In questi giorni "Il secolo XIX" ha dedicato molto spazio a una fra le più epiche pagine della storia della regione Liguria. Il governatore Biasotti ha infatti dichiarato battaglia a una nota multinazionale, la Nestlè, che ha registrato coi nomi di "Genova" e "Sanremo" un pesto ottenuto con basilico non ligure e una ricetta che nulla ha a che vedere con la tradizione di questa salsa. Il pesto, infatti, non è un opinione, ma una scienza consolidata negli anni, che prevede costi non abbattibili e che rappresenta una delle bandiere più significative di Genova e della Liguria. Non si può chiamare vino l'acqua, questo è il Biasotti-pensiero: è necessario difendere il consumatore, difendere l'immagine di un prodotto su cui si ritagliano fette importanti del primario ligure, salvaguardare le identità più profonde che non devono esser svendute in nome del profitto. La "Coop Liguria", a simboleggiare come questa battaglia sia bipartisan, ha già ritirato il pesto Buitoni dagli scaffali. Prossimo obiettivo il riconoscimento del marchio "D.O.P" al basilico ligure, unico e irripetibile. L'obiettivo finale sarà però quella di controllare l'origine del pesto, impedendo di utilizzare questa dicitura a chi non segue la vera ricetta. Sulla stessa linea sembra muoversi anche il ministro Alemanno. Insomma, la partita sta volgendo a favore del presidente della regione e, è il caso di dirlo, dei cittadini liguri. Il pesto non dovrà subir la stessa fine della cioccolata. I prodotti tipici non possono essere violentati.




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