noi vogliamo infatti soltanto, con questo nostro scritto, compiere il nostro dovere di aprire a voi l’animo nostro, con l’intenzione di dare alla comunione di fede e di carità, che beatamente intercede fra noi, maggiore coesione, maggiore gaudio, allo scopo di rinvigorire il nostro ministero, di meglio attendere alle fruttuose celebrazioni del concilio ecumenico stesso, e di dare maggiore chiarezza ad alcuni criteri dottrinali e pratici, che possono utilmente guidare l’attività spirituale ed apostolica della gerarchia ecclesiastica e di quanti le prestano obbedienza e collaborazione, o anche solo benevola attenzione.

    Vi diremo subito, venerabili fratelli, che tre sono i pensieri, che vanno agitando l’animo nostro quando consideriamo l’altissimo ufficio, che la Provvidenza, contro i nostri desideri ed i nostri meriti, ci ha voluto affidare di reggere la chiesa di Cristo, nella nostra funzione di vescovo di Roma, e perciò di successore del beato apostolo Pietro, gestore delle chiavi del regno dei cieli e vicario di quel Cristo che fece di Pietro il primo pastore del suo gregge universale. Il pensiero che sia questa l’ora in cui la chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio, esplorare a propria istruzione ed edificazione la dottrina, già a lei nota e già in questo ultimo secolo enucleata e diffusa, sopra la propria origine, la propria natura, la propria missione, la propria sorte finale, ma dottrina non mai abbastanza studiata e compresa, come quella che contiene il "piano provvidenziale del mistero nascosto da secoli in Dio... affinché sia manifestato... per mezzo della chiesa", misteriosa riserva cioè dei misteriosi disegni divini che mediante la chiesa vengono notificati; e come quella che costituisce oggi il tema più d’ogni altro interessante la riflessione di chi vuol essere docile seguace di Cristo, e tanto più di chi, come noi e come voi, venerabili fratelli, "lo Spirito Santo ha posto quali vescovi a reggere la chiesa di Dio".

    Deriva da questa illuminata ed operante coscienza uno spontaneo desiderio di confrontare l’immagine ideale della chiesa, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua sposa santa ed immacolata e il volto reale, quale oggi la chiesa presenta, fedele, per grazia divina, ai lineamenti che il suo divin fondatore le impresse e che lo Spirito Santo vivificò e sviluppò nel corso dei secoli in forma più ampia e più rispondente al concetto iniziale da un lato, all’indole della umanità ch’essa andava evangelizzando e assumendo dall’altro; ma non mai abbastanza perfetto, abbastanza venusto, abbastanza santo e luminoso, come quel divino concetto informatore lo vorrebbe. E deriva perciò un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta. Quale sia cioè il dovere odierno della chiesa di correggere i difetti dei propri membri e di farli tendere a maggior perfezione, e quale il metodo per giungere con saggezza a tanto rinnovamento, è il secondo pensiero che occupa il nostro spirito e che vorremmo a voi manifestare per trovare non solo maggiore coraggio a intraprendere le dovute riforme, ma per avere altresì dalla vostra adesione consiglio ed appoggio in così delicata e difficile impresa.

    Terzo pensiero nostro, e vostro certamente, sorgente dai primi due sopra enunciati, è quello delle relazioni che oggi la chiesa deve stabilire col mondo che la circonda ed in cui essa vive e lavora. Una parte di questo mondo, come ognuno sa, ha subito profondamente l’influsso del cristianesimo e l’ha assorbito intimamente più che spesso non si avveda d’esser debitore delle migliori sue cose al cristianesimo stesso, ma poi s’è venuto distinguendo e staccando, in questi ultimi secoli, dal ceppo cristiano della sua civiltà; e un’altra parte e la maggiore di questo mondo, si dilata agli sconfinati orizzonti dei popoli nuovi, come si dice; ma tutto insieme è un mondo che non una, ma cento forme di possibili contatti offre alla chiesa, aperti e facili alcuni, delicati e complicati altri, ostili e refrattari ad amico colloquio purtroppo oggi moltissimi. Si presenta cioè il problema, così detto, del dialogo fra la chiesa ed il mondo moderno. È problema questo che tocca al concilio descrivere nella sua vastità e complessità, e risolvere, per quanto è possibile, nei termini migliori. Ma la sua presenza, la sua urgenza sono tali da costituire un peso nell’animo nostro, uno stimolo, una vocazione quasi, che vorremmo a noi stessi ed a voi, fratelli, sicuramente non meno di noi esperti del suo tormento apostolico, in qualche modo chiarire, quasi per renderci idonei alle discussioni e alle liberazioni che nel concilio insieme crederemo di prospettare in così grave e multiforme materia.



    Assiduo e illimitato zelo per la pace

    Voi certamente avvertirete che questo sommario disegno della nostra enciclica non contempla la trattazione di temi urgenti e gravi che interessano non solo la chiesa ma l’umanità, quali la pace fra i popoli e fra le classi sociali, la miseria e la fame che tuttora affliggono intere popolazioni, l’ascesa di giovani nazioni all’indipendenza e al progresso civile, le correnti del pensiero moderno e la cultura cristiana, le condizioni infelici di tanta gente e di tante porzioni della chiesa a cui sono contestati i diritti propri di cittadini liberi e di persone umane, i problemi morali circa la natalità, e così via. Alla grande e universale questione della pace nel mondo noi diciamo fin d’ora che ci sentiremo particolarmente obbligati a rivolgere non solo la nostra vigilante e cordiale attenzione, ma l’interessamento altresì più assiduo ed efficace, contenuto, sì, nell’ambito del nostro ministero ed estraneo perciò ad ogni interesse puramente temporale e alle forme propriamente politiche, ma premuroso di contribuire alla educazione dell’umanità a sentimenti ed a procedimenti contrari ad ogni violento e micidiale conflitto, e favorevoli ad ogni civile e razionale pacifico regolamento dei rapporti fra le nazioni; e sollecito parimenti di assistere, con la proclamazione dei principi umani superiori, che possano giovare a temperare gli egoismi e le passioni donde scaturiscono gli scontri bellici, l’armonica convivenza e la fruttuosa collaborazione fra i popoli; e d’intervenire, ove l’opportunità ci sia offerta, per coadiuvare le parti contendenti a onorevoli e fraterne soluzioni. Non dimentichiamo infatti essere questo amoroso servizio un dovere che la maturazione delle dottrine da un lato, delle istituzioni internazionali dall’altro rende oggi più urgente nella coscienza della nostra missione cristiana nel mondo, ch’è pur quella di rendere fratelli gli uomini, in virtù appunto del regno di giustizia e di pace, inaugurato dalla venuta di Cristo nel mondo. Ma se ora ci limitiamo ad alcune considerazioni di carattere metodologico per la vita propria della chiesa, non dimentichiamo quei grandi problemi, ad alcuni dei quali il concilio dedicherà la sua attenzione, mentre noi ci riserviamo di farne oggetto di studio e d’azione nel successivo esercizio del nostro ministero apostolico, come al Signore piacerà di darcene l’ispirazione e la forza.



    I. LA COSCIENZA

    Noi pensiamo che sia doveroso oggi per la chiesa approfondire la coscienza ch’ella deve avere di sé, del tesoro di verità di cui è erede e custode e della missione ch’essa deve esercitare nel mondo. Ancor prima di proporsi lo studio di qualche particolare questione, ed ancor prima di considerare l’atteggiamento da assumere a riguardo del mondo che la circonda, la chiesa deve in questo momento riflettere su se stessa per confermarsi nella scienza dei divini disegni sopra di sé, per ritrovare maggiore luce, nuova energia e migliore gaudio nel compiere la propria missione e per determinare i modi migliori per rendere più vicini, operanti e benefici i suoi contatti con l’umanità a cui essa stessa, pur distinguendosi per caratteri propri inconfondibili, appartiene. Pare infatti a noi che tale atto di riflessione possa riferirsi al modo stesso scelto da Dio per rivelarsi agli uomini e per stabilire con essi quei rapporti religiosi di cui la chiesa è al tempo stesso strumento ed espressione. Perché, se è vero che la divina rivelazione si è compiuta "a più riprese e in più modi" con fatti storici esteriori ed incontestabili, essa però si è inserita nella vita umana per le vie proprie della parola e della grazia di Dio, che si comunica interiormente alle anime, mediante la ascoltazione del messaggio della salvezza e mediante quel conseguente atto di fede, ch’è all’inizio della nostra giustificazione.



    La vigilanza dei fedeli seguaci del Signore

    Noi vorremmo che questa riflessione sull’origine e sulla natura del rapporto nuovo e vitale, che la religione di Cristo instaura fra Dio e l’uomo, assumesse il senso d’un atto di docilità alla parola del divino maestro ai suoi uditori, e specialmente ai suoi discepoli, tra i quali noi stessi ancor oggi a buon diritto amiamo considerarci. Fra tante, sceglieremo una delle più gravi e ripetute raccomandazioni fatta loro da nostro Signore e ancor oggi valida per chiunque ami essergli fedele seguace, quella della vigilanza. Vero è che questo monito del nostro Maestro si riferisce principalmente all’avvertenza dei destini ultimi dell’uomo, prossimi o lontani che siano nel tempo. Ma proprio perché tale vigilanza dev’essere sempre presente ed operante nella coscienza del servo fedele, essa ne determina la condotta morale, quella pratica e presente, che deve caratterizzare il cristiano nel mondo. Il richiamo alla vigilanza è intimato dal Signore anche in ordine a fatti prossimi e vicini, ai pericoli cioè e alle tentazioni che possono far decadere o deviare la condotta dell’uomo. Così è facile scoprire nel vangelo un continuo invito alla rettitudine del pensiero e dell’azione. Non forse ad essa si riferiva la predicazione del precursore, con cui si apre la scena pubblica del vangelo? E Gesù Cristo stesso non ha invitato ad accogliere interiormente il regno di Dio? Non è tutta la sua pedagogia un’esortazione, un’iniziazione all’interiorità? La coscienza psicologica e la coscienza morale sono da Cristo chiamate a simultanea pienezza, quasi a condizione per ricevere, come finalmente all’uomo si conviene, i doni divini della verità e della grazia. E la coscienza del discepolo diventerà poi memoria di quanto Gesù aveva insegnato e di quanto intorno a lui era avvenuto, e si svilupperà e si preciserà nella comprensione di chi lui era e di che cosa egli era stato maestro e autore. La nascita della chiesa e l’accensione della sua coscienza profetica sono i due fatti caratteristici e coincidenti della pentecoste, e insieme progrediranno: la chiesa nella sua organizzazione e nel suo sviluppo gerarchico e comunitario; la coscienza della propria misteriosa natura, della propria dottrina, della propria missione accompagnerà gradualmente tale sviluppo, secondo il voto di san Paolo: "E per questo prego: che la vostra carità più e più ancora abbondi in conoscenza e pienezza di discernimento".



    "Credo, Signore!"

    Potremmo esprimere in altro modo questo nostro invito, che rivolgiamo tanto alle singole anime di coloro che vogliono accoglierlo; a quelle di ciascuno di voi, perciò, venerabili fratelli, e di coloro che con voi sono alla nostra e alla vostra scuola, quanto all’intera assemblea dei fedeli, collettivamente considerata ch’è la chiesa. E cioè potremmo tutti invitare a compiere un vivo, un profondo, un cosciente atto di fede in Gesù Cristo signor nostro. Noi dovremmo caratterizzare questo momento della nostra vita religiosa con questa forte e convinta, se pur sempre umile e trepidante, professione di fede, simile a quella che leggiamo nel vangelo, emessa dal cieco nato, a cui Gesù Cristo aveva aperto gli occhi: "Credo, Signore!"; ovvero a quella di Marta, nello stesso vangelo: "Sì, Signore, io ho creduto che tu sei il Messia, il Figlio di Dio, che sei venuto in questo mondo"; oppure a quella, a noi così cara, di Simone, poi tramutato in Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente". Perché osiamo noi invitarvi a questo alto di coscienza ecclesiastica? a questo esplicito, se pur interiore, atto di fede? Molte sono le ragioni, a nostro avviso, e tutte derivate da esigenze profonde ed essenziali del momento speciale in cui si trova la vita della chiesa.



    Vivere la propria vocazione

    Essa ha bisogno di riflettere su se stessa; ha bisogno di sentirsi vivere. Essa deve imparare a meglio conoscere se stessa, se vuole vivere la propria vocazione e offrire al mondo il suo messaggio di fraternità e di salvezza. Essa ha bisogno di sperimentare Cristo in se stessa, secondo le parole di Paolo apostolo: "Cristo abiti per la fede nei vostri cuori". È a tutti noto che la chiesa è immersa nell’umanità, ne fa parte, ne trae i suoi membri, ne deriva preziosi tesori di cultura, ne subisce le vicende storiche, ne favorisce le fortune. Ora è parimenti noto che l’umanità in questo tempo è in via di grandi trasformazioni, rivolgimenti e sviluppi, che cambiano profondamente non solo le sue esteriori maniere di vivere, ma altresì le sue maniere di pensare. Il suo pensiero, la sua cultura, il suo spirito sono intimamente modificati sia dal progresso scientifico, tecnico e sociale, sia dalle correnti di pensiero filosofico e politico che la invadono e la attraversano. Tutto ciò, come le onde d’un mare, avvolge e scuote la chiesa stessa: gli animi degli uomini, che ad essa si affidano, sono fortemente influenzati dal clima del mondo temporale; così che un pericolo quasi di vertigine, di stordimento, di smarrimento può scuotere la sua stessa saldezza e indurre ad accogliere i più strani pensamenti, quasi che la chiesa debba sconfessare se stessa ed assumere nuovissime e impensate forme di vivere. Non fu, ad esempio, il fenomeno modernistico, che tuttora affiora in vari tentativi di espressioni eterogenee all’autentica realtà della religione cattolica, un episodio di simile sopraffazione delle tendenze psicologico-culturali, proprie del mondo profano, Sulla fedele e genuina espressione della dottrina e della norma della chiesa di Cristo? Ora pare a noi che, per immunizzarsi da tale incombente e molteplice pericolo proveniente da varie parti, buono e ovvio rimedio sia l’approfondimento di coscienza della chiesa in ciò ch’essa veramente è, secondo la mente di Cristo, custodita nella sacra scrittura e nella tradizione, e interpretata, sviluppata dalla genuina istruzione ecclesiastica, la quale è, come sappiamo, illuminata e guidata dallo Spirito santo, tuttora pronto, ove noi lo imploriamo e lo ascoltiamo, a dare indefettibile compimento alla promessa di Cristo: "Ma il Consolatore, lo Spirito santo che il Padre invierà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi suggerirà tutto ciò che io vi ho detto".



    La coscienza nella mentalità moderna

    Analogo discorso potremmo fare circa gli errori che serpeggiano nell’interno stesso della chiesa e in cui cadono coloro che hanno una parziale conoscenza della sua natura e della sua missione, non tenendo essi conto sufficiente dei documenti della rivelazione divina e degli insegnamenti del magistero istituito da Cristo stesso. Del resto, questo bisogno di considerare le cose conosciute in un atto riflesso per contemplarle nello specchio interiore del proprio spirito è caratteristico della mentalità dell’uomo moderno; il suo pensiero si curva facilmente su se stesso, e allora gode di certezza e di pienezza, quando s’illumina nella propria coscienza. Non è che questa abitudine sia senza pericoli gravi; correnti filosofiche di grande nome hanno esplorato e magnificato questa forma di attività spirituale dell’uomo come definitiva e suprema, anzi come misura e sorgente della realtà, spingendo il pensiero a conclusioni astruse, desolate, paradossali e radicalmente fallaci; ma ciò non toglie che l’educazione alla ricerca della verità riflessa nell’interno della coscienza sia di per sé altamente apprezzabile e oggi praticamente diffusa come espressione squisita della moderna cultura; come non toglie che, bene coordinata con la formazione del pensiero a scoprire la verità dove essa coincide con la realtà dell’essere obbiettivo, l’esercizio della coscienza riveli sempre meglio a chi lo compie il fatto dell’esistenza del proprio essere, della propria spirituale dignità, della propria capacità di conoscere e di agire.



    Dal concilio di Trento alle encicliche dei tempi nostri

    È noto inoltre come la chiesa, in questi ultimi tempi, abbia intrapreso, per opera di insigni studiosi di anime grandi e pensose, di scuole teologiche qualificate, di movimenti pastorali e missionari, di esperienze religiose notevoli, e soprattutto di insegnamenti pontifici memorabili, a meglio studiare se stessa. Troppo lungo sarebbe anche il solo accennare all’abbondanza della letteratura teologica avente per oggetto la chiesa e sgorgata dal suo seno nel secolo scorso e nel nostro; come troppo lungo parimenti sarebbe richiamare i documenti che l’episcopato cattolico e questa sede apostolica hanno emanato su tema di tanta ampiezza e di tanta importanza. Da quando il concilio di Trento cercò di riparare le conseguenze della crisi che scisse dalla chiesa molte sue membra nel secolo decimosesto, la dottrina sulla chiesa stessa ebbe grandi sviluppi. A noi basta qui riferirci agli insegnamenti del concilio ecumenico Vaticano I in tale campo per comprendere come il tema dello studio su la chiesa obbliga l’attenzione sia dei pastori e dei maestri, sia dei fedeli e dei cristiani tutti a fermarsi su di esso come a stazione obbligata nel cammino verso Cristo e tutta la sua opera; tanto che, come già fu detto, il concilio ecumenico Vaticano II altro non è che una continuazione e un completamento del Vaticano I, precisamente per l’impegno che ad esso viene di riprendere l’esame e la definizione della dottrina sulla chiesa. E se di più non diciamo per amore di brevità, parlando a chi ben conosce questa materia della catechesi e della spiritualità oggi diffuse nella santa chiesa, due documenti noi non possiamo omettere dall’onorare di particolare memoria; vogliamo dire l’enciclica "Satis cognitum", di papa Leone XIII e l’enciclica "Mystici Corporis" di papa Pio XII, documenti che ci offrono ampia e lucida dottrina su quella divina istituzione, per la quale Cristo continua nel mondo la sua opera di salvezza, e su cui verte ora il nostro discorso. Basti ricordare le parole, con le quali si apre il secondo di tali documenti pontifici, diventato, si può dire, testo assai autorevole circa la teologia su la chiesa e molto fecondo di spirituali meditazioni sopra tale opera della divina misericordia che tutti ci riguarda. Giovi infatti ricordare le parole magistrali di tanto nostro predecessore: "La dottrina sul corpo mistico di Cristo che è la chiesa, dottrina attinta originalmente al labbro stesso del Redentore e che pone nella vera luce il gran bene (mai abbastanza esaltato) della nostra strettissima unione con sì eccelso capo, è tale senza dubbio che, per la sua eccellenza e dignità, invita tutti gli uomini mossi dal divino Spirito, a studiarla e, illuminando la loro mente, fortemente li spinge a quelle opere salutari che corrispondono ai suoi precetti".



    La scienza sul corpo mistico

    È per corrispondere a tale invito, che noi consideriamo tuttora operante sui nostri animi e in modo tale da esprimere uno dei bisogni fondamentali della vita della chiesa nei nostri tempi, che ancor oggi noi lo proponiamo, affinché, sempre meglio edotti della scienza circa il medesimo corpo mistico, sappiamo apprezzarne i divini significati, corroborando così i nostri animi di incomparabili conforti e procurando di sempre meglio abilitarci a corrispondere ai doveri della nostra missione e ai bisogni dell’umanità. Né ci sembra difficile il farlo, quando da un lato noi notiamo, come dicevamo, un’immensa fioritura di studi aventi per oggetto la santa chiesa, e dall’altro sappiamo che su di essa è principalmente fissato lo sguardo del concilio ecumenico Vaticano II. Noi vogliamo tributare un vivo elogio a quegli uomini studiosi, che, specialmente in questi ultimi anni, hanno dedicato, con perfetta docilità al magistero cattolico e con geniale capacità di ricerca e di espressione, allo studio ecclesiologico laboriose, copiose e fruttuose fatiche, e che tanto nelle scuole teologiche, quanto nella discussione scientifica e letteraria, quanto ancora nell’apologia e nella divulgazione dottrinale, come pure nell’assistenza spirituale alle anime dei fedeli e nella conversazione con i fratelli separati, hanno offerto molteplici illustrazioni della dottrina sulla chiesa, alcune delle quali di alto valore e di grande utilità. Così siamo fiduciosi che l’opera del concilio sarà assistita dal lume dello Spirito santo e sarà proseguita e condotta a buon fine con tale docilità alle sue divine ispirazioni, con tale impegno nell’indagine più approfondita ed integrale del pensiero originario di Cristo e dei suoi doverosi e legittimi sviluppi nella sequela dei tempi, con tale premura di fare delle divine verità argomento per unire, non già per dividere gli animi in sterili discussioni o in incresciose scissioni, ma per condurli a migliore chiarezza e concordia, che ne abbia gloria Iddio, gaudio la chiesa, edificazione il mondo.



    La vite e i tralci

    Noi ci asteniamo di proposito dal pronunciare qualsiasi nostra sentenza, in questa nostra enciclica, sopra i punti dottrinali relativi alla chiesa, posti ora all’esame del concilio stesso, cui siamo chiamati a presiedere: a così alto e autorevole consesso vogliamo ora lasciare libertà di studio e di parola, riservando al nostro apostolico ufficio di maestro e di pastore, posto alla testa della chiesa di Dio, il momento ed il modo di esprimere il nostro giudizio, lietissimi se ci sarà dato di offrirlo in tutto conforme a quello dei padri conciliari. Ma non possiamo tacere qualche rapido cenno sui frutti che noi speriamo deriveranno sia dal concilio stesso, sia dallo sforzo, di cui sopra dicevamo, che la chiesa deve compiere per avere di sé coscienza più piena e più forte. E tali frutti sono gli scopi che noi premettiamo al nostro ministero apostolico, mentre ne iniziamo le dolci ed immani fatiche, sono il programma, per così dire, del nostro pontificato; e a voi venerabili fratelli, lo esponiamo assai brevemente ma sinceramente, affinché ci vogliate aiutare a porlo in opera mediante il vostro consiglio, la vostra adesione, la vostra collaborazione. Pensiamo che aprendo a voi l’animo nostro lo apriamo a tutti i fedeli della chiesa di Dio, anzi a coloro stessi ai quali, oltre gli aperti confini dell’ovile di Cristo, possa giungere l’eco della nostra voce. Il primo frutto della approfondita coscienza della chiesa su se stessa è la rinnovata scoperta del suo vitale rapporto con Cristo. Notissima cosa, ma fondamentale, ma indispensabile, ma non mai abbastanza conosciuta, meditata, celebrata. Che cosa non si dovrebbe dire su questo capitolo centrale di tutto il nostro patrimonio religioso? Per fortuna, voi già ben conoscete questa dottrina; né noi ora vi aggiungeremo parola, se non per raccomandare di volerla sempre tenere presente come principale, come direttrice sia nella vostra vita spirituale, sia nella vostra predicazione. Valga più della nostra l’esortatrice parola del nostro menzionato predecessore nella suddetta enciclica "Mystici Corporis": "È necessario assuefarsi a riconoscere nella chiesa lo stesso Cristo. È infatti Cristo che nella chiesa sua vive, che per mezzo di lei insegna, governa e comunica la santità; è Cristo che in molteplici forme si manifesta nelle varie membra della sua società". Oh! come ci sarebbe gradito indugiarci nelle reminiscenze che dalla sacra scrittura, dai padri, dai dottori, dai santi affluiscono al nostro spirito, ripensando a questo punto luminoso della nostra fede. Non ci ha detto Gesù stesso ch’egli è la vite e noi siamo i tralci? Non abbiamo noi davanti alla mente tutta la ricchissima dottrina di san Paolo, il quale non cessa dal ricordarci: "Voi siete una cosa sola in Cristo" e dal raccomandarci: "...che cresciamo sotto ogni aspetto verso di lui, che è il capo, Cristo; dal quale tutto il corpo..." e dall’ammonirci: "tutto e in tutti è Cristo"? Ci basti, per tutti, ricordare fra i maestri s. Agostino: "...Rallegriamoci e rendiamo grazie, non solo per essere divenuti cristiani, ma Cristo. Vi rendete conto, o fratelli, capite voi il dono di Dio a nostro riguardo? Siate pieni di ammirazione, godete: noi siamo divenuti Cristo. Poiché se egli è il capo, noi siamo le membra: l’uomo totale, lui e noi... La pienezza dunque di Cristo: il capo e le membra. Cosa sono il capo e le membra? Cristo e la chiesa".



    Mistero è la chiesa

    Sappiamo bene che questo è mistero. È il mistero della chiesa. Che se noi in tale mistero, con l’aiuto di Dio, fisseremo lo sguardo dell’anima, molti benefici spirituali conseguiremo, quelli appunto di cui noi crediamo abbia ora maggior bisogno la chiesa. La presenza di Cristo, la vita stessa anzi di lui si renderà operante nelle singole anime e nell’insieme del corpo mistico, mediante l’esercizio della fede viva e vivificante, secondo la menzionata parola dell’apostolo: "Cristo abiti per la fede nei vostri cuori". È infatti la coscienza del mistero della chiesa un fatto di fede matura e vissuta. Essa produce nelle anime quel "senso della chiesa", che pervade il cristiano cresciuto alla scuola della divina parola, alimentato dalla grazia dei sacramenti e dalle ineffabili ispirazioni del Paraclito, allenato alla pratica delle virtù evangeliche, imbevuto dalla cultura e dalla conversazione della comunità ecclesiastica, e profondamente lieto di sentirsi rivestito di quel regale sacerdozio, ch’è proprio del popolo di Dio. Il mistero della chiesa non è semplice oggetto di conoscenza teologica, dev’essere un fatto vissuto, in cui ancora prima d’una sua chiara nozione l’anima fedele può avere quasi connaturata esperienza; e la comunità dei credenti può trovare l’intima certezza della sua partecipazione al corpo mistico di Cristo, quando si avveda che a iniziarla a generarla, a istruirla, a santificarla, a dirigerla provvede, per divina istituzione il ministero della gerarchia ecclesiastica, così che mediante questo benedetto canale Cristo effonde nelle sue mistiche membra le mirabili comunicazioni della sua verità e della sua grazia, e conferisce al suo mistico corpo, pellegrinante nel tempo, la sua visibile compagine, la sua nobile unità, la sua organica funzionalità, la sua armonica varietà, la sua spirituale bellezza. Le immagini non bastano a tradurre in concetti a noi accessibili la realtà e la profondità d’un tale mistero; ma di una specialmente, dopo quella ricordata del corpo mistico suggerita dall’apostolo Paolo, dovremo avere memoria, perché suggerita da Cristo stesso, quella dell’edificio di cui egli è l’architetto e il costruttore, fondato, sì, su di un uomo naturalmente fragile, ma da lui trasformato miracolosamente in solida pietra, cioè dotato di prodigiosa e perenne indefettibilità: "Su questa pietra io edificherò la mia chiesa".



    Pedagogia del battezzato

    Che se noi sapremo accendere in noi stessi e educare nei fedeli, con alta e vigilante pedagogia, questo corroborante senso della chiesa, molte antinomie che oggi affaticano il pensiero di studiosi di ecclesiologia: come, ad esempio, la chiesa sia visibile e spirituale insieme, come sia libera e insieme disciplinata, come sia comunitaria e gerarchica, come già santa e sempre in via di santificazione, come sia contemplativa e attiva, e così via, saranno praticamente superate e risolte nell’esperienza, illuminata dalla dottrina, della realtà vivente della chiesa stessa; ma soprattutto un effetto sarà assicurato ad essa, quello della sua ottima spiritualità, alimentata mediante la pia lettura della sacra scrittura, dei santi padri e dei dottori della chiesa, e da quanto fa sgorgare in lei tale coscienza, vogliamo dire la catechesi esatta e sistematica, la partecipazione a quella mirabile scuola di parole, di segni e divine effusioni ch’è la sacra liturgia, la meditazione silenziosa e ardente delle divine verità, e finalmente la dedizione generosa alla orazione contemplativa. La vita interiore si pone tuttora come la grande sorgente della spiritualità della chiesa, modo suo proprio di ricevere le irradiazioni dello Spirito di Cristo, espressione radicale e insostituibile della sua attività religiosa e sociale, inviolabile difesa e risorgente energia nel suo difficile contatto col mondo profano. Bisogna ridare al fatto d’aver ricevuto il santo battesimo, e cioè di essere stati inseriti, mediante tale sacramento, nel corpo mistico di Cristo che è la chiesa, tutta la sua importanza, specialmente nella cosciente valutazione che il battezzato deve avere della sua elevazione, anzi della sua rigenerazione alla felicissima realtà di figlio adottivo di Dio, alla dignità di fratello di Cristo, alla fortuna, vogliamo dire alla grazia e al gaudio della inabitazione dello Spirito santo, alla vocazione d’una vita nuova, che nulla ha perduto di umano, salvo la infelice sorte del peccato originale, e che di quanto è umano è abilitata a dare le migliori espressioni e a sperimentare i più ricchi e candidi frutti. L’essere cristiani, l’aver ricevuto il santo battesimo, non dev’essere considerato come cosa indifferente o trascurabile; ma deve marcare profondamente e felicemente la coscienza d’ogni battezzato; deve essere davvero considerato da lui, come lo fu dai cristiani antichi, un’illuminazione, che facendo cadere su di lui il raggio vivificante della Verità divina, gli apre il cielo, gli rischiara la vita terrena, lo abilita a camminare come figlio di Dio, fonte d’eterna beatitudine. E quale programma pratico questa considerazione ponga davanti a noi e al nostro ministero è facile vedere. Noi godiamo osservando che tale programma è già in via di esecuzione, presso tutta la chiesa, e promosso con zelo sapiente ed ardente. Noi lo incoraggiamo; noi lo raccomandiamo; noi lo benediciamo.



    II. IL RINNOVAMENTO

    Poi, noi siamo presi dal desiderio che la chiesa di Dio sia quale Cristo la vuole: una, santa, tutta rivolta verso la perfezione alla quale egli l’ha chiamata ed abilitata. Perfetta nella sua concezione ideale, nel pensiero divino, la chiesa deve tendere alla perfezione nella sua espressione reale, nella sua esistenza terrestre. È questo il grande problema morale che sovrasta alla vita della chiesa, la misura, la stimola, la accusa, la sostiene, la riempie di gemiti e di preghiere, di pentimenti e di speranze, di sforzo e di fiducia, di responsabilità e di meriti. È un problema inerente alle realtà teologiche da cui dipende la vita umana; non si può concepire il giudizio su l’uomo stesso, sulla sua natura, sulla sua originaria perfezione e sulle rovinose conseguenze del peccato originale, sulla capacità dell’uomo al bene e sull’aiuto di cui ha bisogno per desiderarlo e per compierlo, sul senso della vita presente e delle sue finalità, sui valori di cui l’uomo ha desiderio o disponibilità, sul criterio di perfezione e di santità e sui mezzi ed i modi per dare alla vita il suo grado più alto di bellezza e di pienezza, senza riferirsi all’insegnamento dottrinale di Cristo e del conseguente magistero ecclesiastico. L’ansia di conoscere le vie del Signore è e dev’essere continua nella chiesa, e la discussione, sempre tanto feconda e varia, che sulle questioni relative alla perfezione si va alimentando, di secolo in secolo, in seno alla chiesa, noi vorremmo che riprendesse l’interesse sovrano ch’essa merita avere, e non tanto per elaborare nuove teorie, quanto per generare nuove energie, rivolte appunto a quella santità che Cristo c’insegnò e che, con il suo esempio, la sua parola, la sua grazia, la sua scuola, sorretta, dalla tradizione ecclesiastica, fortificata dalla sua azione comunitaria, illustrata dalle singolari figure dei santi, rende a noi possibile conoscere, desiderare ed anche conseguire.



    Perfettibilità dei cristiani

    Questo studio di perfezionamento religioso e morale è stimolato anche esteriormente dalle condizioni in cui la chiesa svolge la sua vita. Non può essa rimanere immobile e indifferente davanti ai mutamenti del mondo circostante. Per mille vie questo influisce e mette condizioni sul comportamento pratico della chiesa. Essa, come ognuno sa, non è separata dal mondo; ma vive in esso. Perciò i membri della chiesa ne subiscono l’influsso, ne respirano la cultura, ne accettano le leggi, ne assorbono i costumi. Questo immanente contatto della chiesa con la società temporale genera per essa una continua situazione problematica, oggi laboriosissima. Da un lato la vita cristiana, quale la chiesa difende e promuove, deve continuamente e strenuamente guardarsi da quanto può illuderla, profanarla, soffocarla, quasi cercasse di immunizzarsi dal contagio dell’errore, e del male; dall’altro lato la vita cristiana deve non solo adattarsi alle forme di pensiero e di costume, che l’ambiente temporale le offre e le impone, quando siano compatibili con le esigenze essenziali del suo programma religioso e morale, ma deve cercare di avvicinarle, di purificarle, di nobilitarle, di vivificarle, di santificarle: altro compito questo che impone alla chiesa un perenne esame di vigilanza morale, che il nostro tempo reclama con particolare urgenza e con singolare gravità. Anche a questo riguardo la celebrazione del concilio è provvidenziale. Il carattere pastorale ch’esso si propone di assumere, gli scopi pratici di aggiornamento della disciplina canonica, il desiderio di rendere quanto più agevole sia possibile, in armonia col carattere soprannaturale che le è proprio, la pratica della vita cristiana conferiscono a questo concilio un merito particolare fin da questo momento, che ancora precede la maggior parte delle deliberazioni, che da esso aspettiamo. Esso infatti risveglia, sia nei pastori sia nei fedeli, il desiderio di conservare e di accrescere nella vita cristiana il suo carattere di soprannaturale autenticità, e ricorda a tutti il dovere d’imprimere tale carattere positivamente e fortemente nella propria condotta, educa i fiacchi ad essere buoni, i buoni ad essere migliori, i migliori ad essere generosi, i generosi a farsi santi. Apre alla santità nuove espressioni, sveglia l’amore a diventare geniale, provoca nuovi slanci di virtù e di eroismo cristiano.



    In quale senso intendere la riforma

    Naturalmente spetterà al concilio suggerire quali siano le riforme da introdurre nella legislazione della chiesa, e le commissioni post-conciliari, quella specialmente istituita per la revisione del Codice di diritto canonico, da noi fin d’ora designata, procureranno di formulare in termini concreti le deliberazioni del sinodo ecumenico. A voi, perciò, venerabili fratelli, spetterà indicarci quali provvedimenti saranno da prendere per mondare e ringiovanire il volto della santa chiesa. Ma sia ancora una volta manifestato il nostro proposito di favorire tale riforma: quante volte nei secoli scorsi questo proposito è associato alla storia dei concili; ebbene lo sia una volta di più, e questa volta non già per togliere dalla chiesa determinate eresie e generali disordini, che, per grazia di Dio, non sono nel suo seno, ma per infondere nuovo spirituale vigore nel corpo mistico di Cristo, in quanto società visibile, purificadolo da difetti di molti suoi membri e stimolandolo a nuove virtù. Affinché ciò possa avvenire, mediante il divino aiuto, sia a noi consentito qui a voi presentare alcune previe considerazioni atte ad agevolare l’opera del rinnovamento, a infonderle il coraggio di cui essa ha bisogno - non senza qualche sacrificio infatti essa può compiersi -, e a tracciarle alcune linee, secondo le quali sembra possa meglio realizzarsi. Dovremo innanzi tutto ricordare alcuni criteri che ci avvertono con quali indirizzi questa riforma deve essere promossa. Essa non può riguardare né la concezione essenziale, né le strutture fondamentali della chiesa cattolica. La parola riforma Sarebbe male usata se in tale senso fosse da noi impiegata. Non possiamo accusare d’infedeltà questa nostra diletta e santa chiesa di Dio, alla quale reputiamo somma grazia appartenere e dalla quale sentiamo salire al nostro spirito la testimonianza "che siamo figli di Dio"! Oh, non è orgoglio, non è presunzione, non è ostinazione, non è follia, ma luminosa certezza, ma gioiosa convinzione la nostra, di essere costituiti membra vive e genuine del Corpo di Cristo, d’essere autentici eredi del vangelo di Cristo, d’essere rettamente continuatori degli apostoli, d’avere in noi, nel grande patrimonio di verità e di costumi che caratterizzano la chiesa cattolica, quale oggi è, l’eredità intatta e viva della tradizione originaria apostolica. Se questo forma il nostro vanto, o meglio il motivo per cui dobbiamo sempre rendere grazie a Dio, costituisce altresì la nostra responsabilità davanti a Dio stesso, al quale dobbiamo rendere conto di tanto beneficio; davanti alla chiesa, a cui dobbiamo infondere con la certezza il desiderio, il proposito di conservare il tesoro - il deposito di cui parla s. Paolo - e davanti ai fratelli tuttora da noi separati e al mondo intero, perché tutti abbiano a condividere con noi il dono di Dio. Così che, su questo punto, se si può parlare di riforma, non si deve intendere cambiamento, ma piuttosto conferma nell’impegno di mantenere alla chiesa la fisionomia che Cristo le impresse, anzi di volerla sempre riportare alla sua forma perfetta, rispondente da un lato al suo primigenio disegno, riconosciuta dall’altro coerente ed approvata nel doveroso sviluppo che, come albero dal seme, da quel disegno ha dato alla chiesa la sua legittima forma storica e concreta. Non ci illuda il criterio di ridurre l’edificio della chiesa, diventato largo e maestoso per la gloria di Dio, come un suo tempio magnifico, alle sue iniziali e minime proporzioni, quasi che quelle siano solo le vere, solo le buone; né ci incanti il desiderio di rinnovare la struttura della chiesa per via carismatica, quasi che nuova e vera fosse quell’espressione ecclesiastica che nascesse da idee particolari, fervorose senza dubbio e talvolta persuase di godere di divina ispirazione, introducendo così arbitrari sogni di artificiosi rinnovamenti nel disegno costitutivo della chiesa. La chiesa quale è dobbiamo servire ed amare, con senso intelligente della storia, e con umile ricerca della volontà di Dio, che assiste e guida la chiesa anche quando permette che la debolezza umana ne offuschi alquanto la purezza di linee e la bellezza d’azione. Questa purezza e questa bellezza noi andiamo cercando e vogliamo promuovere.



    Danni e pericoli della concezione profana della vita

    È necessario confermare in noi tali convinzioni per evitare un altro pericolo, che il desiderio di riforma potrebbe generare non tanto in noi pastori, cui trattiene un vigile senso di responsabilità quanto nell’opinione di molti fedeli che pensano dover consistere principalmente la riforma della chiesa nell’adattamento dei suoi sentimenti e dei suoi costumi a quelli mondani. Il fascino della vita profana oggi è potentissimo. Il conformismo sembra a molti fatale e sapiente. Chi non è ben radicato nella fede e nella pratica della legge ecclesiastica pensa facilmente essere venuto il momento di adattarsi alla concezione profana della vita, come se questa fosse la migliore, fosse quella che un cristiano può e deve far propria.

    Questo fenomeno di adattamento si pronuncia tanto nel campo filosofico (quanto può la moda anche nel regno del pensiero, che dovrebbe essere autonomo e libero, e solo avido e docile davanti alla verità e all’autorità di provati maestri!), quanto nel campo pratico, dove diventa sempre più incerto e difficile segnare la linea della rettitudine morale, e della retta condotta pratica. Il naturalismo minaccia di vanificare la concezione originale del cristianesimo; il relativismo, che tutto giustifica e tutto qualifica di pari valore, attenta al carattere assoluto dei principi cristiani; l’abitudine di togliere ogni sforzo, ogni incomodo dalla pratica consueta della vita accusa d’inutilità fastidiosa la disciplina e l’ascesi cristiana; anzi talvolta il desiderio apostolico d’avvicinare ambienti profani o di farsi accogliere dagli animi moderni, da quelli giovani specialmente, si traduce in una rinuncia alle forme proprie della vita cristiana e a quello stile stesso di contegno, che deve dare a tale premura di accostamento e di influsso educativo il suo senso ed il suo vigore. Non è forse vero che spesso il giovane clero, ovvero anche qualche zelante religioso guidato dalla buona intenzione di penetrare nelle masse popolari o in ceti particolari cerca di confondersi con essi invece di distinguersi, rinunciando con inutile mimetismo all’efficacia genuina del suo apostolato? Il grande principio, enunciato da Cristo, si ripresenta nella sua attualità e nella sua difficoltà: essere nel mondo, ma non del mondo; e buon per noi se la sua altissima e opportunissima preghiera sarà da lui, "sempre vivo per intercedere a nostro favore ", ancor oggi proferita davanti al Padre celeste:" Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno".



    Non immobilità, ma "aggiornamento"

    Ciò non vuol dire che debba essere nostra intenzione credere che la perfezione sia l’immobilità delle forme, di cui la chiesa s’è, lungo i secoli, rivestita; e neppure ch’essa consista nel rendersi refrattari agli avvicinamenti ed accostamenti alle forme oggi comuni e accettabili del costume e dell’indole del nostro tempo. La parola, resa ormai famosa, del nostro venerato predecessore Giovanni XXIII di felice memoria, la parola "aggiornamento" sarà da noi sempre tenuta presente come indirizzo programmatico; lo abbiamo confermato quale criterio direttivo del concilio ecumenico, e lo verremo ricordando quasi uno stimolo alla sempre rinascente vitalità della chiesa, alla sua sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi, e alla sua sempre giovane agilità di "tutto provare e di far proprio ciò ch’è buono", sempre e dappertutto.



    Obbedienza, energie morali, sacrificio

    Ma sia ancora una volta ripetuto a nostro comune ammonimento e profitto: non tanto cambiando le sue leggi esteriori la chiesa ritroverà la sua rinascente giovinezza, quanto mettendo interiormente il suo spirito in attitudine di obbedire a Cristo, e perciò di osservare quelle leggi che la chiesa nell’intento di seguire la via di Cristo prescrive a se stessa: qui sta il segreto del suo rinnovamento, qui la sua "metanoia", qui il suo esercizio di perfezione. Se l’osservanza della norma ecclesiastica potrà essere resa più facile per la semplificazione di qualche precetto e per la fiducia accordata alla libertà del cristiano d’oggi, reso più edotto dei suoi doveri e più maturo e più saggio nella scelta dei modi con cui adempirli, la norma tuttavia rimane nella sua essenziale esigenza: la vita cristiana, quale la chiesa viene interpretando e codificando in sapienti disposizioni, esigerà sempre fedeltà, impegno, mortificazione e sacrificio; sarà sempre segnata dalla "via stretta", di cui nostro Signore ci parla; domanderà a noi cristiani moderni non minori, anzi forse maggiori energie morali che non ai cristiani di ieri, una prontezza all’obbedienza, oggi non meno che in passato doverosa e forse più difficile, certo più meritoria perché guidata più da motivi soprannaturali che naturali. Non la conformità allo spirito del mondo, non l’immunità dalle discipline d’una ragionevole ascetica, non l’indifferenza verso i liberi costumi del nostro tempo, non l’emancipazione dall’autorità di prudenti e legittimi superiori, non l’apatia verso le forme contraddittorie del pensiero moderno possono dare vigore alla chiesa, possono renderla idonea a ricevere l’influsso dei doni dello Spirito santo, possono darle l’autenticità della sua sequela a Cristo Signore, possono conferirle l’ansia della carità verso i fratelli e la capacità di comunicare il suo messaggio di salvezza, ma la sua attitudine a vivere secondo la grazia divina, la sua fedeltà al vangelo del Signore, la sua coesione gerarchica e comunitaria. Non molle e vile è il cristiano, ma forte e fedele. Oh! Noi sappiamo quanto il discorso diventerebbe lungo, se volessimo tracciare anche solo nelle sue linee principali il programma moderno della vita cristiana; né intendiamo ora addentrarci in tale impresa. Voi, del resto, sapete quali siano i bisogni morali del nostro tempo, e voi non cesserete di richiamare i fedeli alla comprensione della dignità, della purezza, dell’austerità della vita cristiana, come non ometterete di denunciare, come meglio è possibile, anche pubblicamente, i pericoli morali ed i vizi di cui soffre l’età nostra. Noi tutti ricordiamo le solenni esortazioni che la sacra scrittura grida verso di noi: "Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza e che non puoi sopportare i malvagi", e tutti cercheremo d’essere pastori vigilanti ed operosi. Il concilio ecumenico deve dare a noi stessi nuovi e salutari ordinamenti; e tutti certamente dobbiamo disporre fin d’ora i nostri animi ad ascoltarli e ad eseguirli.



    Lo spirito di povertà

    Ma noi non vogliamo rinunciare a due accenni particolari che ci sembrano riguardare bisogni e doveri principali, e che possono offrire tema di riflessione per gli orientamenti generali del buon rinnovamento della vita ecclesiastica. Accenniamo dapprima allo spirito di povertà. Pensiamo che esso sia così proclamato nel santo vangelo, che sia così insito nel disegno della nostra destinazione al regno di Dio, che sia messo così in pericolo dalla valutazione dei beni nella mentalità moderna, che sia così necessario per farci comprendere tante nostre debolezze e rovine nel tempo passato e per farci altresì comprendere quale debba essere il nostro tenore di vita e quale il metodo migliore per annunciare alle anime la religione di Cristo, e che sia infine così difficile praticarlo a dovere, che osiamo farne menzione esplicita in questo nostro messaggio, non già perché noi abbiamo in mente di emanare speciali provvedimenti canonici a questo riguardo, quanto piuttosto per chiedere a voi, venerabili fratelli, il conforto del vostro consenso, del vostro consiglio e del vostro esempio. Noi attendiamo che voi, quale voce autorevole che interpreta gli impulsi migliori, onde palpita lo Spirito di Cristo nella santa chiesa, diciate come debbano pastori e fedeli alla povertà educare oggi il linguaggio e la condotta: "Abbiate in voi lo stesso sentire che fu in Cristo Gesù", ci ammonisce l’apostolo, e come insieme dobbiamo proporre alla vita ecclesiastica quei criteri direttivi che devono fondare la nostra fiducia più su l’aiuto di Dio e sui beni dello spirito, che non su i mezzi temporali; che devono a noi stessi ricordare, e al mondo insegnare, il primato di tali beni su quelli economici, e che di questi tanto dobbiamo limitare e subordinare il possesso e l’uso quanto è utile al conveniente esercizio della nostra missione apostolica. La brevità di questo accenno alla eccellenza e all’obbligo dello spirito di povertà, che caratterizza il vangelo di Cristo, non ci esonera del ricordare che tale spirito non ci preclude la comprensione e l’impiego, a noi consentito, del fatto economico, reso gigantesco e fondamentale nello sviluppo della moderna civiltà, specialmente in ogni suo riflesso umano e sociale. Pensiamo anzi che l’interiore liberazione, prodotta dallo spirito della povertà evangelica, ci renda più sensibili e più idonei a comprendere i fenomeni umani collegati con i fattori economici, sia nel dare alla ricchezza e al progresso di cui può essere generatrice il giusto e spesso severo apprezzamento che le si addice, sia nel dare alla indigenza l’interessamento più sollecito e generoso, sia infine nel desiderare che i beni economici non siano fonte di lotte, di egoismi, di orgoglio fra gli uomini, ma siano rivolti, per vie di giustizia e di equità, al bene comune, e perciò sempre più provvidamente distribuiti. Tutto quanto si riferisce a questi beni economici, inferiori a quelli spirituali ed eterni, ma necessari alla vita presente, trova l’alunno del vangelo capace di valutazione sapiente e di cooperazione umanissima: la scienza, la tecnica e specialmente il lavoro umano si fanno per noi oggetto di vivissimo interesse; e il pane che ne risulta diventa sacro per la mensa e per l’altare. Gli insegnamenti sociali della chiesa non lasciano dubbio su questo tema; e ci piace avere questa occasione per riaffermare in proposito la nostra coerente adesione a tali salutari dottrine.



    L’ora della carità

    L’altro accenno che vogliamo fare è allo spirito di carità. Ma non è già questo tema radicato nei vostri animi? Non segna forse la carità il punto focale dell’economia religiosa dell’antico e del nuovo testamento? Non sono alla carità rivolti i passi dell’esperienza spirituale della chiesa? Non è forse la carità la scoperta sempre più luminosa e più gaudiosa che la teologia da un lato, la pietà dall’altro vanno facendo nella incessante meditazione dei tesori scritturali e sacramentali, di cui la chiesa è l’erede, la custode, la maestra e la dispensatrice? Noi pensiamo, con i nostri predecessori, con la corona di Santi che 1’età nostra ha dato alla chiesa celeste e terrestre, e con l’istinto devoto del popolo fedele, che la carità debba oggi assumere il posto che le compete, il primo, il sommo, nella scala dei valori religiosi e morali, non solo nella teorica estimazione, ma altresì nella pratica attuazione della vita cristiana. Ciò sia detto della carità verso Dio, che la sua carità riversò sopra di noi come della carità che di riflesso noi dobbiamo effondere verso il nostro prossimo, vale a dire il genere umano. La carità tutto spiega. La carità tutto ispira. La carità tutto rende possibile. La carità tutto rinnova. La carità "tollera tutto, crede tutto, spera tutto, tutto sopporta". Chi di noi ignora queste cose? E se le sappiamo, non è forse questa l’ora della carità?



    Culto a Maria

    Questo ideale di umile e profonda pienezza cristiana richiama il nostro pensiero a Maria santissima, come colei che perfettamente e meravigliosamente in sé lo riflette, anzi l’ha in terra vissuto ed ora in cielo ne gode il fulgore e la beatitudine. È felicemente in fiore il culto alla Madonna oggi nella chiesa; e noi in questa occasione volentieri vi rivolgiamo lo spirito per ammirare nella Vergine santissima, Madre di Cristo, e perciò Madre di Dio e Madre nostra, il modello della perfezione cristiana, lo specchio delle virtù sincere, la meraviglia della vera umanità. Pensiamo che il culto a Maria sia fonte di insegnamenti evangelici: nel nostro pellegrinaggio in Terra Santa, da lei, la beatissima, la dolcissima, l’umilissima, l’immacolata creatura, a cui toccò il privilegio di offrire al Verbo di Dio la carne umana nella sua primigenia e innocente bellezza, abbiamo voluto assumere l’insegnamento dell’autenticità cristiana, e a lei ancora rivolgiamo lo sguardo implorante, come ad amorosa maestra di vita, mentre ragioniamo con voi, venerabili fratelli, della rigenerazione spirituale e morale della vita della santa chiesa.



    III. IL DIALOGO

    Vi è un terzo atteggiamento che la chiesa cattolica deve assumere in quest’ora della storia del mondo, ed è quello caratterizzato dallo studio dei contatti ch’essa deve tenere con l’umanità. Se la chiesa acquista sempre più chiara coscienza di sé, e se essa cerca di modellare se stessa secondo il tipo che Cristo le propone, avviene che la chiesa si distingue profondamente dall’ambiente umano, in cui essa pur vive, o a cui essa si avvicina. Il vangelo ci fa avvertire tale distanza e tale distinzione quando ci parla del mondo, dell’umanità cioè avversa al lume della fede e al dono della grazia; dell’umanità, che si esalta in un ingenuo ottimismo credendo bastino a se stessa le proprie forze per dare di sé espressione piena, stabile e benefica; ovvero dell’umanità, che si deprime in un crudo pessimismo dichiarando fatali, inguaribili e fors’anche appetibili come manifestazioni di libertà e di autenticità i propri vizi, le proprie debolezze, le proprie morali infermità. Il vangelo, che conosce e denuncia e compatisce e guarisce le umane miserie con penetrante e talora straziante sincerità, non cede tuttavia né all’illusione della bontà naturale dell’uomo quasi a sé sufficiente e di null’altro bisognoso che d’essere lasciato libero di effondersi arbitrariamente, né alla disperata rassegnazione alla corruzione insanabile dell’umana natura. Il vangelo è luce, è novità, è energia, è rinascita, è salvezza. Perciò genera e distingue una forma di vita nuova, della quale il nuovo testamento ci dà continua e mirabile lezione: "Non vogliate conformarvi a questo mondo; trasformatevi e rinnovatevi invece nella mente per saper discernere qual è la volontà di Dio: quello che è buono, che piace a Lui ed è perfetto" ci ammonisce s. Paolo. Questa diversità della vita cristiana dalla vita profana deriva ancora dalla realtà e dalla conseguente coscienza della giustificazione prodotta in noi dalla nostra comunicazione col mistero pasquale, con il santo battesimo innanzi tutto, come sopra dicevamo, che è e dev’essere considerato una vera rigenerazione. Ancora s. Paolo ce lo ricorda. "...tutti noi che fummo battezzati in Cristo Gesù, fummo battezzati nella sua morte. Fummo, infatti, col battesimo, sepolti con lui nella morte, affinché, come Cristo fu risuscitato da morte dalla potenza gloriosa del Padre, così noi pure vivessimo di una vita nuova".



    Vivere nel mondo ma non del mondo

    Sarà opportunissima cosa che anche il cristiano d’oggi abbia sempre presente questa sua originale e mirabile forma di vita, che lo sostenga nel gaudio della sua dignità e che lo immunizzi dal contagio dell’umana miseria circostante, o dalla seduzione dell’umano splendore parimenti circostante. Ecco come s. Paolo medesimo educava i cristiani della prima generazione: "Non unitevi a un giogo sconveniente con gli infedeli; poiché che cosa ha a che fare la giustizia coll’iniquità? e che comunanza v’è tra la luce e le tenebre?... che rapporto tra il fedele e l’infedele?". La pedagogia cristiana dovrà ricordare sempre all’alunno dei tempi nostri questa sua privilegiata condizione e questo suo conseguente dovere di vivere nel mondo ma non del mondo, secondo il voto stesso sopra ricordato di Gesù a riguardo dei suoi discepoli: "Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come Io non sono del mondo". E la chiesa fa proprio tale voto. Ma questa distinzione non è separazione. Anzi non è indifferenza, non è timore, non è disprezzo. Quando la chiesa si distingue dall’umanità non si oppone ad essa, anzi si congiunge. Come il medico, che, conoscendo le insidie d’una pestilenza, cerca di guardare sé e gli altri da tale infezione, ma nello stesso tempo si consacra alla guarigione di coloro che ne sono colpiti, così la chiesa non fa della misericordia a lei concessa dalla bontà divina un esclusivo privilegio, non fa della propria fortuna una ragione per disinteressarsi di chi non l’ha conseguita; sì bene della sua salvezza fa argomento d’interesse e di amore per chiunque le sia vicino e per chiunque, nel suo sforzo comunicativo universale, le sia possibile avvicinare.



    Missione da compiere, annuncio da diffondere

    Se davvero la chiesa, come dicevamo, ha coscienza di ciò che il Signore vuole ch’ella sia, sorge in lei una singolare pienezza e un bisogno di effusione, con la chiara avvertenza d’una missione che la trascende, d’un annuncio da diffondere. È il dovere dell’evangelizzazione. È il mandato missionario. È l’ufficio apostolico. Non è sufficiente un atteggiamento di fedele conservazione. Certo, il tesoro di verità e di grazia, a noi venuto in eredità dalla tradizione cristiana, dovremo custodirlo, anzi dovremo difenderlo. "Custodisci il deposito" ammonisce s. Paolo. Ma né la custodia, né la difesa esauriscono il dovere della chiesa rispetto ai doni che essa possiede. Il dovere congeniale al patrimonio ricevuto da Cristo è la diffusione, è l’offerta, è l’annuncio, ben lo sappiamo: "Andate, dunque, istruite tutte le genti" è l’estremo mandato di Cristo ai suoi apostoli. Questi nel nome stesso di apostoli definiscono la propria indeclinabile missione. Noi daremo a questo interiore impulso di carità, che tende a farsi esteriore dono di carità, il nome, oggi diventato comune, di dialogo.



    Il dialogo

    La chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La chiesa si fa parola; la chiesa si fa messaggio; la chiesa si fa colloquio. Questo capitale aspetto della vita odierna della chiesa sarà oggetto di speciale ed ampio studio da parte del concilio ecumenico, come è noto; e noi non vogliamo entrare nell’esame concreto dei temi che tale studio si propone per lasciare ai padri del concilio il compito di trattarli liberamente. Noi vogliamo soltanto invitarvi, venerabili fratelli, a premettere a tale studio alcune considerazioni, affinché ci siano più chiari i motivi che spingono la chiesa al dialogo, più chiari i metodi da seguire, più chiari i fini da conseguire. Vogliamo disporre gli animi, non trattare le cose. Né possiamo fare altrimenti, nella convinzione che il dialogo debba caratterizzare il nostro ufficio apostolico, eredi come siamo d’un tale stile, d’un tale indirizzo pastorale che ci è tramandato dai nostri predecessori dell’ultimo secolo, a partire dal grande e sapiente Leone XIII, il quale, quasi impersonando la figura evangelica dello scriba sapiente "...che come un padre di famiglia cava dal suo tesoro cose antiche e cose nuove", riprendeva maestosamente l’esercizio del magistero cattolico facendo oggetto del suo ricchissimo insegnamento i problemi del nostro tempo considerati alla luce della parola di Cristo. Così i suoi successori, come sapete. Non ci lasciarono i nostri predecessori, specialmente Pio XI e Pio XII, un patrimonio magnifico e amplissimo di dottrina, concepita nell’amoroso e sapiente tentativo di congiungere il pensiero divino al pensiero umano, non astrattamente considerato, ma concretamente espresso nel linguaggio dell’uomo moderno? E che cos’è questo apostolico tentativo se non un dialogo? E non diede Giovanni XXIII, nostro immediato predecessore di venerata memoria, un’accentuazione anche più marcata al suo insegnamento nel senso di accostarlo quanto più possibile all’esperienza e alla comprensione del mondo contemporaneo? Al concilio stesso non s’è voluto dare, e giustamente, uno scopo pastorale, tutto rivolto all’inserimento del messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parole, di cultura, di costume, di tendenze dell’umanità, quale oggi vive e si agita sulla faccia della terra? Ancor prima di convertirlo, anzi per convertirlo, il mondo bisogna accostarlo e parlargli. Per quanto riguarda l’umile nostra persona, sebbene alieni di parlarne e desiderosi di non attirare su di essa l’altrui attenzione, non possiamo, in questa nostra intenzionale presentazione al collegio episcopale e al popolo cristiano, tacere il nostro proposito di perseverare, per quanto le nostre deboli forze ce lo concederanno e, soprattutto, la divina grazia ci darà modo di farlo, nella medesima linea, nel medesimo sforzo di avvicinare il mondo, nel quale la Provvidenza ci ha destinati a vivere, con ogni riverenza con ogni premura, con ogni amore, per comprenderlo, per offrirgli i doni di verità e di grazia di cui Cristo ci ha resi depositari, per comunicargli la nostra meravigliosa sorte di redenzione e di speranza. Sono profondamente scolpite nel nostro spirito le parole di Cristo, di cui umilmente, ma tenacemente, ci vorremmo appropriare:" Dio non mandò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma affinché sia salvato per mezzo di Lui".



    La religione dialogo fra Dio e l’uomo

    Ecco, venerabili fratelli, l’origine trascendente del dialogo. Essa si trova nell’intenzione stessa di Dio. La religione è di natura sua un rapporto tra Dio e l’uomo. La preghiera esprime a dialogo tale rapporto. La rivelazione, cioè la relazione soprannaturale che Dio stesso ha preso l’iniziativa di instaurare con la umanità, può essere raffigurata in un dialogo, nel quale il Verbo di Dio si esprime nell’incarnazione e quindi nel vangelo. Il colloquio paterno e santo, interrotto tra Dio e l’uomo a causa del peccato originale, è meravigliosamente ripreso nel corso della storia. La storia della salvezza narra appunto questo lungo e vario dialogo che parte da Dio, e intesse con l’uomo varia e mirabile conversazione. È in questa conversazione di Cristo fra gli uomini che Dio lascia capire qualche cosa di Sé, il mistero della sua vita, unicissima nell’essenza, trinitaria nelle Persone; e dice finalmente come vuol essere conosciuto; Amore Egli è; e come vuole da noi essere onorato e servito: amore è il nostro comandamento supremo. Il dialogo si fa pieno e confidente; il fanciullo vi è invitato, il mistico vi si esaurisce.



    Superiori caratteristiche del colloquio della salvezza

    Bisogna che noi abbiamo sempre presente questo ineffabile e realissimo rapporto dialogico, offerto e stabilito con noi da Dio Padre, mediante Cristo, nello Spirito santo, per comprendere quale rapporto noi, cioè la chiesa, dobbiamo cercare d’instaurare e di promuovere con l’umanità. Il dialogo della salvezza fu aperto spontaneamente dalla iniziativa divina: "Egli (Dio) per primo ci ha amati": toccherà a noi prendere l’iniziativa per estendere agli uomini il dialogo stesso, senza attendere d’essere chiamati. Il dialogo della salvezza partì dalla carità, dalla bontà divina "Dio ha talmente amato il mondo da dare il suo Figliuolo unigenito": non altro che amore fervente e disinteressato dovrà muovere il nostro. Il dialogo della salvezza non si commisurò ai meriti di coloro a cui era rivolto, e nemmeno ai risultati che avrebbe conseguito o che sarebbero mancati; "non hanno bisogno del medico i sani": anche il nostro dev’essere senza limiti e senza calcoli. Il dialogo della salvezza non obbligò fisicamente alcuno ad accoglierlo; fu una formidabile domanda d’amore, la quale, se costituì una tremenda responsabilità in coloro a cui fu rivolta, li lasciò tuttavia liberi di corrispondervi o di rifiutarla, adattando perfino la quantità dei segni alle esigenze e alle disposizioni spirituali dei suoi uditori e la forza probativa dei segni medesimi, affinché fosse agli uditori stessi facilitato il libero consenso alla divina rivelazione, senza tuttavia perdere il merito di tale consenso. Così la nostra missione, anche se è annuncio di verità indiscutibile e di salute necessaria, non si presenterà armata di esteriore coercizione, ma solo per le vie legittime dell’umana educazione, dell’interiore persuasione, della comune conversazione offrirà il suo dono di salvezza, sempre nel rispetto della libertà personale e civile. Il dialogo della salvezza fu reso possibile a tutti; a tutti senza discriminazione alcuna destinato; il nostro parimenti dev’essere potenzialmente universale, cattolico cioè e capace di annodarsi con ognuno, salvo che l’uomo assolutamente non lo respinga o insinceramente finga di accoglierlo. Il dialogo della salvezza ha conosciuto normalmente delle gradualità, degli svolgimenti successivi, degli umili inizi prima del pieno successo; anche il nostro avrà riguardo alle lentezze della maturazione psicologica e storica e all’attesa dell’ora in cui Dio lo renda efficace. Non per questo il nostro dialogo rimanderà al domani ciò che oggi può compiere; esso deve avere l’ansia dell’ora opportuna e il senso della preziosità del tempo. Oggi, cioè ogni giorno, deve ricominciare; e da noi prima che da coloro a cui è rivolto.



    Il messaggio cristiano nella circolazione dell’umano discorso

    Com’è chiaro, i rapporti fra la chiesa ed il mondo possono assumere molti aspetti e diversi fra loro. Teoricamente parlando, la chiesa potrebbe prefiggersi di ridurre al minimo tali rapporti, cercando di sequestrare se stessa dal commercio della società profana; come potrebbe proporsi di rilevare i mali che in essa possono riscontrarsi, anatemitizzandoli e movendo crociate contro di essi; potrebbe invece tanto avvicinarsi alla società profana da cercare di prendervi influsso preponderante o anche di esercitarvi un dominio teocratico; e così via. Sembra a noi invece che il rapporto della chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo, e neppure questo in modo univoco, ma adattato all’indole dell’interlocutore e delle circostanze di fatto (altro è infatti il dialogo con un fanciullo ed altro con un adulto; altro con un credente ed altro con un non credente). Ciò è suggerito: dall’abitudine ormai diffusa di così concepire le relazioni fra il sacro e il profano, dal dinamismo trasformatore della società moderna, dal pluralismo delle sue manifestazioni, nonché dalla maturità dell’uomo, sia religioso che non religioso, fatto abile dall’educazione civile a pensare, a parlare, a trattare con dignità di dialogo. Questa forma di rapporto indica un proposito di correttezza, di stima, di simpatia, di bontà da parte di chi lo instaura; esclude la condanna aprioristica, la polemica offensiva ed abituale, la vanità d’inutile conversazione. Se certo non mira ad ottenere immediatamente la conversione dell’interlocutore, perché rispetta la sua dignità e la sua libertà, mira tuttavia al di lui vantaggio, e vorrebbe disporlo a più piena comunione di sentimenti e di convinzioni. Suppone pertanto il dialogo uno stato d’animo in noi, che intendiamo introdurlo e alimentarlo con quanti ci circondano: lo stato d’animo di chi sente dentro di sé il peso del mandato apostolico, di chi avverte di non poter più separare la propria salvezza dalla ricerca di quella altrui, di chi si studia continuamente di mettere il messaggio, di cui è depositario, nella circolazione dell’umano discorso.



    Chiarezza mitezza fiducia prudenza

    Il colloquio è perciò un modo d’esercitare la missione apostolica; è un’arte di spirituale comunicazione. Suoi caratteri sono i seguenti. La chiarezza innanzi tutto; il dialogo suppone ed esige comprensibilità, è un travaso di pensiero, è un invito all’esercizio delle superiori facoltà dell’uomo; basterebbe questo suo titolo per classificarlo fra i fenomeni migliori dell’attività e della cultura umana; e basta questa sua iniziale esigenza per sollecitare la nostra premura apostolica a rivedere ogni forma del nostro linguaggio: se comprensibile, se popolare, se eletto. Altro carattere è poi la mitezza, quella che Cristo ci propose d’imparare da Lui stesso: "Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore"; il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo. La sua autorità è intrinseca per la verità che espone, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone; non è comando, non è imposizione. È pacifico; evita i modi violenti; è paziente; è generoso. La fiducia, tanto nella virtù della parola propria, quanto nell’attitudine ad accoglierla da parte dell’interlocutore: promuove la confidenza e l’amicizia; intreccia gli spiriti in una mutua adesione ad un Bene, che esclude ogni scopo egoistico. La prudenza pedagogica infine, la quale fa grande conto delle condizioni psicologiche e morali di chi ascolta: se bambino, se incolto, se impreparato, se diffidente, se ostile; e si studia di conoscere la sensibilità di lui, e di modificare, ragionevolmente, se stesso e le forme della propria presentazione per non essergli ingrato e incomprensibile. Nel dialogo, così condotto, si realizza l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore.



    Dialettica di autentica sapienza

    Nel dialogo si scopre come diverse sono le vie che conducono alla luce della fede, e come sia possibile farle convergere allo stesso fine. Anche se divergenti, possono diventare complementari, spingendo il nostro ragionamento fuori dei sentieri comuni e obbligandolo ad approfondire le sue ricerche, a rinnovare le sue espressioni. La dialettica di questo esercizio di pensiero e di pazienza ci farà scoprire elementi di verità anche nelle opinioni altrui, ci obbligherà ad esprimere con grande lealtà il nostro insegnamento e ci darà merito per la fatica d’averlo esposto all’altrui obiezione, all’altrui lenta assimilazione. Ci farà sapienti, ci farà maestri. E quale è la sua forma di esplicazione? Oh! molteplici sono le forme del dialogo della salvezza. Esso obbedisce a esigenze sperimentali, sceglie i mezzi propizi, non si lega a vani apriorismi, non si fissa in espressioni immobili, quando queste avessero perduto virtù di parlare e di muovere gli uomini. Qui si pone una grande questione, quella dell’aderenza della missione della chiesa alla vita degli uomini in un dato tempo, in un dato luogo, in una data cultura, in una data situazione sociale.



    Come avvicinare i fratelli nella interezza della verità

    Fino a quale grado la chiesa deve uniformarsi alle circostanze storiche e locali in cui svolge la sua missione? come deve premunirsi dal pericolo d’un relativismo che intacchi la sua fedeltà dogmatica e morale? ma come insieme farsi idonea a tutti avvicinare per tutti salvare, secondo l’esempio dell’apostolo: "Mi son fatto tutto a tutti, perché tutti io salvi"? Non si salva il mondo dal di fuori; occorre, come il Verbo di Dio che si è fatto uomo, immedesimarsi, in certa misura, nelle forme di vita di coloro a cui si vuole portare il messaggio di Cristo, occorre condividere, senza porre distanza di privilegi, o diaframma di linguaggio incomprensibile, il costume comune, purché umano ed onesto, quello dei più piccoli specialmente, se si vuole essere ascoltali e compresi. Bisogna, ancor prima di parlare, ascoltare la voce, anzi il cuore dell’uomo; comprenderlo, e per quanto possibile rispettarlo e dove lo merita assecondarlo. Bisogna farsi fratelli degli uomini nell’atto stesso che vogliamo essere loro pastori e padri e maestri. Il clima del dialogo è l’amicizia. Anzi il servizio. Tutto questo dovremo ricordare e studiarci di praticare secondo l’esempio e il precetto che Cristo ci lasciò. Ma il pericolo rimane. L’arte dell’apostolato è rischiosa. La sollecitudine di accostare i fratelli non deve tradursi in una attenuazione, in una diminuzione della verità. Il nostro dialogo non può essere una debolezza rispetto all’impegno verso la nostra fede. L’apostolato non può transigere con un compromesso ambiguo rispetto ai principi di pensiero e di azione che devono qualificare la nostra professione cristiana. L’irenismo e il sincretismo sono in fondo forme di scetticismo rispetto alla forza e al contenuto della Parola di Dio, che vogliamo predicare. Solo chi è pienamente fedele alla dottrina di Cristo può essere efficacemente apostolo. E solo chi vive in pienezza la vocazione cristiana può essere immunizzato dal contagio di errori con cui viene a contatto.



    Supremazia insostituibile della predicazione

    Noi pensiamo che la voce del concilio, trattando delle questioni relative alla chiesa operante nel mondo moderno, indicherà alcuni criteri teorici e pratici, che serviranno da guida per bene condurre il nostro dialogo con gli uomini del tempo nostro. E pensiamo parimenti che, trattandosi di questione riguardante, da un lato, la missione propriamente apostolica della chiesa, e concernente, dall’altro, le varie e mutevoli circostanze in cui essa si svolge, sarà opera del saggio e attivo governo della chiesa stessa tracciare di volta in volta limiti e forme e sentieri per la continua animazione d’un dialogo vivo e benefico. Lasciamo perciò questo tema per limitarci a ricordare ancora una volta la somma importanza che la predicazione cristiana conserva, ed assume oggi maggiormente, nel quadro dell’apostolato cattolico, e cioè, per quanto ora ci riguarda, del dialogo. Nessuna forma di diffusione del pensiero, anche se tecnicamente assurta, con la stampa e con i mezzi audiovisivi, a straordinaria potenza, la sostituisce. Apostolato e predicazione, in un certo senso, si equivalgono. La predicazione è il primo apostolato. Il nostro, venerabili fratelli, è innanzi tutto ministero della Parola. Noi sappiamo benissimo queste cose; ma ci sembra convenga ora ricordarle a noi stessi, per dare alla nostra azione pastorale la giusta direzione. Dobbiamo ritornare allo studio non già dell’umana eloquenza, o della vana retorica, ma della genuina arte della parola sacra. Dobbiamo cercare le leggi della sua semplicità, della sua limpidezza, della sua forza e della sua autorità per vincere la naturale imperizia nell’impiego di così alto e misterioso strumento spirituale, qual è la parola, e per gareggiare nobilmente con quanti oggi hanno larghissimo influsso con la parola mediante l’accesso alle tribune della pubblica opinione. Dobbiamo domandarne al Signore stesso il grave e inebriante carisma, per essere degni di dare alla fede il suo pratico efficace principio, e di far giungere il nostro messaggio fino ai confini della terra. Che le prescrizioni della costituzione conciliare sulla sacra liturgia circa il ministero della parola, trovino in noi zelanti ed abili esecutori. E che la catechesi al popolo cristiano e a quanti altri sia possibile offrirla diventi sempre esperta nel linguaggio, sapiente nel metodo, assidua nell’esercizio, suffragata dalla testimonianza di virtù reali, avida di progredire e di far giungere gli uditori alla sicurezza della fede, all’intuizione della coincidenza fra la Parola divina e la vita, e agli albori del Dio vivente. Noi dovremmo infine accennare a coloro a cui si rivolge il nostro dialogo. Ma non vogliamo prevenire, anche sotto questo aspetto, la voce del concilio. Essa si farà udire, a Dio piacendo, tra poco.



    Con chi il dialogo

    Parlando in generale circa questo atteggiamento di collocutrice, che la chiesa cattolica oggi deve assumere con rinnovato fervore, vogliamo semplicemente accennare che essa dev’essere pronta a sostenere il dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, dentro e fuori l’ambito suo proprio. Nessuno è estraneo al suo cuore. Nessuno è indifferente per il suo ministero. Nessuno le è nemico, che non voglia egli stesso esserlo. Non indarno si dice cattolica; non indarno è incaricata di promuovere nel mondo l’unità, l’amore, la pace. La chiesa non ignora le formidabili dimensioni d’una tale missione; conosce le sproporzioni delle statistiche fra ciò che essa è e ciò ch’è la popolazione della terra; conosce i limiti delle sue forze; conosce perfino le proprie umane debolezze, i propri falli; conosce anche che l’accoglimento del vangelo non dipende, alla fine, da alcuno suo sforzo apostolico, da alcuna favorevole circostanza d’ordine temporale: la fede è dono di Dio; e Dio solo segna nel mondo le linee e le ore della sua salute. Ma la chiesa sa d’essere seme, d’essere fermento, d’essere sale e luce del mondo. La chiesa avverte la sbalorditiva novità del tempo moderno; ma con candida fiducia si affaccia sulle vie della storia, e dice agli uomini; io ho ciò che voi cercate, ciò di cui voi mancate. Non promette così la felicità terrena, ma offre qualche cosa - la sua luce, la sua grazia - per poterla, come meglio possibile, conseguire; e poi parla agli uomini del loro trascendente destino. E intanto ragiona ad essi di verità, di giustizia, di libertà, di progresso, di concordia, di pace, di civiltà. Sono parole queste, di cui la chiesa conosce il segreto; Cristo glielo ha confidato. E allora la chiesa ha un messaggio per ogni categoria di uomini: lo ha per i bambini, lo ha per la gioventù, lo ha per gli uomini di scienza e di pensiero, lo ha per il mondo del lavoro e per le classi sociali, lo ha per gli artisti, lo ha per i politici e per i governanti. Per i poveri specialmente, per i diseredati, per i sofferenti, perfino per i morenti. Per tutti. Potrà sembrare che così parlando noi ci lasciamo trasportare dall’ebbrezza della nostra missione e che trascuriamo di considerare le posizioni concrete, in cui l’umanità si trova rispetto alla chiesa cattolica. Ma non è così, perché noi vediamo benissimo quali siano tali posizioni concrete; per darne un’idea sommaria ci pare di poterle classificare a guisa di cerchi concentrici intorno al centro, in cui la mano di Dio ci ha posti.



    Primo cerchio: tutto ciò che è umano

    Vi è un primo, immenso cerchio, di cui non riusciamo a vedere i confini; essi si confondono con l’orizzonte; cioè riguardano l’umanità in quanto tale, il mondo. Noi misuriamo la distanza che da noi lo tiene lontano; ma non lo sentiamo estraneo. Tutto ciò ch’è umano ci riguarda. Noi abbiamo in comune con tutta l’umanità la natura, cioè la vita, con tutti i suoi doni, con tutti i suoi problemi. Siamo pronti a condividere questa prima universalità; ad accogliere le istanze profonde dei suoi fondamentali bisogni, ad applaudire alle affermazioni nuove e talora sublimi del suo genio. E abbiamo verità morali, vitali, da mettere in evidenza e da corroborare nella coscienza umana, per tutti benefiche. Dovunque è l’uomo in cerca di comprendere se stesso e il mondo, noi possiamo comunicare con lui; dovunque i consessi dei popoli si riuniscono per stabilire i diritti e i doveri dell’uomo, noi siamo onorati, quando ce lo consentono, di assiderci fra loro. Se esiste nell’uomo un’anima naturalmente cristiana, noi vogliamo onorarla della nostra stima e del nostro colloquio. Noi potremmo ricordare a noi stessi e a tutti gli altri come il nostro atteggiamento sia, da un lato, totalmente disinteressato; non abbiamo alcuna mira politica o temporale; dall’altro, sia rivolto ad assumere, cioè ad elevare a livello soprannaturale e cristiano ogni onesto valore umano e terreno; non siamo la civiltà, ma fautori di essa.



    La negazione di Dio: ostacolo al dialogo

    Noi sappiamo però che in questo cerchio sconfinato sono molti, moltissimi purtroppo, che non professano alcuna religione; sappiamo anzi che molti, in diversissime forme, si professano atei. E sappiamo che vi sono alcuni che della loro empietà fanno professione aperta e la sostengono come programma di educazione umana e di condotta politica, nella ingenua ma fatale persuasione di liberare l’uomo da concezioni vecchie e false della vita e del mondo, per sostituirvi, dicono, una concezione scientifica e conforme alle esigenze del moderno progresso. È questo il fenomeno più grave del nostro tempo. Siamo fermamente convinti che la teoria su cui si fonda la negazione di Dio è fondamentalmente errata, non risponde alle istanze ultime e inderogabili del pensiero, priva l’ordine razionale del mondo delle sue basi autentiche e feconde, introduce nella vita umana non una formula risolutrice, ma un dogma cieco che la degrada e la rattrista, indebolisce alla radice ogni sistema sociale che su di esso pretende fondarsi. Non è una liberazione, ma un dramma che tenta di spegnere la luce del Dio vivente. Perciò noi resisteremo con tutte le nostre forze a questa irrompente negazione, nell’interesse supremo della verità, per l’impegno sacrosanto alla confessione fedelissima di Cristo e del suo vangelo, per l’amore appassionato e irrinunciabile alle sorti dell’umanità, e nella speranza invincibile che l’uomo moderno sappia ancora scoprire nella concezione religiosa, a lui offerta dal cattolicesimo, la sua vocazione alla civiltà che non muore, ma che sempre progredisce verso la perfezione naturale e soprannaturale dello spirito umano, abilitato, per grazia di Dio, al pacifico e onesto possesso dei beni temporali e aperto alla speranza dei beni eterni. Sono queste le ragioni che ci obbligano, come hanno obbligato i nostri predecessori e con essi quanti hanno a cuore i valori religiosi, a condannare i sistemi ideologici negatori di Dio e oppressori della chiesa, sistemi spesso identificati in regimi economici, sociali e politici, e tra questi specialmente il comunismo ateo. Si potrebbe dire che non tanto da parte nostra viene la loro condanna, quanto da parte dei sistemi stessi e dei regimi che li personificano viene a noi radicale opposizione di idee e oppressione di fatti. La nostra deplorazione è, in realtà, lamento di vittime ancor più che sentenza di giudici. L’ipotesi d’un dialogo si fa assai difficile in tali condizioni, per non dire impossibile, sebbene nel nostro animo non vi sia ancor oggi alcuna preconcetta esclusione verso le persone che professano i suddetti sistemi e aderiscono ai regimi stessi. Per chi ama la verità, la discussione è sempre possibile. Ma ostacoli d’indole morale accrescono enormemente le difficoltà, per la mancanza di sufficiente libertà di giudizio e di azione e per l’abuso dialettico della parola, non già rivolta alla ricerca e all’espressione della verità obbiettiva, ma posta al servizio di scopi utilitari prestabiliti.



    Anche nel silenzio un vigile amore

    È per questo che il dialogo tace. La chiesa del silenzio, ad esempio, tace, parlando solo con la sua sofferenza, e le fa compagnia quella d’una società compressa e avvilita, dove i diritti dello spirito sono soverchiati da quelli di chi dispone delle sue sorti. E quando il nostro discorso si aprisse in tale stato di cose, come potrebbe offrire il dialogo, mentre non dovrebbe essere che quello d’una "voce che grida nel deserto"? Silenzio, grido, pazienza, e sempre amore diventano in tal caso la testimonianza che ancora la chiesa può dare e che nemmeno la morte può soffocare. Ma se ferma e franca dev’essere l’affermazione e la difesa della religione e dei valori umani ch’essa proclama e sostiene, non è senza pastorale riflessione che noi cerchiamo di cogliere nell’intimo spirito dell’ateo moderno i motivi del suo turbamento e della sua negazione.

    Li vediamo complessi e molteplici, così da renderci cauti nel giudicarli e più efficaci nel confutarli; li vediamo nascere talora dall’esigenza d’una presentazione del mondo divino più alta e più pura, che non quella forse invalsa in certe forme imperfette di linguaggio e di culto, forme che dovremmo studiarci di rendere quanto più possibile pure e trasparenti per meglio esprimere quel sacro di cui sono segno. Li vediamo invasi dall’ansia, pervasa da passionalità e da utopia, ma spesso altresì generosa, d’un sogno di giustizia e di progresso, verso finalità sociali divinizzate, surrogati dell’Assoluto e del Necessario, che denunciano il bisogno insopprimibile del Principio e del Fine divino, di cui toccherà al nostro paziente e sapiente magistero svelare la trascendenza e l’immanenza. Li vediamo valersi, talora con ingenuo entusiasmo, d’un ricorso rigoroso alla razionalità umana nell’intento di dare una concezione scientifica dell’universo; ricorso tanto meno discutibile, quanto più fondato sulle vie logiche del pensiero non dissimili spesso da quelle della nostra classica scuola, e trascinato, contro la volontà di quelli stessi che pensano trovarvi un’arma inespugnabile per il loro ateismo, per la sua intrinseca validità, trascinato - diciamo - a procedere verso una nuova e finale affermazione sia metafisica, che logica del sommo Iddio: non sarà tra noi chi possa aiutare questo obbligato processo del pensiero, che l’ateo-politico-scienziato arresta volutamente ad un dato punto spegnendo la luce suprema della comprensibilità dell’universo, a sfociare in quella concezione della realtà oggettiva dell’universo cosmico, che rimette nello spirito il senso della Presenza divina, e sulle labbra le umili e balbettanti sillabe d’una felice preghiera? Li vediamo anche talvolta mossi da nobili sentimenti, sdegnosi della mediocrità e dell’egoismo di tanti ambienti sociali contemporanei, e abili ad usurpare al nostro vangelo forme e linguaggio di solidarietà e di compassione umana: non saremo un giorno capaci di ricondurre alle sorgenti, che pur sono cristiane, tali espressioni di valori morali? Ricordando perciò quanto scrisse il nostro predecessore di venerata memoria, papa Giovanni XXIII, nell’enciclica "Pacem in terris", e cioè che le dottrine di tali movimenti, una volta elaborate e definite, rimangono sempre le stesse, ma che i movimenti stessi non possono non evolversi e non andare soggetti a mutamenti anche profondi. Noi non disperiamo che essi possano aprire un giorno con la chiesa altro positivo colloquio, che non quello presente della nostra deplorazione e del nostro obbligato lamento.



    Dialogo per la pace

    Ma non possiamo staccare il nostro sguardo dal panorama del mondo contemporaneo senza esprimere un voto lusinghiero: quello che il nostro proposito di coltivare e perfezionare il nostro dialogo con le varie e mutevoli facce, ch’esso presenta di sé, possa giovare alla causa della pace fra gli uomini; come metodo, che cerca di regolare i rapporti umani nella nobile luce del linguaggio ragionevole e sincero; e come contributo, di esperienza e di sapienza, che può in tutti ravvivare la considerazione dei valori supremi. L’apertura d’un dialogo, come vuol essere il nostro, disinteressato, obbiettivo, leale, decide per se stessa in favore d’una pace libera ed onesta; esclude infingimenti, rivalità, inganni e tradimenti; non può non denunciare, come delitto e come rovina, la guerra di aggressione, di conquista o di predominio; e non può non estendersi dalle relazioni al vertice delle nazioni a quelle del corpo delle nazioni stesse e alle basi sia sociali, che familiari e individuali, per diffondere in ogni istituzione ed in ogni spirito il senso, il gusto, il dovere della pace.



    Secondo cerchio: i credenti in Dio

    Poi intorno a noi vediamo delinearsi un altro cerchio, immenso anche questo, ma da noi meno lontano: è quello degli uomini innanzi tutto che adorano il Dio unico e sommo, quale anche noi adoriamo; alludiamo ai figli, degni del nostro affettuoso rispetto, del popolo ebraico, fedeli alla religione che noi diciamo dell’antico testamento; e poi agli adoratori di Dio secondo la concezione della religione monoteistica, di quella musulmana specialmente, meritevoli di ammirazione per quanto nel loro culto di Dio vi è di vero e di buono; e poi ancora i seguaci delle grandi religioni afroasiatiche. Noi non possiamo evidentemente condividere queste varie espressioni religiose, né possiamo rimanere indifferenti, quasi che tutte, a loro modo, si equivalessero, e quasi che autorizzassero i loro fedeli a non cercare se Dio stesso abbia rivelato la forma, scevra d’ogni errore, perfetta e definitiva con cui Egli vuole essere conosciuto, amato e servito; ché anzi, per dovere di lealtà, noi dobbiamo manifestare la nostra persuasione essere unica la vera religione ed essere quella cristiana, e nutrire speranza che tale sia riconosciuta da tutti i cercatori e adoratori di Dio. Ma non vogliamo rifiutare il nostro rispettoso riconoscimento ai valori spirituali e morali delle varie confessioni religiose non cristiane, vogliamo con esse promuovere e difendere gli ideali, che possono essere comuni nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile. In ordine a questi comuni ideali un dialogo da parte nostra è possibile; e noi non mancheremo di offrirlo là dove, in reciproco e leale rispetto, sarà benevolmente accettato.



    Terzo cerchio: i cristiani fratelli separati

    Ed ecco il cerchio, a noi più vicino, del mondo che a Cristo s’intitola. In questo campo il dialogo, che ha assunto la qualifica di ecumenico, è già aperto; in alcuni settori è già in fase di iniziale e positivo svolgimento. Molto vi sarebbe da dire su questo tema tanto complesso e tanto delicato, ma il nostro discorso non finisce qui. Esso si limita ora a pochi accenni, e non nuovi. Volentieri facciamo nostro il principio: mettiamo in evidenza anzitutto ciò che ci è comune, prima di notare ciò che ci divide. È questo un tema buono e fecondo per il nostro dialogo. Siamo disposti a proseguirlo cordialmente. Diremo di più: che su tanti punti differenziali, relativi alla tradizione, alla spiritualità, alle leggi canoniche, al culto, noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei fratelli cristiani, tuttora da noi separati. Nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità. Ma dobbiamo pur dire che non è in nostro potere transigere sull’integrità della fede e sulle esigenze della carità. Intravediamo diffidenze e resistenze a questo riguardo. Ma ora che la Chiesa cattolica ha preso l’iniziativa di ricomporre l’unico ovile di Cristo, essa non cesserà di procedere con ogni pazienza e con ogni riguardo; non cesserà di mostrare come le prerogative, che tengono ancora da lei lontani i fratelli separati, non sono frutto d’ambizione storica o di fantastica speculazione teologica, ma sono derivate dalla volontà di Cristo, e che esse, comprese nel loro vero significato, sono a beneficio di tutti, per l’unità comune, per la libertà comune, per la pienezza cristiana comune; la chiesa cattolica non cesserà di rendersi idonea e degna, nella preghiera e nella penitenza, dell’auspicata riconciliazione. Un pensiero, a questo riguardo, ci affligge, ed è quello che fa vedere come proprio noi, fautori di tale riconciliazione, siamo, da molti fratelli separati, considerati l’ostacolo ad essa, a causa del primato di onore e di giurisdizione, che Cristo ha conferito all’apostolo Pietro, e che noi abbiamo da lui ereditato. Non si dice da alcuni che, se fosse rimosso il primato del papa, l’unificazione delle chiese separate con la chiesa cattolica sarebbe più facile? Vogliamo supplicare i fratelli separati a considerare la inconsistenza di tale ipotesi; e non già soltanto perché, senza il papa, la chiesa cattolica non sarebbe più tale; ma perché, mancando nella chiesa di Cristo l’ufficio pastorale sommo efficace e decisivo di Pietro, l’unità si sfascerebbe; e invano poi si cercherebbe di ricomporla con criteri sostitutivi di quello autentico, stabilito da Cristo stesso: "vi sarebbero nella chiesa tanti scismi quanti sono i sacerdoti" scrive giustamente s. Girolamo. E vogliamo altresì considerare che questo cardine centrale della santa chiesa non vuole costituire supremazia di spirituale orgoglio e di umano dominio, ma primato di servizio, di ministero, di amore. Non è vana retorica quella che al vicario di Cristo attribuisce il titolo di "servo dei servi di Dio". Su questo piano veglia il nostro dialogo, che ancor prima di svolgersi in fraterne conversazioni si esprime a colloquio col Padre celeste in effusione di preghiera e di speranza.



    Auspici e speranze

    Dobbiamo con gaudio e con fiducia notare, venerabili fratelli, che questo vario ed estesissimo settore dei cristiani separati è tutto pervaso da fermenti spirituali, che sembrano preludere a futuri consolanti sviluppi per la causa della loro ricomposizione nell’unica chiesa di Cristo. Vogliamo implorare il soffio dello Spirito Santo sul "movimento ecumenico"; vogliamo ripetere la nostra commozione ed il nostro gaudio per l’incontro pieno di carità e non meno di nuova speranza che abbiamo avuto a Gerusalemme con il patriarca Atenagora; vogliamo salutare con rispetto e con riconoscenza l’intervento di tanti rappresentanti delle chiese separate al concilio ecumenico Vaticano II; vogliamo assicurare ancora una volta che guardiamo con attento e sacro interesse i fenomeni spirituali, caratterizzati dal problema dell’unità, che muovono persone e gruppi e comunità di viva e nobile religiosità, Con amore, con riverenza salutiamo tutti questi cristiani, nell’attesa che ancor meglio nel dialogo della sincerità e dell’amore ci sia dato promuovere con loro la causa di Cristo e dell’unità da lui voluta per la sua chiesa.



    Il dialogo nell’interno della chiesa cattolica

    E finalmente il nostro dialogo si offre ai figli della chiesa di Dio, la chiesa una santa cattolica e apostolica, di cui questa romana è madre e capo. Quanto lo vorremmo godere in pienezza di fede, di carità, di opere questo domestico dialogo; quanto lo vorremmo intenso e familiare! quanto sensibile a tutte le verità, a tutte le virtù, a tutte le realtà del nostro patrimonio dottrinale e spirituale! quanto sincero e commosso nella sua genuina spiritualità! quanto pronto a raccogliere le voci molteplici del mondo contemporaneo! quanto capace di rendere i cattolici uomini veramente buoni, uomini saggi, uomini liberi, uomini sereni e forti!



    Carità e obbedienza

    Questo desiderio d’improntare i rapporti interiori della chiesa dello spirito proprio d’un dialogo fra membri d’una comunità, di cui la carità è principio costitutivo, non toglie l’esercizio della virtù dell’obbedienza là dove l’esercizio della funzione propria dell’autorità da un lato, della sottomissione dall’altro è reclamato sia dall’ordine conveniente ad ogni ben compaginata società, sia soprattutto dalla costituzione gerarchica della chiesa. L’autorità della chiesa è anzi rappresentativa di lui, è veicolo autorizzato della sua parola, è trasposizione della sua pastorale carità; così che la obbedienza muove da motivo di fede, diventa scuola di umiltà evangelica, associa l’obbediente alla sapienza, all’unità, all’edificazione, alla carità che reggono il corpo ecclesiastico, e conferisce a chi la impone e a chi vi si uniforma il merito dell’imitazione di Cristo "fattosi obbediente sino alla morte". Per obbedienza perciò svolta a dialogo intendiamo l’esercizio dell’autorità tutto pervaso dalla coscienza di essere servizio e ministero di verità e di carità; e intendiamo l’osservanza delle norme canoniche e l’ossequio al governo del legittimo superiore, resi pronti e sereni, come si conviene a figli liberi ed amorosi. Lo spirito d’indipendenza, di critica, di ribellione male si accorda con la carità animatrice della solidarietà, della concordia, della pace nella chiesa, e trasforma facilmente il dialogo in discussione, in diverbio, in dissidio; spiacevolissimo fenomeno, anche se pur troppo sempre facile a prodursi, contro il quale la voce dell’apostolo Paolo ci premunisce: "non vi siano tra voi degli scismi".



    Fervore di sentimenti e di opere: la chiesa è viva!

    Siamo cioè ardentemente desiderosi che il dialogo interiore in seno alla comunità ecclesiale si arricchisca di fervore, di temi, e di locutori, così che si accresca la vitalità e la santificazione del corpo mistico terreno di Cristo. Tutto ciò che mette in circolazione gli insegnamenti, di cui la chiesa è depositaria e dispensatrice, è da noi auspicato: già dicemmo della vita liturgica e interiore e della predicazione, possiamo aggiungere: la scuola, la stampa, l’apostolato sociale, le missioni, l’esercizio della carità; temi questi che anche il concilio ci farà considerare. E tutti quelli che al dialogo vitalizzante della chiesa sotto la guida della competente autorità partecipano siano da noi incoraggiati e benedetti: i sacerdoti in modo speciale, i religiosi, i carissimi laici militanti per Cristo nella Azione Cattolica e in tante altre forme d’associazione e di azione. Noi siamo lieti e confortati osservando che un tale dialogo all’interno della chiesa, e per l’esterno che la circonda, è già in atto: la chiesa è viva oggi più che mai! Ma a ben considerare sembra che tutto ancora resti da fare; il lavoro comincia oggi e non finisce mai. È questa la legge del nostro pellegrinaggio sulla terra e nel tempo. È questo l’ufficio consueto, venerabili fratelli, del nostro ministero, cui oggi tutto stimola a farsi nuovo, vigile, intenso. Quanto a noi, mentre di ciò vi diamo avvertimento, ci piace confidare nella vostra collaborazione, mentre vi offriamo la nostra: questa comunione di intenti e di opere noi chiediamo ed esibiamo appena saliti, col nome e, Dio voglia, con qualche cosa dello spirito dell’apostolo delle genti, sulla cattedra dell’apostolo Pietro. E celebrando così l’unità di Cristo fra noi, vi mandiamo con questa nostra lettera iniziale nel nome del Dio immortale la nostra fraterna e paterna benedizione apostolica, che volentieri estendiamo a tutta la chiesa e all’intera umanità.

    Dato a Roma, presso San Pietro nella Festa della Trasfigurazione di nostro Signore Gesù Cristo, il 6 agosto dell’anno 1964, secondo del nostro pontificato.

  6. #6
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    Il dio degli ebrei non è il dio dei cristiani che non è il dio dei musulmani che non è il dio degli ebrei.
    2010:

  7. #7
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    Il dio degli ebrei non è il dio dei cristiani che non è il dio dei musulmani che non è il dio degli ebrei.
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  8. #8
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    Caro Ichthys, questa è una posizione gnostica, non certo ORTODOSSA. Su questo argomento se ti ricordi abbiamo aperto anche un lungo thread:
    http://www.politicaonline.net/forum/...&threadid=6951

  9. #9
    Qoelèt
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    Caro Ichthys, questa è una posizione gnostica, non certo ORTODOSSA. Su questo argomento se ti ricordi abbiamo aperto anche un lungo thread:
    http://www.politicaonline.net/forum/...&threadid=6951

 

 

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