Hai visto mai che si tratta di una raffinatissima strategia del Bossi - che già sapeva dove saremmo andati a parare , cioè la bancarotta dei Conti Pubblici , in altre parole la distruzione dello Stato italiano dall'interno ?

E' finita l'illusione
di MASSIMO RIVA


LA NOTIZIA non è cattiva, ma pessima. Innanzitutto in termini contabili: con il buco di tre miliardi di euro in agosto, il fabbisogno pubblico dei primi otto mesi dell'anno diventa una voragine di 34 miliardi, addirittura il 60 per cento in più rispetto all'analogo periodo dell'anno precedente. Ciò significa che l'impegno assunto dal governo di contenere il disavanzo 2002 attorno all'1 per cento del Pil non è più una penosa bugia, ma un impudente inganno della pubblica opinione.

Di questo passo, volendo essere ottimisti, si può sperare di chiudere l'anno in corso un poco sopra il due per cento: ovvero su livelli analoghi a quelli del 2001. Come dire, insomma, che i quindici mesi della cura Tremonti sono trascorsi del tutto invano; anzi il malato sta peggiorando. Tant'è che, a questo punto, per raddrizzare le prospettive del bilancio 2003 diventa reale e fondata l'ipotesi di una manovra pesantissima da non meno di 30 miliardi di euro.

A rendere più fosco questo orizzonte c'è poi l'atteggiamento del governo, che non è più esagerato definire irresponsabile. Per spiegare il buco di agosto, infatti, il ministero dell'Economia si è trincerato dietro l'ovvia giustificazione della bassa crescita in atto nell'economia italiana. Peccato che un simile argomento, sulle bocche di Berlusconi e Tremonti, risulti essere per loro un "boomerang" micidiale. Che il divario fra entrate e uscite dell'Erario aumenti a causa della frenata congiunturale è un fatto, ma altrettanto è un fatto che esso ha assunto le proporzioni di una voragine proprio perché l'attuale governo ha voluto insistere nel fare previsioni di crescita che non stavano letteralmente né in cielo né in terra, dietro le quali ha mascherato la sua inerzia assoluta.

Per rispettare le promesse di Bengodi che aveva sparso a piene mani durante la campagna elettorale, l'accoppiata Berlusconi-Tremonti ha continuato a mentire agli italiani presentando un bilancio di previsione 2002 scritto con l'inchiostro della fantasia. Per il riequilibrio dei conti si è puntato tutto su una speranza di crescita dell'economia superiore al due per cento, che è stata mantenuta ferma per mesi e mesi: non solo a dispetto delle ben più basse stime delle maggiori autorità internazionale, ma perfino contro le indicazioni che la realtà delle rilevazioni statistiche fornivano implacabili trimestre dopo trimestre. Dunque, se i conti oggi non tornano, la colpa non è del rallentamento dell'economia, ma di chi quella frenata non poteva non vedere ma ha fatto finta di non vedere.

E, quel che è peggio, lo ha fatto deliberatamente. Tant'è che ancora in questi giorni, a meno di un mese dalla presentazione della manovra finanziaria per il 2003, l'intero governo insiste nel giurare sulle cifre di un Documento di programmazione (Dpef) che era già superato in primavera, quando è stato presentato, e oggi appare come una caricatura della realtà contabile della finanza pubblica. Qualcosa del genere accadde anche lo scorso anno, quando a fine settembre venne presentata una Finanziaria 2002 che ripeteva le stime calcolate prima della tragedia americana dell'11 settembre senza minimamente adeguarsi al radicale cambiamento di prospettive che il crollo delle Twin Towers avrebbe inesorabilmente provocato.

Sordi al monito secondo cui soltanto i cretini non cambiano mai idea, fermi agli slogan di una campagna elettorale miracolistica, il presidente Berlusconi e il fido ministro Tremonti hanno così creato le premesse del disastro finanziario del quale ora si cominciano a intuire le proporzioni. E adesso, non paghi di una catena di insuccessi sempre più evidenti, mostrano di non sapere fare altro che continuare su questa loro strada. È soltanto di ieri la notizia sull'aggravamento del buco dei conti pubblici in agosto, ma è appena di pochi giorni fa l'ilare annuncio del presidente del Consiglio al meeting ciellino di Rimini che "l'economia va".

Ma dove va, on. Presidente? Avevate previsto una crescita del Pil al 2,3 per cento per quest'anno. Poi, a primavera, il ministro Tremonti ha tentato di cambiare le carte in tavola parlando di un aumento dell'1,3 pur senza nulla fare per tamponare gli effetti di questo taglio sui saldi della finanza pubblica. Ora perfino un soggetto non privo di simpatie per il governo, come la Confindustria, prevede che sarà un lusso se la crescita 2002 sfiorerà l'uno per cento. Dove va, dunque, l'economia italiana? E, d'altro canto, dove potrebbe andare nel mezzo di una congiuntura internazionale debole tanto in Europa che negli Stati Uniti? È ovvio che si tratta di domande retoriche. Il punto vero è che qualcuno a Roma ha coltivato la delirante illusione che l'Italia potesse trasformarsi nella locomotiva di se stessa in un orizzonte congiunturale che diventava sempre più oscuro per tutti. Ora siano alla resa dei conti con questa follia che va ricordato aveva sedotto milioni di italiani. E il conto s'annuncia, ogni mese, sempre più salato, mentre chi dovrebbe porvi riparo continua a non voler prendere le misure con la realtà e a sfuggire all'assunzione delle proprie responsabilità.

Le uscite ordinarie dello Stato stanno sempre più sopravanzando le entrate ordinarie del medesimo. Di conseguenza il debito pubblico, che la saggia politica inaugurata da Carlo Azeglio Ciampi stava riconducendo nel sentiero degli impegni assunti con l'unione monetaria, minaccia di invertire il cammino del risanamento e di riportare il paese alla condizione di sorvegliato speciale in Europa. Il divario fra l'inflazione domestica e quella degli altri soci dell'Unione si sta di nuovo allargando e mette in serio pericolo la competitività di prezzo del "made in Italy". Ebbene, in questa inquietante congiuntura, il meglio che le menti della maggioranza berlusconiana sanno partorire per raddrizzare i saldi del bilancio è il ricorso a qualche condono (fiscale, forse previdenziale, magari anche edilizio). Tutto insomma, anche la replica delle peggiori imprese dell'era democristiana della decadenza, pur di non dover ammettere di aver perso il controllo dei conti pubblici e di non avere il coraggio politico (e forse neppure l'attrezzatura culturale) per affrontare i guasti provocati dal proprio incosciente ottimismo propagandistico.

Ma gli italiani, a cui più prima che poi toccherà pagare con lacrime e sangue il costo di queste follie, per il momento forse potranno consolarsi con il tragicomico spettacolo offerto in questi giorni da Palazzo Chigi. Dove il presidente del Consiglio nei panni di un novello Fregoli è impegnatissimo nella triplice veste che occupa nella crisi del calcio che lo vede recitare dalla parte della Rai come capo del governo, dalla parte di Mediaset come suo proprietario, dalla parte della Lega come principale del suo presidente Galliani e come patron del Milan. Questa sì è la grande politica, altro che quelle noiose bazzecole dei conti pubblici.

(3 settembre 2002)