Lo «strappo» di Bossi: riforme, subito un vertice

«Il premier smetta di gironzolare». Immigrati, attacco ai centristi e al volontariato cattolico «che ha fatto i soldi»


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
VENEZIA - «Grido al popolo e a me stesso: federalismo adesso o mai più». È lo slogan bellicoso di Venezia 2002, l’urlo della Lega che Umberto Bossi dalla Laguna richiama in piazza, vuole pronta a «battersi all’arma bianca», a «irrompere con forza nelle strade e nelle case del popolo», lanciata contro «i rottami della nomenklatura, fino al trionfo del federalismo e della libertà». Una dichiarazione di guerra, di «mobilitazione permanente», che trasformata dal lessico bellico a quello politico diventa un chiaro ultimatum a Berlusconi: «Il governo non ha ancora fatto niente per le riforme costituzionali, che sono alla base dell’accordo con la Lega. Bisogna che Berlusconi richiami le truppe, le rimetta in linea. Lui ha troppo l’ideologia del viaggiare... Si metta al lavoro qui, dovrà fare una riunione delle varie forze politiche».
Quella che sabato era appena una riflessione abbozzata in un bar sotto il Monviso con il «suo» Calderoli («Bisogna dire a Berlusconi di fare un incontro...»), ieri a Venezia, sulla Riva degli Schiavoni, prima che l’acqua sorgiva del Po venga rovesciata in Laguna davanti a oltre 70.000 militanti (secondo la Lega, ma la Questura parla di 20.000), diventa formale richiesta: il senatur vuole un «vertice di maggioranza» e dice al Cavaliere di «smetterla di gironzolare», ancora una volta critico con l’interim degli Esteri. Il termine verifica rifiuta di usarlo, perché «non siamo così vecchi come la prima Repubblica», ma la differenza è proprio solo lessicale: sceglie «temporizzazione». Ma il succo è che a Berlusconi chiede di dire ai leader della coalizione «qual è il programma elettorale da svolgere, in modo che si parta tutti insieme. Così sapranno tutti cos’è prioritario, cosa c’è da fare per prima cosa, per seconda o per terza». Dal palco la chiama «rifasatura politica», pensando alla Lega motore del cambiamento. E per restare in metafora dà ai militanti appuntamento «a Pontida tra un mese e mezzo, quando la macchina sarà a punto». Se il vertice non ci sarà stato il «pratone» da luogo di celebrazione tornerà luogo di lotta. Ma lotta «in difesa della democrazia compiuta e in nome dello Stato di diritto».
Da Berlusconi, poiché «la Lega non è subalterna a nessuno», neppure a Forza Italia, il senatur si attende una piena condivisione dei tempi delle riforme che nel suo discorso di 70 minuti, per la prima volta in gran parte letto, scandisce così: «Entro il 2002-2003 vanno approvate la devoluzione e la Corte costituzionale regionalizzata. Nel 2004 il Senato federale e il coordinamento delle Regioni», un organismo da consultare in caso di leggi frutto della potestà legislativa concorrente Regioni-Stato. Dagli alleati, centristi innanzitutto, si attende evidentemente maggiore rispetto per le battaglie del Carroccio. Se il capogruppo Cè attacca da giorni frontalmente Casini, lui dice invece a sorpresa che è «dalla parte giusta», rifiuta per il presidente della Camera la definizione di «boiardo». Se la prende piuttosto con chi c’è dietro i centristi della maggioranza, con le «associazioni di volontariato» che con l’immigrazione «hanno fatto i soldi: avevi bisogno della cameriera o di una badante e chiamavi la parrocchia. Che te la mandava in nero». A un certo punto gli scappa pure «i preti di Casini» ma poi si corregge al volo e parla di «questi partiti, Ccd e Cdu che propongono la regolarizzazione dei clandestini».
L’accusa ai centristi è semmai proiettata al futuro: non dovessero passare le riforme c’è il rischio della «palude politica» e della «nascita di disegni alternativi che potrebbero soddisfare i bisogni di potere temporale con la creazione di nuovi partiti centralisti». Gli attacchi alla sinistra li lascia piuttosto ai suoi ministri, con Maroni che la definisce «parolaia e cialtrona» accusandola di non aver fatto nulla in tema di riforme sociali. Mentre Castelli torna sulle accuse di fomentare le rivolte carcerarie: «Quando denuncio i traffici di quelli della sinistra spesso ci becco. Penso di averci beccato anche stavolta».

Enrico Caiano


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