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    Arrow il turbo-capitalismo non sta per niente bene

    Lettera sul capitalismo

    AMERICA PUNTO E A CAPO


    La crisi del capitalismo americano è una crisi di sistema? E quali lezioni possono venire all’Europa e all’Italia dalle vicende culminate nel collasso di grandi nomi della finanza Usa come Enron, Andersen e WorldCom? Partendo dalle riflessioni di Sergio Romano pubblicate in luglio e in agosto dal Corriere della Sera , l’economista Marco Vitale, che della Arthur Andersen è stato partner per molti anni, ha scritto questa lettera sul capitalismo che, in una versione ampliata, sarà pubblicata il mese prossimo dall’editore Scheiwiller.

    Gli articoli di Sergio Romano comparsi sul Corriere della Sera in luglio e in agosto, soprattutto quello di martedì 16 luglio dal titolo «Il capitalismo giù di morale», sono un ottimo stimolo per ragionare sulle lezioni che si possono trarre dagli scandali finanziari americani. In estrema, ma spero, corretta sintesi, Sergio Romano afferma: l’insieme di questi scandali è molto grave per un Paese che ci aveva convinto di avere le migliori leggi e le migliori prassi del mondo; ma attenzione a non trarre giudizi negativi frettolosi, senza tenere conto che questi scandali dell’America sono, almeno in parte, «una conseguenza del suo dinamismo»: «le bugie, gli inganni e l’ingordigia» di molti dirigenti sono un attentato alla fiducia, chiave di volta di ogni economia capitalista, e vanno sanzionati: ma sono anche la conseguenza di una coraggiosa e frenetica «corsa alla modernità».
    Inoltre, afferma Romano, bisogna tener conto che l’America ha dimostrato ancora una volta una straordinaria capacità di reazione. La stampa ha indagato e i risparmiatori, i politici e gli altri responsabili si sono organizzati per reagire e correggere la rotta.
    Ciò che maggiormente colpisce alla fine della giornata - afferma Romano - è la prontezza con cui l’America si è messa immediatamente al lavoro. I mezzi d’informazione hanno avuto nella vicenda un ruolo decisivo. Le due lezioni da trarre sarebbero le seguenti. Prima lezione: il dinamismo, la corsa alla modernità, «inventa trasgressioni e deviazioni che nessuna legge aveva previsto». Seconda lezione: «In ultima analisi l’America non sarà giudicata dai suoi scandali, ma dalla fermezza e dalla rapidità con cui avrà saputo affrontarli».
    Le tesi di Romano, pur contenendo elementi di verità, non sono totalmente convincenti. L’unica affermazione che condivido senza riserve è che i mezzi d’informazione hanno avuto nella vicenda un ruolo decisivo, come sempre in America.
    Per facilitare la comprensione del mio punto di vista è necessario che illustri le sue basi. Per 17 anni dai 27 ai 44 anni, gli anni centrali della mia formazione professionale, ho operato all’interno del mondo societario e professionale americano. A 32 anni sono diventato uno dei più giovani partner della Arthur Andersen mondiale e dai 32 ai 44 anni ho svolto questo ruolo. Dunque parlo di un mondo che conosco profondamente dall’interno.
    Quando a 44 anni lasciai la Arthur Andersen continuai a conservare legami profondi con quel mondo. Per molti anni sono rimasto consulente strategico della Arthur Andersen Italia e amico personale di molti dei suoi soci. A questa conoscenza, e a quella della conoscenza e frequentazione delle corporation americane e del loro management , si è aggiunta poi quella delle investment bank americane che ho visto, da vicino, nella fase ascendente e ora nella fase della crisi e del totale asservimento alle deliranti avidità dei ceo ( chief executive officer , l’amministratore delegato, ndr). Ho quindi osservato da vicino il continuo deterioramento morale e operativo di quel mondo che mi aveva affascinato nella prima maturità.
    Il capitalismo americano aveva avuto periodi di grande violenza a cavallo tra l’800 e il ’900 e poi di allegra e irresponsabile baldoria negli anni ’20. Ma il grande riformismo di Teddy Roosevelt dei primi anni del ’900 contro the malefactors of great wealth , poi la grande crisi del ’29 e il grande riformismo del New Deal di Franklin D. Roosevelt degli anni ’30 lo avevano posto su una base di serietà, moralità, efficienza assai elevate. Poi venne la guerra, nel corso della quale il neocapitalismo americano (basato su un vero e proprio patto implicito tra Franklin D. Roosevelt e il management progressista) diede grande prova di sé e al termine della quale emerse una nuova classe di giovani manager , efficienti, idealisti e onesti che si erano fatti le ossa nella logistica di guerra. Toccò a loro consolidare le regole del riformismo americano degli anni ’30, svilupparle e fare, negli anni ’50 e ’60, del mondo imprenditoriale e del mercato finanziario americano, e delle sue istituzioni, un modello mondiale.
    Chi non l’ha conosciuta dall’interno, non può immaginare quale straordinaria organizzazione fosse, ad esempio, la Arthur Andersen degli anni ’50, ’60, ’70. Un’organizzazione dove l’integrità era la vera sostanza e specializzazione professionale, l’indipendenza intellettuale una bandiera, la trasparenza esterna e interna a tutti i livelli un inderogabile credo, il rigore morale assoluto e difeso con grande attenzione. Ricordo che un giorno tutti i soci e i manager di tutti gli uffici del mondo ricevettero l’ordine di vendere, entro 48 ore, qualunque partecipazione di portafoglio avessero in qualunque società di qualunque nazionalità che avesse a che fare con le produzioni e i servizi della difesa. Questo perché l’ufficio di Washington si apprestava a presentare al ministero della Difesa l’offerta per un lavoro importante. L’indipendenza - mi insegnarono allora - non è solo questione di sostanza ma anche di forma: non è sufficiente essere indipendenti da un punto di vista sostanziale; è necessario anche apparire tali.
    È un episodio che mi è rimasto in mente per la sua esagerazione. Ma allora mi parve normale, dovuto, parte integrante di quel rigore che ci affascinava e che amavamo.
    Ma la Arthur Andersen di allora era anche un monumento di competenza, di capacità organizzativa, di capacità di selezionare, formare, motivare giovani di talento. Era un monumento di saggezza manageriale, di efficienza ed efficacia, di capacità di coniugare un alto rigore morale con buoni risultati economici per sé e per i propri associati.
    E, d’altra parte, la Sec ( Securities and exchange commission , la Consob americana, ndr ) sin dagli anni ’30 aveva impostato il nostro ruolo con grande chiarezza: anche se pagati dalle società, i revisori devono considerare il pubblico come il loro vero mandante. Noi dunque eravamo privati professionisti, che però agivano in the public interest . Per questo e non solo per la nostra competenza tecnica eravamo rispettati.
    Ora, dopo quasi cento anni (la Arthur Andersen è stata fondata nel ’13) tutto questo accumulo di conoscenze, di moralità, di impegno si è dissolto come neve al sole o, se volete, si è sgretolato con la stessa facilità del muro di Berlino. Posso credere che ciò sia dovuto al fatto che l’America è diventata più audace? Penso proprio di no. Così come non posso condividere la tesi che i miei amici, soci della Andersen, al momento del crollo, continuano a sostenere. La Andersen è crollata, dicono, per presunta ostruzione alla giustizia, accertata da una giuria emotivamente e politicamente influenzata, presunta ostruzione che, se provata, sarebbe imputabile esclusivamente al socio di Houston responsabile del bilancio Enron. La presunta violazione dei corretti principi contabili non è ancor oggi provata e si riferisce a prassi contabili, magari discutibili, ma condivise da tutto il mondo della revisione e accettate dalla Sec. Dunque la Andersen sarebbe crollata per la responsabilità di una sola persona. Posso crederlo? Non posso. Sono convinto che la grande parte dei partner e dei manager della Andersen fossero individualmente, ancora oggi, persone di esemplare integrità. E anzi per l’Italia sono certo che tutti e nessuno escluso fossero persone e professionisti esemplari, sicuramente i migliori.
    Ma la loro organizzazione era diventata nel tempo, a poco a poco, intrinsecamente immorale o meglio «amorale». Ed è questa la causa vera del loro improvviso, sorprendente e dolorosissimo crollo, causa della quale non riescono a rendersi conto.
    Mi sono soffermato su questa vicenda che conosco meglio, perché è utile anche per comprendere, più in generale, l’involuzione del management e del mercato finanziario americano.
    Che cosa intendo con l’espressione «amorale»? Gradualmente, ma con continuità, l’Andersen, come parte di una involuzione generale della professione degli esperti contabili, aveva abdicato al suo compito istituzionale fondamentale che era quello di essere al servizio del pubblico per appiattirsi su una revisione fatta di puro rispetto formale di regole, il cosiddetto compliance audit , contro il quale Arthur Andersen aveva messo in guardia fin da un memorabile intervento all’assemblea dei soci il 27 ottobre 1936. Le regole, nonostante i moniti, sono andate continuamente peggiorando, cioè rese sempre più flessibili, tolleranti, ambigue, fraudolente, secondo la volontà e la pressione del top management delle grandi società. Ma la Andersen, sin dagli anni ’30, era stata sempre all’avanguardia nella difesa e nello sviluppo di principi contabili corretti. Ma negli ultimi vent’anni questa tensione si è spenta, gli affari sono affari e se il management voleva dei principi contabili più compiacenti li avrebbe avuti. La professione, e con lei la Andersen, ha perso gradualmente la capacità di autoregolarsi, di porsi al servizio del pubblico anche opponendosi ai poteri forti, anche perdendo dei clienti. Nei decenni passati l’Arthur Andersen ebbe la forza di perdere come clienti interi settori, pur di non abdicare a quelli che essa riteneva corretti principi contabili. Così si arriva a quei meccanismi che hanno permesso alla Enron di registrare fuori bilancio ingenti passività, cosa che ha facilitato l’occultamento delle sue difficoltà finanziarie (i cosiddetti Monthly income preferred shares or Mips). I Mips non sono «formalmente» una frode contabile. Sono un flexible financial instrument inventato da Goldman Sachs & Co. nel 1993, ben conosciuto, ben diffuso (i pionieri furono Enron e Texaco), accettato dall’intera professione contabile. Nel corso di quella che è stata chiamata la Mips saga ( The Wall Street Journal , lunedì 4 febbraio 2002), la direzione del ministero del Tesoro, che si vedeva defraudata da questo strumento sotto un profilo fiscale, cercò ripetutamente ma invano di fermarne la diffusione: «La saga dei Mips mostra come degli interessi ben muniti finanziariamente, sostenuti da un’armata di lobbisti con buone entrature, e con massicci contributi pagati ad entrambi i partiti, riuscirono a far fallire i tentativi del Tesoro di imporre regole contabili corrette». È molto interessante seguire sulla citata ricostruzione del Wall Street Journal la furiosa battaglia che si combatté intorno a questo strumento sino alla definitiva sconfitta del ministero del Tesoro e del presidente. Clinton tentò un intervento legislativo che fu furiosamente respinto, salvo essere ripresentato sostanzialmente negli stessi termini dal parlamentare democratico Charles Raugel di New York, il 24 gennaio 2002, dopo che i buoi erano scappati. Lynn Turner, direttore contabile della Sec dal 1998 al 2001 ha commentato che la saga dei Mips è un buon esempio della contabilità aggressiva che è cresciuta continuamente nel corso degli anni ’90 mentre gli enti regolatori erano latitanti. «Il risultato è che abbiamo dei bilanci che ottengono dei ratings creditori molto più elevati di quelli che meritano e società che sembrano molto più liquide di quello che sono in realtà...».
    Hanno ragione gli amici dell’Arthur Andersen a dire che l’uso dei Mips era prassi accettata da tutti. Ma l’Arthur Andersen degli anni ’30-70 non avrebbe mai accettato di avallare un tale indegno trucco, anche se la professione lo avesse avallato. Così la Andersen ha perduto la capacità di capire la reale situazione della Enron, pur avendo sollevato dei warning sulla pericolosità delle prassi contabili della stessa e di vedere la montante crisi di tante altre società, ed è così mancata di fronte al suo compito fondamentale, che non era quello di assicurare il più o meno corretto rispetto di regole discutibili ( compliance audit ) ma di esprimere un giudizio di fondo sulla salute della Enron e delle altre società. È per questo che la Andersen, divenuta un gigante dai piedi d’argilla, è franata su se stessa con tanta facilità. Lo stesso vale, ancora di più, per WorldCom. Durante il 2001 ed il primo trimestre del 2002 la direzione di WorldCom ha capitalizzato spese correnti per 3,8 miliardi di dollari. Non si tratta di nuove sfide e di nuove regole. Non si tratta di una frenetica «corsa alla modernità». Si tratta di violazione plateale per scopi truffaldini di regole antiche e facile da scoprire. «Se c’è una regola aurea da trarre dal fallimento WordlCom è che questo tipo di frodi contabili sono molto facili da scoprire». È solo necessario che ci sia un esperto contabile che voglia vederle» ( Business Week , 8 luglio 2002).
    Ma questi casi eclatanti e dolorosi sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ampio: sono almeno 1.000 le società americane che hanno dovuto, dal 1997, ripresentare i loro conti modificati, per evitare di essere accusate di frode (anche se molte di queste rettifiche non sono di particolare rilievo). Questa involuzione della professione contabile americana era percepibile, secondo Joseph Stiglitz (Premio Nobel 2001 per l’Economia), da dieci anni. Personalmente vedo in atto questa involuzione, e tante volte ho lanciato l’allarme agli ex colleghi ed amici dell’Andersen, da almeno vent’anni.
    Mi sono soffermato sulla vicenda Andersen perché quella di bilanci più attendibili ed affidabili resta la sfida più importante. Se questa base non è a posto niente può essere a posto. Il mercato non è altro che una sottile e diffusa rete di comunicazione, ha detto Von Hayek. Ma se nella rete si mettono informazioni fasulle la rete (il mercato) trasmette informazioni fasulle sino alla fine ed in tutte le sue diramazioni. Il tentativo di scostarsi da questo principio fondamentale, come è stato fatto con le aziende della new economy , ha aperto le porte a quella che è stata probabilmente la truffa finanziaria più grande della storia umana. Ma accanto agli accountants molti altri sono i responsabili di questa débâcle . In primo luogo le grandi investment ban ks che, grazie ed a causa della forte deregolamentazione che ha permesso a tutti di fare tutto, sono diventate un inestricabile nodo di conflitti di interesse. Ai top manager , molti dei quali hanno cancellato dalla lavagna qualunque principio etico e di comportamento corretto. Agli avvocati che si sono sempre posti al servizio di qualunque illegalità sostanziale, purché formalmente celata dietro schemi apparentemente legali. Agli organi di sorveglianza, come la Sec, sempre più burocraticamente formale e sempre più sostanzialmente disattenta. Alle società di rating che intervengono sempre quando i buoi sono scappati.
    Il fenomeno è troppo grande e diffuso per risolverlo in termini semplicistici o retorici. Questa non è l’America che corre in avanti. Questa è l’America che corre all’indietro, verso gli anni ’20. Perché? Che cosa è successo? Vi deve essere qualche ragione profonda e di carattere generale. Ci vorranno del tempo e studi approfonditi per dare una risposta seria a queste domande. Qualche elemento può essere però individuato fin d’ora.
    La prima spiegazione è la caduta continua della credenza in standard etici oggettivi, propri di ogni professione. Gradualmente la crescita continua del mercato, la dominanza della convinzione che ciò che vince sul campo del mercato (ciò che garantisce più crescita e più reddito) è l’unico metro di misura valido, ha preso possesso, in ogni settore, delle menti, del giudizio, dei comportamenti. I primi segnali di questa tendenza io li ho osservati all’opera proprio in Arthur Andersen sin agli ultimi anni ’70. Pian piano era diventata dominante l’ossessione per la crescita fine a se stessa. Da questa spinta è scaturita la tendenza ad allargare sempre più l’area della consulenza sino a comprendere attività del tutto estranee alle radici ed alla cultura professionale di base, senza voler vedere che questo dava vita ad una specie di conglomerata di attività diverse senza più neanche la possibilità di un bagaglio di convinzioni e principi comuni, di standard etici unitari. Così, in mancanza di standard comuni, il nuovo standard unificante che poteva tenere tutti uniti divenne l’utile per quota: un obiettivo corretto ed importante ma, in passato, subordinato od almeno coordinato con altri obiettivi.
    Questo processo è stato generale, come ha bene illustrato Michaels Prowse sul Financial Times del 13-14 luglio 2002. «Noi viviamo in un’epoca che potremmo chiamare "post-ethical". La gente continua ad utilizzare il linguaggio morale, ma ha, da tempo, cessato di credere che la morale possa avere un fondamento oggettivo. Essi sono diventati "emotivist": cioé trattano, in misura crescente, i giudizi morali come espressione di aggregazione e disapprovazione personale... Il problema di fondo è la perdita della credenza in standard etici oggettivi. E la crescente dominanza del mercato ha contribuito a questo collasso morale».
    Se questa visione è corretta, ed io credo che lo sia, la visione panglossiana di chi pensa che basterà mettere a posto alcune regoline e poi tutto potrà ricominciare come prima è profondamente sbagliata. La caduta del rispetto dei principi etici standard di ogni professione vuol dire la caduta delle capacità di autoregolamentazione del mercato e delle professioni, che è stato sino ad ora uno dei cardini del mondo americano. E poiché non sono certo le invocazioni moralistiche che possono ripristinare la situazione, ciò vuol dire che il mondo finanziario americano va sottoposto ad un nuovo sistema di rigorosa regolamentazione. La creative distruction shumpeteriana può essere troppo costosa per una nazione, quando il 50% delle famiglie hanno investito sui valori mobiliari e quando il grosso delle pensioni è toccato dalle variazioni di questi valori (80 milioni di famiglie americane hanno le pensioni indicizzate al Dow Jones ). E ciò soprattutto quando i principali interpreti della creative distruction sono semplicemente dei ladri e dei palloni gonfiati. Del resto questa conclusione mi sembra implicita anche nelle considerazioni di Alan Greespan, il governatore della Fed, quando, in una recente audizione al Senato, ha ammesso di avere sbagliato quando era convinto che il mercato avrebbe curato il male da solo.

    •   Alt 

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  2. #2
    Ospite

    Predefinito

    Mejò così, così il sistema crolla

  3. #3
    Totila
    Ospite

    Predefinito

    Originally posted by Celtic
    Mejò così, così il sistema crolla

    Sediamoci sulle rive del fiume e aspettiamo che il turbo-cadavere passi...

 

 

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