La Padania rifà il giornale della razza: pubblicate le foto dei bambini "puri"
di Oreste Pivetta
La linea di Bossi fino all’altro giorno era nota: impronte sì, ma solo per gli immigrati. Dopo la lettura dell’ultima Padania (giovedì 12 settembre) viene il dubbio che il pensiero di Bossi, esaurite le concessioni al più sobrio federalismo, si stia di nuovo evolvendo in senso celtico, con il sottofondo dell’indipendenza e di Braveheart, e che quindi le impronte siano per tutti tranne per i suoi celti, lombardi, piemontesi, emiliani, veneti e friulani e perchè no trentini, tutti dentro, per lo più a loro insaputa, nella pentola della padania, la regione (non più il giornale) che prospera solo nella fantasia del leader con l’ampolla.
Nei giorni della lunga vigilia (ogni vigilia di un appuntamento sacro può essere molto lunga), prima che il Bossi salga al Pian del re a raccogliere la pura acqua zampillante dai nostri monti, prima della marcia su Venezia, bisogna pur scaldare i muscoli identitari. Non bastava il Gentilini di un mese fa ormai con la sua bella “razza Piave”, che poi riguarda solo le due sponde del fiume peraltro “caro alla patria”, come sta scritto sui cartelli all’inizio d’ogni ponte, una bestemmia, un colpo al cuore del sindaco ruspista, che potrebbe di patria in patria pensare all’Altare della Patria e cioè al patriottismo che piace tanto al presidente della repubblica (nazionale) Ciampi.
Ci vuole qualche cosa d’altro, qualcosa di veramente celtico, che non crei confusione tra la gente del nord e i soliti profittatori terroni, per separare, distinguere, proteggere ed esaltare insieme antiche virtù (insidiate dal “magna magna romano”, avrebbe aggiunto una volta il Bossi), perchè si capisca che lo zoo lo vogliamo fare “tra di noi”, non vogliamo “dei loro”, come qualcuno diceva una volta a Torino a proposito degli immigrati calabresi o siciliani o veneti (la razza Piave ha dato moltissimo alla patria, al calcio, al ciclismo e all’emigrazione, in tutti e due gli emisferi).
Ecco dunque la Padania (ancora il giornale) schierare in ultima pagina le faccine di una decina di bimbi e ragazzini, per lo più addobbati con bandane verdi e fazzolettoni alla musulmana, sempre verdi però, tutte attorno al titolo che spiega: «L’oro della Padania», sotto un occhiello in testata che introduce: «La ricchezza del nostro popolo». C’è anche una spiegazione, nel sommario: «Bei volti puliti dei nostri figli: la “ricchezza” più grande del nostro popolo, la vera “ricchezza” da sostenere e da potenziare». E poi un invito: «Mandateci le foto dei vostri figli o nipoti o pronipoti...».
Dio mio, uno dice, ci risiamo. Già sarebbe uno scandalo, sfruttando la compiaciuta ambizione di nonni e bisnonni, tirare in ballo quegli innocenti, che non sanno nulla delle colpe dei padri, figuriamoci se sanno qualcosa dello spirito leghista dei genitori. A parte il fatto che c’è qualcuno francamente sospetto, con l’aria dell’intruso: capelli neri e ricciuti, carnagione scura, occhi neri e intensi, faccia da marocchino. Non tutti hanno gli occhi cerulei e i capelli biondi slavati come i figli prediletti di Hitler.
Ma lo scandalo è ben peggio: usarli come foto segnaletiche di una razza «da sostenere e da potenziare», di un «popolo», che esiste solo nella testa di qualcuno e che non trova neppure ragioni nel disegno di una carta geografica. In Italia si può trovare qualcosa di simile solo nel fascismo, ma della «Difesa della razza» e delle leggi razziali ormai chiede scusa pure Fini. Invece questi della Padania tornano alla carica per ricordarci il «nostro popolo», che vorrebbero «sostenere» e «potenziare», non si sa come, forse ricorrendo alle tassa sul celibato, come appunto s’era ingegnato Mussolini, per rifornir di braccia le campagne e i suoi eserciti.
I «bei volti puliti» sono degni di un trattato di fisiognomica razzista, che mette uno accanto all’altro il bianco, il nero scimmiesco, il giallo con gli occhi a mandorla, l’ebreo, sporco, avido, il naso adunco, per confrontare il bianco buono con i perfidi “diversi”. E l’oro, l’oro padano gridato a quel modo, sembra rieccheggiare quello alla patria (ancora la patria, anche se in camicia nera in versione cannoniera) e quello del Reno, certo musica di un genio, Wagner, che piaceva tanto però al dittatore nazista.
Lasciamo stare le smentite degli storici: i celti sarebbero solo un’invenzione di tre secoli fa, nel tentativo di giustificare identità etnico nazionali da parte di chi coltivava qualche sogno separatista (come Bossi?). Credevamo piuttosto di vivere nel duemila e dopo il duemila, negli anni della comunicazione e dello scambio, finchè la Padania non ci ha comunicato questo (suo, per fortuna, ma non solitario) ritorno al passato, indietro almeno di mezzo secolo.
Più banalmente, tanto gridare sembrerebbe guidato dalla miseria culturale e politica, dal fallimento di una banale operazione di governo che può vantarsi soltanto di una povera legge Bossi-Fini, la legge sull’immigrazione, e di una mano volonterosa prestata in cambio di chissachè ai disegni giudiziari di Berlusconi, per un bilancio penoso che potrebbe condurre all’estinzione (chi può, nelle fila di Forza Italia).
Ogni fascismo incantava i suoi sostenitori favoleggiando di razze elette, di miti antichi, di prodi guerrieri e di assedi barbari. Nelle sue ristrettezze, la recita padana ricorda l’ incitamento al razzismo e un’altra colossale presa in giro ai danni di gente normale.
http://www.unita.it/index.asp?SEZION...TOPIC_ID=19423




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