Articolo tratto dal numero 251 di Diorama Letterario




Massimo Bontempelli/Costanzo Preve, Nichilismo Verità Storia. Un manifesto filosofico della fine del XX secolo, Crt, Pistoia 1997, pagg. 190, lire 20000.


C’è un aggettivo che, usato a mo’ di clava in tutte le sedi, da quelle giornalistiche a quelle accademiche, da qualche tempo si abbatte inesorabilmente su chiunque osi anche solo sospettare che forse non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che è pensabile e realizzabile un "oltre" rispetto all’orizzonte della globalizzazione liberistica: ideologico. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere da chi, in questo modo, si prefiggeva di presentarci o come persone dal gusto rétro e arcaizzante, o come ingenui sostenitori di nuove forme di totalitarismo che non hanno appreso nulla dalle lezioni della storia. Far notare che anche il liberalismo è un’ideologia al pari delle altre e con tutti i loro difetti, è un’osservazione corretta, ma destinata a non produrre alcun effetto, giacché la vulgata liberale oggi in auge recita che ideologico è solo il discorso degli avversari. Il liberalismo, secondo questa tranquillizzante visione delle cose, non ha storicamente prodotto un’utopia, un’ideologia negatrice della complessità del reale in nome di un’astratta e irraggiungibile perfezione, ma un metodo e uno strumento, il mercato, che da nazionale è a poco a poco diventato universale, globale, e che consente a ciascuno di scegliere in tutti a campi secondo i propri desideri.

Il carattere mistificatorio – e, appunto, ideologico – di questo "racconto" è dimostrato dalle massicce reazioni negative suscitate, laddove la ricetta globalista è stata applicata, in coloro che vorrebbero semplicemente continuare ad esercitare la libertà di coltivare la terra senza essere costretti a comprare i semi dalle multinazionali, di mangiare e bere senza avvelenarsi, di respirare senza portare la mascherina antigas, come succede in Giappone, di prendere il sole o farsi il bagno senza temere di ammalarsi di cancro della pelle o di epatite. In coloro, insomma, che vorrebbero davvero, nei fatti, e non solo a chiacchiere, costruire una civiltà in cui le ragioni dell’economia e dell’utile siano subordinate e secondarie rispetto a quelle dell’uomo e dell’ambiente.

Su questo difficile fronte sono certamente schierati Massimo Bontempelli e Costanzo Preve nel "manifesto filosofico" di cui ora ci occuperemo e che prende le mosse da una serie di durissimi giudizi sul mondo contemporaneo, considerato da Bontempelli "in totale balìa dell’immediatezza degli eventi, senza un’identità sociale e una struttura morale a cui riferirli. Un mondo di degradazione estrema dei vincoli umani", e che appare come "una grande falsità terribilmente efficace", "oggettivamente infame perché fa esistere la socialità, l’individualità e la libertà in maniere che contraddicono il loro concetto". Giudizi che non fatichiamo a condividere, il che ci induce a riflettere sui punti di contatto che, pur tra indubbie differenze, accomunano i percorsi di Bontempelli, Preve e del gruppo raccolto intorno alla rivista "Koinè", e quelli di molti redattori e lettori di riviste come "Diorama" e "Trasgressioni". Alla base dei rispettivi tragitti troviamo infatti una critica radicale delle matrici culturali e politiche d’origine e un’esperienza di distacco da una serie di "miti incapacitanti" che relegavano inevitabilmente i loro sostenitori nello spazio della pura testimonianza del tutto incapace, soprattutto in prospettiva, di presa sulla realtà. La vicenda della ormai ex Nuova destra è fin troppo nota a chi ci legge per essere rievocata nei dettagli. Preferiamo, perciò, che le convergenze – ma anche le divergenze - con le analisi e l’itinerario di Bontempelli e Preve emergano direttamente dalle pagine del libro che consta di due saggi, il primo dei quali ("Verità e nichilismo") opera di Bontempelli, il secondo ("Verità e storicità nel Novecento") di Preve. Il punto debole del marxismo, in particolare del "marxismo critico", viene individuato da Preve nell’incapacità di opporsi, sul piano teorico, alla trasformazione del pensiero di Marx da "scienza filosofica" – nel senso che l’idealismo di Hegel e Fichte dava a questa espressione – in "secrezione ideologica priva di verità", la qual cosa ne ha determinato il "tragico fallimento globale". Il pensiero di Marx è così diventato una pseudo-scienza ad uso di una casta di burocrati, che poteva in tal modo legittimare il suo potere, e una quasi-religione con funzione consolatoria per la massa dei lavoratori, rimasti subalterni. Il marxismo non ha saputo superare questa "coppia maledetta" (pseudo-scienza/quasi-religione) ed è sceso a patti con essa, segnando l’inizio della fine dell’esperienza cominciata nel 1917, giacché quando si scende a compromessi teorici, "allora tutto è perduto, perché si ammette che la verità non è importante, ma è funzione della volontà di potenza di un partito o di uno stato". Di qui il rifiuto della teoria gramsciana dell’intellettuale organico: "L’intellettuale non deve essere organico né a classi né a partiti".

Il pensiero unico occidentalista ha quindi avuto campo libero, essendo stato finora in grado di assorbire e neutralizzare ogni forma di contestazione. Non solo marxista, ma anche cattolica (l’ortodossia è rimasta sostanzialmente estranea allo sviluppo capitalistico, mentre il protestantesimo è diventato una delle fonti di legittimazione del capitalismo). A proposito del cattolicesimo, Preve coglie nel segno notando l’ambiguità della sua dottrina sociale che si presenta tradizionalmente come terza via, al contempo anticapitalista e anticomunista, ma che poi "rimanda il momento della verità sulla propria collocazione storica e sociale all’interno della società capitalistica contemporanea", accontentandosi di svolgere una funzione moralistica e impolitica. Questo nodo irrisolto emerge molto chiaramente, ad esempio, nella Centesimus annus.

Sul piano politico, il processo di assorbimento si è risolto nella fine dell’opposizione destra/sinistra, nel senso che essa non rimanda più a blocchi politico-sociali contrapposti, ognuno dei quali avente un preciso progetto, una visione del mondo per cui battersi, bensì a tattiche usate di volta in volta, secondo le convenienze del momento, e persino contemporaneamente, dalle oligarchie finanziarie transnazionali che sono al tempo stesso economicamente di destra, in quanto i principi di disuguaglianza e gerarchia si prestano ad essere piegati alle esigenze "del mercato finanziario transnazionale, assunto come necessità storica divinizzata"; politicamente di centro, in quanto per governare bisogna occupare il centro marginalizzando le ali; e culturalmente di sinistra, per eliminare "ogni residuo precapitalistico nel costume e nella tradizione borghese e piccolo-borghese" e favorire "una mercificazione universale flessibile". Per questo, secondo Preve, "solo i pensatori che hanno saputo andare oltre la dicotomia destra/sinistra (come l’americano Christopher Lasch) sono veramente interessanti, mentre i difensori di questa trincea vuota lo sono molto di meno". Solo costoro hanno ben chiaro che non si può costruire nulla di nuovo e di diverso con i simulacri e i feticci del passato. Chi resta dentro i tradizionali confini politici si condanna a svolgere una funzione di supporto dello statu quo globalista, cui sembra particolarmente incline la sinistra più che la destra. Quest’ultima appare infatti culturalmente fuori gioco, oscillando tra "forme di comunitarismo regionale e di blando razzismo". Preve non esclude che in futuro la destra possa essere utilizzata come carta di riserva, ma attualmente è la sinistra ad apparire più in sintonia con le esigenze di legittimazione delle oligarchie finanziarie. Ad essa si può imputare il sostegno dato ad una sorta di "metafisica dell’intrascendibilità del presente" il cui "veicolo di diffusione storica è stata una generazione passata da un ribellismo narcisistico e incattivito di gioventù all’adesione senza limiti né ritegno alle regole presenti della scalata sociale. Essa ha avuto nel suo pensiero debole (mai definizione fu più appropriata) e sedicente postmetafisico e postideologico, la falsa coscienza della sua viltà morale e storica" (Bontempelli). La fine della distinzione destra/sinistra – che, secondo Bontempelli, rinvia solo, in basso, a una serie di "gusti sociali" e "idee illusorie" e, in alto, a "gruppi di appartenenza nella competizione per il controllo e per l’occupazione dei pubblici poteri – è conseguenza di una più generale fine della politica. Non si può più parlare di sistema politico, che di fatto è morto, ma unicamente di sistema amministrativo, "e precisamente di amministrazione delle facilitazioni sociali da concedere al sistema economico, e delle ricadute sociali del suo moto autopropulsivo".

In un quadro così desolante, aggravato da una "oggettiva connivenza di massa", non è il caso di farsi illusioni: ci troviamo "nel buio della notte, una notte alla quale non è detto debba seguire un’alba" (Bontempelli). Mai come oggi appaiono in tutta la loro verità le parole che amavamo ripetere, con una certa baldanza e sicumera giovanile, all’epoca della nostra militanza nelle file della destra radicale, e di cui solo adesso possiamo apprezzare la profondità e la pregnanza: non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare. Evidentemente, anche Bontempelli e Preve le condividono poiché, senza sperare né disperare, cercano di delineare una strategia di Resistenza (con l’iniziale maiuscola, forse in omaggio ad una memoria storica che sbiadisce sempre di più a favore di un immemore "puro presente"), il cui punto più importante ci sembra essere la riproposizione felicemente inattuale di un’idea forte di filosofia. A causa del nichilismo e del relativismo imperanti, il sapere filosofico si è, secondo Bontempelli, degradato, diventando "o un inventario museale di passate creazioni filosofiche, o un’ermeneutica relativizzante dei loro testi, o un’invenzione narcisistica di nuovi moduli espressivi, o una discussione di vacui rompicapo ritagliati ai margini dei problemi di altre discipline". Eppure, proprio in questo nostro tempo esistono i presupposti per tornare al significato originario della filosofia, che nasce in Grecia come risposta ad un’epoca di crisi, come fiducia nella capacità della ragione di trovare un nuovo fondamento, dopo l’erosione di quello religioso, tradizionale. La vera filosofia è dunque metafisica, termine che Bontempelli assume non in senso spregiativo, nicciano (ricerca di inesistenti mondi dietro al mondo, ovvero metafisica trascendentista), ma positivamente come metafisica immanentista, cioè via per "dirigersi dentro, e non fuori, l’ordine della realtà umana".

Così inteso, il filosofare è, per un verso, una denuncia dei limiti del riduzionismo e del determinismo, che ci danno spiegazioni monocausali del vivente, riconducendolo, a seconda dell’impostazione prescelta, a cause solo meccaniche, biologiche, fisiche, matematiche o storiche; e, per un altro verso, decisa presa di posizione in favore dell’"olismo e della sua teleonomia", cioè di un approccio che riesce a rendere conto "del fatto, evidente anche nel più elementare degli organismi, che la sua totalità funge da finalità immanente a ognuna delle parti che la compongono". Questa metafisica immanentista va alla ricerca della razionalità delle cose, ossia della "maniera migliore in cui esse possono manifestare la loro esistenza". Pertanto, non è accettazione del dato, del reale così com’è, ma critica e sforzo tendente alla costruzione di una realtà sempre più conforme alla verità. Bontempelli esemplifica questa sua visione della filosofia applicandola alla sfera ecologica e antropologica. I disastri ecologici cui assistiamo quotidianamente vanno condannati perché sono la conseguenza di un totale stravolgimento dei concetti di natura e scienza, che non riescono a manifestare "la loro migliore maniera di essere, quindi il loro valore ontologico" e sono ridotte, la prima, a "mero fondo di utilizzazione e scarico", e la seconda a "strumento di dominio settoriale". Allo stesso modo, anche l’uomo, nella società mercantile, non è messo in condizione di esistere nella forma antropologicamente più alta e dignitosa, che è quella della "libera individualità sociale", ma è oggetto di sfruttamento, escluso "da ogni identità sociale riconosciuta". (Un’ulteriore esemplificazione, riferita stavolta all’ambito religioso, la si trova in un altro lavoro del duo Bontempelli/Preve, Gesù, Uomo nella Storia, Dio nel Pensiero, Editrice C.R.T., Pistoia 1997, che può essere considerato la parte speciale di una stessa opera).

Sarebbe ingenuo pensare che questo programma filosofico possa essere svolto dalla cultura ufficiale, il cui sapere frammentato e parcellizzato "è il riflesso della divisione sociale e tecnica del sapere sociale adatto alla riproduzione capitalistica complessiva". Da questa cultura subordinata al capitalismo globalizzato "non è possibile aspettarsi nulla di storicamente decisivo, almeno nell’attuale congiuntura temporale". Soltanto una "libera comunità di ricerca di amici" può, secondo Preve, avanzare nella giusta direzione. Anche in questo caso, la fonte di ispirazione è l’antica Grecia, dove l’amicizia filosofica era ampiamente coltivata. Non si tratta di una fuga nel passato, del rifugio in una torre d’avorio, o di un modo raffinato di gettare la spugna, bensì di "una risposta meditata e realistica alla situazione attuale".

Non potendo efficacemente operare nelle sedi ufficiali, dove anche la cultura è asservita a logiche nichiliste, ridotta a merce o a spettacolo mediatico, è inevitabile cercarsi un altro è più favorevole terreno. Questo percorso alternativo, peraltro, non ci dà alcuna garanzia, è continuamente esposto al fallimento, può sfociare in un vicolo cieco; d’altra parte, la posta in palio è molto alta e perciò il gioco vale la candela: il superamento del nichilismo quale "esito possibile della costruzione di una scienza filosofica della libertà e della verità". Un obiettivo indubbiamente importante e che potrebbe persino strappare un sorriso ironico, considerando la sproporzione delle forze in campo. Ma gli inizi, si sa, sono sempre difficili, e un pizzico di sana ambizione e di follia costituisce in qualunque impresa il necessario propellente per andare avanti. In questo caso, poi, ne occorre forse più di un pizzico. Affermare, infatti, di battersi per l’uomo come libera individualità sociale significa riproporre il progetto di Marx, il comunismo come società in cui l’uomo si realizza pienamente sia in quanto singolo, che come membro di un gruppo. Il che è indubbiamente segno di anticonformismo, poiché il comunismo, dopo la fine dei regimi di socialismo reale, viene ormai evocato esclusivamente per ricordarne gli aspetti negativi. Ma è anche, probabilmente, segno del permanere di una vena utopica che sarebbe meglio mettere da parte. Non certo per rifluire nell’opportunismo o nel disincanto, ma proprio per continuare a sperare in un cambiamento che non finisca tra la Scilla dell’utopia e la Cariddi di un malinteso realismo. Quella di Utopia è un’isola sulla quale si fa regolarmente naufragio e i cui abitanti, visti da vicino, si rivelano molto poco seducenti.

Giuseppe Giaccio