Dopo l’ennesimo infanticidio avvenuto a Napoli
Dopo l’ennesimo infanticidio avvenuto ieri a Napoli ci si è tornati ad interrogare sulle cause che portano tanti giovani donne ad uccidere i propri figli. Lo psicologo ci dice che la colpa è di una società troppo distratta, di una maternità non abbastanza protetta dai servizi socio-sanitari e di una vita quotidiana che porta a vivere periodi di depressione e stress causa di simili inconsulti gesti.
La reazione di monsignor Giuseppe Anfossi, vescovo di Aosta e membro della commissione Famiglia della Cei, ha richiamato l’attenzione su una società poco solidale che ci lascia sempre più soli, coinvolgendo anche la Chiesa nell’attribuzione delle responsabilità: «Troppo spesso ci troviamo a commentare notizie di mamme che uccidono i loro bambini. E’ ora di cominciare a interrogarsi del perché questi drammi si verifichino con tanta frequenza per correre ai ripari». Un “perché” che il vescovo ritrova nella nostra società, non più “partecipata” e solidale come una volta, dove l’intero vicinato costituiva un grosso nucleo sovrafamiliare.
Ma è lecito affermare che uccidere un figlio non è mai responsabilità della singola donna ma del contesto sociale che nega la solidarietà tra vicini e non riconosce il rischio maternità e non insegna a prevenirlo? E’ accettabile una simile giustificazione o è solo il tentativo forzato di dare una sorta di alibi al compimento di azioni che sono inaccettabili e inammissibili in un contesto evolutivo sviluppato?




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